sabato 27 dicembre 2014

Una nevicata

Stavo seduto nel mio studio alla penombra di una lampada da tavolo, che stavo cercando di ricordare dove e quando avessi comprato.
Era inverno. Da pochi giorni era passato il Natale, ed io ero in quella casa, ovviamente, da solo.
Era oramai il secondo Natale che trascorrevo in solitudine, nella vecchia casa di montagna, dove io e lei andavamo a trascorrere le vacanze invernali.
Adesso erano passati due anni da quando ci eravamo lasciati, o meglio da quando lei mi aveva lasciato, ed era andata via. Ma io non avevo smesso di venire qui per le festività, anche se mi toccava stare da solo e per di più in mezzo agli spettri del passato. O forse proprio per questo lo facevo.
In ogni caso le stanze di quella casa erano troppo piene di ricordi e di sensazioni che ora mi si attaccavano alla pelle e mi entravano dentro, divorandomi poi dall'interno e diffondendosi ovunque nel mio corpo e nella mia anima, come una malattia mortale.
Solo lo studio, unico locale, in quella casa, mi dava un senso di serenità e di sicurezza.
Merito forse del fatto che quella era la mia stanza privata, dove lei era entrata solo poche volte. E mai per...beh...
Non potrei dire da quante ore sedevo su quella sedia pomposa con i gomiti poggiati a quella lussuosa scrivania e i palmi delle mani, leggermente sudati, a cingermi le guance e lo sguardo fisso verso un punto in lontananza che si perdeva nell'ombra della stanza e che costituiva per me, in quel momento, il più grande mistero della terra. Più l'osservavo del resto più ciò che era al suo interno mi sfuggiva, così come pian piano iniziò a sfuggirmi anche ciò che circondava me e tutto il resto.
D'un tratto fui stanco di provare a ghermire tutta la conoscenza dell'esistente, o del non esistente forse, e d'altra parte, presumibilmente per il fatto di essere rimasto troppo tempo seduto nella medesima posizione, la testa cominciò a farmi male, tant'è che avvertii l'esigenza di alzarmi e uscire da quello studio, magari spostarmi in un punto della casa che fosse più illuminato e perchè no?, cambiare aria.
C'era un grande finestrone nel salone di casa, dove eravamo soliti mangiare io e lei, guardandoci negli occhi e assaporandoci, o meglio, pregustandoci, mentre mangiavamo e gustavamo del buon vino locale. Al centro di esso vi era il grande tavolo, dove consumavamo i nostri pasti e ben più di quelli, talvolta.
Un caminetto cinto di marmo e di arazzi in finto oro, ornava la camera da un lato e, sopra di esso, trovava spazio uno specchio grande e opaco che, ad essere sinceri, mi aveva sempre messo più di un brivido addosso, tanto sembrava antico e proveniente da un altro mondo.
Mi misi di fronte al finestrone e cominciai a guardare fuori. Lasciai i miei occhi liberi, almeno loro, di vagare per il grande prato che si apriva immediatamente dinnanzi la casa, fino alla macchia di alberi in cui tutti si perdeva e al cui interno nessuno aveva mai osato inoltrarsi, ma di cui chiunque bramava di conoscere i misteri.
Adesso stavo totalmente fantasticando. Ovviamente quella di fronte alla casa non era certo una foresta misteriosa e vergine, ma anzi era un pezzo di natura sopravvissuto, grazie all'azione dell'uomo, proprio all'azione dell'uomo, quando questi aveva disboscato gran parte di quelle montagne, per fare spazio a case di villeggiatura, impianti sciistici e alberghi di lusso.
Ovviamente non era un mistero ciò che vi era nel mezzo di quella che con enorme sforzo si poteva ancora chiamare foresta.
Ma talvolta era anche bello fingere che vi fosse, qualcosa che ancora valga la pena di scoprire.
Che la vita di un uomo possa avere ancora qualcosa di magico e di affascinante al di là delle solite dinamiche comuni, note e quindi tristi. Ad ogni modo non era così, e io stavo per deprimermi alquanto.
Decisi quindi di farmi un bicchiere. Pensai che un liquore fidato avrebbe potuto scaldare il mio cuore e rassicurare le mie membra tremanti, così come avrebbero potuto le parole consolatorie di un vecchio amico.
Mi recai perciò alla vetrinetta con i liquori che stava dalla parte opposta al caminetto, nel lato più freddo della stanza. Afferrai un bicchiere e uno schotch ancora chiuso. Che lei mi aveva regalato per l'ultimo dei miei compleanni in cui siamo stati assieme.
Esitai prima di aprire il tappo, come impedito da qualcosa che bloccava i miei nervi e i miei muscoli. Poi lo girai e sentii quasi la stessa sensazione, ovvero come se qualcuno stesse staccando a forza un pezzo di me.
Pochi secondi dopo tutto passò e io fui in grado di versarmi un bel bicchiere liscio che bevvi d'un fiato, prima di riempire nuovamente il bicchiere.
Solo allora mi accorsi che fuori stava nevicando.
La neve cadeva fitta e lenta. Seguiva un movimento quasi ipnotico, placido ma inevitabile. I fiocchi scendevano morbidi e prima di toccare il terreno compivano intricate danze e affascinanti passaggi repentini, trasportate da invisibili aliti di vento fresco, descrivendo talvolta arabeschi favolosi, prima di terminare il loro viaggio e riunirsi ad altri fiocchi simili, ma mai uguali, che già attendevano la loro sorte al suolo. Dopodichè restavano lì immobili.
Ma in ogni caso il loro destino era quello di precipitare al suolo e, dopo qualche tempo, sciogliersi e sparire nel nulla. Proprio come lei, che era pura come la neve stessa. E come sarebbe successo a tutti. Anche a me.
Le cime degli alberi in lontananza cominciavano a coprirsi di bianco, così come di quel colore erano già i tetti distanti, che fumavano dai comignoli, e tutti i prati e le strade circostanti che ora quasi si confondevano in un tutt'uno, restituendo anche i pezzi asfaltati all'ambiente naturale e creando quindi una sorta di illusione temporale, dove tutto si era fermato e cristallizzato. Sotto la neve e sotto il ghiaccio che sempre ne consegue.
L'atmosfera fuori era pacifica e immobile. Non si vedeva alcuna persona punteggiare quel paesaggio così monocromatico e monotono. Solo la neve si muoveva e questo era l'unico particolare che potesse indicare un qualche scorrere nel tempo.
Ogni cosa era morta là fuori. Ma purtroppo lo era anche dentro la casa. Provai ad accendere il caminetto per scaldarmi dato che la temperatura aveva iniziato ad abbassarsi sensibilmente anche dentro quelle mura. Tuttavia non mi riuscii di accendere alcun fuoco con la legna che avevo in casa, e quella fuori era ormai bagnata e comunque era stata divorata dalla neve e chissà se poi l'avrei ritrovata lì una volta che tutto fosse finito.
Intanto fuori la neve aumentava ancora, e i cadaveri dei fiocchi senza vita si ammassavano l'uno su l'altro in sempre maggior numero, formando presto una massa di corpi morti che si era già alzata di parecchi centimetri in poco tempo.
Chiusi quindi le persiane e oscurai totalmente il finestrone e la vista che offriva sull'esterno. Perlomeno fino a che non avesse smesso di nevicare fuori.
Aspettati per diverse ore, in cui non pensai a nulla e mi sgolai quasi la bottiglia intera di schotch, a parte un bicchiere, che mi riempii subito dopo questa constatazione e che ingoiai in un fiato, tossendo un pò. Aspettavo che finisse finalmente di nevicare là fuori.
Non so del resto se poi fuori abbia finito di nevicare. Quello che invece so è che, poco dopo che ebbi finito la bottiglia e poco dopo che la spaccai scagliandola contro quel fottuto pavimento, di quel dannato salone dove sempre, ogni anno, io e lei...io e lei...niente. Tutto si è già sciolto.
Non so del resto se poi fuori avesse finito di nevicare. Quello che invece so è che in breve cominciò a nevicare anche dentro. Dentro la casa, dentro il salone e dentro di me.
I fiocchi cadevano dal tetto lentamente, molto lentamente, quasi restando per un pò sospese, come se la gravità non importasse nemmeno più molto, e il fatto di precipitare al suolo non fosse tanto un obbligo, quanto una possibilità. Inevitabile, ma pur sempre una possibilità.
I fiocchi cadevano dentro la casa, nel salone, e si ammassavano ovunque. Sul tavolone di faggio, sul pavimento, sulle mensole e i soprammobili.
Ovviamente su di me, che stavo immobile come un albero, o come un comignolo.
O come un cadavere, o come un ricordo lontano che aspetta solo di scomparire per sempre.
Alcuni fiocchi entrarono dentro al camino e spensero così, non il fuoco che non mi era riuscito di accendere, ma la stessa possibilità di potere dar vita a qualcosa con una scintilla.
Continuava a nevicare, nella casa. Sbirciai fuori e invece lì aveva smesso.
Ora nevicava solo all'interno e fuori era spuntato anzi un forte sole, luminosissimo e stranamente caldo per la stagione.
Avrei potuto uscire e scaldarmi sotto la sua luce e attendere che la neve si sciogliesse, dando nuovamente vita alla terra assetata sottostante, dove poi sarebbero nati dei fiori meravigliosi e profumati che avrebbero annunciato al mondo di essere i figli orgogliosi di una nevicata di fine dicembre.
Invece mi sdraiai sul pavimento del salone pieno di neve alta quasi mezzo metro, senza alcuno straccio di vestito addosso.
Continuava a nevicare, intanto, e in brevissimo tempo la neve mi coprì totalmente, occultandomi sotto di essa, facendomi sparire e rendendomi solo un fiocco di neve simile, mai uguale, a tutti gli altri. E naturalmente col medesimo destino di sciogliermi e svanire nel nulla. Prima o poi.

Fu solo a febbraio inoltrato, forse inizio marzo che, all'interno della casa di montagna, la neve si sciolse completamente.
Ovviamente sotto di essa io non c'ero più e non mi ritrovarono mai, per quanto mi cercarono.
Al mio posto era nato un fiore con una bellissima corolla blu, profumATo e vivo, il quale con fierezza testimoniò per un'intera stagione di essere il figlio prediletto di una strana nevicata di fine dicembre, prima di essere nuovamente sepolto l'anno dopo e di svanire in quel nulla da cui era venuto fuori, come sempre avviene a ognuno di noi.

martedì 23 dicembre 2014

La felicità produce angoscia



Quanto è spaventosa la felicità,

se sai che un attimo dopo potrebbe essere spazzata via.

Non c'è alcun sollievo in una sensazione di serenità,

ma solo tensione e angoscia per quando essa sarà svanita e ne resterà solo un doloroso ricordo.

Dovresti goderti il momento, dicono.

Ma non c'è nessun attimo che possa esistere senza il pensiero opprimente di ciò che diventerà dopo.

Così come non esiste pianta che non sia stata prima un seme.

Allo stesso modo non esiste tristezza che prima non sia stata gioia.

lunedì 8 dicembre 2014

All' autogrill ( 2 di 2)

Fui colto dal terrore e quasi il bicchiere di vetro mi scivolò dalle mani. Sia le parole in sè, sia l'espressione che assunse subito dopo averle pronunciate non lasciavano presagire nulla di buono. Il suo volto divenne ancora più duro e questa volta sembrava decisamente cattivo, come posseduto da un'entità oscura.
"Che c-cosa?":fu l'unica cosa che riuscii a dire dopo qualche secondo di balbettamenti.
"Molto semplice. Io sono stato incaricato di ucciderti. Uccido dietro ricompensa, dietro lauta ricompensa. Sono un professionista, il migliore. Puntuale e affidabile."
"Cazzo...": esclamai in un misto tra sbigottimento e terrore. Il cuore iniziò a battermi forte. La situazione era pessima. Senza nemmeno saperlo avevo aiutato il mio sicario ed ero stato condotto alla sua tana, dove avrebbe potuto terminare il suo lavoro in tutta tranquillità e senza nemmeno dover faticare troppo.
Avrei voluto semplicemente alzarmi, salutare e andarmene, oppure svanire d'un tratto nel nulla. Ma non credo avrei potuto farlo. E comunque non avevo ancora finito l'ottimo whiskey che Gianni mi aveva offerto, forse per addolcirmi la pillola della morte. Quindi se volevo salvarmi dovevo sbrigarmi a bere.
"Non sapevo chi tu fossi, quando mi hai aiutato. L'ho scoperto solo alla banca, guardando per caso la foto. Ho avuto una grande fortuna oggi. Mi sei venuto tra le mani da solo come un salmone che risalga, saltando fuori dall'acqua, la corrente. Io ovviamente sono l'orso e ti ho preso al volo. E oltretutto mi hai anche salvato dai cacciatori. Non che quei due sbirri avrebbero potuto fermarmi. Ma sicuramente mi avrebbero ostacolato e fatto perdere del tempo prezioso. Così ho pensato di non dirti nulla e di portarti fino alla mia tana e compiere il mio lavoro. Anche perchè penso che se ti avessi detto la verità, non mi avresti aiutato e te la saresti data a gambe."
Parlava con una piattezza inumana, senza nessuna emozione, senza nessun movimento del volto che potesse indicare una qualche sensazione. Era monumentale e pragmatico,calmo e freddo. Sono cose che mi hanno sempre terrorizzato in un uomo, senza che questo volesse uccidermi. Potete immaginare in un contesto del genere. Tremavo di paura e non osavo quasi respirare. Non mi negai però il piacere di un sorso di whiskey ghiacciato.
"Vedo che tremi giustamente": disse sorridendo. Forse quella situazione bizzarra lo divertiva.
"No, sciolgo i muscoli": risposi io.
Sorrise ancora e si girò dall'altra parte dandomi le spalle e parlando verso il muro.
"Sono sempre stato il migliore nel mio lavoro. Mai sbagliato un colpo in oltre trent'anni. Sempre rapido ed efficiente al massimo. Se ci fosse un maledetto certificato di qualità per i serial killer, io ne avrei uno. Individuo le mie vittime, le avvicino e le uccido. Poi prendo qualcosa di loro come souvenir. Una sorta di modo per restare in connessione con le persone cui tolgo la vita, una specie di continuità spirituale e cazzate del genere. Scommetto che tu capisci. Qui ne vedi parecchi. L'auto di oggi...sei stato provvidenziale prima. Mi hai salvato dalla polizia, pur sapendo che come minimo ero un ladro. Perchè lo sapevi. Avevi intuito qualcosa al volo, sei un tipo sveglio. Io l'ho capito subito".
Annuii e deglutii pesantemente. Non potevo farmi i dananti cazzi miei all'autogrill? Perchè cazzo avevo deciso di aiutare un delinquente? Sì, perchè aveva ragione Gianni. Avevo capito che c'era qualcosa di losco in lui. Per questo l'ho aiutato. 
Avevo una paura fottuta. Cercavo con le dita il bicchiere di whiskey sul tavolino e non lo trovavo.
Si girò ancora verso di me e mi sorrise. Poi cambiò nuovamente espressione, riassumendo quella sua aria così inespressiva e glaciale che mi annichiliva e mi terrorizzava. Tirò fuori dalla tasca di una giacca appesa ad un gancio a muro una pistola, e me la puntò addosso. Vedevo il buco nero della canna e avvertii come la sensazione di esservi risucchiato all'interno fino ad un luogo dove non ci sarebbe stato alcun rumore e alcun tono di colore. La mia morte. Per omicidio dietro ordine. Mai avrei immaginato ciò da bambino. O forse sì. Ad ogni modo era fatta, e presto sarebbe finita. Diedi l'ultimo sorso e chiusi gli occhi, attendendo lo sparo. Mi batteva il cuore forte e sudavo freddo, ma per il resto non sentivo più nulla. Nemmeno la paura ad un tratto. Ero diventando un pò come Gianni. Freddo, glaciale e indifferente davanti la morte. Come se fosse qualcosa che non mi riguardasse nemmeno.
Attendevo lo sparo, ad occhi chiusi. E desideravo solo che arrivasse. In fretta. Attendevo lo sparo. E poi il vuoto. Ecco che ora arriva. Lo sparo. 



"Ma ho deciso di non ucciderti": mi rivelò all'improvviso mentre aspettavo il "bang".
"Ti devo un favore in fondo. Mi hai aiutato anche se sapevi che ero un ladro e mi hai salvato dalla polizia. Ho anche io un codice d'onore, pure se ti sembrerà strano. Non posso uccidere una persona che mi ha salvato il culo, non voglio. E poi...e poi quello stronzo che ti vuole morto...io non lo posso sopportare. Però paga piuttosto bene, capisci? Ecco perchè non lo ammazzo a mia volta. Altrimenti lo avrei fatto, credimi. È uno che se lo merita, quel viscido pervertito."
riaprii gli occhi: "eh?".
O stavo sognando, oppure ero già morto. Troppe emozioni. Mi stavo iniziando a scocciare. Bevvi dell' altro whiskey. 

Gianni si riavvicinò alla finestra e tenendo le mani incrociate dietro la schiena, iniziò a scrutare il cielo fuori con aria quasi malinconica. Stava pensando a qualcosa con la sua solita aria fissa e assorta, come una statua.
Aveva detto a Fabio che non lo avrebbe ucciso, ma il ragazzo non era comunque ancora così tranquillo. Nemmeno il whiskey servì a calmarlo e finì il bicchiere che il cuore ancora gli batteva forte. Ebbe un sussulto, quando Gianni si voltò di scatto verso di lui, riprendendo vita dalla sua immobilità di marmo. Lo fissò qualche secondo come al solito. Fabio stavolta si rese conto che più che fissare, Gianni lo stava penetrando con lo sguardo, andando alla ricerca di non si sa che cosa.
"Perchè quello vuole ucciderti?": chiese all'improvviso.
"Pensavo tu lo sapessi..": rispose Fabio.
"No, io non sono pagato per sapere le cose. Sono come un soldato, io devo agire, eseguire. Non sapere. Non conoscere."
"Ma adesso stai insubordinando."
"Ho anche io un mio codice di onore, te lo ripeto. Anche i soldati lo hanno."
Fabio calò gli occhi sul pavimento e restò così per un pò pensando a questo codice di onore. L'onore di un killer seriale, di un mercenario.
"Non lo puoi capire. Non starci nemmeno a pensare": gli suggerì Gianni con un sorriso tra l'amichevole e lo scherno, di chi sicuramente aveva già provato a riflettervi su e aveva capito che tutto sarebbe stato inutile e che quello era solo tempo sprecato. Come sempre.
"Sì..": sillabò Fabio.
Il codice di onore consisteva semplicemente nel fatto di essere stato salvato e di dovere ricambiare il favore. E disubbidire ad un ordine, in questo caso. Tradire la parola data, il proprio marchio di fabbrica. Per così dire. Ma non importa se in ballo c'è l'onore. L'onore è la cosa più importante. Fabio pensava a queste cose. Le capiva, ma restavano assurde. E lui era uscito solo per comprare le sigarette. Ma era domenica, i tabaccai erano tutti chiusi e aveva perso la tessera sanitaria per acquistare dal distributore automatico. Così aveva dovuto ripiegare per l'autogrill più vicino. A volte gli imprevisti sono più grandi di noi e tavolta è la casualità, e non il progetto di vita, studiato e preparato nei dettagli, a influenzare e a decidere come andrà la nostra esistenza. Quasi sempre anzi, per non dire sempre. E questo era ancora più assurdo.
Gianni si sedette di fronte a Fabio. Occhi negli occhi, una cosa che Fabio riusciva a sopportare a fatica. Prese la bottiglia di whiskey e riempì di nuovo i due bicchieri.
Il volto di Fabio si illuminò e il cuore rallentò almeno un pò. Strinse il bicchiere, buttò giù il liquore e Gianni subito gliene verso un altro.
"Grazie": disse Fabio.
"Vedi, se non ti uccido è anche per severa antipatia che provo verso chi ha commissionato il tuo assassinio. Dovresti conoscerlo bene: il signor Andrighetti": disse Gianni.
Fabio ebbe un sussulto. Ma nemmeno tanto grande. Doveva aspettarselo. Il mondo degli affari era così.
"Allora che gli hai fatto?": continuò Gianni.
Fabio restò a fissare i suoi piedi e il pavimento per qualche secondo, poi alzò la testa per guardare Gianni. Lo fissò quasi alla stessa maniera in cui l'assassino fissava le persone. Senza emozioni, freddo. Come la morte, prima di falciare una nuova vittima.
Gli disse: "affari. Vuole uccidermi semplicemente per affari. Io sono diventato da un pò di tempo un continuo rischio per lui. La classica mina vagante."
"Continua..": Fabio gli spiegò che aveva lavorato per lui, come uomo fidato del suo staff, un consigliere insomma, una specie. Però ad un certo punto aveva voluto uscirne, perchè aveva scoperto cose che non lo facevano stare in pace con la sua coscienza. Affari troppo sporchi. Fabio non era un moralista e sapeva che dove entrava il denaro, l'aria finiva poi sempre per puzzare. Ma quello che era troppo era troppo, e in alcuni casi il fetore diventava irrespirabile. E Fabio non avrebbe mai voluto morire soffocato.
"Che tipo di affari?"
"Schiavismo, traffico di esseri umani. Acquista i disperati clandestini come schiavi e li sfrutta nei suoi stabilimenti illegali. E poi spionaggio. Spionaggio di alti livelli, con tutto ciò che comporta. Penso che tu sappia bene cosa c'è dietro a queste cose (Gianni annuì). Io gli ho parlato della mia volontà di uscirne. Dovevo capire come stavano le cose, quando mi disse: "o stai con noi, o non stai con nessuno". Che gran figlio di puttana a volermi uccidere però, in fondo non sono nemmeno andato a denunciarlo come avrei dovuto. Non credi Gianni?"
"Già! Anche perchè non vuole nemmeno sporcarsi la camicia per farlo. Scansafatiche..."
Iniziarono a ridere insieme, quasi come vecchi amici e Fabio si sorprese un pò di stare ridendo su una cosa simile, seduto con la persona che avrebbe dovuto ucciderlo. Ma non troppo in fin dei conti. Poi scolarono la bottiglia di whiskey, continuando a parlare e a ridere fino a che non si fece notte fonda.

PROLOGO

Lo stavamo inseguendo da più di mezz'ora oramai, da quando aveva lasciato il suo ufficio. Aveva imboccato l'autostrada a tutta velocità. Adesso era tranquillo, sicuro che tutto si fosse sistemato. Non sapeva minimamente che i ruoli si erano invertiti dalla sera prima. Adesso lui era la preda, mentre pensava di essere una tigre e di divorare l'asfalto, contornato dal sole rosso che iniziava a morire. Ad un tratto mise la freccia per entrare in un' area di servizio. Gianni sorrise appena, ma gli occhi ebbero un lampo sfavillante. Mi guardò in segno di intesa. Era tempo di mettersi al lavoro.
Quella era la stessa area di servizio dove tutto era cominciato. Pensai ad una simpatica coincidenza, ma Gianni mi spiegò tutto: "avevamo qui appuntamento per il saldo del pagamento, capisci?"
Feci segno di sì e fui percorso da un brivido lungo la schiena, pensando che quel denaro era per la mia morte. Ma ora non importava più. Era tempo di mettersi al lavoro, appunto.
Parcheggiammo a qualche metro di distanza da lui, che scese dall'auto e si diresse dentro con piglio sicuro.
"Sarà nel bagno degli uomini": mi confidò Gianni.
Poi mi disse di andare, e fare presto. Gianni guadagnò il posto di guida e tenne il motore acceso.
Scesi dall'auto e raggiunsi il bagno. Vidi quell'orrendo porco obeso darsi una rinfrescata al viso e mi misi dietro di lui, alle sue spalle, aspettando che rialzasse la sua testa di cazzo. Finalmente la alzò. Ebbe un gran sussulto, quando vide la mia immagine riflessa accanto alla sua. E non sbagliò. Si girò lentamente e quando fu completamente voltato la canna della pistola, provvista di silenziatore, che Gianni mi aveva dato, gli premeva contro la fronte. 
Fu un attimo. Un sibilo tanto sommesso quanto definitivo e letale. Quasi come il morso di un serpente di metallo. Poi presi il resto dei soldi ed uscii. Gianni mi aspettava in auto.

FINE 

All' autogrill ( 1 di 2)

EPILOGO

Lo studio del magnate era ampio e ben illuminato. Alla scrivania nera e lucida, si potevano immediatamente notare le foto di famiglia, una famiglia felice, un calendarietto dove stavano annotati alcuni impegni e appuntamenti. Compreso quello importantissimo di oggi. Il magnate aveva comunque una segretaria alle sue dipendenze, ma quel tipo di incontri era di quelli che vanno gestiti personalmente e con la massima discrezione.
"La ringrazio per essere venuto tanto celermente..": iniziò a dire rivolto a Gianni che ascoltava come suo solito senza guardare negli occhi il suo interlocutore, e con la testa bassa come se fosse gravata da milioni di pensieri inconfessabili.
"...Ecco, questo è quanto. In questa busta gialla troverà una foto della persona di cui dovrà occuparsi, assieme ad un mini- fascicolo contenente alcune informazioni che le potranno esssere d'aiuto per trovare questo piccolo bastardo. Naturalmente il suo anticipo è già stato versato al solito conto. So che lei, signor Gianni, è un tipo che apprezza molto la precisione e la puntualità. Per questo ho scelto di rivolgermi a lei tra tutti. Allora, posso contare nuovamente sui suoi servizi e la sua discrezione?"
Quella era una domanda retorica, che non andava nemmeno posta.
Gianni rialzò lo sguardo dal pavimento, che sembrava per un momento averlo ipnotizzato, e lo puntò sul magnate, che si sentì come trafitto da frecce velenose e ardenti.
Poi disse solamente: "certamente".
Dopodichè si voltò, e lasciò lo studio.



Fermò l'auto proprio di fronte all'ingresso dell'autogrill, ma dalla parte opposta del parcheggio. Aveva un lavoro da fare. C'era una foto che avrebbe dovuto guardare e che teneva all' interno di una busta gialla, che stava sul sedile di dietro, insieme ad un piccolo fascicolo contentente alcune informazioni, e inoltre c' era una persona da cercare e trovare. La persona della foto ovviamente. L'avrebbe guardata dopo, ma adesso la fame lo stava divorando vivo, così decise di fare quella piccola sosta. Questione di minuti. Comunque prese con sè la busta, scese e chiuse l'auto.
Guarderò dopo quella dannata foto, pensava.
Entrò nell'autogrill, attraverso le porte scorrevoli, e fu subito investito dal getto dell'aria condizionata, che gli provocò un gran sollievo, ma solo momentaneo, dal caldo che lo affliggeva. Poi si rese conto che la temperatura era decisamente troppo fresca all'interno rispetto a quanto lo fosse fuori. Riflettè sui possibili danni che questo avrebbe potuto provocare alla sua salute, e quasi immediatamente iniziò a sentire la gola che gli bruciava. Era un pò ipocondriaco e questo lo sapeva.
Cercando di ignorare questa situazione, si diresse verso il bancone del bar dove ordinò un caffè lungo e un panino. Lo divorò, lasciando libero lo sguardo di correre tra i reparti dell'area di servizio. C' era gente di tutti i tipi:lavoratori, gente che partiva, gente che tornava, gente che andava, e c'era anche chi passava semplicemente da là. Persone qualsiasi qualunque. Due poliziotti uscirono poco prima che finisse il panino e si diressero verso il parcheggio.
Lui si recò invece al bagno per darsi una rinfrescata, perchè veniva da un viaggio piuttosto lungo e il caldo fuori era soffocante e acre.
Finalmente fu il momento di ripartire, diretto verso casa, dove avrebbe, con molta calma e al fresco del ventilatore, osservato e memorizzato il viso della persona presente nella foto, che aveva appena ricevuto dal suo cliente e prepararsi per lo svolgimento del caso che gli era stato assegnato. Ma soprattutto, cosa più importante, avrebbe dovuto prima prelevare l'anticipo che gli era stato profuso per il disturbo. Poi sarebbe potuto finalmente tornare a casa e mettersi comodo. E magari farsi anche un bel cicchetto rinfrescante.
C'era quindi tanto lavoro da fare, e il tempo non era poi molto. Anche se lui non aveva mai finito un compito in ritardo, in quel periodo era un pò stressato. Forse il forte caldo lo innervosiva e ora non era nemmeno più come dieci anni fa. Stava invecchiando e sentiva molto di più i rigori del clima, così come certi disturbi intestinali che ogni tanto lo prendevano la notte, ma nulla di che. Tutte cose queste che, però, avrebbero potuto distrarlo o rallentarlo. Ma lui era uno che faceva della precisione e della puntualità i suoi segni distintivi. Decise dunque di sbrigarsi e guadagnò l'uscita.
Ancora una volta il getto di aria condizionata, davanti le porte scorrevoli, e un attimo dopo era nuovamente inghiottito dal sole e dal caldo. Si mise gli occhiali scuri per vincere l'abbaglio della luce e poterci vedere bene, ma quello che vide non gli piacque e forse non avrebbe mai voluto verderlo. I due poliziotti, quelli che aveva incrociato all'interno dell'autogrill e che lo avevano preceduto nell'uscita, erano stati attratti per qualche ragione dalla sua auto, e adesso le gironzolavano attorno, trasmittenti alla mano, con aria e modi di chi nutre qualche sospetto.
Decise quindi di temporeggiare e osservare da lontano l'evolversi della situazione (non aveva molta dimestichezza con le forze dell'ordine, così preferì aspettare prima di agire in qualunque modo). Trovò una panchina all'ombra in una posizione abbastanza ventilata. Vi si accomodò e si accese una sigaretta osservando furtivamente, di quando in quando, i due militari e le loro mosse.

Entrai nel parcheggio cantando a squarciagola. Alla radio passavano una canzone che mi faceva letteralmente impazzire. La mia attenzione fu però immediatamente attirata da un'auto della polizia parcheggiata in malo modo nel mezzo della carreggiata, ostacolando in parte l'ingresso all'area di sosta, in barba al codice della strada. La cosa mi infastidì non poco, ma dovetti comunque abbassare il volume e il tono di voce per non attirare attenzioni non desiderate verso di me. Appena più avanti vidi i militari curiosare, come loro uso, nei pressi di un' automobile molto appariscente. Avevano le trasmittenti in mano e comunicavano con la centrale, qualcosa che riguardava un auto rubata, concludendo alla fine con un: "ok,..lo aspetteremo qui..."
Cercai un parcheggio all' ombra, per fare in modo che la mia auto non diventasse un forno durante la mia sosta all'autogrill. Ne trovai uno davanti una panchina, dove stava seduto un uomo di mezzo età e dal viso scultoreo e massiccio, che con finta disinvoltura tentava di non dare nell'occhio mentre osservava la sua auto nella grinfie della polizia. Era evidente che avesse qualche problemino. Così, spinto da un anelito di umanità e solidarietà, mi offrii di aiutarlo. Non so bene nemmeno io perchè lo feci, perchè mi offrissi di dare una mano ad un probabile ladro fuggitivo, quando ero lì unicamente per comprare un pacchetto di sigarette. Ma è quello che mi sentii di fare quella volta, ed è quindi ciò che feci.
Abbassai dunque il finestrino senza nemmeno scendere dall' auto e gli feci cenno di avvicinarsi. Lui mi guardò dapprima un pò torvo. Sembrava uno di quei classici tipi che non si fidano mai, di nessuno. Però poi si avvicinò e non ebbe un' esitazione quando gli dissi di salire. Era evidente che al momento non avesse grosse alternative e che preferisse accettare l'aiuto di uno sconosciuto, che avrebbe potuto anche essere un malintenzionato, rispetto alla possibilità di avere dei problemi con due sbirri ficcanaso.

Avevamo lasciato l' autogrill da cinque minuti circa, e questo strano tizio che mi ero offerto di aiutare non aveva ancora spiccicato una parola. Continuava solamente a fumare e a guardare fuori dal finestrino con aria pensosa e quasi nervosa. Forse pensava alla sua auto. O forse a un suo vecchio amore di gioventù. Non lo so.
Il silenzio era interrotto solo dalla musica dell' autoradio, che però non sembrava interessarlo, o distrarlo, particolarmente. Evidentemente aveva altri gusti. Provai ad andargli incontro, anche perchè l'atmosfera dentro quell' auto iniziava a farsi strana e piuttosto pensate: "che cosa vuoi sentire?"
Si girò verso di me molto lentamente e mi guardò per qualche secondo senza batter ciglio, tirando solo una gran boccata dalla sigaretta che stringeva tra le dita, sembrava quasi dovesse capire dove si trovasse, poi con voce atona disse: "Frank Sinatra."
Lo accontentai. Dopo qualche minuto sembrò rilassarsi un tantino e iniziò perfino a canticchiare a voce bassa, molto bene per giunta. Così lo seguii anche io. 
Il vento che arrivava da fuori era bollente nonostante l'elevata velocità dell'auto. Faceva davvero un caldo estenuante. Pensai che forse il mio ospite era così sulle sue per via della calura. O forse era solo molto timido. Non lo so.
"Non ci siamo ancora presentati", dissi infine: "io mi chiamo Fabio, piacere".
Lui si girò verso di me, sempre molto lentamente, sembrava fare tutto con studiata lentezza, e mi fissò ancora qualche secondo. Chissà che stava pensando? Era in effetti un tizio un pò inquietante e misterioso. Poi tornò a guadare dritto davanti a se, come se fosse stato lui a dovere guidare e a fare attenzione alla strada, e mi rispose, sempre con quel tono privo di ogni inflessione:"Gianni". Dopodichè riprese a fare silenzio e continuò a fissare qualcosa davanti a sè. Chissà cosa?
Sembrava quasi che il suono della voce umana lo infastidisse. A parte per ciò che riguardava Frank Sinatra da quanto mi era stato dato di poter vedere. Era un tipo molto chiuso e schivo, ma mi dava anche l'idea di essere completamente inoffensivo. Forse aveva semplicemente i fatti suoi, con tutta quella faccenda dell'auto e degli sbirri.
Il viaggio seguitava tra l' alta velocità e la musica. Di conversazione solo qualche ombra, degli sprazzi isolati, come macchie di colore su una tela.
Stavamo in silenzio da qualche minuto oramai, quando mi disse, o per meglio dire, mi ordinò: "alla prossima esci dall'autostrada e fermati al primo bancomat che trovi".
Non feci ulteriori domande e mi limitai ad annuire con un mezzo sorriso. Volevo che quello strano personaggio si sentisse quanto meno al sicuro e a suo agio, perchè con quel suo strano comportamento iniziava a trasmettermi una sensazione di irrequietezza.
Ne trovai una a pochi chilometri dall'uscita e mi fermai come richiesto.
" Ti aspetterò in auto": dissi.
Non si voltò nemmeno, quasi non gli interessasse nulla che lo aspettassi o meno. Scese ed entro in banca guardando fisso davanti a sè,come a volere anticipare i suoi stessi passi e portandosi dietro una busta di colore giallo che non aveva smesso di stringere nemmeno per un istante. Ad ogni modo mi sembrò di intuire, non so da cosa, che quel mio istinto di riservatezza, fosse stato gradito.
Dalla banca uscì velocemente e altrettanto velocemente salì in macchina, dicendomi, questa volta, di nuovo, quasi senza osservarmi, di portarlo a casa.
"Ti guiderò io, non è distante": disse.
"D' accordo": mi limitai a dire. Del resto non è che avessi nulla di meglio da fare. E poi quel giorno sentivo che avrei dovuto fare così. Quindi riavviai l'auto e ripartii.

Guarda te che botta di culo incredibile, pensava Gianni in auto.
Quando era entrato in banca, e si era recato verso il bancomat, aveva anche colto l'occasione per portarsi avanti col lavoro. Aveva aperto la busta gialla che teneva tra le mani e ne aveva tirato fuori una polaroid, raffigurante un giovane ragazzo, il quale, seppur non fosse in primissimo piano nella foto, si poteva dire che somigliasse dannatamente al tizio che lo aveva tirato su all'autogrill, offrendogli una insperata via di fuga dalla polizia, che lo stava ricercando per quella famosa "auto rubata.." e che lo stava aspettando e che prima o poi l'avrebbe notato lì seduto all'ombra su quella panchina. E c'era ben dell'altro, oltre un' auto rubata, sulla sua coscienza.
Tirò quindi fuori anche il fascicoletto, riguardante la persona che doveva trovare, un paio di fogli con qualche informazione utile per rintracciare l'obiettivo. Ovviamente anche il nome era riportato, e campeggiava sul primo foglio in alto a sinistra. Fabio, c'era scritto. Questo era il nome del ragazzo sulla foto, la persona da cercare e da trovare.
Quanto è piccolo questo mondo, si ritrovò a pensare. La fortuna almeno voltava dalla sua parte in quella giornata di afosa calura estiva. Se non altro avrebbe risparmiato del tempo e della fatica.
Solo poche ore prima era stato da un importante magnate della città. Era un suo cliente e aveva un lavoro molto importante e urgente per lui. Il magnate l'aveva chiamato la notte prima. Era agitato e nervoso e diceva che aveva una spina nel fianco che non voleva uscire e che in più rischiava di penetrargli attraverso le vene fino al cuore. Lo voleva vedere appena possibile, anche il mattino dopo. Se non fosse stato possibile la notte stessa. Gianni disse che no, la notte stessa non era affatto possibile e che si sarebbero visti il mattino dopo, e così era stato. Perchè Gianni era un tipo di parola. Puntuale e di parola. Affidabile. Soprattutto per ciò che riguardava certe cose.
Il suo compito non si distaccava molto dal solito, ed era appunto quello di eliminare quella spina dal fianco del magnate, come fosse stato un primario di chirurgia, e di gettarlo dove nessuno lo avrebbe trovato per parecchio tempo. Insomma, al di là della cripticità del linguaggio tecnico, si trattava di uccidere quello scocciatore e farlo sparire. E lo scocciatore in questione chi era?
Che botta di culo, continuava a pensare Gianni. La fortuna era con lui. Aveva il coniglio nella tana. Non restava che sferrargli il colpo finale. Facile ed indolore, almeno per lui.
Che gran botta di culo, pensava ancora Gianni.
Poi fece quello che doveva fare in banca, ritirò il suo denaro, che in quella occasione gli parve quasi un regalo di Natale anticipato, e se ne uscì, avendo ben presente quali sarebbero state le sue prossime mosse.

Quello strano tizio, ovvero Gianni, rientrò in auto richiudendo la portiera con decisione, quasi sbattendola. Si girò a guardarmi, come se volesse accertarsi di qualcosa. Restò in silenzio un pò poi mi disse di seguire la strada e di girare a destra al secondo semaforo.
"Come vuoi, amico": risposi.
Partii tenendo fuori il braccio dal finestrino e fischiettando. C'era sempre Frank Sinatra "on air", con la sua hit "Fly me to the moon", ma al mio ospite sembrava non importasse più. Non canticchiava e non sembrava più affascinato come prima dalla corposità mielosa della voce di Sinatra. Era come se si fosse incantato a pensare. Non osavo interrompere i suoi pensieri. Con quel viso serio e così freddo, faceva un pò soggezione se stava in silenzio e quasi immobile in quella maniera, simile ad un cobra e ugualmente pronto a scattare in un batter di ciglia e a farlo in modo assolutamente letale.
Ad un tratto tutto il suo corpo sembrò rilassarsi e il suo viso ebbe un lampo di luminosità, sottolineato da un raggio di sole che lo colpì proprio in quel frangente. Abbozzò anche una specie di sorriso girandosi verso me, ma che in realtà somigliava di più ad un taglio sul volto o a una specie di ghigno sinistro.
"Che fai nella vita, ragazzo?": mi chiese.
"Cerco di sfondare, mio caro. Come tutti": risposi.
Ero contento che avesse iniziato a parlare di sua iniziativa e che sembrasse più rilassato. Prima, quando aveva assunto quell'espressione marmorea e glaciale, e se ne stava lì senza aprire bocca, mi aveva messo addosso parecchia inquietudine. Forse anche una lieve sensazione di paura, sotto forma di una impressione di freddo che mi cingeva le ossa e i muscoli.
"Sei di qui?": mi chiese dopo.
"Sì": risposi.
"Siamo quasi arrivati. Gira a sinistra e adesso di nuovo a sinistra. Quel palazzo in fondo alla via, ecco".
Fermai l'auto di fronte al portone d'ingresso. Gianni girò le chiavi nel quadro e spense l'auto. Staccò le chiavi e se le infilò in tasca.
"Hey..": protestai stupito. Non capivo cosa avesse in mente adesso, e la cosa sinceramente mi terrorizzava.
"Forza, vieni con me. Ti offro qualcosa da bere per sdebitarmi del passaggio": disse solamente.
Quella sua ultima mossa quindi mi aveva messo in un certo stato di fermento e agitazione. Che aveva in mente quello strano tizio? Perchè d'improvviso si comportava in quella maniera assurda e lievemente minacciosa.
Provai a defilarmi, dicendogli che apprezzavo l'invito, ma che davvero non avevo tempo e che sarei proprio dovuto scappare e che avremmo comunque potuto fare un'altra volta, oppure che poteva considerarlo un favore personale da parte mia e che non aveva quindi nulla di cui sdebitarsi. Ma Gianni mi spiegò con parole molto semplici e chiare che avrei dovuto fare quello che mi diceva. E che insomma, se ancora non lo avessi capito, non avevo alcun margine di alternativa. Al che tutto mi fu subito più chiaro. Scesi dall'auto e lo seguii.

Gianni abitava in una palazzina di edilizia popolare di circa trent'anni fa, in una zona periferica della città, ma che comunque era in un quartiere piuttosto silenzioso e tranquillo. Riservato. Proprio come Gianni stesso. Salimmo al terzo piano, al suo appartamento. Mi invitò ad entrare. Era un bel bilocale, dove i due locali erano stati uniti e adesso ne formavano uno unico molto luminoso per via di una grande finestra che vi trovava spazio. Era arredato semplicemente, ma con un certo gusto. Non potei fare a meno di notare un'infinità di souvenirs su delle mensole a muro.
"Devi essere uno che viaggia molto": dissi.
Abbozzò una risata, poi mi confidò: "sono regali di amici."
"Allora? Perchè mi hai costretto a salire? Che cazzo sei? Qualche specie di maniaco?": gli domandai a bruciapelo.
Scoppiò in una sonora risata, la prima che gli sentivo fare. Prese due bicchieri e li riempì di whiskey e ghiaccio, poichè faceva troppo caldo per berlo liscio.
"Te l'ho già detto. Devo offrirti da bere per sdebitarmi della tua gentilezza": e mi porse uno dei due bicchieri.
Ero stranito, un pò spaventato, ma anche assetato. Iniziai perciò a sorseggiare il mio whiskey, mentre Gianni mi fissava con occhi di ghiaccio incandescenti come tizzoni. Sembravano ferirmi, farmi del male. Mi domandavo cosa stesse pensando, ma il suo volto era impenetrabile come una fitta nebbia. Diedi un' altra sorsata e lui ancora mi fissava immobile, come incantato. Sembrava proprio un fottuto maniaco. Iniziai a sudare freddo, nonostante il caldo, e ad avere anche i brividi.
Poi alla fine si smosse, smise di fissarmi in quella maniera e fece finalmente qualcosa.
Lo vidi armeggiare con una busta gialla, che avevo notato aver tenuto stretta per tutto il viaggio di prima. Ne tirò quindi fuori il contenuto. Era una polaroid. Mi guardò qualche secondo con estrema attenzione come era solito fare, poi mi lanciò la foto che cadde dalla parte del ritratto poco distante dai miei piedi. La raccolsi per osservarla meglio e..sorpresa.

"Perchè ci sono io su questa foto? E come fai ad averla?": domandai cercando di sembrare il più impassibile possibile,tentando di emulare la fredda calma di lui, ma non potendo totalmente nascondere la paura che adesso stavo provando e che traspariva dall'evidente tremore che mi percorreva per intero.
Mi fissò tenendo una mano davanti al labbro, muovendo la bocca come per accompagnare i pensieri. Dopo tirò un sospiro secco e breve, si alzò in piedi e iniziò a passeggiare per la stanza, fino a che non si fermò, come se qualcuno avesse premuto un pulsante, tenendo il bicchiere in mano davanti alla immensa finestra che dava su un bel balcone pieno di piante e puntando il suo sguardo verso un punto il più lontano possibile. Diede una sorsata dal suo whiskey, dando l'impressione di provare grande sollievo, e iniziò finalmente a parlare, ma senza guardarmi. Con lo sguardo rivolto altrove, ad un punto lontano che io non potevo vedere.
"Tu sei una spina che io devo estirpare": mi disse alla fine.

venerdì 5 dicembre 2014

Dimensioni Parallele


Spazio- tempo. Qualche punto al largo di esso. Due dimensioni parallele girano sul loro asse. Si stacca una vite dal cardine di una delle due che si scontra con l'altra.
Una città qualunque, un appartamento squallido qualunque, in una dimensione qualunque.

Ed si svegliò di malumore. Come poteva essere diversamente? Era nei guai fino al collo, se non c'era vento. Troppi pensieri per dormire bene, financo per dormire in realtà. Non appena aprì gli occhi vide, appoggiato sul comodino accanto al letto, un sudicio pezzo di carta stropicciato che gli ricordava quanti giorni mancavano al pagamento dell'affitto. Decisamente troppo pochi. Mancavano infatti solo due giorni. Due settimane fa. Che brutto risveglio, si ritrovò a pensare Ed. E non era quella la prima volta che gli accadeva di pensarlo.
Ed non aveva un lavoro purtroppo. Per carità, non che morisse dalla voglia di averlo. Viveva in affitto in una topaia, quando era pulita, ed era in ritardo con l'affitto. "Ultimo avviso".  In banca la situazione non era migliore di certo. Anzi, meglio stare lontano dalla banca. Se non si era armati e coperti in volto ovviamente.
Ed viveva con un amico, un piccolo delinquente (automobili per lo più), ancora più in canna di lui. Guardò quel fottuto foglio ancora una volta, dopodichè si rigirò e richiuse gli occhi.
Fu svegliato da un potente schiaffo sulla nuca. Era il suo convivente, quel coglione, l'amico di prima:Bob.
Il primo istinto fu quello di alzarsi dal letto e riempire la faccia di pugni a quello stronzo buono a nulla. Ma era pur sempre un amico (probabilmente l'unico). E poi oggi in testa aveva uno strano pensiero e un umore singolare. Non sapeva. Si era svegliato così.
"Hey bob, pensa se ci fosse un altro mondo oltre questo, dove io sono ricco a manetta e non devo fingermi morto con i creditori": gli disse dal letto mentre si accarezzava lo scroto.
Bob lo guardò stranito per qualche secondo, poi abbozzò una specie di sorriso da stronzo e gli disse: "ma che cazzo stai dicendo? Tu saresti un morto di fame anche in un qualunque altro mondo possibile".
Poi esplose in una risata gracchiante e fastidiosa da sberleffo.
"Parlo sul serio Bob. Magari tu di là saresti una persona importante. Tipo un serial killer, o un maniaco depravato del cazzo".
"Figlio di puttana!!!": urlò Bob. Ci era rimasto male. Il suo fratellastro infatti era proprio un pazzo maniaco fuori di testa e attualmente si trovava in una prigione di stato a scontare un paio di ergastoli.
"Toccato..comunque potrei iniziare con te, testa di cazzo".
Bob era proprio un amico alla fine. Un idiota imbroglione, sudicio grassone e alcolizzato. Ma un amico.

Ricercato dalla banca che avrebbe continuato a chiamare per i loro fottuti soldi, se solo si fosse potuto permettere un telefono. Indietrissimo con l'affitto, una ruota dell'auto a terra, e un pò di acidità di stomaco, Ed si alzò comunque e si diresse verso il bagno, sotto la doccia.
Era una giornata del cazzo come tutte le altre. Di merda, pensava Ed lavandosi il culo. Chissà che non fosse stata un'associazione di idee. Ma c'era qualcosa di diverso in quello squallore quotidiano. C'era il frigo vuoto, eccettuati gli scarafaggi. C'era bob che puzzava e non si voleva lavare. C'era disordine e sporco ovunque. Ma c'era anche qualcosa in più. C'era un pensiero fisso in testa, come un foglio di giornale attaccato al frigo con segnata qualche scadenza poco leggibile e troppo vicina. Le dimensioni parallele. Dove sono ricco e pieno di donne..
Pensava a questo sotto la doccia. Ai soldi, alle donne, agli altri mondi, le bollette, quel bastardo del padrone di casa, Bob ,le sue ascelle fetenti...
Troppi pensieri in testa. Ed non fece attenzione ad appoggiare i suoi piedi bagnati. Scivolò battendo la testa. E svenne.

Quando si risvegliò, il primo pensiero che gli venne in mente, dopo le imprecazioni di rito ovviamente, che non furono sicuramente poche, fu: ma dove cazzo mi trovo?
Era evidente che non era a casa sua, dato che dormiva su un letto a due piazze con baldacchino e con le gambe non infestate dalle tarme. Inoltre c' erano molti soprammobili in quella stanza. Più che in tutto il suo appartamento-topaia. E nessuno di quei fottuti soprammobili sembrava qualcosa che lui volesse avere nella sua casa.
"Booooooooooooooooooooooob", urlò: "dove cazzo seiiiiiiiiiiii? Vieni quiiiiiiiiiiii!!! Muovi quel fottuto culo lardoso!!!"
Al posto di Bob, però, si presentò una ragazza bella e distinta. Odorava decisamente troppo di fiori per essere Bob, e oltretutto non gli somigliava per nulla. Per fortuna.
Portava in mano la colazione quella dolce ragazza. Lo guardò sorridendo, tanto che Ed sentì che gli veniva duro, e disse:" ben svegliato, mr Ross (era il suo nome, in effetti)". 
Ed avrebbe avuto una voglia matta di buttarsela nel letto e farsela, però tutto ciò che fece fu limitarsi a domandare:" scusami dolcezza, potresti dirmi dove sono?"
La ragazza scoppiò in una musicale risata: "sempre in vena di scherzi, mr. Ross. Già di prima mattina".
Ad ogni modo, vedendo che mr. Ross continuava a sembrare confuso e disorientato, gli rispose che si trovava a letto nella sua villa ed era stato svegliato alle otto e trenta come aveva ordinato.
Gli occhi di Ed si spalancarono come le gambe di una ragazza facile di quelle che trovi al DAN'S BAR, quando hai qualche dollaro in più da spendere.
"Ordinato?": dal tono della voce e dalla faccia di cemento che gli era venuta, ed essendosi seduto di scatto sul letto, si capiva che era quantomeno stupito.
"Ordinato, a chi?": volle puntualizzare.
Alla ragazza, il comportamento del suo datore di lavoro, continuò ad apparire piuttosto strano ,anzi le parve che si fosse proprio mangiato il cervello, ma da brava cameriera si sforzò di restare tranquilla e ben disposta, del resto mr. Ross era di suo un tizio piuttosto inusuale. Così rispose, sfoggiando il migliore dei sorrisi:" ha espressamente disposto così ieri sera, al signor TRAPMAN, subito dopo la riunione".
Ed scoppiò a ridere, quasi fino alle lacrime. La cameriera pensò, si convinse più che altro, che il suo principale fosse impazzito e temette perfino di perdere il lavoro. Ma fortunatamente per lei, il suo datore di lavoro, mr. Ross, non era uscito di senno.

Trapman. Ovvero Bob. Era un uomo del suo entourage, un suo servitore in quella casa immensa che pareva fosse sua. Non poteva fare a meno di ridere.
Congedò la splendida ragazza, pensando che con lei non era certo finita qui, e con l'esplicita richiesta di mandargli in camera il suo fido Bob. 
"Ehm...mr. Trapman".
Sì, pensò: chiamami quel testa di cazzo. E si riaccucciò sotto le coperte con un' espressione lieta e felice come quella di un bambino in procinto di fare una scorpacciata di caramelle e dolciumi in un mondo fatto di zucchero. 
Bob, o per meglio dire mr. Trapman, entrò con un' aria decisamente distinta, altolocata e indossando un vestito molto elegante. Avrebbe anche perfino emanato un piacevole profumo, se non fosse stato che la sua pelle puzzava di per sè. Salutò il suo capo con rispetto e professionalità.
"Vedi testa di cazzo? Le dimensioni parallele. Te l' avevo detto,coglione!!!".
Il flemmatico mr.Trapman, prodotto ultimo di una dinastia di servitori presso famiglie di altissimo rango sociale e dinastie nobiliari antiche quanto la luna, educato e istruito nelle migliori scuole per maggiordomi, rimase alquanto allibito dall' atteggiamento così singolare del suo padrone, ma tuttavia, come la sua innata discrezione gli insegnava, non scosse ciglio. Lui era un fottuto professionista. 
Si limitò a dire:" non so di cosa stia parlando, signore". E a sfoggiare un sorriso di circostanza, ma che si sarebbe tranquillamente potuto credere vero.
"Hehe...Lo so io, Bob. Stà pure tranquillo".
"Sono tranquillissimo, signore": e via nuovamente con quel magnifico sorriso di circostanza che avrebbe ingannato chiunque.
Era bello cullarsi nella bambagia tra coperte pulite e in una stanza senza spifferi e sporco. Quasi irreale, ma bello.
"Fammi capire amico mio. Questa è casa mia?": chiese Ed a mr. Trapman.
"Certo,signore".
E un altro sorriso fece capolino sulle labbra di Ed che cominciava ad abituarsi a quella sensazione.
"E cosa farei nella vita per avere tutto ciò? Cosa sono? Un boss della droga, un signore delle armi?"
Il servitore a questo punto tacque per un pò e si assicurò che il suo datore di lavoro stesse bene. Quando mr. Ross disse che non era mai stato meglio, nemmeno quella volta in cui aveva trovato due pezzi da cento appena fuori da un localaccio da cui era stato allontanato perchè non aveva un soldo. Solo allora mr. Trapman rispose alla sua ultima domanda, tradendo comunque un visibile ragionevole dubbio sulle sue condizioni mentali.
"Lei possiede banche, signore. E diverse proprietà immobiliari, lasciti della sua potente famiglia".
A questa rivelazione Ed non seppe più trattenersi. Scoppiò in una folle, immensa risata e poi pensò che il destino, il caso, la magia o quel diavolo che era (sì, pure il diavolo) era davvero un fottuto comico nato.
"Ora la ruota sì che è girata,ahahahah!!!!"
Ma chi aveva voglia di alzarsi dal letto, se i soldi sarebbero comunque arrivati anche se non ci si fosse recati al lavoro? Prima una bella dormita, senza pensieri e sudici fogli di debiti e pagamenti arretrati sul comodino. Poi la dolce ragazza che gli aveva portato la colazione.
"Desidero dormire, Bobby. Ci si vede".
E così congedò il suo più fido domestico, che uscì visibilmente preoccupato.
Che botta di culo, pensò Ed chiudendo gli occhi e appoggiando la testa al morbido cuscino. Poco dopo dormiva con un sorriso angelico disegnato sul viso.

"Hey stronzo,svegliati!!!": era la voce di Bob, e c' era anche il fetore. Il fetore? Si alzò di scatto come una molla in tensione a cui venga tolto l'appiglio che la bloccava, guardò Bob e vide un grezzo grassone unto e poco presentabile, che lo guardava con viso poco acuto ed espressione inebetita.
Si guardò attorno. Sporcizia ovunque, puzza e biglietti di insolvenze in ogni dove. Sentì anche uno spiffero che lo colpiva alle spalle.
"No, cazzo!! La topaia, nooo!!!!"

La topaia era come i nostri amici usavano chiamare il loro miserrimo appartamento. E in effetti quello sarebbe stato proprio un nome adatto per la loro abitazione, non fosse stato che faceva schifo anche ai topi.
Bob lo fissò con aria beota tra l' innervosito e il dubbioso, e quel tipo di espressione gli dava un'apparenza molto più idiota di quanto non fosse realmente. Diciamo che oggettivamente non gli rendeva giustizia. Poi diede in una risatina stupida e lo apostrofò: "e dove diavolo avresti dovuto essere? Nella tua villa lussuosa? Ah,idiota! Non sai nemmeno farti una doccia".
La botta in testa! Pensò Ed. Evidentemente doveva essere stata quella la causa di quel sogno così realistico. Sì: null'altro che una strana coincidenza, perchè continuava a pensarci e la botta, lo svenimento avevano provocato il suo sogno. Restò lì tra l'incerto e il deluso (e l'intontito). Aveva voglia di piangere, ma non aveva voglia di farlo davanti a quel coglione di Bob. Quindi si lasciò sfuggire solo uno sconsolatissimo: "cazzo!"
Bob, intanto, continuava a ridacchiare, sfottendolo.
"Da quanto tempo sono a terra?"
"Pochi secondi, tranquillo. Ho sentito la tua testa da stronzo sbattere..hehe..sembrava fosse caduto un sacco di merda per terra, ed infatti è proprio quello che è successo."
Pochi secondi? Forse era colpa del tempo distorto del sogno, ma dall' altra parte..per così dire..doveva essere passata almeno mezz' ora. O anche più. La distorsione del tempo. Di sicuro.
"Cazzo!!": esclamò ancora di scatto Ed.
"Che cazzo succede, cazzo?!": chiese Bob,scattando anche lui per riflesso.
Ed gli raccontò che quella giornata gli pareva ancora più merdosa, per via di un sogno che aveva fatto quando era svenuto. Un sogno molto vivido, reale, caldo. Ma non puzzava. Un sogno dove lui era ricchissimo e si sarebbe fatto una cameriera fantastica da non fare dormire la notte, e che invece lui (quel coglione di Bob) era il suo servitore. Qui gli scappò una risata.
Bob non la prese altrettanto bene: "io il tuo servitore? Mai!! Mi puoi succhiare l'uccello!!! Quanto alla cameriera..se la tocchi ti apro la gola!!!! AHAHAHAHA".
Non c'era che dire: Bob era davvero un tipo simpatico.
Tornarono però seri all'improvviso, quando sentirono dei pugni colpire la porta d'ingresso, in una maniera in cui qualcuno che fosse stato lì in visita di cortesia non avrebbe mai bussato.
Ed domandò: "che cazzo c'è?"
"Nulla..solo creditori. Hanno chiamato mentre dormivi e hanno avvisato che sarebbero arrivati nel pomeriggio. Ed ora è pomeriggio, in effetti..mi è saltato di mente di dirtelo quando hai fatto quel casino in bagno."
"Merda!!! Stavolta ci uccidono, nel vero senso della parola."
"Lo so"
"Dobbiamo scappare"...
"Già!"
Dovete sapere che due tipi di creditori seguivano i nostri amici. Quelli autorizzati dalla legge a farlo (le banche). E i cosiddetti usurai, ovvero banche non dichiarate e non autorizzati dalla legge. Ma nella sostanza cambiava ben poco. Soltanto, i primi si limitavano a lasciarti in mezzo alla strada senza nemmeno un ricambio di mutande e ti costringevano a elemosinare per mettere qualcosa sotto i denti.
I secondi, invece, se eri troppo insolvente,ti dissolvevano. Ho reso l'idea? Quindi gli strozzini veri e propri erano infine molto più compassionevoli e caritatevoli delle banche ufficiali che invece preferivano prolungare la tua agonia e renderla peggiore possibile.
La fuga fu molto lunga. Quando tornarono la casa era  distrutta. Cioè, lo era un pò più di prima, ma se non aveste avuto familiarità con l'ambiente non ve ne sareste neanche accorti.
Ed sì buttò stremato, nel volto e nell'animo, sul materasso pulcioso che aveva come letto. Pensava al sogno. Si addormentò vestito.

"Mr.Ross, la cena è servita. Se vuole lavarsi, il bagno è pronto." 
Era mr. Trapman. Bob Trapman.

Immerso fino al petto in una Jacuzzi di dimensioni olimpioniche, mr. Ross, detto anche Ed, ripensava al sogno che aveva fatto di essere povero. O a quello che stava facendo adesso di essere ricco. Nel suo cervello regnava la confusione. Quale era la vera realtà? Forse nessuna o forse tutte e due pensava Ed. Certo che di là era nei cazzi fino al collo. Mentre qui era immerso in acqua appena calda che gli massaggiava il corpo con le sue frizzanti bollicine regolabili su ben tre intensità. Voglio dire: tre. Era una cosa da fottuti principi per Ed. Due situazioni alquanto opposte. Come ad uno specchio che però anzichè riflettere, ribalta.
Terminato che fu il suo bagno, si recò a desinare. Cucina italiana, una vera delizia.
Bob, con la sua aria distinta che tanto lo faceva ridere, gli stava di fronte, controllando che tutto andasse bene ed annunciando le varie portate, cosa quest 'ultima che stava irritando Ed, il quale di gran lunga avrebbe preferito una sorta di effetto sorpresa e soprattutto che gli fosse permesso, per una volta, di godersi in pace la sua cazzo di cena. Però il cibo era squisito e soprattutto molto. Per non parlare del vino.
"Hey mr.Trapman! Siediti qui a mangiare con me, forza."
"Ehm...sicuro signore?"
"Cazzo, muoviti Bob! Non sei mai stato timido a ingozzarti come un porco. Avanti non fare il damerino, così da bravo."
Bob si sedette a mangiare con educazione e garbo, senza mai appoggiare, nemmeno una volta i gomiti al tavolo. Il suo padrone invece si ingozzava come se non ci fosse un domani. E per quanto poteva saperne Ed, non è detto che ci sarebbe stato alcun domani. Perciò è evidente che facesse bene a mangiare per tre persone.
"Auaaah!!! Ora sono sazio!! Dov' è quella simpatica cameriera, Bobby?"
"Ehm...signore, veramente è tornata a casa": rispose mr.Trapman.
Ed fu un pò spiazzato. Questo non lo aveva previsto. Poi si rasserenò, perchè lì tutto era rasserenante e "paraculato", se si poteva passare il termine. Domani comunque non mi scapperà, pensò. E sorrise.
Il mattino dopo mr. Ross fu svegliato di buon'ora. Non la prese bene, ovviamente. Per circa un'ora imprecò e insultò tutti. Poi però, dopo un rilassante massaggio e un buon bagno turco, si calmò.
Che bello essere viziati, pensava Ed.
Quella mattina avrebbe dovuto recarsi alla banca, poichè c'era un affare che richiedeva la sua presenza e la sua attenzione, e che evidentemente quegli idioti dei suoi impiegati, che pure pagava profumatamente, non erano in grado di risolvere da soli. Due creditori insolventi, due reietti umani senza soldi, che chiedevano la sua pietà e l' ennesima proroga.
Davanti alla sua banca provò ancora un pò di timore ad entrare. Di solito quando lo faceva era per chiedere una proroga (come i due tizi che doveva incontrare) ed entrava a testa bassa e usciva con una rabbia enorme e la voglia di procurarsi una pistola e regolare i conti con tutti quegli stronzi a modo suo. Ma stavolta le parti si erano invertite, come ad uno specchio, perciò non c'era nulla di cui preoccuparsi.
Entrò. Tutti gli impiegati si inchinarono e porsero i loro omaggi. Ed individuò subito due impiegate interessanti e disse ad un uomo del suo staff di chiamargliele in ufficio dopo.
Non pareva vero, sembrava di essere capitati in un' altra dimensione. Ma probabilmente non era null'altro che un sogno. E allora meglio goderselo prima che la pesante mano di Bob lo svegliasse, sbattendogli contro la nuca o la faccia.

"Vede, mr. Ross..Noi sappiamo di essere molto indietro..."
"Sì,indietrissimo...": confermò l'altro, mentre era intento a pulirsi sotto le unghie.
"Lascia parlare me, idiota"
Così cominciarono i due debitori al cospetto di mr. Ross. 
Più li guardava, più avrebbe voluto smetterla di parlare di debiti e guai e topaie. Non c'era bisogno che gli dicessero nulla. Sapeva già tutto. Fin troppo bene.
Comunque quei due tipi erano alquanto strani. Se non fosse stato per l'evidente povertà del loro abbigliamento, e che trasudava dal loro aspetto esteriore, si sarebbe potuto dire, per via del loro portamento fiero e dei baffi che portavano in maniera particolarmente curata rispetto a tutto il resto delle loro persone, che quei due non fossero gli accattoni, straccioni che sembravano. O perlomeno che non lo fossero da sempre. E forse non lo sarebbero stato nemmeno a lungo.
"Mr. Ross, la preghiamo. Due settimane. Le chiediamo solo due settimane e troveremo quei dannati soldi schifosi...dovessimo anche ipotecare la nostra casa."
"Dove vivete, mr. TRINK?": chiese Ed, sorseggiando il suo caffè macchiato con panna e condito da uno spruzzo di polvere al cacao che al suo palato gli dava la sognante sensazione di essere tornato bambino.
"Maner street 1543, mr. Ross e..."
"Puaaaah!!!": mr. Ross sputò tutto il caffè in faccia al suo interlocutore, che rimase immobile ed in silenzio. Poi si alzò e urlò: "che cazzo ti salta in mente, banchiere del mio cazzo!?!"

Molto semplice, pensò mr. Ross. Maner street,1543. Era..è...il suo domicilio: la topaia. Maner street 1543. Restò sbigottito e impallidì. Quei due uomini erano lui e Bob, ovvero mr. Trapman. Cioè avrebbero potuto, dovuto forse, essere loro due, e sentiva che in un altro spazio, in un altro tempo lo erano. Non sapeva perchè, ma ne era convinto.

"Che cazzo mi salta in mente?": riprese scuotendosi mr. Ross.
Restò un pò in silenzio, pensando a cosa gli fosse saltato in mente. 
Poi ci arrivò subito: "signori...scordatevi il vostro debito. E a buon rendere..."

I due non ci credevano. Iniziarono a balbettare, sembrando anche più imbecilli del solito, a fare domande senza senso, a comportarsi in maniera ancora più patetica, stupida e impacciata. Ma alla fine preferirono restare in silenzio e, anche se non comprendevano cosa fosse accaduto, non fare altre domande, onde non rischiare di rovinare tutto.
"Sì, siete assolti e cercate di bazzicare lontano da questi postacci da ora in poi".
"Già, può dirlo forte mr..mr..come cazzo si chiama? Sì, certo: Ross, mr. Ross. Può contarci...qui è meglio non entrare. A meno che non si sia armati e col volto coperto."
Ed rise forte e pensò che quell' uscita gli ricordava qualcosa. Ma non ricordava esattamente cosa. Proprio così, disse tra sè.

Uno spiffero del cazzo arrivava sulle spalle di Ed che stava dormendo con la schiena rivolta alla finestra. Giù in strada gente urlava e imprecava. Si sentiva l' odore dell' alcol e della miseria sottostante salire dalla strada.
Ed riaprì gli occhi piano. Non avrebbe nemmeno voluto, perchè aveva capito dove si trovava. Di nuovo.
Appena li aprì e fu in grado di riconoscere oggetti e figure, si ritrovò davanti il nasone pustoloso di Bob che lo fissava a bocca aperta.
"Amico chiudi quel letamaio, ti prego. Non sto bene. E che diavolo hai mangiato ieri sera? Immondizia?"
Bob continuava a guardarlo a quel modo. Sembrava contento. O forse era solo la sua solita faccia da imbecille
"Che succede, Bob? Perchè hai quella faccia da coglione?"
Bob rispose: "questa mattina è venuto il postino, ci ha portato questa..leggi."
Era una lettera dalla banca.
"Cazzo!!!! Una lettera dalla banca...Natale viene in anticipo quest' anno? Belle notizie, eh? Che c'è scritto? Che ci confischeranno l' ano entro domani? E la lettera doveva arrivare ieri? Beh, se lo prendano pure il mio dannato ano: spero solo che lo trovino bello sporco. Anzi, farò in modo che lo trovino bello sporco e..."
"Leggi amico": lo esortò Bob, il quale era stranamente entusiasta davanti alla solita lettera della banca.
Ed lesse: "Spett.li mr. Ross e mr, Trapman, Vi comunichiamo che la banca, nella mia persona di direttore, ha deciso di annullare i vostri debiti con decorrenza immediata. Firmato: mr. TRINK, direttore generale".
Mr. Trink? Non ho già sentito questo nome? Sì..ma dove? Non ricordo, è strano.., pensò Ed. 
"Beh, chi se ne fotte": urlò subito dopo. Poi si rimise a dormire, felice e senza debiti, non prima però di avere abbracciato, quasi fino a soffocarlo, e schiaffeggiato affettuosamente quella puzzolente canaglia del suo fido amico Bob.

Spazio-tempo, un punto indefinito al largo di esso. Guasto al cardine di una dimensione parallela riparato.
L' incidente ha causato uno scontro tra due dimensioni con relativo passaggio infra-dimensionale di individui, con relativi scambi di ruolo. Situazione attuale e definitiva: debiti annullati. Si riprendano a fare girare i mondi e si ordini la manutenzione di tutti i cardini entro questa settimana.

FINE FINALE