domenica 15 giugno 2014

Smart phones war ( parte XIX)

Ora che Michele aveva ritrovato il suo più caro amico, Hanson, il suo fido telefono cellulare smart, se si eccettuano ovviamente tutte quelle volte che aveva squillato o vibrato nell'istante esatto in cui il giovane Michele era entrato in doccia e aveva iniziato a insaponarsi, proprio in quel frangente preciso, non un secondo dopo, nè uno prima, finalmente poteva sentirsi di nuovo tutto ringalluzzito ed estremamente confidente circa, non solo le sue possibilità, ma anche quelle di tutta l'umanità, perchè, come tutti sanno, e Michele in particolar modo, nulla è impossibile con il nostro affezionato smartphone sempre al nostro fianco. Perfino, per dire, conoscere e sapere tutte le cose del mondo, in un istante e con comodità. Salvo il fatto poi di dimenticare tutto quanto appreso, circa 15 secondi dopo. Certo il fatto di essere ancora insieme ad Hanson non poteva cancellare lo scorno per la sconfitta subita, e Michele pensò con un brivido che il suo modello di cellulare ora era uno in via d'estinzione (ma non lo comunicò ad Hanson, per non spaventarlo troppo adesso che si era da poco ripreso), ma soprattutto, non poteva sotterrare sotto una valanga di notifiche dai social network(s), la delusione del suo cuore per il tradimento subito da parte della sua odiata amata. Eppure, pensava Michele, quando le loro labbra si erano toccate, aveva sentito qualcosa provenire direttamente dal cuore di Gianna, che non era la vibrazione del telefono smart della ragazza, ma qualcosa di più grande, di caldo e di sincero. Tuttavia sentiva che si stava solo illudendo, e prendendo in giro, perchè ciò che era poi successo in quel maledettissimo store era stato assolutamente chiaro ed inequivocabile. Perciò sospirò, come fanno sempre gli innamorati delusi o non ricambiati, cioè in maniera stucchevole, patetica e fastidiosa, e cercò di allontanare quel pensiero maledetto. Perchè ora, c'era comunque una battaglia da combattere, perchè lui, Michele, non era tipo da arrendersi, mai. Nemmeno in amore, pensò di sfuggita. Ma immediatamente zittì questo molle pensiero, poichè in questo momento l'amore non c'entrava, aihmè, dal momento che c'era una guerra da portare avanti. Una guerra per la libertà, per la giustizia, ma soprattutto per una migliore telefonia mobile, più umana, come Hanson. Michele carezzò Hanson sul suo volto da adolescente americano butterato cresciuto in una fattoria sperduta chissà dove, in cui nemmeno un alieno atterrerebbe mai per sbaglio (ed infatti da dove veniva Hanson, gli alieni non si erano mai recati. Mai mai? Gli chiese un giorno Michele curioso. Never, rispose ovviamente Hanson). Certamente, la situazione era tutt'altro che facile: i suoi due compagni di missione probabilmente erano stati arrestati e fucilati. Ma questo se lo meritavano, vista la loro dabbenaggine estrema. I vertici, il direttore generale e il suo insuperabile, per fortuna, assistente, se la erano data a gambe non si sa dove, a quanto pare. Rimanevano perciò lui, il fido inserviente Gerard e, ovviamente, il più temibile di tutti: il cestino dei rifiuti. Michele si voltò sentendosi come osservato alle spalle: non si sbagliava. Salutò con un cenno della mano il cestino dei rifiuti, che da figone com'era non rispose nemmeno, ma semplicemente si accese una sigaretta col suo Zippo, calò la tesa del cappello e si avvicinò. "Allora, hai parlato col fido inserviente Jerry?": domandò Michele, senza guardarlo. "L'inserviente Jerry è sordomuto, ragazzo. Comunque sì, ci ho parlato e lui mi ha risposto a chiare lettere che era dei nostri. Anzi, lo ha fatto urlando." Urlando. Michele non ci capiva più nulla, ma andava bene lo stesso. Quei due erano tipi tosti. Specialmente quel dannato cestino. Dal fondo del corridoio si sentirono dei passi sopraggiungere: anche l'encomiabile inserviente li aveva raggiunti. Li guardò entrambi in maniera fugace, fece per rimettere a posto il cestino dei rifiuti, ma poi capì subito che era lui, quel cestino, e lo lasciò in pace. Michele sorrise per la prima volta da giorni, quel sorriso stretto tipico di chi abbia paura di illudersi e tema di risentirsi felice troppo in fretta rispetto a quanto sarebbe opportuno. Ma la felicità, purtroppo, non si può controllare. Ora stavano tutti e tre uno di fronte l'altro. Michele disse: "ci siamo tutti, quindi. Andiamo?". I presenti, eccetto il cestino dei rifiuti, per ovvie ragioni, fecero cenno di sì con la testa. E si incamminarono così, in silenzio assoluto, a parte il sordomuto inserviente, che cantava a bassa voce, verso il quartier generale pearino di cui già vedevano l'oscuro profilo stagliarsi sul cielo scuro e tuonante, di quel tardo pomeriggio, alla sommità della collina fuori dalla città.

sabato 14 giugno 2014

Il bosco incantato (XVIII)

Dopo essersi scosso un attimo, dunque, e dopo avere sbadigliato tanto da slogarsi quasi la mascella, il vecchio folletto fu pronto per il suo discorso. Ora invece il silenzio regnava sul bosco incantato, in ogni suo angolo e anfratto, dove anche tutti gli animali, e perfino il vento, sembravano avere smesso ogni movimento e stare trattenendo ansiosi il respiro, e naturalmente sulle tante teste delle creature che si sentivano adesso quasi sospese a mezz'aria in una qualche dimensione ancora più surreale della loro e attendevano frementi, ma senza il minimo sospiro, che Gancanagh iniziasse a parlare. Aprì quindi la bocca sdentata, e il mondo sembrò rallentare per un momento il suo vorticare incessante, forse anche per via dell'alito del folletto. Ma era solo per starnutire, cosa che fece senza ritegno alcuno e anzi bagnando quasi completamente le prime tre file di ascoltatori. I quali però, visto da chi proveniva cotanto muco, non si arrabbiarono più di un poco, sperando, inoltre, di potere ereditare da lì almeno una parte della saggezza, forza d'animo e vigore fisico, ma non la sinusite, del vecchio eroe. Tuttavia una piccola fatina rischiò seriamente di affogare, perciò si disse, sempre con rispetto sommo, all'eroico Gancanagh, la prossima volta, per favore, di fare attenzione. Gancanagh rispose che lo avrebbe fatto, ma subito dopo si sorprese a chiedersi tra sè e sè: "Fare cosa..?". Finalmente fu pronto per parlare, e di nuovo, di colpo, tutto tacque. E nel cielo, le stelle e la luna sembravano essere state disegnate a pastello. "Sabotaggio": disse dunque. Ma lo disse con un tono di voce troppo basso, nonostante nella sua mente avesse provato così tante volte a pronunciare la parola in modo incisivo, tanto che nelle ultime file in molti non sentirono affatto e chi sentì, invece, non riuscì a capire bene cosa avesse detto. Formaggio? Ci si domandava. Come può pensare ora a del formaggio? Si chiedeva qualcuno. Serve del foraggio, presto. Urlò qualcun altro. Certo, senza coraggio non si va da nessuna parte, affermavano altri con il viso contratto dalla tensione. Siamo ad aprile, non ancora a maggio. Fece notare qualcuno dei più distanti dall'oratore. Perciò ci si mise d'accordo, prima di procedere, perchè coloro che stavano nelle file più avanzate riportassero, come nel gioco del telefono senza fili, a quelli che stavano dietro, il discorso del folletto condottiero, che poi sarebbe arrivato di fila in fila, fino a chi stava più in fondo. Dunque ci si accordò su questo e Gancanagh, a cui il sonno stava nuovamente per fare chiudere le palpebre e piegare le membra, potè così continuare. "Orbene, miei cari amici": disse grattandosi la parte inferiore della schiena, mentre il messaggio si diffondeva di fila in fila fino in fondo al nutrito gruppo. Le ho piene di certi mici, fu ciò che arrivò di quanto pronunciato da Gancanagh a chi ascoltava da lontano. Era un evidente riferimento al problema di certi gatti selvatici, forse, che di tanto in tanto, a onor del vero, si avventuravano in incursioni nel bosco e talvolta assalivano dei terrorizzati gnometti che si stavano recando al lavoro. Pensiero condivisibile, pensarono quindi dalle ultime fila, pur tuttavia un pò fuori luogo. Ma il discorso del grande folletto avventuriero non era che agli esordi. Così continuò Gancanagh: "come sapete, siamo qui riuniti per organizzare la nostra battaglia per difendere il territorio dove viviamo, dove siamo nati, cresciuti, dove i nostri nonni e genitori sono nati e cresciuti e dove i nostri figli dovranno nascere in allegria e vivere sereni fino alla morte, contro le forze di coloro che vorrebbero portarci via e distruggere la nostra terra". Olè, si sentì da un punto nel mezzo della folla. Gancanagh, supportato da qualche anziano, con un semplice sguardo di sbieco, fece quindi capire che era forse un pò troppo presto per le acclamazioni. Forse solo un'altra ancora. Olè!! Ok, bene grazie. Continuò quindi l'antico eroe, mentre dal fondo del gruppo qualcuno sommessamente discuteva sul motivo per cui il loro condottiero stesse dissertando di feste e torte e musica folk in un frangente simile, e solo qualche fila più avanti invece c'era chi si interrogava coi vicini se anche loro avessero sentito Gancanagh accennare ai prezzi raggiunti dagli ortaggi al mercato di Soronjord (prezzi invero esagerati): "ora io conosco bene e comprendo appieno i vostri dubbi e le vostre perplessità circa la nostra capacità, di piccole e umili creature, di tenere testa ad un avversario dotato di armi nucleari e di spaventosi bulldozer, nonchè provvisti della capacità di essere falsi, cattivi e insensibili, cosa impossibile per noi piccole creature fantastiche del bosco incantato". Il solo pensiero di cosa quelle creature enormi, fornite di un cervello meraviglioso, ma spesso mal utilizzato o inutilizzato del tutto, fossero capaci di fare, anche ai loro simili, figuriamoci a dei dissimili invisibili, gettò nello sconforto e nella paura più cupa l'intera adunata. Che si lasciò andare in un "oooooh nooooo", realizzato praticamente all'unisono. E proprio quello era ciò che voleva il saggio e coraggioso folletto: gettarli prima nella disperazione più profonda, per poi salvarli all'ultimo istante prima dell'impatto e riportarli di nuovo in vetta, al settimo cielo, lì dove tutto è possibile. Così si irrigidì tutto, puntò il petto all'infuori e alzò il mento all'insù, ancora più sù, ecco, un altro pò. Benissimo così: aveva il mento così rivolto verso l'alto da non vedere nemmeno più il suo uditorio. Ma poteva sentirlo. E soprattutto poteva sentire le sue parole, adesso urlate fortissimo, tanto che non ci fu più bisogno di usare l'ingegnoso, ma forse leggermente rivedibile, metodo del telefono senza fili. "Ma sono qui per questo amici. Noi vinceremo!" Quell'affermazione così categorica zittì all'istante ogni piagnisteo e di nuovo tutti seguivano con attenzione e vivo interesse. Gancanagh andò avanti, avanzando anche di qualche passo e stringendo una mano a pugno e scattando continuamente da destra a sinistra e viceversa come posseduto. "Ok, è vero: non siamo forti (noooo..si sentiva da un punto della folla)..non siamo potenti..(uuuhh...proveniva da un altro punto), non siamo intelligentissimi, d'accordo (e questo dato fu confermato da due troll e altrettanti folletti che senza ragione apparente avevano iniziato chi a girare in tondo su se stesso, fino a barcollare e cadere a terra, chi a prendersi a capocciate amichevoli con qualcun altro e chi a ridere a squarciagola per avere pensato a qualche sciocchezza nella sua mente), però possiamo comunque agire d'astuzia e soprattutto di sorpresa." A quella parola tutti rimasero senza fiato, chiedendosi di cosa si potesse trattare. Il silenzio ora era come una corda immaginaria e spessa che univa ai suoi estremi il pubblico lì riunito e l'oratore di fronte a esso. In quel momento si avvertì perfino il battere della ali di una falena. Che poi malauguratamente per lei, finì nella tela di un ragno. Ma questo non c'entra, ed è comunque un'altra storia. "Sabotaggio, dunque". Ancora col formaggio, pensarono in lontananza dove non si sentiva benissimo, poichè Gancanagh aveva ora abbassato la voce, dal momento che aveva avuto, poco prima, un attacco di raucedine e non voleva quindi sforzarsi troppo, chè comunque la sua voce gli sarebbe servita ancora. Quando il folletto perciò ebbe fatto passare qualche secondo per assicurarsi di avere la completa attenzione di tutti, anche delle fatine che però nel frattempo dovevano anche difendersi dagli attacchi delle numerose civette lì presenti, spiegò meglio cosa intendesse, pregando magari coloro che stavano nelle file dietro di farsi un pò avanti, onde evitare di dilungarsi con quella situazione di incomunicabilità, che ad ogni modo aveva già annoiato. Così non capendo bene quale canzone Gancanagh avesse appena ascoltato, costoro comunque avanzarono di qualche metro. "Ovviamente, miei carissimi, non possiamo battere le ruspe, le pale, le betoniere, e i bulldozer da soli, e nemmeno impedire agli operai di lavorare, se li affrontiamo faccia a faccia. Però dalla nostra parte abbiamo, paradossalmente, proprio molti dei nostri svantaggi: siamo piccoli e invisibili agli umani adulti. Perciò possiamo intrufolarci ovunque nel loro ambiente, finanche al luogo dove tengono i macchinari e gli attrezzi e i materiali che servono loro per abbattere il bosco ed edificare il nuovo quartiere. Inoltre siamo alquanto scemotti e ingenui, e nessuno sospetterebbe di noi. Anche perchè non credono nemmeno alla nostra esistenza." E qui fece un occhiolino, alla folla, ma prima di tutto a se stesso, per complimentarsi da solo per la propria indiscutibile astuzia e cazzutaggine, come dicevano in certe terre lontane che lui aveva visitato tempo addietro. Le spaventate creature pian piano, mentre ragionavano su ciò che avevano appena sentito le loro appuntite o tozze o inesistenti orecchie, sembrarono ritrovare il sorriso. Quello era il momento buono, che Gancanagh, aspettava per concludere il suo discorso:" quindi; pisceremo sulla malta, defecheremo nel cemento, sputeremo sui volanti e i sedili dei camion e delle ruspe, sviteremo i bulloni dei macchinari, smonteremo i loro motori, ne nasconderemo i pezzi e tapperemo le betoniere. Poi manometteremo i comandi dei bulldozer e sostituiremo la benzina dei mezzi e delle macchine movimento terra con il nostro catarro". Ed espettorarono tutti a mò esempio ed allenamento, producendo un piacevole rumore che si sparse per tutto il bosco e lasciò interdetti diversi animali. Quindi liberarono il tutto per terra ai loro piedi e finalmente si lasciarono andare a urla e grida di giubilo, per sfogare l'insopportabile tensione, per i loro piccoli e teneri cuoricini gioiosi, di quei giorni, cosa che aspettavano da quando tutto ciò era iniziato, loro malgrado. Così tutti saltellarono, ballarono, cantarono e festeggiarono per tutta la notte, prima di pensare, da domani, a combattere e difendersi, loro malgrado. E mentre il grande Gancanagh si godeva la gioia che aveva creato con le sue parole e la sua mitica presenza, e con i suoi umori anche, voleva credere il folletto, tra le sue amate piccole creature del suo bosco incantato, si accorse che il sonno era tornato prepotentemente. Così chiuse gli occhi e iniziò a russare come una vaporiera rotta, mentre intorno a lui la festa continuava senza ulteriori pensieri. Per il momento.

venerdì 13 giugno 2014

Il bosco incantato (XVII)

Il bosco incantato fremeva di voci sovrapposte che si levavano da ogni parte. Tutte le creature avevano formato un semicerchio disordinato e scomposto, al cui centro stava lui, l'eroe degli eroi, il folletto Gancanagh, che sfoggiava il più sfrontato dei sorrisi compiaciuti e, con fare da vero comandante, guardava ora a destra, ora a manca, ora davanti a sè e poi dietro(dove però non c'era nessuno, ma era pur sempre meglio accertarsene). Era quella una sera prescelta, per la splendida luna piena che si stagliava nel cielo notturno come un adesivo fluorescente, di quelli che i bambini attaccano agli armadi nelle loro stanze e ai bordi dei letti per avere meno paura in quel momento limbico in cui si è immersi nel buio e nei suoi mille segreti, prima di dormire. Era la sera perfetta per una bella riunione tra le creature del bosco incantato, in un momento di così grande difficoltà. Di solito, da quelle parti, quando ci si incontrava tutti, lo si faceva per festeggiare allegramente per tutta la notte, ma non quella volta. Quella volta si sarebbe dovuta decidere la strategia di combattimento migliore, il che, per creature pacifiche come quelle del bosco, non era certo cosa tanto facile e usuale come per gli esseri umani. La confusione che regnava infatti era suprema. Ovviamente solo il leader, ed eroe leggendario, Gancanagh, sembrava avere le idee chiare e stare unicamente aspettando per poterle esporre, osservando intanto i suoi numerosi amici che ora speravano tutti su di lui, e lui solo. Lì radunate c'erano praticamente tutte le creature di quel luogo magnifico: i più grandi raccontavano di avventure e storie vissute assieme a quella figura leggendaria ai più giovani, che invece immaginavano ad occhi aperti di potere stringere la mano al famoso folletto e di potere ricevere un autografo. Parecchie ore dopo, siccome quelle creature non erano abituate alla disciplina e a cose come fare silenzio quando imposto, oltre all'essere naturalmente dei gran chiacchieroni, finalmente tutti tacquero, pronti ad ascoltare la soluzione portata dalla loro guida. Il folletto aveva nel frattempo assunto un'espressione oltre ogni dire seria e solenne: stava ben dritto con la schiena, ma col capo lievemente chinato e gli occhi chiusi per raccogliere le energie mentali e per meglio organizzare il suo discorso. Così pensarono tutti, fino a che, uno dei troll più vecchi e che gli stava quasi accanto, non si accorse che in realtà il divo Gancanagh si era, nell'attesa interminabile, addormentato. Lo si sarebbe del resto anche potuto sentire russare leggermente, se solo si fosse ascoltato con maggiore attenzione. Dunque il nostro amico folletto fu risvegliato immediatamente, in maniera un pò brusca, con una gomitata, ma comunque rispettosa. Ora che si era anche riposato un pò, Gancanagh si sentiva anche più sicuro e confidente di sè. Tuttavia il sonno non gli era affatto passato. Del resto anche lui aveva la sua età.

venerdì 6 giugno 2014

L'orso paffuto Stig

Ed ecco l'orso un pò grassoccio, non che fosse fuori forma ma aveva delle ossa davvero grosse e imponenti, che avanzava circospetto verso il retro del ristorante dove, per tutta la sera, incessantemente, i camerieri del locale avevano buttato tutti gli avanzi di cibo in grossi cassonetti metallici. E si parlava di un tale ben di Dio..a pensarci a quell'orso grassoccio veniva già l'acquolina in bocca e lo stomaco iniziava a farsi sentire con dei brontolii insistenti e continui che parevano come una lamentela sofferta e insieme un invocazione al suo grosso proprietario, affinchè vi infilasse all'interno, e al più presto, un buon bocconcino. E infatti quello era proprio ciò che l'orso grassoccio, le sue ossa più che altro erano molto grosse, stava andando a fare. Però non avrebbe dovuto farsi vedere da nessuno lì giù in città, perchè altrimenti sicuramente tutti si sarebbero allarmati, per non dire terrorizzati, nel vedere un tale bestione andarsene bellamente in giro per le loro strade pulite e sicure. Se lo avessero visto, sicuramente, avrebbero chiamato le autorità che probabilmente avrebbero sparato a vista al povero orsacchiotto, rischiando di fargli anche molto male. Indubbiamente la gente di quelle parti aveva un gran caratteraccio e, come se non bastasse, aveva l'incredibile abitudine di gettare via quantità enormi di cibo, a volte anche molto elaborato e costoso. Si stava quindi avvicinando così di soppiatto, a passi pesanti per via delle ossa robuste, ma felpati, grazie alla sua innata agilità, al suo gustoso e ricco, sperava, obiettivo, quando, a ciel sereno, un rumore spaventoso e repentino lo fece sobbalzare distogliendo la sua concentrazione sul compito di non fare troppo rumore nell'avvicinarsi al ristorante. Subito l'orso pensò a qualche guardia forestale ferma alle sue spalle pronta a fare fuoco. Ma quando si girò e non vide nessuno dietro di sè, allora si rese conto che quell'insolito rumore altro non era che il suo stomachino (si fa per dire) affamato. Dunque doveva assolutamente sbrigarsi se non voleva che il suo caro e fondamentale organo interno iniziasse a digerire se stesso, così, in barba al principio sacro di prudenza e di allerta continua, che sono fondamentali per un buon orso che voglia avvicinarsi tanto ai nervosissimi esseri umani e alle loro cittadine, fece l'ultimo tratto che gli mancava correndo, correndo veloce, mentre il suo stomaco adesso urlava a squarciagola il suo desiderio di ingurgitare qualcosa. Finalmente era arrivato dinnanzi i cassonetti, che per tutta la sera erano stati riempiti colmi di cibo, delizie di ogni tipo che le persone che si recavano in quei luoghi così strani, dove si cucinavano e vendevano alimenti, avevano l'insana abitudine di non ingurgitare intere e in un boccone, ma che addirittura, senza rispetto, lasciavano nel piatto. Il suo appetito adesso aveva raggiunto livelli incredibili anche per un orsacchiottone della sua stazza. Si sollevò perciò sulle due zampe posteriori, e le due anteriori, invece, le poggiò sul bordo del primo cassonetto di metallo. Lo spalancò e si chinò dentro ad occhi chiusi per annusare tutti gli aromi che venivano da lì dentro e che sarebbero stati quelli del suo banchetto della serata. Li aprì immediatamente, però, spaventato, e guardò, e quello che vide all'interno del cassonetto non gli piacque per niente. Anzi, quello che non vide, non gli piacque nemmeno un pò: vuoto. Il cassonetto era vuoto, completamente vacuo. Al suo interno c'era il vuoto cosmico, pensò l'orso esagerando un pò. Ma era comprensibile. Affannato e con lo stomaco impazzito si lanciò sul secondo cassonetto, lo ribaltò addirittura, e guardò dentro. Ma niente. Nulla anche lì. Ne restava uno, dove si buttò direttamente di testa sperando di atterrare su morbide bistecche, soffice purea di patate, fili sugosi di pasta, comode forme di formaggio fresco e verdi foglie di insalata. Ma l'unica cosa che toccò fu il fondo del cassonetto. Che era anche questo miserabilmente e totalmente vuoto. L'orso grassoccio perciò uscì fuori dal contenitore che ora non conteneva nulla, incredibilmente e senza alcuna causa plausibile, quando invece solitamente pullulava di squisitezze, e urlò. Urlò a perdifiato chiamando il suo amico Mathias, il proprietario del ristorante, suo unico amico, o quasi, sicuramente l'unico vero, tra gli umani. Me nessuno rispose, nemmeno dopo il quarto tentativo. Così fece una cosa pazzesca per un orso che si avventuri tra quei pazzi degli uomini: entrò nel ristorante, sbattendo anche la porta per di più. Non che volesse farlo, gli scappò solo dalle mani la maniglia, ma comunque oramai era fatta. E ad ogni modo all'interno del locale non c'era nessuno, le luci erano spente. La cucina chiusa. Il suo amico Mathias, quella sera, di certo non era stato lì. A questo punto l'orso paffutello si chiese cosa stesse succedendo, mentre il suo stomaco, al quale la risposta in fondo non importava più di tanto, sembrava stesse per implodere e faceva un chiasso tale da rimbombare tutto all'interno del ristorante e farne tremare letteralmente le pareti. Al povero orso veniva un pò da piangere. Ma per ora si trattene. Poi sentì un rumore di passi leggeri e rapidissimi dietro di sè. Sussultò e si voltò. "Oh, sei tu?", disse. Era il suo amico topolino, compagno di tanti pranzi e ancor più merende, per non dire delle cene, il buon Sigrid, che lo guardava con un'aria insolitamente sconsolata per un  tipo allegro ed espansivo come lui. Allora perfino lo stomaco di Stig, così si chiamava il nostro orso pacioccone, tacque per la preoccupazione, non prima però di avere lanciato un ultimo disperato verso d'aiuto. "Siediti, ti devo parlare": disse il topolino Sigrid. 

mercoledì 4 giugno 2014

Dentro l'armadio (V)

Quando il buon'uomo rinvenne, aveva un grande mal di capo come se qualcuno, con un grosso martello, lo avesse sorpreso alle spalle e gli avesse mollato una botta in testa con tutta la forza possibile. Si mise seduto e cercò di ricordare chi fosse (fatto), dove fosse (fatto), e perchè diamine mai fosse svenuto a quell'ora di giorno e mentre era immerso nel lavoro fino al collo, per giunta. Quando si ricordò anche quest'ultimo punto, ci mancò poco a che non svenisse nuovamente. Si volse così verso l'armadio, le cui ante erano tuttavia, adesso, chiuse normalmente. Il signor Phillips, dunque, per un secondo, provò a immaginare di essersi solo addormentato, probabilmente per la gran stanchezza dovuta alla sua ultima fatica letteraria, e di essersi sognato ogni cosa. Comprese, anzi soprattutto, le due ultime apparizioni dall'antico armadio. Che ovviamente non potevano essere successe sul serio. Si alzò finalmente in piedi sulle gambe ancora tremolanti e incerte. Si tenne per un pò le mani sulla schiena dolorante dall'ultimo trasloco che aveva dovuto effettuare in buona parte completamente da solo, dato che la intransigente consorte non si fidava di estranei per quel lavoro così intimo e delicato, diceva, e infine si avvicinò al possente armadio. Per quanto strano la sensazione che esso fosse un'entità vivente, non aveva ancora abbandonato il signor Phillips, che però adesso attribuiva tutto ciò e allo shock e allo svenimento. Anche se non in quest'ordine. Poggiò una mano su un'anta del mobile, lentamente, quasi si trattasse di un pericolosissimo animale selvaggio che stava provando ad addomesticare. Finalmente lo toccò. E immediatamente ritirò la mano e corse dietro la sua scrivania, che in quel momento costituiva una sorta di barricata invalicabile. Perlomeno nelle intenzioni. Non appena aveva toccato il legno, gli sembrò non solo che questo fosse vivo, ma che lo stesse anche attirando a sè. Ovviamente, però, come ebbe subito modo di riflettere da uomo estremamente razionale, quale era e quale sarebbe sempre stato, tutto ciò non era possibile. Perciò era evidente che si era sbagliato e, in poche parole semplici, si era lasciato ingannare dalle circostanze. Constatato ciò, era anche facilmente possibile acclarare un altro dato di fatto incontrovertibile: tutto, dalle apparizioni misteriose all'armadio che sembrava vivo, era solo e unicamente uno scherzo della stanchezza e dell'immaginazione, che gli avevano fatto credere di vedere e sentire cose che in realtà non c'erano. Una specie di sogno ad occhi aperti, insomma. Nulla di più. Tanto che, peraltro, come ebbe modo di notare non appena si mise a ragionare nuovamente in maniera coerente e razionale, non si vedeva traccia della giovane ragazza che era apparsa poc'anzi. Andò a cercarla per tutta casa, ma niente: di lei non c'era indizio alcuno. Meno male, pensò il signor Phillips un tantino risollevato, anche perchè la sua buona, ma estremamente gelosa consorte, a breve sarebbe rientrata a casa e di certo non le avrebbe fatto piacere trovarvici, sola col marito, una ragazza apparsa da un armadio. Semmai lì, si sarebbe dovuta nascondere in caso di pericolo, pensò l'acuto signor Phillips, che all'improvviso fu preso da un brivido gelido dietro la schiena che gli fece sudare, letteralmente, cubetti di ghiaccio. Così, titubante come nemmeno un adolescente brufoloso al ballo della scuola, mentre prova a conquistare la reginetta della serata, si avvicinò, col respiro che gli gonfiava il petto come una cornamusa, all'armadio, che ora più che respirare sembrava ansimare. Il signor Phillips fu terrorizzato per qualche secondo, fino a che si rese conto che quel respiro pesante non veniva da fuori, dall'armadio, ma veniva dal suo interno. Da dentro. Allora con la pressione che calava in maniera graduale ma costante, e le gambe che iniziavano a farsi molli, il buon uomo aprì l'anta dell'armadio, sbirciò dentro e ciò che vide fu una ragazza giovane e avvenente che si rifugiava lì dentro schiacciata contro un angolo dell'enorme mobile. I loro occhi si incrociarono ed entrambi poterono constatare la sorpresa e il terrore negli occhi dell'altro. Poi il signor Phillips semplicemente richiuse l'anta con calma estrema e inaspettata. E subito dopo svenne di nuovo.