martedì 18 marzo 2014

smart phones war (parte XV o XVI)

E così il buon Michele si ritrovava solo a vagare per la città, dopo essere stato rilasciato dalla prigione pearina, tutto triste e depresso. Triste e depresso indubbiamente per la piega inaspettata e scoraggiante che le cose stavano prendendo: ora sicuramente i loro odiati avversari erano in vantaggio e il mondo quindi si apprestava a diventare (diventare eh) un postaccio di merda pieno di gente che viveva praticamente in simbiosi col proprio apparecchio cellulare intelligente (e che si applica in questo caso, per il sollievo di genitori e insegnanti), che era all'incirca lo stesso identico progetto che i sammini avevano in mente. Anzi, senza all'incirca: lo era proprio. Solo che non era lui adesso che stava vincendo e chiaramente questa cosa, benchè il risultato fosse comune, cambiava tutta la prospettiva dell'operazione. Durante la sua vita il buon e sconsolato Michele mai si era ritrovato così a terra: aveva provato a combattere e aveva perso e la sensazione di sconforto e scoramento era incredibile e indicibile. Ma c'era sicuramente anche dell'altro: qualcosa di ancora più profondo e radicato in lui dell'odio verso i pearini e verso i prodotti Pear (che erano quelli della Sammy ma che però avevano un'altra griffe sulla cover, e un altro marchio sull'anima come diceva spesso Michele a chi si trovasse a starlo a sentire quando filosofeggiava sull'anima insita nei prodotti del suo brand favorito). C'era qualcosa che aveva a che fare con i sentimenti. Con l'amore.
Michele sospirò in maniera quasi distratta, come se quello fosse un gesto automatico e necessario, e scosse leggermente il capo come a cacciare via qualcosa che gli ronzava intorno (o all'interno):il pensiero della ragazza che purtroppo amava e che lo aveva così rapidamente (meraviglia dei tempi moderni e della sua caratteristica a comprimere i tempi) illuso e tradito. Michele si fece forza e si impose di non pensare a tutto ciò, del resto lei rimaneva pur sempre una pearina, e come poteva essere innamorato di una di quelle persone che preferiscono l'app (come si dice nel linguaggio modernese di chi coi tempi non sta al passo, ma vi cammina a braccetto) U-Sound, per ascoltare musica, a quella YourSound? Roba da folli, roba da folli a pensarci. Ok, adesso Michele, risvegliatosi dal suo patetico sogno ad occhi aperti da adolescente, strappato da quel terribile incantesimo, doveva tornare alla realtà. Così si infilò nella metropolitana, scese le scale e senza sapere dove andare esattamente aspettò il primo treno sulla banchina. Il treno era in ritardo. Classico. L'altoparlante annunciò che avrebbe saltato la corsa. Classico. Poi un treno finalmente arrivò, ovviamente in ritardo, e Michele salì sul vagone, che si chiuse all'improvviso alle sue spalle quasi rischiando di tranciargli una chiappa con gran sussulto di Michele e della sua chiappa in particolar modo. La metropolitana ripartì fischiando come si addice di fare a una metropolitana in partenza. Michele si sedette in un posto che trovò libero tra un ciccione e una donna che evidentemente amava la comodità più di se stessa. E Michele, da ragazzo acuto quale era, poteva benissimo intuire il perchè di ciò. Il treno intanto correva con ritmo monotono lungo la galleria sotterranea e Michele sedeva su uno dei sedili senza pensare nulla in particolare, semplicemente guardandosi attorno, guardando la gente e ciò che questi facevano. Il suo smart phone era ancora momentaneamente privo di vita. Michele lasciava il suo sguardo libero di vagare tra la gente all'interno di quel vagone sperando di tanto in tanto di incrociare gli occhi di qualcuno e scambiare un raro momento di contatto umano non mediato da uno schermo o da un vetro. Ci provò per un pò, fino a che non si rese conto che era del tutto inutile: tutta la gente che stava lì con lui su quel vagone aveva lo sguardo chino e fisso sugli schermi luminosi dei loro smart phone. Alcuni addirittura indossavano un paio di cuffie che li difendesse dal mondo esterno. E poi come automi muovevano le loro dita su quegli schermi e ogni tanto pigiavano, altre volte strisciavano o sfregavano come se quei movimenti fossero parte di uno schema di istruzioni più grande. Uno schema di controllo, di schiavitù volontaria e di alienazione inconsapevole. Michele si sentì pervaso come da un senso di paura e di spavento. Iniziò a sentirsi a disagio ed ebbe solo voglia di scendere e scappare da lì. Tanto nessuno lo avrebbe notato. Nemmeno il ciccione e la donna invadente che gli sedevano accanto. Così si alzò di scatto e corse verso la porta più vicina passando davanti a persone fisicamente lì ma mentalmente altrove in un mondo indefinito e privo di struttura, pronto a crollare su se stesso in ogni istante. Ma ora era lui che si sentiva, e stava crollando e per questo doveva fuggire da lì. Schivò persone in piedi che si tenevano con una mano agli appositi sostegni e con l'altra smanettavano sui loro smart phone e che non si preoccupavano di nulla se non di scorrere pagine e aprire e chiudere applicazioni. Passò tra gruppi di ragazzini in cerchio intenti a.. guardare in maniera catatonica gli schermi dei loro telefoni cellulari dalle enormi potenzialità futuristiche (Michele per un attimo aveva pensato che fossero in cerchio per potere parlare tutti insieme, ma poi si era reso conto che era solo per favorire una migliore connessione tra i loro apparecchi). Era finalmente arrivato davanti la porta Michele, e ora non attendeva altro che il treno si fermasse ed essa si aprisse lasciandolo libero, finalmente libero. Quando d' improvviso, ansimante e agitato, scorse una ragazza seduta in fondo al vagone che non stava fissando uno smart phone, ma che tra le mani teneva un libro che stava leggendo. Si trattava di un grande classico "Romeo e Giulietta". A Michele parve quasi fermarsi il cuore e un pò sembrò anche calmarsi e tornare in sè. Poi riconobbe quel viso e quei capelli e quel corpicino: era la ragazza che lui amava, che lo aveva illuso e poi tradito facendolo intrappolare. Michele sentì solo che aveva di nuovo voglia di scappare e si sentiva ora più ansioso che mai. Così fu una sorpresa in primo luogo per lui quando si rese conto che invece si stava incamminando verso di lei, e che anche la ragazza, chiuso il libro, stava facendo lo stesso. Guardò il suo viso: era bellissima, con quell'espressione e quello sguardo così innocente e quel candore delicato che mai e poi mai Michele avrebbe pensato che avrebbe potuto fargli del male. Il ragazzo comunque continuava a camminare verso di lei, e ora incredibilmente sentiva nuovamente il suo cuore calmo. La ragazza avanzava a sua volta e sorrise al ragazzo. Il cuore di Michele si sciolse come un cono gelato al sole (parlo ovviamente delle palline di gelato e non del cono), ed ora era solo a pochi metri da lei. Ancora pochi passi e allungando le mani avrebbe potuto toccare, di nuovo, le sue. Ma questa volta sentiva sarebbe stato diverso. O almeno lo sperava. (Spesso la speranza influenza il nostro sentire, anche se sarebbe meglio non lo facesse). La giovanissima Gianna da parte sua allungò le sue di mani. Michele fece lo stesso e chiuse gli occhi aspettando di sentire il contatto. Quando li riaprì pochi secondo dopo, sentiva sotto le sue mani un che di molliccio e bagnaticcio, che non erano le delicate e morbide mani della sua bella ma la pancia flaccida di uno stronzo dotato di p-pad che si era parato lì davanti, al momento dell'apertura delle porte, con l'intento di realizzare un bel "selfie" della sua brutta persona, dove comparisse anche il nome della stazione di downtown (perchè evidentemente tutti dovevano sapere che lui quel giorno in quel preciso istante così abbigliato stava in quell' esatto punto del mondo. Michele si rese conto che non gliene fotteva un cazzo). Michele lo spinse via e lo aggirò. Cercò con lo sguardo la sua amata. Ma non la trovò più. Le porte nel frattempo si richiusero con quello strano rumore che fanno le porte della metropolitana che si richiudono (avete presente? Pssss...così. Ecco). Michele ebbe voglia di tirare un cazzotto al tizio del selfie, poi si rese conto di essere circondato da gente che si selfizzava o che faceva altre brutte cose rispetto la sua dignità e intelligenza, perciò si rassegnò e si sedette. Chinò pure lui lo sguardo, ma a terra perchè tanto Hanson era morto e lui non aveva nemmeno così tanta voglia di giocare con lui al momento. Riusciva unicamente a pensare una cosa: l'amore della sua vita gli era stato strappato via per colpa di un selfie.

lunedì 10 marzo 2014

Incipit ( uno)

Il risveglio da un sogno è l' incubo peggiore. Non c'è scampo alcuno da esso e non cessa affatto nel momento in cui si riaprono gli occhi, ma si trasforma in qualcosa di reale, di appiccicoso e soffocante. Come la tela di un ragno velenoso che intrappola e uccide al suo interno una falena quando questa appena la sfiora con un' ala. 
Si risvegliò con questa sensazione addosso Marcello e per qualche minuto vagò per casa sua come se non sapesse dove si trovasse, fermandosi talvolta e chiedendosi se il sogno non fosse per caso la realtà e se non stesse dormendo ancora. Poi realizzò come sempre, con l' aiuto di un bel caffè amaro e bollente, che scherzo gli aveva tirato la sua mente con quella visione così reale. Questa cosa lo lasciava sempre un pò spaesato, un pò malinconico e un pò incazzato con sè stesso, anche se in realtà lui non poteva farci molto. Bevve tutto il suo caffè senza preoccuparsi troppo della temperatura, come al solito in quei casi. E come al solito in quei casi, infatti, si scottò la lingua. Bestemmiò, poi andò in bagno per lavarsi. Lì bestemmiò di nuovo guardandosi allo specchio. Poi aprì l'acqua. Calda. Ancora troppo calda. Questa volta non bestemmiò scottandosi, ma solo perchè non ne era in vena. Oramai capitava sempre più spesso che dei bei sogni gli rovinassero il risveglio. Forse il sonno, avrei dovuto dire? No no. Con il sonno non vi era alcun problema, specialmente fintanto che era accompagnato da belle visioni oniriche, piacevoli episodi e avventure fantastiche. Poi però arrivava il risveglio e con esso la dura realtà a rovinare tutto. Echeggiava, da qualche parte lì fuori, il suono sgradevole della sveglia a sollevarlo di forza da verdi prati dove soffiava una dolce brezza, mentre lui ammirava sdraiato al fresco il cielo color blu pastello. E ogni volta era una bestemmia,e rabbia. A cui seguiva una profonda e cupa rassegnazione. Oramai lo perseguitavano tutti i suoi sogni più belli e lui si sentiva totalmente impotente.
Tirò fuori dal cassetto un bigliettino consumato e ingiallito dal tempo. Era rimasto lì dentro, sotto una pila di altre cartacce a lungo, ma non era mai stato buttato come invece aveva pensato di fare nel momento in cui uno sconosciuto per strada gli aveva consegnato quel piccolo e innocuo pezzo di carta. Adesso lo aveva cercato a lungo e per fortuna lo aveva trovato. Era la sua unica e ultima speranza. Aveva anche dovuto vincere diverse ritrosie, perchè ciò che stava facendo gli sembrava sinceramente un pò folle e non avrebbe mai voluto ricorrere a tanto. Poi però aveva capito che non c' era altra scelta, perchè il suo male non gli stava lasciando più alcuna via di scampo: più sognava, più la vita diventava un incubo. "Dott. Swansongs, specialista in rimozione illusioni oniriche", diceva il biglietto da visita che teneva in mano. Sotto tale dicitura compariva un numero telefonico. Troppo corto per essere un numero di telefono, però. Comunque lo compose. Nessun suono alla cornetta, come prevedibile: tutto silente, tutto muto, morto. Si sentì stupido. Ma ad ogni modo dall'altra parte immediatamente qualcuno rispose.

giovedì 6 marzo 2014

il bosco incantato ( XV)

L' interno dell' abitazione era oscuro e polveroso. La luce che entrava dall' esterno, dalla porta aperta dove stava immobile il Piccolo Lucio, evidenziava milioni di piccoli corpuscoli di sporco svolazzare per il salotto e illuminava in parte l' ambiente lasciando però strategicamente in un buio pesto gli angoli della camera (ovvero i punti dove con maggior probabilità avrebbero potuto nascondersi delle entità maligne). E chissà cosa sarebbe potuto saltar fuori da là, pensò il bambino rabbrividendo. " Forza, entra fifone!" Lo apostrofavano gli amichetti, che però intanto si erano addirittura ulteriormente allontanati dalla proprietà. " E chiudi la porta anche."
Il piccolo Lucio entrò e chiuse la porta. Stette per qualche tempo fermo a guardarsi attorno. La casa sembrava in effetti una casa come tante, nonostante tutto. Il piccolo Lucio avanzò lentamente di qualche passo verso uno degli angoli più bui come attratto da una forza magnetica e magica. Mano a mano che si avvicinava e i suoi occhi si abituavano alla mancanza di luce, notò che non vi era nulla in mezzo quella oscurità che potesse fargli del male. Passò quindi alla cucina, dove l' unica cosa che metteva davvero i brividi era la scelta delle tendine: assolutamente inguardabili e totalmente di pessimo gusto. Il piccolo Lucio pensò che fare colazione in una stanza che aveva simili tendine alle finestre sarebbe stato impossibile. Sicuramente avrebbero tolto l' appetito anche al conte Ugolino. Fu poi la volta dello scantinato, dove il monello, si recò baldanzoso e oramai strasicuro, come dicono i bambini, che non ci fosse nulla da temere lì, se non il pessimo gusto dei vecchi padroni di casa.
Ecco lo scantinato dunque: scatoloni, cianfrusaglie e scaffali pieni di robaccia inutile, che probabilmente era servita al vecchio signor Tommaso, quando era in vita, per attenuare le lagne della moglie. Ma anche lì nessun fantasma. Il piccolo Lucio stava per vincere, anche piuttosto facilmente, la sfida. Mancava unicamente il bagno privato della signora, il suo regno personale dove nemmeno il marito era autorizzato a entrare (a meno che non vi fossero lavori di manutenzione da svolgervi, chiaro..pensò il signor Tommaso, o il suo spirito. E di certo non che ne avesse nemmeno tutta questa ansia. Ma è chiaro che di tanto in tanto le mogli vadano assecondate, non si scappa). Così, mentre saliva le scale, diretto alla conclusione del suo personale tour, il piccolo Lucio pensava già a quale giocattolo scegliere da ognuno dei suoi amici. Avrebbe scelto: il camion da movimento terra dal suo amico Marco. Da francesco ( detto amichevolmente Ciccio) avrebbe invece reclamato il pupazzo " supereroe-tispaccoilculo!", mentre da Giulio avrebbe semplicemente preteso la sua console. Da Nicola invece non avrebbe voluto un bel nulla, perchè i suoi giochi facevano oggettivamente schifo ed erano sempre tutti appiccicosi di non si sapeva bene cosa. Si stava già godendo mentalmente i suoi premi e si immaginava già a inventare nuovi fichissimi giochi ai quali, per dispetto, almeno per qualche giorno, non avrebbe fatto giocare nessuno di quegli sfigati dei suoi amici (forse solo Luigi che, piccolo per la sua età e tenero com' era, faceva simpatia a tutti). Non restava che da girare il pomello, aprire la porta, entrare nella stanza e starci dentro solo per qualche secondo cercando di non fare caso agli orribili arredamenti e alle orrorifiche finiture che avrebbe trovato nella stanza. Così girò il pomello, aprì la porta e fece per entrare. Ciò che vide cancellò in un istante tutti i suoi pensieri di gloria e le immagini dei giochi che avrebbe inventato (appositamente per fare invidia agli amichetti-sfidanti. Bambini, mi raccomandò, questo non si fa: il piccolo Lucio è sicuramente un bravo bambino, ma a volte sbaglia anche lui. Imparate dai suoi errori, ok?). Lì, di fronte a lui, stava, con indosso una vestaglia a dir poco spaventosa e dal gusto estremamente pacchiano, la vecchia signora proprietaria dell' abitazione e del bagno in questione, in versione ectoplasma. Il nostro povero piccolo Lucio si immobilizzò all' istante e quello fu in assoluto il momento nella sua giovane vita in cui il bambino ebbe più paura di ciò che si trovava davanti. Perlomeno fino a quella notte e al momento in cui si trovò improvvisamente al cospetto del padre, il cui viso non esprimeva alcun sentimento di cordialità verso il figlioletto.
Ora sì che sono guai, pensò il piccolo Lucio.

Ora sì che sono guai, pensò il goblin Sgruntutur.

il bosco incantato ( XIV)

Qualche anno addietro capitò al piccolo Lucio, in una delle sue classiche scorribande da monello                   ( ricordiamo che Lucio era infatti un bel bimbo vivace), di avventurarsi con un gruppo di amici, nei pressi di una vecchia abitazione abbandonata, che in città, correva voce tra i discoli, si diceva essere infestata e, per la precisione, di essere infestata dagli spiriti inquieti dei due anziani e ultimi proprietari della casa. La coppia in questione peraltro era stata, quando era in vita: estremamente gentile e bene educata con tutti (testimoni di Geova e altre località compresi, nonchè con i venditori di Folletto o altre creature fantastiche). Di certo non il tipo di persone, dunque, che si metterebbero a infestare una casa così per il gusto di farlo. Inoltre si aggiunga il fatto che l' anziana coppia era anche stata, sempre in quei tempi in cui era in vita, anche estremamente desiderosa di lasciare quella abitazione malandata alla prima buona occasione, poichè la suddetta casa era, tanto per cominciare, piena di spifferi. Poi, per uno strano caso incomprensibile, presentava un giorno sì e l' altro pure, se si era fortunati, un qualche nuovo problema. Problemi di cui, l' anziano proprietario, un uomo cortese e sempre disponibile (suo malgrado), proprio per la sua età non più di primissimo pelo, non poteva occuparsi di riparare personalmente ogni volta; e questo anche, e soprattutto, per non dover sentire le inevitabili, quanto amorose, critiche e i consigli, non richiesti e del tutto illogici, della cara moglie. Perciò la casa fu messa in vendita ( anche perchè i proprietari pensavano, per qualche ragione, che fosse infestata dal fantasma di un procione. Dato che non mangiava mai la carne che gli piazzavano come trappola, i due coniugi iniziarono a pensare a questa cosa del procione ectoplasma), ma, per una cosa o per l' altra (andamento del mercato immobiliare e congiunzioni macro-economiche che non vi sto nemmeno a spiegare..), non era facile trovare acquirenti. Fortunatamente però la morte colse la non più giovane coppia all' unisono, un giorno in cui il signor Tommaso ( questo il nome dell' uomo) rovinò pesantemente giù dal tetto di casa ( dove stava riparando una grondaia), essendo stato distratto dai continui appunti della moglie circa il modo migliore di svolgere quel lavoro e di riparare il danno ( che secondo il marito era quello di chiamare un professionista un pò più giovane e farlo svolgere a lui), proprio addosso a quest' ultima, uccidendo entrambi all' istante e sul colpo. Ah.. E' sempre bello quando l'amore trionfa. Date quindi le ultime circostanze, e dato che già in vita i proprietari odiavano quella catapecchia, e già avevano tentato di abbandonarla, sorgeva spontanea la domanda: perchè mai e secondo quale logica i loro spiriti, finalmente liberi, sarebbero dovuti restare legati a quella struttura in eterno? Soprattutto ora che avevano avuto l' indiscutibile colpo di fortuna di potere sloggiare senza rimetterci un centesimo (di moneta corrente in questo mondo di fantasia) dalla svalutazione del prezzo dell' immobile. Anzi, voci non confermate ma tuttavia insistenti li volevano su un' isola caraibica a infestare una imperial suite del nuovissimo Hilton hotel e ad usufruire quindi anche dei loro enormi e incredibili buffet e a godersi, nonostante l' età ( che oramai invero non contava più nulla) gli incredibili parties notturni dove partecipavano ospiti sempre nuovi e di notorietà internazionale. Ad ogni modo però, la vulgata corrente e maggioritaria in città diceva che quella casa era infestata, sicuramente dalle erbacce ( e su questo potevano esserci ben pochi dubbi, e l' unico che ardisse a negare questa evidenza era il referente di zona che doveva vendere quella abitazione. " Erbacce? Erbacce? Io non vedo alcuna erbaccia. Ah, quella? No, non è erbaccia: è prato stile giungla. Sa: c'è il giardino stile inglese, ed esiste anche quello stile giungla.."), ma anche da quei due spiriti infelici.
Ora, tornando a noi, accadde un pomeriggio di qualche anno fa, quando il piccolo Lucio era davvero piccolo piccolo, e solo da pochi giorni aveva smesso di usare le rotelline sulla sua bicicletta, che i suoi amici lo sfidassero ad entrare nella casa infestata, a farsi un giro in cucina, in salotto, giù nello scantinato e infine nel bagno privato della signora, senza farsela sotto dalla paura. Attenzione però, si badi bene: farsela sotto per altri motivi era invece del tutto consentito. Del resto erano tutti loro bambini molto giovani che avevano ancora qualche difficoltà, talvolta, e soprattutto nei momenti di maggiore eccitazione, a controllare la propria vescica. Tutto ciò avvenne dal momento che, il piccolo Lucio, preso da una improvvisa voglia che talvolta prende i bambini (ma più ancora gli adulti) di volere apparire per qualcosa che non sono ma vorrebbero essere, aveva affermato che non avrebbe avuto alcuna paura di entrare all' interno della casa abbandonata che era anche infestata( anche se un pò le due cose sembravano contraddirsi alla fin fine). La posta in palio era che, se il piccolo Lucio avesse vinto la sfida, avrebbe potuto scegliere e prendere per sè uno dei giocattoli favoriti da ognuno dei suoi amici-sfidanti. Sicuramente valeva la pena di rischiare quindi un paio di slip nuovi per la fama, la gloria, l' onore e un paio di giocattoli nuovi ( anche se forse la madre non si sarebbe trovata del tutto d' accordo). Questo pensò Lucio, e questo fu il motivo per cui accettò senza titubare           ( quasi). Inoltre tentava di convincersi, per quanto poteva, ma con scarso successo, che lui non credeva nell' esistenza dei fantasmi. Anche se proprio lui era stato il primo a parlarne agli amici, affermando pure di avere visto già una volta il fantasma della vecchia signora, nell' atto di chiamare a squarciagola il marito affinchè si occupasse di non so quale faccenda (anche da morto, povero me: pensò il signor Tommaso. O meglio, il suo spettro). Ora però il piccolo Lucio non voleva pensarci, mentre tentava di autoconvincersi di essersi sbagliato e di non avere visto un bel nulla. Doveva mantenere la concentrazione e il senso del razionale e entrare in una vecchia casa. Dunque stava lì in piedi di fronte la magione infestata, tetra e sconquassata ( ok, il signor Tommaso non fu certo il migliore tra gli appassionati del fai- da- te) con gli amichetti alle spalle, che lo canzonavano e lo sfottevano dandogli, testualmente, del " cagasotto" ( pensate un pò, e voi bambini non imitateli). Qualcuno gli tirò anche un piccolo sassolino, ma quando il piccolo Lucio si girò verso di loro, tutti facevano i finti tonti e nascondevano le mani dietro la schiena. Uno di loro fischiettava anche, e così il piccolo Lucio potè capire chi era il colpevole. Perciò prese il sassolino e glielo rilanciò, colpendolo in testa. "Aih..!!". Ok: era arrivato il momento di entrare ora. Il piccolo Lucio trasse un profondissimo sospiro e avanzò verso la porta.

lunedì 3 marzo 2014

smart phones war ( parte XIV)

Dunque Michele entrò all' interno dello store che, essendo chiuso ed essendo fuori notte, era avvolto nella quasi totale oscurità. Il ragazzo naturalmente non aveva idea di dove si potesse trovare il prototipo che doveva distruggere e per riuscire a trovarlo avrebbe dovuto ricevere assistenza direttamente dal quartier generale sammino, dove a supportarlo ci sarebbero stati niente meno che il direttore generale e il suo meritorio assistente. Ci sarebbe stato da stare freschi, immaginò Michele. Ad ogni modo Hanson non era attivo quella sera per qualche misterioso motivo ( forse quel posto non gli piaceva), perciò Michele avrebbe dovuto, per forza di cose, fare da solo. Forse meglio così, pensò il ragazzo sollevato dal fatto di poter dare perlomeno una tregua ai suoi nervi. Così iniziò a cercare dappertutto, un pò alla "spera in Dio", come si suol dire, coadiuvato unicamente dalla fioca luce che veniva dall' esterno. Aprì cassetti, sollevò vetrinette e guardò dietro ogni angolo, che in realtà erano solo quattro. Ma nulla: nessun indizio. A quel punto Michele non sapeva più che fare se non perlustrare di nuovo da cima a fondo tutto lo store. Dunque ricominciò dai cassetti: copie di abbonamenti a contratti vantaggiosissimi, che certamente permettevano al contraente di chiamare, inviare SMS, navigare, volare ed eventualmente naufragare, tutto, ovviamente a 0 centesimi di euro al mese. Fatto salvo il fatto che una marginale clausola del contratto, scritta in caratteri piccolissimi, in un idioma che di fatto non esisteva nemmeno, sul fondo della pagina, con inchiostro trasparente, prevedeva per il contraente numero 2 (il cliente) la possibilità di essere tratto in schiavitù. Ovviamente senza possibilità di affrancamento. E la cosa senza dubbio peggiore era che gli sarebbe anche stato sequestrato lo smart phone. Terribile, pensò Michele: come si fa a vivere senza uno smart phone? Fosse anche un Pear. Sollevò dunque una vetrinetta in cerca di un qualunque segnale di dove si potesse trovare il prototipo. Trovò solo tanta polvere e briciole, insetti morti, un carrarmato di Risiko e dieci euro ( o euri). Raccolse il carrarmato e i dieci euro ( o euri) e li infilò nella tasca della calzamaglia; sempre la stessa che non aveva notoriamente alcuna tasca. Quindi si apprestò a controllare nuovamente gli angoli dello store. Niente nel primo, niente nel secondo, ancor meno nel terzo. Nel quarto invece trovò finalmente qualcosa: un piccolo oggetto di metallo che colpito da un improvviso riflesso della luce proveniente dall' esterno scintillò, attirando l' attenzione del giovane Michele. I due amici del ragazzo, che nel frattempo erano rimasti all' esterno dello store, fermi dall' altro lato della strada e che erano lì col preciso compito di fare la guardia, controllando che nessuno passasse da lì, e nel caso qualcuno fosse passato, avvisare Michele con un segnale condiviso, ovviamente non stavano facendo nulla di tutto ciò. Nella maniera più assoluta. Avendo uno smart phone infatti erano costretti, anche contro la loro volontà, a passare i momenti di attesa con lo sguardo fisso allo schermo del loro cellulare intelligente, per la precisione giocando ad avvincenti e originalissimi giochi, tutti finemente realizzati, estremamente didattici e pensati esclusivamente per menti eccelse e superiori, come ad esempio "Candy Crush" o l' istruttivo " Quiz duello". Fu dunque per questo motivo che non si accorsero di qualcuno che passò davanti a loro, si fermò nei pressi dello store, si guardò attorno ed entrò. Il tutto mentre il nostro Michele era lì dentro impegnato nel suo atto di sabotaggio.