Il cielo a quei tempi
sembrava che avesse un altro colore. A volte si perdeva nei suoi
ricordi, soprattutto in quelli della sua infanzia, quando la vita era
soltanto una splendida promessa, un fiore colorato pronto ad aprire i
suoi petali alla luce di un sole caldo e delicato, come una carezza
sul volto di un bambino che dorme e sogna. Gli sembrava di avvertire
una lieve brezza tiepida sulla sua pelle, quando si immergeva
all'interno dei suoi ricordi, e la sensazione di una serenità oramai
irrimediabilmente perduta lo pervadeva fin nel profondo del suo
animo. Quegli occhi che osservava adesso, immobile, in contemplazione
sulla sua poltrona, avevano esattamente il colore blu di quel cielo
come al tempo in cui era un bambino spensierato e correva a
perdifiato lungo la strada in terra battuta, poco fuori dal paese,
con tutti i suoi amici, altri bambini allegri e felici come lui, senza pensieri. Poi
si sdraiavano sull'erba che faceva prudere e pizzicare la pelle, ma che era
morbida e divertente come una nuvola, ed osservavano un cielo blu come di più non
era possibile. Era un colore diverso da quello che vedeva adesso ogni
giorno: entrava dentro, esattamente della stessa tonalità del colore
dell'anima di ognuno di noi, e il solo richiamarlo alla mente era
bello e rilassante. Non avrebbe mai più rivisto un blu così, a
questo punto della sua vita, e mai più nessun tipo di colore lo
avrebbe più penetrato e pervaso a tal punto, fino a mescolarsi e
a confondersi con il suo essere. Solo gli occhi di quella donna, come un miracolo o forse un sortilegio, quella sera, erano riusciti a riportargli quelle magnifiche
sensazioni. Sensazioni di serenità, di bellezza, di felicità
eterna, di amore e gioia. L' aveva incontrata al pub, in via
fortuita, quando lei quasi gli aveva rovesciato addosso la sua birra scura.
Lui non se la era certo presa, gentile e tranquillo come era, e
comunque aveva notato quel blu e subito dopo quegli occhi e poi la
donna che li portava come due gemme preziose, due diamanti dotati di vita. Così la invitò dapprima a sedere con lui al tavolo, cosa che ella fece essendo lui un uomo molto pacato e di charme, attraente e gentile. Come ebbe modo di scoprire immediatamente la donna, era anche
un ottimo, arguto e piacevole conversatore, con una spiccata, anche
se insolita, vena umoristica. Trovò poi modo di approfondire le sue virtù
anche più tardi, quando lui la invitò nel suo appartamento, e lei, dopo
averci riflettuto un pò, aveva accettato. Perchè no, in fondo? Era ciò che aveva pensato la donna. Una volta
nell'appartamento, lui le chiese di potere guardare da vicino quei
suoi occhi, di quel colore blu. Lei accettò e lui li osservò con
attenzione, si immobilizzò, così come tutto il tempo intorno a sè.
Tutto si fermò d'incanto, sospeso come in una fiaba, nel bel mezzo di un sortilegio. Come in un racconto del terrore. Pensò che aveva degli occhi
meravigliosi, così blu come di più non era possibile. Poi quando si
risvegliò dal suo sogno ad occhi aperti, e il tempo riprese a scorrere normalmente, aveva il suo
sangue, tanto sangue, molto rosso, di un rosso pulsante, ancora caldo e vivo, su tutti i
vestiti, come sempre accadeva. Ovviamente non ricordava nulla, nè
aveva provato nulla. Ciò che ricordava unicamente era il colore di quegli occhi, che gli riportava tanto alla mente il cielo e i tempi felici
della sua infanzia. Li aveva persi una volta e non voleva accadesse
mai più. Così adagiò il cadavere della donna, con gli occhi morti
e blu spalancati, sul divano di fronte alla poltrona, dove si
sedette a osservare malinconico un altro istante di felicità che non sarebbe tornato. E stette lì, fermo e in silenzio, a contemplare quel cielo
e quegli occhi. Non avrebbe rivisto un simile blu in vita sua. Blu
come il colore del cielo nei ricordi, blu come le corse di un
bambino, blu come il colore della morte.
domenica 27 luglio 2014
domenica 13 luglio 2014
Il giardino
Era un pomeriggio estivo, di domenica, pigro e soleggiato. Le cicale tenevano il loro solito concerto tra le 4 e le 5 del pomeriggio, con la tipica melodia afosa,immutabile e incessante, che fa lentamente abbassare le palpebre e chiudere gli occhi. Numerose zanzare svolazzavano fameliche e di tanto in tanto si lanciavano sul bersaglio gigantesco seduto sotto il gazebo, per banchettare col sangue delle sue caviglie e dei suoi avambracci. Gli uccellini sui rami invece canticchiavano canzoni estive. O perlomeno così era ipotizzabile immaginare dato il periodo dell'anno. La pace assoluta regnava nel giardino sospeso nel tempo che cominciava inesorabile a liquefarsi, sempre di più, fino, alla fine, a scomparire completamente. Rialzai un poco le palpebre, indeciso se essere nella dimensione onirica o in quella reale, piuttosto che in una qualche via di mezzo, una sorta di atrio neutrale. Guardai un punto in lontananza dove si trovava un maestoso albero di magnolia. Dico dove si trovava perchè appunto esso era scomparso, o meglio quasi del tutto scomparso. Dalla cima, quasi di soppiatto, aveva iniziato a sparire lungo i massicci rami, poi le foglie e i fiori pieni e profumati. Adesso mancava solo qualche metro del ramo principale che si apprestava a dileguarsi nel nulla, mentre io lo osservavo stropicciandomi di tanto in tanto gli occhi, affinchè potessi essere sicuro di essere completamente sveglio. Quando infine mi avvicinai all'albero per toccarlo, in effetti dovetti constatare che era proprio sparito per davvero e che non era invece, molto banalmente, diventato invisibile, poichè la mia mano non aveva trovato alcun ostacolo battendo lì dove avrebbe dovuto essere il tronco. E mentre un vermetto si crogiolava nella terra umida, io girai lo sguardo casualmente verso un cespuglio che da sempre adornava il giardino. Era un cespuglio molto ampio. Dico era, un cespuglio molto ampio, poichè invece in quel momento si stava mutando in un piccolo cespuglio prima, in un cespuglietto ad un certo momento, e ad un cespuglino bonsay verso la fine. Poi come se nulla fosse, scomparve. Provai dunque a calpestarlo, ma non sentii alcun ramo spezzarsi sotto il peso del mio piede, nè tantomeno avvertii una qualche resistenza allo schiacciamento. Quindi anche il cespuglio era sparito. Di fatto, notai, l'intera parte di giardino davanti a me era svanita nel nulla: cancellata, strada e case dall'altra sponda della via comprese. Dietro di me invece, il resto del giardino, e il gazebo con la mia sedia (per fortuna) resistevano ben visibili e solidi. Vidi anche una farfalla svolazzare, posarsi un attimo sullo schienale della sedia, trovare il tutto poco interessante e quindi ripartire alla volta di una femmina da fecondare per poi morire. Andai quindi a sedermi sotto la provvidenziale ombra, meno calda del resto del giardino ma non proprio fresca, per distrarmi ascoltando un pò di buona musica dal mio lettore Mp3. Stava proprio sul tavolino, verso l'angolo in alto alla mia sinistra. Dico stava, perchè nel momento in cui lo cercavo, invece, non stava più. Forse stava altrove, pensai, e però: no. Non stava da nessuna parte. Feci appena in tempo a vedere l'ultima cuffia, la sinistra, dissolversi e non essere più. Rimasi in piedi, accanto al tavolino dove stava il lettore Mp3, alquanto interdetto e, devo ammetterlo, finalmente piuttosto incredulo, e agitato non poco, per quanto stava accadendo senza alcun preavviso. Oltretutto. La mia bocca, che per ovvi motivi non potevo vedere, doveva sicuramente essere altresì spalancata data l'enorme e insolita sorpresa. Lo dico anche perchè, mentre stavo lì impalato e immobile, una specie di insetto simile a una vespa, ma senza pungiglione, si avventurò nella mia cavità orale. Temetti di ingoiarla, ma invece questa, prima di potere fare danno, svanì come un ricordo lontano. Adesso le mie gambe, fino a quel momento perfettamente affidabili, per le intense emozioni patite in quel singolare pomeriggio, sentivo che stavano iniziando ad abbandonarmi e a farsi sempre più molli ed inconsistenti. Dovevo sedermi e appoggiare la testa al tavolino, rialzarla e risvegliarmi da quello che mi sarebbe piaciuto fosse stato un sogno. Dietro di me, sapevo esserci una sedia. Verde, per la cronaca. Così senza nemmeno voltarmi mi ci lasciai cadere sopra. La caduta durò un pò più del previsto. Abbastanza però da fare in tempo ad accorgermi dello scarto temporale rispetto a quella che poteva definirsi la norma. Quando cercai di comprendere cosa fosse accaduto, mi resi conto di essere seduto per terra, sull'erba soffice, che ancora resisteva alla nullificazione che tutte le cose stavano subendo(mentre la gran parte del giardino e delle cose circostanti, compresa la mia abitazione, nonchè il resto della via, della città e poi del mondo, non erano state tanto fortunati), e permaneva lì, stabile, piegandosi al vento, al suo posto. Le sedie, due verdi e due bianche, erano ovviamente sparite. Poi qualcosa cadde dal tavolo, che s'era anche esso dissolto, come una speranza, e picchiò sul suolo. Me ne ero scordato. Era il libro che stavo leggendo poco prima, quello stesso pomeriggio, quando un pò più di elementi punteggiavano il mio paesaggio puramente esteriore. Era anche un bel libro, perciò pensai che le cose stessero finalmente migliorando. Ora eravamo rimasti solo: il libro, io (ovviamente), che tenevo il suddetto libro in una mano, il suolo erboso (circa 50 metri quadrati), il vento di tanto in tanto, una bottiglia di plastica (maledetti incivili) e un cane che abbaiava da qualche parte. Il cielo era sparito invece. Mi resi immediatamente conto di quando il vento cessò definitivamente per dileguarsi anche egli, facendo sì che l'erba s'arrestasse dritta e ferma in maniera irreale e paurosa. Poi il cane smise di abbaiare e dovetti supporre ci avesse lasciato, nella sua concretezza sensibile, a sua volta. In realtà poteva anche semplicemente essersi stufato di abbaiare o essersi addormentato. La bottiglia di plastica, mannaggia, era ancora lì. Invece il suolo erboso, glaciale e immobile, stava sempre più velocemente diventando nulla. Come tutto il resto. Alla fine non mi restò che alzarmi in piedi, poichè stare seduto sul, o nel, vuoto assoluto, vi posso assicurare, crea un certo senso di disagio. Feci un giro su me stesso per guardarmi attorno, o almeno pensai di farlo, poichè senza riferimenti esterni è perfino difficile capire se ci si sta muovendo o meno. Ovviamente non c'era nulla di nulla lì. Ero perso e isolato nel vuoto. Per sempre, poichè il tempo non esisteva più. Solo, poichè il mondo e tutto il resto erano svaniti, unicamente con i miei vestiti e null'altro. Solo io, e i miei pensieri. E sai che bella compagnia. Almeno avessi un buon libro, pensai nel mio pensiero che era diventato tutto il mio mondo(assieme ai miei vestiti). Un buon libro!, esclamai a nessuno, in nessun punto di nessun luogo e in nessun momento. Di colpo mi ero reso infatti conto di stare stringendo qualcosa in una mano. La sinistra, mi pare. Guardai incuriosito la mia mano. Ciò che essa stringeva, ebbi modo di notare, era proprio un buon libro. Non me ne ero nemmeno accorto, in quel silenzioso trambusto generale, ma il libro non aveva mai lasciato questa realtà. Avevo continuato a stringerlo da quando lo avevo raccolto dal suolo, prima che esso svanisse. Non tutto era perduto. Mi sedetti a terra, fingendo ci fosse terra, e che questa fosse un prato, e aprii il mio libro. Iniziai a leggere, immerso nel silenzio del vuoto più totale dell'inesistenza; dapprima ancora riluttante e stranito, ma poi sempre più immerso e trascinato dalla vicenda narrata. E senza che me ne rendessi conto, quando diverso tempo dopo rialzai per un attimo lo sguardo, fu solo per scacciare una temeraria zanzara feroce che puntava diritta alla mia carotide, e tutto quell'incessante nulla che era intorno a me, fino a poco tempo prima, era come se fosse a sua volta svanito in se stesso, lasciando al suo posto un nuovo mondo in grado di poterne partorire almeno altri mille.
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