mercoledì 27 agosto 2014

L'uomo e il leone nel suo giardino

Un giorno un uomo si svegliò nella sua abitazione. Uscì in giardino e vi trovò un leone. Ne fu terrorizzato, volse le spalle all'indietro e rientrò in casa serrando bene la porta e chiudendo tutte le finestre. Intanto fuori la gente passava davanti la sua casa e sembrava non notare nemmeno quell'animale feroce. Ma quello era lì e lui lo vedeva e la gente doveva essere pazza.
Stette lì, in casa, mentre il leone permaneva nel suo giardino, per giorni interi senza fare nulla, senza nemmeno mai avventurarsi fuori, fosse anche per andare al lavoro o al supermercato.
Un giorno però fu costretto ad uscire, probabilmente per andare a ritirare le tasse dalla cassetta delle lettere. Si sa che alcune incombenze, purtroppo, non si possono rimandare. Così si armò di sacrosanto coraggio, levò la sicura dalla serratura, prese le chiavi da dove le aveva nascoste per non essere tentato di avventurarsi all'esterno, e aprì la porta. Non appena si affacciò, il leone era lì che lo fissava minaccioso e si era anche avvicinato a pochi centimetri dal suo naso. Ne poteva sentire il felino e feroce alito. Richiuse la porta con violenza e vi si appoggiò contro con la schiena, ripromettendosi di non provare mai più una pazzia simile. Nel suo giardino c'era un leone. Di sfidare una bestia feroce non se ne parlava. Non era mica un folle. Intanto però, la gente continuava a passare tranquillamente davanti la sua abitazione e qualcuno, addirittura, si fermava ad accarezzare il leone, che offriva felice la larga pancia a piacevoli grattini.
Passarono altre lunghe giornate in cui quell'uomo, terrorizzato, non osò nemmeno guardare fuori dalla finestra verso il proprio giardino. Quando ci provò vide che il leone girava beatamente in lungo e in largo e, oltretutto, si era anche accucciato davanti la sua porta. Benissimo, pensò l'uomo: sono in trappola. Così si rassegnò a trascorrere il resto della sua vita in casa. Non fosse stato altro, però, che un giorno l'uomo finì un cibo di cui andava assolutamente ghiotto. Ora non ha alcuna importanza sapere quale fosse e comunque non me lo ricordo. Fatto sta che doveva, e dico doveva, uscire a comprarlo. Si armò ancora una volta di sacrosanto coraggio, tolse i lucchetti alla porta e la aprì, ben sapendo che il leone era accucciato proprio lì dietro. A mezzo passo nemmeno. Girò la maniglia e aprì piano piano. Piano. In men che non si dica però il leone si girò, gli balzò addosso e lo dilaniò e poi lo divorò. L'uomo quindi morì.
Quando si svegliò nel suo letto, ansimante, capì per fortuna che quello era solo un sogno. Vide però dalla finestra della camera da letto che il felino era ancora lì, accucciato in giardino e pronto a fare di lui la sua preda.

Passarono ancora altri giorni, in cui l'uomo non osò uscire di casa fino a che un pomeriggio sentì un tintinnio avvicinarsi dal fondo della strada. Non c'era alcun dubbio: era il furgoncino dei gelati. Lo stesso che passava quando lui era bambino. Erano decenni che non si vedeva, pensò l'uomo. E avrei una voglia matta di un gelato. Tuttavia non osava ripetere la pazzia del suo sogno, ben sapendo come sarebbe finita. Intanto fuori, le persone, tantissimi bambini anche, passavano dinnanzi al leone e accorrevano al furgoncino e si compravano un bel gelato. Qualcuno ne offrì un pò anche al leone. Lo stesso animale comprò un cono alla panna, fragola e cioccolato: i miei gusti preferiti, pensò l'uomo. Basta, era troppo. Non poteva più aspettare. Senza nemmeno pensarci sù, indossò la sua giacca, levò il lucchetto dalla porta e uscì in giardino. Il leone, non appena sentì lo scatto della serratura, si girò verso l'uomo pronto ad attaccarlo e fare di lui un sol boccone. Due al massimo. Fece forza sulle zampe posteriori e spiccò un balzo, per l'appunto, felino spalancando le fauci. Era la fine, pensarono tutti i passanti e l'uomo dei gelati vedendo la scena. Ma l'uomo, inaspettatamente, soprattutto per se stesso, ravanò nel taschino dei calzoni e tirò fuori un bel gomitolo di lana che lanciò al feroce leone, il quale si mise a giocarvici, rotolandosi felicemente sull'erba. L'uomo si avvicinò quindi al furgoncino dei gelati e comprò un cono panna, fragola e stracciatella, perchè il cioccolato, sfortunatamente, era finito. Lo mangiò con goduria estrema, dopodichè andò verso il leone feroce che ancora giocava senza sosta col suo bel gomitolo rosa. L'uomo ravanò nuovamente nella tasca, della giacca questa volta, e ne tirò fuori qualcosa. Era un guinzaglio con cui legò il suo nuovo amico leone. E così passeggiarono insieme, felici e sereni, giù lungo la strada fino al tramonto e forse anche oltre.

mercoledì 20 agosto 2014

Una giornata uggiosa

Sono sempre stato un pò depresso da questo tempo uggioso. Depresso e affascinato, come lo si è sempre da ciò che ci spaventa. Ma questa mattina è diverso: questa mattina mi pare di non vedere spiragli brillanti, seppur sommessi, in questo cielo opaco. E ancora più grigio del cielo, oggi, sono io. Ho provato anche a riposare e dormire un pò, ma al mio risveglio il tempo era ancora cupo e i miei sogni popolati da incubi scuri. L'unica soluzione possibile per sfuggire da questa depressione è fuggire da questa vita, e da questa pesante cappa d'angoscia. Apro il cassetto e cerco sotto una montagna di mutande e calzini. Alcuni presentano vistosi buchi. Sotto questo marasma di biancheria c'è una pistola: nera e calda. La prendo e l'appoggio alla tempia, mentre fuori ancora piove e il cielo è listato a lutto. Faccio fuoco. La pistola sembra essersi inceppata, parecchio tempo fa. E comunque è scarica. Scosto leggermente le tende per guardare fuori, in un sussulto di speranza. E quindi di follia. Piove ancora, anche più forte, e il cielo sembra farsi sempre più nero. C'è un grosso coltellaccio in cucina, appoggiato sul tavolo bianco, con la lama scintillante che brilla e sussurra il mio nome: sta aspettando. La afferro e mi ci specchio, pronto a infilarmela nel petto, mentre fuori una nuvola nerissima oscura ancor di più il buio e la pioggia aumenta fino a diventare quasi invisibile. Ma non ho il coraggio e poi, ad essere sincero, non voglio rovinare la mia nuova camicia e tantomeno macchiare il pavimento di sangue. Se c'è una cosa che odio più di una giornata grigia, sono gli aloni e le macchie. Di sangue in special modo. Fuori intanto piove e si è alzato anche un pò di vento, che soffia inquietante e sussurra parole di ghiaccio. Per fortuna però ho una bella corda molto robusta e resistente, finemente intrecciata e soprattutto asciutta. Mentre invece fuori piove. La lego al collo con cura. Vorrei scrivere un biglietto d'addio, ma non ho nè voglia nè ispirazione, perchè l'unica cosa che ho in mente è il sibilo crudele del vento. Ma finalmente arriva la pace: posso chiudere gli occhi e morire.
Ma all'improvviso riprendo conoscenza e mi ritrovo steso a terra col collo e i muscoli della schiena che mi dolgono. In un istante faccio due più due: maledette, schifosissime travi piene di tarli.
Devo trovare un modo per farla finita e scappare da questa pioggia e da questo vento freddo e malato. Fuori ancora le nubi nere dominano l'orizzonte, mentre accendo i fornelli del gas e cerco uno Zippo. E poi attendo. È finalmente il momento: sono pronto ad accendere la fiamma e farla finita con questo maltempo che è anche malumore. Poi dalle tende qualcosa si intrufola in casa e mi colpisce in pieno il volto. È un raggio di sole: ha smesso di piovere e gli uccelli cantano, il vento ha cessato di urlare, mentre le cicale festeggiano allegre con la loro musica.
Spengo il gas e lascio cadere l'accendino sul pavimento. Esco a fare una passeggiata e ho deciso che non mi uccido più. Perlomeno fino a che durerà questo sole.

                                                            ALTERNATE ENDING

...Fuori intanto piove e si è alzato anche un pò di vento, che soffia inquietante e sussurra parole di ghiaccio. Per fortuna però ho una bella corda molto robusta e resistente, finemente intrecciata e soprattutto asciutta. Mentre invece fuori piove. La lego al collo con cura. Vorrei scrivere un biglietto d'addio, ma non ho nè voglia nè ispirazione, perchè l'unica cosa che ho in mente è il sibilo crudele del vento. Ma finalmente arriva la pace: posso chiudere gli occhi e morire.
Sento l'aria che fatica sempre più ad uscire dai miei polmoni, che lentamente perdono volume e collassano. Tutto si offusca e gli occhi sommessamente si chiudono, mentre mi lascio sopraffare da questo sonno infinito. Ad un tratto sono costretto a socchiudere le palpebre, ancora per metà aperte. qualcosa mi colpisce il volto: è un raggio di sole, ed è caldo e morbido. Le nuvole si sono diradate, pioggia e vento, mi pare di udire, non urlano più e le cicale cantano allegre in coro con gli uccelletti. Vorrei finalmente uscire a fare un bel giro. Ma ormai per me è troppo tardi.

                                                      VERSIONE DEL SOGNO

...Fuori intanto piove e si è alzato anche un pò di vento, che soffia inquietante e sussurra parole di ghiaccio. Per fortuna però ho una bella corda molto robusta e resistente, finemente intrecciata e soprattutto asciutta. Mentre invece fuori piove. La lego al collo con cura. Vorrei scrivere un biglietto d'addio, ma non ho nè voglia nè ispirazione, perchè l'unica cosa che ho in mente è il sibilo crudele del vento. Ma finalmente arriva la pace: posso chiudere gli occhi e morire.
Riapro gli occhi di soprassalto. Ora sono sveglio, sdraiato nel mio letto, madido di sudore, o zuppo di pioggia, rimboccato sotto le coperte. Il lenzuolo, mentre mi agitavo nella notte, ha finito per stringermisi attorno al collo. Mi tiro sù e scatto fuori dal letto. Il mio primo pensiero è quello di tirare sù le tapparelle. E guardare fuori. Con paura. Il cielo è scuro e carico di rabbia e di rancore. Appena il tempo di sbattere le palpebre e un tuono preannuncia l'arrivo della pioggia, che scroscia rimbombando nel mio cervello accompagnata dal sibilo mostruoso del vento. Somigliano a eserciti invasori e distruttori. Ed io sono assediato, senza via d'uscita..se non..
Non c'è nulla, o quasi, che io sopporti meno di una giornata uggiosa. Niente, o quasi, che mi deprima più di questo cielo cupo e questa pioggia opprimente. Mi volto verso il letto sfatto. Accanto ad esso, sul comodino, noto un flaconcino di sonniferi e tranquillanti, che ingeriti in quantità sufficiente potrebbero aiutarmi a fuggire da questa giornata uggiosa. Intanto fuori ancora piove.



martedì 19 agosto 2014

Aspettando che qualcosa succeda

Mi ritrovo qui, fermo e immobile, aspettando che qualcosa succeda. In lontananza qualcosa si avvicina, mentre io la osservo dal lato della strada. Che sia finalmente ciò che attendevo, la mia ancora di salvezza? Sono fiducioso e osservo con maggior attenzione: no, è solo l'autobus che passa. E non si ferma nemmeno, ma mi passa accanto probabilmente senza nemmeno vedermi. Allora decido di iniziare io a camminare, piano e con attenzione, misurando sempre ogni passo e tenendomi bene al margine della strada, impaurito. Sempre aspettando che qualcosa succeda. Qualcosa accade: qualcuno passa da lontano e si dirige verso di me. Forse mi pare che sorrida. Allora mi fermo e aspetto. L'immagine diventa sempre più grande e adesso si fermerà vicino a me e forse proseguiremo su questa strada insieme, fino al tramonto e poi fino alla notte. E invece il passante mi incrocia e continua a camminare come se io non esistessi. Allora decido di sedermi e di guardare l'orizzonte, aspettando che qualcosa succeda. Si alza il vento e l'aria fresca passa davanti al mio volto, ma non si ferma: non può e non vuole fermarsi. Forse è questo il segreto del vento che nessuno oserebbe mai rivelarci. Una foglia increspata e bruna rotola sul terreno mormorando e crepitando come fosse fuoco. Mi passa davanti e si ferma lì per un pò, abbastanza a lungo perchè possa raccoglierla da terra. La porto davanti ai miei occhi e la osservo bene: è fredda, fragile e debole. Però non si ferma mai, o quasi. Che sia questo il segreto delle foglie d'autunno? La lascio sul terreno, lei si agita un pò e poi riparte veloce, verso qualunque luogo mentre io sto ancora lì, seduto, aspettando che qualcosa succeda. Ma nulla accade: si fa notte e poi torna il giorno e la luce, ed io sono ancora lì, fermo, aspettando che qualcosa succeda.

domenica 17 agosto 2014

Smart phones war ( Parte XX)

Il quartier generale pearino, perciò, sorgeva su un'altura posta appena oltre l'estrema periferia urbana e, da lassù, sembrava quasi osservare, o sarebbe meglio dire controllare, l'iperconnessa società umana che si affannava lì sotto, con gli sguardi sempre più fissi e incatenati agli schermi dei loro smartphone. Ovviamente l'obbiettivo della Pear era che tutti quei brulicanti e condividenti individui avessero tra le loro mani, a volte unte altre meno, un telefono intelligente uscito da una delle loro fabbriche che sorgevano invece, non su altezzose colline, ma erano anzi infossate al centro di orrendi e pestilenziali quartieri industriali, circondati da miserrime baracche, i cui abitanti, si pensi un pò, non erano connessi e non avevano nemmeno uno smartphone. Pur essendo comunque costretti a produrli per diciotto ore al giorno per una paga non molto smart. Ma almeno così, era il ragionamento comune, avevano perlomeno la possibilità di entrare in contatto con uno di quei fantastici strumenti della tecnologia che tanto non si sarebbero mai potuti, e dovuti, permettere.
Il panorama era dunque desolante, ma i tre coraggiosi eroi portatori della causa Sammina, lo attraversarono con perdurante sopportazione e cuore fermo. Intanto, nella tasca di Michele, il da poco ristabilitosi Hanson ringhiava furente alla vista, pur filtrata dal tessuto di cui i pantaloni del suo proprietario erano fatti, di tanti giovani modelli di smartphone rivali. Si agitò talmente tanto che, tanto per cambiare, l'intelligentissimo congegno decise, con scelta sicuramente troppo avanzata a livello intellettuale per essere comprensibile ad un semplice essere umano, di cancellare così, senza troppi pensamenti, una manciata di dati, anche personali del ragazzo, ed altri, invece, sempre personali talvolta, di inviarli così, senza stare troppo a questionare, ad un centinaio di aziende pronte a loro volta, a cuor leggero, a passarle ad altre mille aziende e a qualche servizio segreto, anche estero. Sono queste cose, tuttavia, che rendono unici e magnifici quegli oggetti meravigliosi che sono gli smartphone, e che quindi, i loro affezionati possessori, sopportano e talvolta anche amano e di cui si vantano con gli amici. "Il mio cellulare questa notte ha cancellato da sè l'intera rubrica. Visto che figata?". È più o meno quanto dicono. Ad ogni modo i tre attraversarono l'intero quartiere e tutta l'area sterminata, misera e olezzosa delle industrie, ed arrivarono finalmente al cospetto della collina sulla quale si ergeva il quartier generale nemico. Davanti a loro si presentava una lunga e ripida scalinata, la quale portava quasi direttamente all'ingresso principale della roccaforte pearina. I tre si guardarono negli occhi, preoccupati e incerti se dovessero davvero fare tutti quegli scalini, che sembravano oltretutto piuttosto lisci e scivolosi, allo scopo di salvare il loro brand preferito, e di converso l'intera umanità. Dopo qualche secondo di parlare silenzioso, usando solo le espressioni del viso, che invero tradivano poca voglia di sobbarcarsi nell'impresa, il piccolo gruppo, comprendente due esseri umani, uno smartphone schiumante rabbia e un cestino dei rifiuti che ricordava tanto Mickey Rourke nei suoi anni migliori, decise che sì, purtroppo avrebbero dovuto salire per tutti quegli scalini, fino alla cima della collina che da lì sotto rimaneva ancora invisibile. Inutile dire che il cestino dei rifiuti arrivò per primo in cima, distaccando tutti gli altri, pur non avendo nemmeno le gambe, come fece notare subito, non appena gli amici lo raggiunsero, ai suoi compagni, che apostrofò come "fighettine..". Michele, nonostante fosse stato così definito da un semplice cestino dei rifiuti parlante, come ne esistono altre migliaia, si scoprì lieto e fiducioso nel poter contare su un simile personaggio dotato di tanto nerbo e, a guardarlo bene, molto somigliante a Mickey Rourke nei suoi anni migliori. Sorrise al cestino, che lo guardò di sbieco con la sigaretta infilata di traverso tra le labbra (o perlomeno quelle che avrebbero dovuto essere labbra, se il cestino dei rifiuti ne avesse avute). Ora erano finalmente giunti nei pressi dell'antro di accesso (così Michele lo immaginò: come l'ingresso di una caverna orribile e malefica) del quartier generale della Pear. Non restava che farsi avanti. Ed entrare.

venerdì 15 agosto 2014

Voglio fare lo scrittore

Non ho più idee. Ammisi ad alta voce con me stesso, una sera d'aprile, alzandomi in piedi di scatto e atteggiandomi come fossi su un palcoscenico, osservato da un pubblico immenso e numeroso, seppur muto, immobile e invisibile. Finalmente avevo trovato la forza e il coraggio per, non dico gridarlo ai quattro venti, ma per poterlo dichiarare in maniera ferma e definitiva. E adesso? Beh, adesso era tempo per qualcosa di forte da bere. 
Mentre tiravo fuori il bicchiere dalla credenza e preparavo le bottiglie mi venne in mente di quanti grandi scrittori erano anche degli ancor più grandi bevitori. Io, da parte mia invece, non lo ero e difficilmente lo sarei mai stato.
Bevvi il mio drink tutto in un sorso, d'un fiato, inclinando all'indietro la testa e chiudendo gli occhi. Dopo pochi secondi lo vomitai. Così ebbi il timore che forse non sarei mai stato, non solamente un grande scrittore, ma nemmeno uno scrittore.
E non finiva qua. Mentre mi ripulivo la bocca dai succhi gastrici usciti dal mio stomaco, mi parse di percepire quella che poteva essere un'altra delle cause profonde dei miei mali a livello di creatività: le sigarette. Il mio problema, del resto, non era che fumassi troppo o che fumassi un pò: il mio problema era infatti che non fumavo per nulla. Zero. Ma quale grande artista della penna, pensai, non ha questo nobile vizio? Non c'era quindi da sorprendersi che non avessi alcuna idea e la mia ispirazione paresse avermi abbandonato per sempre, indignata. Tuttavia, per fortuna, sapevo di avere, da qualche parte in casa, una stecca intera di sigarette, lasciata lì, in qualche sperduto cassetto, tra distese di calzini e mutande, dalla mia ultima ex. La cercai maniacalmente, la trovai, la presi e aprii con foga un pacchetto. Lo fumai per intero e stetti, non dico male, ma malissimo. Sicuramente non ero portato nemmeno per essere un maledetto fumatore incallito, di quelli con sempre la sigaretta mezza fumata in bocca, in quarta di copertina, e con l'espressione di sfida al mondo. Io no, io avrei solo tossito. Come potevo, dunque, anche solo sperare di scrivere, non dico certo un capolavoro, ma almeno qualcosa degno di nota? Non potevo. Non sono tagliato, evidentemente, per essere un grande scrittore.

mercoledì 13 agosto 2014

Robaccia presa a male


E così salii in piedi sul parapetto. Il fiume impetuoso sotto di me. Lo scroscio delle sue acque mi ricordava tanto il turbinare degli eventi, dove, come pezzetti di legna infranta, noi esseri umani siamo trasportati in balia di invincibili forze maggiori. Trasparenti e quasi senza sostanza, impalpabili ma comunque ineludibili. Come l'acqua di un fiume quando scorre impetuosa erodendo argini e sponde. E la fiducia nel domani, e ogni speranza e ogni sogno ad occhi aperti. Ero pronto al grande salto. Non mi sentivo nemmeno eccessivamente triste al pensiero di lasciare tutto. Piuttosto mi resi conto che mi era venuta una grande fame: avrei volentieri mangiato qualche bistecca di manzo, patate, ma anche una pizza e poi un grande gelato. La fame mi stava letteralmente divorando. Ma tra poco non avrebbe più avuto importanza, fortunatamente; perchè a ben pensarci avevo davvero un grande desiderio di cibo.
Così ero pronto, in piedi sul parapetto, la mente sgombra di pensieri se si eccettua quello di un grosso, succoso hamburger, e il fatto che forse avessi lasciato la finestra aperta in casa. Ma tanto non ci sarei mai più tornato, pensai poco prima di spiccare il volo.
“Questa poi..eh eh..” : udì una voce rauca risuonare alle mie spalle. Una voce seguita da un paio di colpi di tosse. Mi voltai e un uomo sulla sessantina, evidentemente non nelle migliori condizioni economiche e di salute, sorrideva, o perlomeno aveva la bocca deformata in un qualche ghigno sottile, guardandomi a pochi metri di distanza.
“Questa poi..” : ripetè, questa volta senza colpi di tosse.
“Questa poi cosa? “: domandai quando mi fui stufato di tanta invadenza (anche se c'era da ammettere che quello che pretendeva di buttarsi giù da un ponte in una strada pubblica ero io).
“Ti vuoi ammazzare,ah? Perchè? Lascia che te lo chieda” : mi rispose l' uomo.
“Perchè la vita è una merda, signore. È una cosa troppo dura, e io non sono duro abbastanza”.
Rise di nuovo, molto forte questa volta, tanto che non riuscì a trattenere un nuovo scoppio di tosse, che questa volta però suonava quasi ilare.
“Che ride? Non crede forse che la vita sia una sventura? Non c'è felicità a questo mondo, ed io ho chiuso con tutta questa vana ricerca”: dissi osservandolo come si osserva un sacco della pattumiera, convinto che quella occhiata dovesse riportarlo all'evidenza della sua miserrima condizione.
All'improvviso assunse un'aria molto seria, si avvicinò di qualche passo e mi fissò dentro, negli occhi, come fa un padre con un figlio, quando vuole spiegargli una delle grandi verità che di solito si tengono nascoste come gemme preziose, con la stessa sottesa preoccupazione con cui si cela un tesoro, per poi mostrarle al momento opportuno, quando si pensa che la loro conoscenza causerà meno dolore (erratissima convinzione) .
Stette in silenzio per qualche secondo così. Poi finalmente parlò:“ ragazzo, non devi cercare la tua realizzazione nel mondo, tra gli altri uomini. Devi cercarla dentro di te. Non per le strade e tra i grattacieli, ma nel tuo animo è la felicità, ed è lì che è sempre stata. Sbaglia, e come sbaglia, chi si affanna alla ricerca di ricchezze, agi, riconoscimenti e forme di prestigio. Sbaglia chi si atteggia nella vita come un gladiatore nell' arena, perchè alla fine di tutte le battaglie non necessarie che avrà affrontato, nulla gli rimarrà che le cicatrici, le botte e le ferite, senza che abbia nemmeno ottenuto la sua libertà. È lì il segreto di tutto. Ecco cosa ci rende vivi: la libertà. Se non si è liberi, ma si è schiavi delle cose del mondo, nessuna ricchezza, nessuna posizione elevata potrà restituirci il senso del nostro stare sulla terra”.
Lo guardai come si guarda un vecchio idiota che parla a vanvera evidentemente perchè non ha nessuno con cui discorrere. Lui dovette percepire questo mio segreto e implicito giudizio, perchè subito dopo riprese:“ beh, se non mi credi dovresti perlomeno spiegarmi perchè tu, giovane ragazzo in salute, stai in piedi su un parapetto e ti vuoi gettare nelle acque gelide del fiume, ed io misero accattone tisico sono invece felice e canticchio canzoni tutta notte, pur interrotto talvolta da colpi di tosse ”.
Avevo proprio voglia di trovare una risposta, una qualunque che lo smontasse e che dimostrasse che non aveva detto altre che fesserie da filosofo da quattro soldi, e perciò stetti lì immobile sul parapetto come una statua a pensare a qualcosa: non mi venne nulla in mente, solo che forse adesso avrei dovuto preoccuparmi dell'hamburger e della finestra lasciata aperta.

Perciò fu lui stesso, dopo qualche minuto di silenzio, a trarmi di impaccio, dicendo:“ è perchè io sono libero, ragazzo. Non nutro illusioni e false speranze sulla bontà del mondo e della possibilità di redenzione in esso. Il mondo è un posto malvagio e brutto dove gente innocente muore ogni giorno, dove milioni di persone non hanno di che mangiare, dove bambini piccolissimi si ammalano oppure fanno la guerra. Che possibilità c'è di trovare la felicità in tutto ciò? Sarebbe come cercare una stalattite di ghiaccio all'inferno. Per questo, amico, la felicità e la serenità non puoi trovarle in questa tragedia corale con attori inconsapevoli che chiamiamo mondo, ma solo nel tuo animo” .

domenica 10 agosto 2014

cencio in mezzo ai cenci, il destino e la miseria umana

E fu allora che lo vidi, cencio in mezzo ai cenci. Appena sembrava un essere umano e non uno straccio a sua volta. Era un senzatetto, stava steso per terra sopra dei cartoni consumati quanto i suoi vestiti e quei teli sintetici che usava come coperte. Si scorgeva appena il capo, con dei capelli fini e bianchi su una testa disperata e usurata dal freddo e da patimenti non strettamente meteorologici.
Stavo per calpestarlo, sovrappensiero com'ero. Per fortuna riuscii a non salirci letteralmente sopra, ma non ad evitare di urtarlo e di disturbare così il suo triste riposo. Allora sollevò prima la testa, come se non gli importasse molto, poi tirò su tutto il corpo e quando potei guardarlo meglio, fu allora che lo vidi. Per la prima volta nella mia vita guardai dritto negli occhi il volto della dignità umana. Fu allora che scoprii. Scoprii che la dignità veste di stracci e dorme negli angoli bui e lerci della strada. Fa puzza e non ha un bell'aspetto di primo acchito. È un barbone che tutti evitano e che tutti temono, con cui nessuno vuole avere a che fare. Ecco perchè è una cosa così rara. La gente teme la dignità, teme la purezza dell'animo umano, perchè non porta a nessuna ricchezza materiale. Non ti darà nessuna macchina fiammante, nessuna casa con un bel giardino sul retro e non ti farà raggiungere alcuna posizione di prestigio per cui potrai vestirti bene e profumarti ed essere sempre perfettamente rasato. No, nulla di tutto ciò. Lei ti farà dormire per strada, buttato contro un muro, coperto di materiali sintetici e freddi, sporco e puzzolente, sgradevole agli occhi della gente.
Un cencio in mezzo ai cenci.


Al lato della strada c' era un piccolo banchetto di legno, dove avventori, turisti e disperati generici tentavano la fortuna con i dadi.
Vi era un insolito affollamento per un gioco tanto poco ludico: un uomo, che sembrava un abitudinario nello sfidare la sorte, stava per vincere un bel piatto. Probabilmente sarebbe stata la prima e unica volta che avrebbe avuto l'illusione della vittoria nella sua vita.
Ed invece uno dei dadi rotolò troppo, e da un sei vincente girò, come con uno spasmo improvviso, su un “uno”, misero e solo come unicamente un “uno” può essere.
“ Il destino, amico..” : disse freddamente l'uomo del banchetto allo sfortunato avventore, che era rimasto di sasso e attonito e solamente riuscì a ripetere a sua volta: “il destino”.
Che bel modo di consolarsi, pensai, il destino. Ma è davvero una consolazione, o solo la più triste delle prese di coscienza? Realizzare che il destino e la nostra vita si riducono ad un tiro di dadi, dove non si ha alcun controllo sul numero che uscirà. Puoi provare a indirizzare gli eventi, ma non puoi davvero controllarli. Puoi soffiare sui dadi, usare gesti scaramantici o particolari tecniche di tiro: per quanto ti sforzerai mai riuscirai a controllare quel vorticare e girare su se stessi impazziti, come spinti da venti sempre opposti che è la nostra vita. Alla fine basta un tiro troppo energico o, al contrario, troppo poco convinto, una piega della tovaglia sul tavolo, uno sbuffo di vento, un nonnulla capace però di abbattere tutto il castello che ogni giorno, con gran fatica e speranza, tentiamo di realizzare con le carte che abbiamo in mano.
Qualcuno potrà tacciarmi di pessimismo: non importa. L'ottimismo lo lascio a chi è abbastanza folle per accoglierlo in cuor suo e credere davvero che tutto, alla fine, andrà bene. Io non posso, ne riesco a pensarlo. Questo non significa, come sempre qualcuno potrà pensare, essere arrendevoli e non lottare per le cose della vita. È semmai proprio l' opposto. Proprio grazie al pessimismo è possibile riuscire a trovare la forza ogni giorno di provare a dare una svolta a questa strada dissestata che porta ad un orizzonte scuro. È questa forza della disperazione che dà la spinta necessaria. Perchè solo chi vive nelle tenebre anela davvero, e intendo davvero e con tutta la sua volontà, a vedere prima o poi il sole.
Ma la miseria umana non è una condizione temporanea e transitoria, legata magari a situazioni economiche o di umore. No. La miseria umana è una, anzi, è La condizione esistenziale dell'essere umano. Condannato alla vita, come un viandante disperso vaga lungo un sentiero sconosciuto, cercando disperatamente di trovare un senso e una motivazione a tutto quel movimento irrazionale, al respiro dei suoi polmoni e al battito del suo cuore stesso. Tentando di ignorare la realtà, per cui la sua esistenza non è altro che mera casualità e non ha alcun senso ne alcuno scopo. Per quanto riguarda il Mondo non abbiamo alcuna importanza e siamo costretti, perciò, a vivere nella finzione che creiamo per noi stessi, incatenati come prigionieri nella ricerca della felicità, della serenità o di qualcosa che si avvicini a queste. E se non riusciremo a raggiungerle mai la nostra vita sarà misera. Mentre se dovessimo riuscire a ottenerle, beh; ecco che allora la nostra vita sarà ancor più misera. Perchè ci saremmo resi conto che la felicità e la serenità nella vita sono solo obiettivi illusori, e aspirazioni irrealizzabili, costruiti all'unico scopo di non farci impazzire. O forse create proprio per quello da un Dio sadico che odia tutti i suoi figli.




La donna della metropolitana

Il bello di questo città è che vi si trova gente da tutto il mondo. Le porte della metropolitana si aprono e una donna curva e segnata dal tempo entra sedendosi di fronte a me: la sua carne è scura e i suoi occhi neri come la notte del deserto, la sua pelle odora di spezie e di certe terre lontane, laggiù, verso la luna, dove lo sguardo si perde in pensieri e vaga per domande senza risposta. Indossa un vestito lungo e variamente avvolto sulla vita e le spalle: ha dei colori brillanti come i sogni dei bambini nelle notti estive. È strano ma quella donna anziana e così esotica, tanto diversa da me, mi ricorda qualcosa di estremamente familiare. E osservando le rughe del suo volto e la sua espressione insieme stanca e serena mi sento inusualmente tranquillo. Sarà perchè ha l'aspetto qualunque di una nonna: mi sembra di vederla mentre, seduta accanto al focolare, nella sua casa, sorride con sguardo benigno ai nipotini che corrono e strillano e reclamano a grandi gesti la sua attenzione. Mi sembra di percepirlo quel caldo fuoco domestico e quell'atmosfera così gioiosa. La vedo quando senza accorgermene mi ritrovo a fissarla nel fondo di quegli occhi così neri, profondi e che se solo potessero mostrarmi quello che contengono e narrarmi le loro infinite storie..Percepisco un filo di imbarazzo adesso, solo una punta; un sentore minimo. Vedo che la donna mi sorride lievemente come avrebbe fatto con uno dei suoi nipotini, o forse quello non è un sorriso: è solo lo sguardo leggero di chi ha la serenità nel cuore. Allora sento i miei occhi inumidirsi e velarsi di lacrime di commozione. Il calore che sento nel cuore era tanto che non lo provavo. La metropolitana rallenta, poi si ferma stridendo. Dignitosa, l'anziana donna si alza ed esce dal vagone lentamente e con la grazia di un angelo meravigliosamente e puramente terreno. Un angelo con la carne scura e la pelle che odora di curry. Le sorrido molto timidamente incrociando il suo sguardo e la ringrazio col pensiero. 
Riemergo in superficie dalle scale delle metropolitana. L' aria è fredda e pungente. Che enorme contrasto con con quell'atmosfera così calda e domestica che avevo sentito fino a poco fa, grazie al contatto con una persona sconosciuta. Solitamente non mi sento cordiale verso gli altri individui, specie verso gli estranei, ma comunque non posso negare che le persone, prese singolarmente, considerate unicamente in quanto rappresentanti del genere umano, mi interessano. Ognuno di noi è una storia unica e irripetibile, benchè alcune, la maggior parte, e forse anche la mia, siano di una banalità estrema. Ma d'altronde che ci si può aspettare da un copione che conta sei miliardi e più di personaggi, se non di essere una mera comparsa? Eppure noi tutti vorremmo essere i protagonisti su questo palcoscenico, anche se purtroppo non è così. Perlomeno non in senso assoluto. Dobbiamo accontentarci di essere protagonisti solo per noi stessi. Di essere regista, attore e sceneggiatore allo stesso tempo. Ma anche Lo Spettatore. Forse l' unico essere al mondo interessato al nostro personalissimo film che è la nostra esistenza. Ma questo pensiero non dovrebbe in alcun modo rattristarci, perchè è solo l'ordine naturale delle cose, quando lo guardi così, per come è: senza illusioni. Le illusioni le creiamo apposta per rendere più sopportabile tutta la nostra esistenza. Illudersi della propria importanza assoluta, illudersi di qualche speranza, di qualche sogno. Come potremmo vivere nella consapevolezza che il lieto fine è unicamente roba da libri di letteratura edificante di metà ottocento? No, non potremmo sopravvivere. Ecco perchè il buon Dio ci ha dotato della capacità di illuderci e di costruirci mondi dove esiste in effetti una possibilità di redenzione per la nostra vita. Ecco perchè ci ha dotato della sua idea, che è a sua volta una illusione. Ebbene sì, le illusioni creano illusioni. Non lo sapevate? È per questo che fanno male: perchè sono come un virus, un corpo estraneo che si riproduce e ci danneggia, divorandoci l'anima da dentro. E noi dovremmo sempre liberarci di ciò che ci minaccia e ci distrugge, per quanto possibile.