lunedì 27 gennaio 2014

il bosco incantato ( X)

La notte trascorreva silenziosa e tutti dormivano beati giù in città ( e d' altronde a quest' ora dormivano anche gli abitanti del bosco incantato; chè si era fatta una certa..). Tutti, tranne il piccolo Lucio che invano si girava e si rigirava nel suo lettino da bambino, stringendo a sè l' orsetto James a cui mancava un occhio e mezzo orecchio, e in nessun modo riusciva a sentire i suoi occhi pesanti e a provare l' istinto irrefrenabili di chiuderli. Provava dapprima ad adagiarsi su un lato, nella sua posizione preferita con le mani giunte sotto la testa e le gambe piegate in avanti, ma non trovava nessun conforto alla sua insonnia. Così cambiava lato ma, di nuovo, nulla di nulla, nessun desiderio di abbandonarsi alla stanchezza, nessun segno, nemmeno minimo, di sonno. Così si alzò dal letto, il piccolo Lucio, di scatto e quasi senza pensarci. Si alzò per non sapeva bene cosa, ma oramai lo aveva fatto. E adesso stava, col suo bel pigiama della sua squadra favorita, in piedi in mezzo alla stanza, al buio. Però sentì che non ebbe paura del buio. Sopra di essa, a coprirla come un lenzuolo, si stendeva un pesante velo di preoccupazione e di tristezza. Preoccupazione per le creature magiche e buone che vivevano nel bosco; e tristezza perchè i suoi genitori non gli credevano e non lo volevano ascoltare. Si rese conto così, come un fulmine a ciel sereno, che era solo al mondo e nessuno avrebbe potuto aiutarlo. Forse il suo peluche, l' orsetto James, avrebbe potuto ma il piccolo Lucio pensava che non fosse il caso di importunare una persona che aveva già dovuto rinunciare a un occhio e a mezzo orecchio ( non che ne avesse molto bisogno, pensava il piccolo Lucio, dato che stava tutto il giorno fermo e immobile sul letto a non fare nulla; però..). Comunque il nostro bel bimbetto si sentiva triste e preoccupato e stava in piedi nel bel mezzo della sua stanzetta a fissare il vuoto. In realtà si rese conto quasi immediatamente di stare guardando fuori dalla finestra. E si accorse anche, dopo due secondi, di avere aperto la finestra senza nemmeno accorgersene. Poi, poco dopo, il piccolo Lucio realizzò anche dove stava guardando. Guardava fuori dalla città, verso la zona industriale e oltre, al di là dei pochi campi coltivati che restavano, dopo il vasto prato che cingeva il territorio comunale: erano degli alberi quelli che osservava; era dove iniziava il grande bosco incantato. Poi chiuse gli occhi.
Quando era già sulla sua bicicletta e stava superando le ultime abitazioni, diretto fuori città, solo allora, il piccolo Lucio comprese veramente a pieno quello che aveva fatto, ciò che stava facendo: era praticamente scappato da casa. Anche se non sul serio, naturalmente, pensava il piccolo Lucio, solo temporaneamente. Ma lo stesso, questo lo sapeva bene il piccolo Lucio, se i suoi genitori se ne fossero accorti.. e lì il piccolo Lucio preferiva smettere di immaginare, perchè nessuno dei pensieri al riguardo risultava essere gradevole. A quel punto il piccolo Lucio ebbe un pò di paura ( terrore, diciamocela tutta) per le possibili conseguenze delle sue azioni e pensò anche che, dato che il suo compleanno si stava avvicinando velocemente, non avrebbe dovuto mettersi nei guai e fare adirare i suoi genitori ( per un discorso di tattica strategica, diciamo). Pensò di fermarsi e di tornare indietro, ma fu solo un attimo, un istante fugace come una improvvisa folata di vento. Perchè a quel puntò immaginò tutte le creature magiche, e il suo bosco tanto caro, svanire per sempre per il fare posto a normalissime e ordinarie abitazioni di persone ugualmente normalissime e ordinarie ( forse anche un pò irritanti, azzardò il piccolo Lucio, che inconsapevolmente non ci era nemmeno andato troppo lontano). Così anzi accelerò e si alzò sui pedali per spingere con maggiore energia, e si piegò in avanti sul manubrio per assumere una posizione più aerodinamica ( il metodo corretto glielo aveva mostrato un amichetto qualche pomeriggio prima e Lucio aveva imparato al volo risultando in breve anche più veloce di lui), puntando deciso e risoluto come non mai ( a parte quando decideva di stanare qualche bontà accuratamente nascosta da sua madre in qualche impervio angolo della cucina),col cuore in gola, alla volta del bosco incantato.

sabato 25 gennaio 2014

il bosco incantato ( IX)

Gancanagh il folletto, che ora stava in piedi ( anche se ovviamente non sembrava) nel mezzo del cerchio che si era spontaneamente formato intorno a lui nel momento della sua comparsa in scena, come se egli costituisse adesso una sorta di centro galattico, sorrideva ( pur non avendo più nemmeno un dente, perlomeno non uno sano e bianco) con piglio sicuro e leggermente sfrontato come fa chi è conscio dei suoi mezzi e sa di poter risolvere la situazione,e di essere l' unico a poterlo fare. Questo folletto era un essere leggendario, questo va detto subito per fugare ogni dubbio in proposito. La storia della sua vita racconta di avventure mozzafiato, di eventi estremi e di azioni eclatanti compiute dalla creatura magica praticamente in ogni parte del mondo ( e infatti era conosciuto con diversi nomi nelle varie zone geografiche in cui era stato).
Le ultime notizie su di lui, comunque, narravano della sua morte in battaglia, in un villaggio di campagna della lontana Cina, contro un drago sputafuoco che minacciava un insediamento di simpatici tloll ( ovvero troll) cinesi ( tloll, pel l' appunto). Si laccontava... ( scusate, non siamo più in Cina)...Si raccontava, a tal proposito, che fosse morto in seguito alle ferite riportate nel combattimento, dove, nonostante tutto, era riuscito a mettere K. O. il ben più quotato avversario..diciamo con l' ausilio di diversi piatti di fagioli conditi con una spezia locale molto molto piccante e dai notevoli effetti aerofagici.
Tuttavia ora era lì, dinnanzi ai loro occhi, nel cuore del bosco incantato, dove era nato e dove aveva trascorso i suoi primi cento anni di vita, a portare coraggio e fiducia agli spiriti di quelle povere e indifese creature.
Queste ultime, ad ogni modo, ci misero un po' ( non è che fossero molto intelligenti e perspicaci), specialmente i più giovani, a realizzare che Gancanagh fosse ancora vivo e vegeto ( anche se piuttosto magrolino), e continuarono per un bel pezzo ad avvicinarsi a lui e a toccarlo, a pizzicarlo, a spintonarlo e a tormentarlo ( per poi allontanarsi subito) per constatare definitivamente che quella non era una loro visione indotta dalla disperazione.
Quando alla fine tutti ebbero capito che non era un sogno ad occhi aperti il loro, dopo che il folletto ebbe contribuito a fugare ogni dubbio residuo alzando entrambe le braccia e liberando dalle sue ascelle tutti i possibili e immaginabili ( da una mente perversa) gas flatulenti, esplosero in un coro di gioia e in lunghi colpi di tosse provocati dal quasi soffocamento indotto dagli odori provenienti da Gancanagh, il quale con grande umiltà e modestia tentò anche di placare l'esultanza di tutte le creature del bosco con un placido gesto della mano aperta.
Dopo che furono terminati i festeggiamenti del caso, cosa che avvenne parecchie ore dopo ( essendo queste creature estremamente giocherellone), e dopo che si furono ripresi dallo stordimento dovuto alle armi biologiche del loro amico e guida, tutti si sedettero dinnanzi al mitico folletto che invece era rimasto in piedi   ( fortunatamente comunque aveva abbassato le braccia) e che ora si apprestava finalmente a parlare e a illustrare la sua strategia per arrivare alla vittoria.
“ Come ben sapete, amici”, cominciò: “ io sono un avventuriero e ho girato il mondo. Perciò ne ho viste letteralmente di tutti i colori nella mia vita ( eccezion fatta per il giallo siena e il blu cremisi, che non ho mai avuto occasione di incontrare e che a questo punto dubito anche esistano) e posso dunque dirvi che non dovete disperarvi e che tutto avrà un lieto fine e che non saremo costretti ad abbandonare le nostre belle casette e che non ci toccherà di vederle distrutte senza potere fare nulla al riguardo.”
“ Ma come possiamo fare in concreto? ”: osò finalmente dire qualcuno.
“ Ci abbiamo pensato a lungo e, chiaramente, non possiamo...e non possiamo...” : e così via, puntualizzò dalla folla qualcun altro.
A questo punto il volto di Gancanagh si fece serio e quasi severo, come ad assumere un aria di rimprovero e biasimo; e il folletto disse: “ amici, il vostro è un peccato naturale. In questi casi è più semplice pensare a cosa non si può fare, anziché a cosa si può fare. Ma questo è un atteggiamento sbagliato e che conduce ad un' inevitabile sconfitta. Ed è vero che non possiamo fare questo e quello e che non si può nemmeno pensare di agire in quell' altro modo. Ma una cosa possiamo sicuramente farla, ed io so che possiamo. E questa cosa, amici cari, è combattere! Combattere fino alla fine!”. E così dicendo alzò con gesto brusco e improvviso un braccio in alto a modi di vittoria, provocando tre effetti nello stesso momento; il primo: esaltò non poco tutto il suo uditorio che adesso non vedeva l' ora di imbracciare scudi e armi ( anche se nessuno aveva mai nemmeno lontanamente accennato a scudi e armi, ma è risaputo che certe creature sono anche rapide di immaginazione). E questo costituiva senza dubbio un fatto positivo. Il secondo effetto che raggiunse invece fu, a causa del movimento particolarmente fulmineo del braccio e per l' età che oramai avanzava, di provocarsi un' infiammazione ad un muscolo dell' arto. E questo invece non era un fatto tanto positivo, anche se tuttavia sarebbe passato in breve tempo. E, per finire, l' ultimo ( ma non per importanza) effetto che ottenne, sollevando il braccio e scoprendo un' ascella, fu di provocare nuovamente un quasi soffocamento del suo pubblico tutto ( che era anche impreparato a tutto ciò) che iniziò a tossire e a fuggire in ogni direzione con le lacrime agli occhi per il terribile olezzo. E questo, se per Gancanagh era comunque un fatto apprezzabile, non lo era di certo per tutte le altre creature. E chissà se sarebbe passato in breve tempo.






smart phones war ( parte IX)

In poche parole, che in realtà si rivelarono poi essere tantissime, sicuramente più del dovuto, il direttore del quartier generale Sammy, coadiuvato da colui che si stava guadagnando la meritata fama di " miglior assistente del direttore dell' anno" (anche se era sempre possibile migliorare, e questo il nostro assistente lo sapeva bene), spiegò a Michele il piano, il suo svolgimento nonchè le sue premesse.
Tanto per iniziare era accaduto che una lettera anonima e senza nome (ecco cosa intendo quando dico che il direttore usava più parole del dovuto) fosse stata recapitata e fatta arrivare ( vedete?) al quartiere generale, probabilmente essendo stata infilata nottetempo, di notte ( vi prego di avere pazienza..), nella lieve apertura lasciata dalla porta rotta che non voleva saperne di stare chiusa. La lettera anonima senza nome, scritta con la tecnica che si vede in parecchi film ( perlomeno prima dell' avvento di massa del personal computer) di ritagliare, ritagliandole (...), le lettere da diverse riviste (perlopiù di cronaca rosa) per formare le varie parole che andranno a comporre il messaggio, fu quindi trovata per terra davanti l' ingresso dall' inserviente Gerardo che, solerte, dopo averne letto il contenuto la consegnò direttamente tra le mani ridicolmente grandi del direttore generale. Quale era il tema della lettera anonima senza nome? Beh, io non lo so perchè non l' ho ritrovata io e non ho avuto, detto sinceramente, occasione di leggerla. Sicuramente però se lo chiedete a Gerardo, che l' ha ritrovata, lui saprà informarvi adeguatamente della cosa ( tra l' altro se riuscite a cavare fuori una parola da Gerardo fatemelo sapere. Perchè sarebbe indubbiamente un gran risultato, dato che Gerardo è muto dalla nascita e lo è diventato ancor di più in seguito, quando si rese irrimediabilmente conto, che tanto non è che ci fosse granchè da dire in generale). Quindi così è come si svolse la scena; "chi accorre così in gran fretta, nonostante i cartelli di " è vietato di correre nei corridoi" che ho fatto affiggere recentemente": disse il direttore sentendo il rumore di passi pesanti e forsennati nel corridoio.
"Non lo so, bisogna aspettare che entri per dirlo": rispose correttamente l' assistente.
" Forse potrebbe essere una celebrità, tipo Sharon Stone": azzardò l' assistente che aveva una grande ammirazione per la signora Stone e che avrebbe sempre desiderato di incontrarla ( a differenza di quanto abbia mai desiderato per sè l' attrice americana).
" Oppure Mikey Rourke": fece il direttore ( che voleva somigliare al noto attore senza il minimo successo), dopo averci pensato su per diverso tempo.
" Solo il tempo potrà dirlo": concluse solenne l' assistente.
Il direttore generale guardò l' assistente con aria compiaciuta ( come a dire, guarda che assistente del direttore generale intelligente e profondo mi sono scelto. Anche se ovviamente non lo aveva scelto lui), e       l' assistente divenne tutto rosso come un peperone ( di quelli di qualità rossa ovviamente, perchè quelli gialli, gialli sono e tali rimangono. Provate se non mi credete).
All' improvviso la porta rotta e che non voleva proprio saperne di stare chiusa, si aprì ( in realtà era, ovviamente, già aperta, ma direttive interne imponevano a tutti di fingere che fosse chiusa).
" Come ha fatto ad aprire la porta che era chiusa a chiave": esclamò l' assistente del direttore per dare credibilità alla cosa, quando Gerardo si parò sulla sua soglia tenendo in una mano la lettera.
" Mmmmm": disse semplicemente Gerardo senza badare a quella stupida domanda.
" Una lettera?": domandò il direttore.
"Mmmmm": confermò Gerardo l' inserviente.
" E dove l' ha trovata?": chiese quindi l' assistente.
" Mmmmmm": rispose Gerardo.
" Capisco...": disse il direttore.
" Sa per caso chi la manda?": indagò poi l' assistente.
"Mmmmmm": fece prontamente l' inserviente.
" Chi, scusi ?": domandò il direttore.
"Mmmmm": ripetè con grande pazienza, nonostante stesse parlando con quei due, l' inserviente.
" Atomica? Oh Dio mio!!! La getti via": urlò l' assistente del direttore
"NO! Mmmmm": disse di nuovo l' inserviente.
" Una comica? Guardi non credo che tutta questa faccenda della lettera atomica sia una comica, se mi permette signor Gerard": intervenne il direttore incrociando le braccia e mostrando un' aria di disappunto per l' atteggiamento irresponsabile e folle dell'inserviente.
A quel punto l' istinto omicida, e anche quello suicida, di Gerard l' inserviente crebbero a dismisura. Allora si avvicinò di qualche metro al direttore generale e al suo degnissimo assistente, i quali ebbero una paura matta che Gerard fosse in collera con loro e volesse colpirli ( così si strinsero l' un l'altro iniziando a frignare e invocare pietà).
Ma Gerard, che era un uomo molto a modo,e voleva solamente cercare di essere il più chiaro possibile anche per venire incontro alle limitate capacità dei due capi supremi dell' organizzazione sammina, scandì semplicemente: " Mmm..mmm..mm..mmmm, ok? Chiaro adesso?"
"Ah..una lettera anonima!!!" : esplosero all' unisono il direttore e il suo assistente, sollevati per non essere stati malmenati ( di più il direttore, un poco meno l' assistente. Sempre per un fatto puramente gerarchico).
"Una lettera anonima, dunque": confermò l' assistente.
"E per di più senza nome.." aggiunse molto opportunamente il direttore.
A quel punto Jerry, come era chiamato dagli amici ( quindi non dal direttore e dal suo assistente)                   l' inserviente Gerard, semplicemente si voltò e se ne andò, non degnandoli più di uno sguardo, essendo sempre più contento di essere privo del dono della parola, ma desiderando al contempo anche di perdere     l' uso dell' udito. Perlomeno in determinate occasioni, pensò tra sè. Tanto non è che ci fosse granchè da sentire in generale.

venerdì 24 gennaio 2014

smart phones war ( parte VIII)


La mattina dopo lo smart phone di Michele, che si chiamava Hanson ed era americano ( perlomeno così aveva deciso Michele una sera in cui aveva bevuto parecchio), iniziò a squillare all' impazzata svegliando così il suo proprietario, e amico, da un profondo sonno. Michele stava sognando di cadaveri dilaniati davanti a pub che aggiornavano il proprio stato on-line, di porte rotte che non ne volevano sapere di stare chiuse, di direttori generali incompetenti ( per non dire degli assistenti) e di una splendida e dolcissima ragazza bionda che rispondeva al nome di Gianna. Nel suo sogno Michele l' aveva incontrata all' improvviso, subito dopo non essere riuscito a fare restare chiusa la porta del quartier generale, in una radiosa giornata di sole nel bel mezzo di una strada sterrata di campagna, la quale si snodava sinuosa come un serpente in un ambiente bucolico caratterizzato da soffici colline in lontananza, ampie distese di grano, da freschi e alti alberi frondosi dove cantavano e svolazzavano miriadi di uccelletti e da morbidi e delicati odori provenienti da tutt' intorno di lillà, violetta e di rosa selvatica; inoltre talvolta dall' erba spuntavano le buffe orecchie di simpatici e zompettanti conigli. Lei stava di spalle alla fine di quella lunga e sinuosa strada e Michele le correva incontro, avendo l' impressione di non riuscire mai a raggiungerla e gridando il suo nome con tutto il fiato che aveva in corpo. Ad un tratto Gianna, nella visione onirica del giovane innamorato, si era anche girata verso di lui ( Michele notò che teneva in mano un mazzo di margherite dai petali di un bianco candido e, per così dire, ancestrale, ma a cui lui era allergico) e gli aveva sorriso, facendo sussultare il suo cuoricino, mentre Michele era a pochi centimetri da lei e allungava le mani verso le sue per poterle finalmente stringere e mantenerle tra le proprie (che talvolta erano un pò troppo sudaticce) per qualche tempo: l' eternità all' incirca, aveva pensato. Ma proprio nell' istante esatto in cui il ragazzo stava per raggiungere le belle e lisce mani della sua adorata Gianna, ecco che quello fu anche il preciso momento in cui Hanson, lo smart phone, iniziò a suonare come un forsennato. Michele, per quanto amasse il suo telefono intelligente, in quel caso dovette ammettere a se stesso di averlo odiato un pochettino, e di avere anche desiderato, per un solo istante comunque, che se ne tornasse in America da dove era venuto ( probabilmente da una remota fattoria dell' Arkansas, dove lavorava come mandriano alle dipendenze del padre).
Dopo che si fu ripreso dallo stordimento emotivo e interiore che talvolta i sogni lasciano dietro di sè per qualche tempo nelle prime fasi del risveglio, ma anche oltre (molto oltre) talvolta, Michele prese dal comodino accanto al letto il suo smart phone per capire il motivo della sua insolita inquietudine ( gli era parso infatti che Hanson avesse un tono di suoneria lievemente agitato quel giono, anzichè il suo tipico e usuale, strascicato e cantilenoso caratteristico di un giovane smart phone/ cowboy nemmeno ventenne degli stati centrali del continente nord- americano).
Anche Hanson doveva essere stato turbato nel sonno e anche la sua doveva essere stata una nottata non proprio tranquilla ( e in effetti hanson aveva anche due leggere occhiaie, notò Michele. In realtà erano solo due delle inevitabili ditate che ogni telefono tocco-schermo possiede naturalmente): 53 chiamate perse, 800 messaggi su "what's up?" ( era proprio il caso di dirlo questa volta, pensò Michele), 42 sms ricevuti. La cosa particolare era che provenivano tutte da un unico numero, di cui il prefisso indicava chiaramente la sua localizzazione fuori dai confini urbani, probabilmente tra la zona industriale e l' inizio dell' abitato cittadino. E c' era un solo luogo che Michele sapeva sorgere da quelle parti: un posto dove era stato già qualche giorno prima e dal quale era uscito sconsolato e deciso ad agire per conto suo. Un posto dove le porte erano rotte e proprio non volevano saperne di stare chiuse.
Anche Gianna si svegliò di soprassalto dal sogno in cui lei e Michele si stavano baciando. La sensazione che provò negli istanti successivi al ritorno nel mondo reale fu di uno strano senso di smarrimento, come se non sapesse dove si trovasse, misto a un senso di frenetica contentezza che però era immediatamente controbilanciata da una vaga inqueitudine interna. Il primo istinto fu di tornare a dormire e sperare, stavolta, di non fare alcun sogno sgradevole.
Poi, senza alcun tipo di preavviso, Gertrude ( pronunciato alla francese) , così si chiamava il Pear della nostra bella (una Pear femmina in questo caso. Il sesso di uno smart phone si riconosce piuttosto facilmente da alcuni particolari, tipo il colore dello schermo guardato in controluce e a testa in giù nelle giornate in cui non si capisce se piove o no perchè ci si bagna ma non si vedono cadere gocce, e da altre specifiche, così si dice nel giro, tecniche di cui non vi darò qui nota perchè non è un argomento importante. E comunque sarebbe piuttosto lungo da trattare, perciò, se volete, vi rimando alla bibliografia), iniziò a vibrare sul letto facendo soprassalire la pensierosa Gianna, che ancora con la mente si trovava nel suo sogno dinnanzi al giovane uomo che più odiava al mondo e che anzi avrebbe dovuto rimuovere dalla terra, come si rimuove una brutta app consigliata da un amico che evidentemente non ha buoni gusti in fatto di app (e magari non ne ha nella maniera più assoluta; del resto basta guardare come si veste, pensava un pò malignamente la giovane). Dunque Gianna prese l' apparecchio intelligente, ma evidentemente non molto sensibile, e scorse le ultime chiamate senza risposta: mamma, papà, Lucia, Giovanna, Andrea 2, Andrea 3, Andrea 4, Andrea 5, Andrea megliosemiscriveteunaletteraperchèevidentementenonsogestirmiitelefonini..., ... Alto Comitato ecc ecc più altre tre righe colme di parole dall' apparenza altisonante. L' Alto Comitato aveva chiamato; adesso Gianna doveva rispondere.
La porta al quartiere generale sammino, intanto, continuava ad essere rotta e a non volerne sapere di stare chiusa. Tuttavia il direttore annunciò a Michele, con un sorriso confidente, ampio e insolitamente sicuro che il falegname era già stato chiamato e sarebbe venuto nel pomeriggio a risolvere tutti i loro problemi con le porte.
" Bene" : rispose Michele che però tuttavia non appariva ugualmente convinto di quanto diceva.
" Benissimo": fece di rimando il direttore, affiancato chiaramente dal suo assistente, che sfoggiava da par suo il sorriso più grande e l' espressione di letizia più stupida e idiota che Michele avesse mai visto in faccia a persona vivente. E ne aveva viste,eh..ah, se ne aveva viste. Intanto l' assistente del direttore accompagnava le parole del suo superiore facendo di tanto in tanto il gesto dell' "ok" con il pollice della mano e , quando queste lo richiedevano, strizzando l' occhio in una maniera tanto sfacciata e ridicola che sembrava fosse stato colpito a velocità supersonica da un moscerino kamikaze.
Quello che in breve il direttore generale aveva tanta urgenza e ansia di annunciargli riguardava un piano a suo avviso risolutivo, che avrebbe mandato nel panico la fazione avversa dei pearini e che molto probabilmente li avrebbe costretti alla resa totale e incondizionata. O quello, oppure a una reazione sconsiderata e spropositata che avrebbe dato il vita a una nuova e inevitabile escalation di terrore. Al direttore, che non conosceva il significato del termine escalation, benchè lo avesse appena usato in un discorso ( che quindi forse non aveva preparato lui..verrebbe da pensare a Michele e non solo a lui), entrambe le prospettive sembravano allettanti, fino a che un eroico intervento del suo pronto e fido assistente non giunse a chiarire le idee al confuso direttore, il quale, una volta che ebbe compreso le diversità circa i due scenari probabili disse: " ovviamente noi speriamo nella prima eventualità, e il nostro piano è costruito in tal senso". A quel punto cercò con gli occhi quelli del suo assistente, che immediatamente gli restituì lo sguado e annuì col capo orgoglioso di essere subordinato a un tale individuo.
L' idillio tra i due venne interrotto allorchè Michele, per la prima volta in vita sua da quando era un pearino ( cioè da sempre), interessato da qualcosa che quei due tizi stavano dicendo, si scrollò dai suoi precedenti pensieri circa il fatto che quei due personaggi fossero rispettivamente "direttore" e "assistente del direttore" del quartier generale Sammy ( scritto S.A.M.M.Y. , perchè da vedere è più accattivante e induce la gente a chiedersi il significato di quello che parrebbe chiaramente essere un acronimo), si avvicinò deciso di qualche passo al direttore e al suo assistente, che da pavidi uomini quali erano, ebbero il timore che Michele fosse in collera ( forse per la porta) con loro e volesse colpirli ( motivo per cui si strinsero l' un l' altro chiudendo gli occhi e contraendosi in attesa dell' impatto imminente). Invece il mite Michele chiese semplicemente: "un piano dunque? E di cosa si tratta? Se posso permettermi.."(Michele fingeva almeno di riservare loro ancora una certa e dovuta reverenza). Il direttore, sollevato dal fatto che Michele non fosse in collera con lui e che non volesse fargli del male, disse che sì, poteva permettersi senza problemi. E l' assistente, che aveva anche egli temuto di essere colpito dal giovane, anche se in maniera meno decisa del suo direttore poichè se lui aveva delle colpe erano sicuramente minori rispetto a quelle del suo superiore ( proprio per un fatto gerarchico, si capisce), confermò anzi che per quel compito delicatissimo avevano pensato proprio a lui. E che per questo lo avevano convocato lì. E detto ciò entrambi fissarono con aria stralunata il giovane Michele, in attesa di cogliere sul suo volto segnali di sorpresa e di curiosità oltre ogni dire. Cosa che tuttavia non avvenne perchè Michele a quel punto aveva già capito che era stato convocato appunto perchè prendesse parte al piano. Inutile sottolineare che dopo alcuni minuti di angosciosa e infinita attesa il direttore generale e il suo assistente fossero estremamente delusi dalla mancanza di sorpresa ( e di "feedback") da parte di Michele. Tuttavia non si scomposero; e anzi il direttore generale riprese a parlare con rinnovata energia spiegandogli tutti i dettagli e le informazioni circa la strategia da seguire per il corretto compimento della missione. Aiutato in ciò, ovviamente, dal suo fido assistente.
In quegli stessi istanti, la bella e brava Gianna era arrivata alla sede de l' Alto Comitato di Questo e di Quello ( aveva da pochissimo cambiato denominazione perchè nessuno riusciva mai a ricordarsi come si chiamasse il posto, specialmente il postino. E questo fatto era ovviamente la causa di molti problemi e contrattempi noiosissimi), dove le porte erano tutte perfettamente funzionanti ed anzi erano certificate per l' intero anno in corso e anche per il successivo. Così Gianna si apprestò a citofonare perchè all' interno si rendessero conto che era arrivata ( e in tempo record. Specialmente per una donna. Non me ne vogliano le donne. Ok, me ne volete: oramai è fatta..). Ma che succedeva? Si chiese Gianna di punto in bianco. Riprovò a pigiare il citofono, nessun suono e nessuna lucina che si accendesse. La ragazza non voleva credere a ciò che ( non) vedeva e ( non) sentiva. Ritentò di citofonare, stavolta premendo a lungo il bottoncino nero apposito. Nulla di nulla. Oramai doveva ammetterlo a se stessa, era evidente a quel punto. Il citofono della sede dell' Alto Comitato di voi sapete cosa era rotto. Irrimediabilmente rotto. Così ecco che a Gianna toccò bussare forte per farsi sentire e fu costretta a picchiare le sue delicate nocche contro la porta principale di ingresso ( e di uscita, si intende).
L' omino che venne ad aprire, il portiere della sede del Comitato, guardò la nostra bella di traverso e con aria di chi si domandi chi è che scoccia e per quale motivo. Rimase così, in silenzio, per qualche secondo e poi si limitò semplicemente a pronunciare uno strascicatissimo " sssssssssssssìììììììììììììììììììì?!" E subito dopo un " dessssssidera?"
"Ehm..avrei un appuntamento" : dichiarò Gianna imbarazzata. La nostra giovane ragazza era infatti molto timida, non ricordo se ve lo ho già detto ( in ogni caso repetita iuvant).
Il portiere a quell' annuncio rimase semplicemente impassibile e non mosse un muscolo, se si eccettua una venetta sotto l' occhio che a tratti intermittenti vibrava sotto la pelle dando al buon uomo una parvenza da rettile, e quando finalmente si mosse, si limitò a spostare lo sguardo piuttosto bruscamente alla sua sinistra, verso il citofono. Lo fissò per un attimo poi disse: " signorina, c'è il citofono per annunciarsi. Perchè non lo usa? È un bel citofono sa? Lo tocchi, forza..lo tocchi. Controlli da lei se non le dico la verità". E con un dito faceva cenno alla giovane di toccare il citofono.
Gianna a quel punto dovette svelare la truce verità, ma prima ebbe bisogno di prendere coraggio e fiato insieme. Poi trovò la forza e disse il più velocemente possibile:" il punto è che il citofono sembra essere...cioè...è rotto."
Gli occhi del portiere allora si fecero all' istante grossi e tondi come due palloni da spiaggia ( di quelli superleggeri a spicchi colorati che si sgonfiano dopo poche ore. Capito quali?), poi si lasciò andare in una risata di chiaro dileggio fino a spanciarsi e ad avere difficoltà a stare in posizione eretta. Poi, come si conveniva ad un uomo nella sua posizione, riprese il controllo e con serietà oxfordiana disse:"signorina, quello che lei dice non è possibile. È assurdo, ok?"
" Beh, controlli da lei": disse allora Gianna stanca di essere presa in giro.
Il portiere allora uscì dalla porta, guardò ancora una volta con aria stranita la giovane, si piazzò davanti al citofono e dopo che ebbe detto: " adesso le farò vedere io, mio cara signora..( disse signora di proposito come se Gianna dimostrasse una certa età, cosa assolutamente falsa)", pigiò col dito sul pulsante e la lucina...non si accese..e non si sentì nemmeno alcun suono provenire dall' interno. Il portiere, uomo abituato a lottare contro tutto e tutti, non si arrese e riprovò: DRIIIIIIIIIIIIIIIINNNNN, gli sarebbe piaciuto sentire. Invece nulla: il dannato citofono era proprio rotto.


lunedì 20 gennaio 2014

il bosco incantato ( VIII)

Quando il signor Giuliano rientrò nella sua bella casa sita in posizione tranquilla, ma niente affatto isolata, la moglie, signora Serena ( così si chiamava), era in cucina alle prese con la cena. Il signor Giuliano percepì immediatamente dall' odore che usciva fuori dalla porta e arrivava fin quasi al cancello d' ingresso oltre il giardino che ciò che bolliva in pentola ( non nel vero senso della parola in questo caso, perchè si parla di un piatto cucinato al forno. Ma, come sapete, è così che si dice) doveva essere quello che lui si azzardava spesso ( ma non sempre) a definire il suo piatto preferito. Immediatamente, non appena le narici furono inondate di tale aroma, il cervello del sig. Giuliano iniziò a rilasciare endorfine che gli procurarono un enorme piacere e un senso di gioia incondizionata e innata che solo il buon cibo e poche altre cose possono regalare. Tale sensazione fu poi aumentata nel cuore del sig. Giuliano dal pensiero della buona notizia che si apprestava a dare ai suoi cari: aveva vinto. Il suo progetto ( non quello di un altro, questo lo avrebbe sottolineato ben bene), ma il suo, era stato scelto come quello “ migliore e preferibile per il futuro della loro amata cittadina, che tenesse conto da una parte dell' esigenza di trovare e fornire nuovi spazi ai suoi abitanti, avendo ben chiaro l' obiettivo comunque prioritario, dall' altra, di salvaguardare il patrimonio naturale e ambientale e di agire sulla base di uno sviluppo che possa risultare su tutti i possibili livelli, in primo luogo sociale, sostenibile e responsabile”. Questa era la traccia del progetto, letta al momento della comunicazione del vincitore, dal sindaco in persona con voce impostata ma comunque leggermente vibrante e, a tratti, rotta per l'emozione inevitabile data dall' occasione unica e irripetibile per quella ridente cittadina. Traccia che non teneva evidentemente conto del fatto che si stava per distruggere, sia pure in maniera responsabile e sostenibile, gran parte di un bosco antichissimo. Il sig. Giuliano si impose immediatamente di tenere a bada quel pensiero nella sua mente,e anzi di cacciarlo via se possibile prima che gli rovinasse l' appetito ( cosa che invero sembrava al momento piuttosto ardua, data la fame e l' acquolina che aveva assalito il sig. Giuliano). Aveva imparato infatti negli anni che purtroppo spesso e volentieri gli ideali di gioventù sono un ostacolo per una carriera brillante e degna di nota, soprattutto in settori come il suo dove la concorrenza era spesso spietata e quasi sempre sleale. Così era stato e sarebbe sempre stato, in tanti, perfino il suo vecchio babbo, glielo avevano ripetuto con voce triste e rassegnata. Lui aveva provato a ignorarli, ma alla fine non aveva più potuto farlo. Soprattutto da quando era nato il suo primogenito, quel bellissimo bambino che rispondeva       ( non sempre in realtà, perchè era un gran testone e un monello di prima categoria se ci si metteva, pensò con affetto immenso il padre) al nome di Lucio. A quel punto le esigenze concrete di una vita di neo- sposo e neo- genitore, con un mutuo sulle spalle e una carriera ancora da avviare veramente, avevano vinto sulle convinzioni personali di un uomo, tutto sommato, ancora giovane e sognatore; ed egli si era dovuto, suo malgrado, rassegnare a ciò che tutti gli avevano detto per anni e a cui lui aveva sempre provato a non prestare fede alcuna. Si fermò un istante, che sembrò lunghissimo, davanti la porta d' ingresso dietro la quale la sua amata mogliettina stava preparando il suo piatto preferito, a pensare a quando era solo un bambino, dell' età che aveva suo figlio oggi, e a quanto amasse il bosco a quei tempi, quel luogo insieme così familiare e misterioso. Nient' altro che un insieme di alberi, foglie, erba e cespugli che diventava via via più fitto e arcano celando nel suo cuore chissà quale tipo di segreto. Ma in fondo che poteva esserci nel mezzo di un bosco se non ancora altri alberi, altre foglie e altra erba e nuovi cespugli? Qualche animaletto, certo. Ma null' altro. Comunque ricordava quanto e come ne fosse affascinato da bambino. Gli capitò perfino, se lo ricordava bene nonostante il tempo trascorso, una notte di tantissimi anni fa (qualche decennio fa, per essere precisi), di avere sognato di essersi inoltrato nel bosco fino al punto in cui non si poteva più vederne l' inizio e lì di essersi smarrito e di essere stato soccorso dai suoi piccoli abitanti: elfi, folletti, goblin, troll, fatine e quegli altri mostriciattoli vari ( mostriciattoli? A chi? Bisognerà capire a chi si riferisca il sig. Giuliano quando dice mostriciattoli. Il dibattito tra le creature del bosco incantato, intanto, è già in corso da tempo), che lo avevano aiutato a ritrovare la via di casa. Ma naturalmente quello non era altro che un sogno, uno bellissimo, senza dubbio, ma sempre e comunque irreale e perciò in fin dei conti triste. Lo realizzò che era un sogno quando la mattina si svegliò come sempre nel suo letto, abbracciando il solito orsacchiotto senza un occhio e con mezzo orecchio, che stringeva sempre a sé la notte. E poi lo sapevano tutti, e anche i suoi genitori glielo avevano confermato a più riprese, che certi esseri magici non esistono se non nella fantasia dei bambini dotati di più immaginazione, come era lui a quei tempi. E lui alla fine aveva creduto anche a questo. Anche se sentiva, in cuor suo, che non avrebbe voluto farlo. Ma questa è la vita in fin dei conti: dove sempre, volenti o nolenti, a un certo momento, i sogni e le fantasie devono lasciare il posto alla realtà e ai fatti. Anche se non è sempre una buona cosa. Faceva parte del crescere, essere adulti e diventare uomini. Che disdetta, pensò il sig. Giuliano, prima di entrare finalmente in casa e salutare la moglie alle prese con la cena e il figlioletto Lucio con il consueto buonumore e, anzi, con più allegria del solito. Almeno in apparenza.
“ Come è andata? Ho fatto bene a cucinare il tuo piatto preferito o dovrò buttare tutto nei rifiuti? ”: domandò la moglie, con un sorriso che faceva sempre impazzire il sig. Giuliano, dopo averlo baciato con affetto e dopo che il piccolo Lucio liberò il padre dal suo abbraccio.
“ Oh beh, sai..se è venuto così male da meritare di finire tra i rifiuti, non sarò io a impedirti di gettarlo”, fece a modi di burla il sig. Giuliano: “ altrimenti, se non hai perso la mano così tanto in cucina, credo che abbiamo qualcosa da festeggiare qui”. E mentre lo disse tirò anche fuori dalla sua borsa da lavoro una pregiata bottiglia di vino rosso.
“ Evviva!”: gridò la moglie, felice sia per la vittoria del marito che per l' ottima bottiglia tirata fuori inaspettatamente. E gli si buttò al collo baciandolo.
“ Yei!!” : urlò invece il piccolo Lucio felice per il padre, speranzoso in qualche dono inaspettato per lui ( ne aveva giusto in mente un paio), ma per nulla toccato dalla pregiata bottiglia di vino rosso ( ah..i bambini..). E gli si buttò alle gambe e gliele strinse forte anche se non riusciva, con le sue corte braccia da bambino, a cingerle completamente.
Così si sedettero a tavola e consumarono allegramente l' ottima cenetta. Ovviamente il sig. Giuliano ebbe un bis, e poi un tris. Bevvero la bottiglia di vino, a parte il piccolo Lucio naturalmente, che era ottimo a dir poco, e l' allegria aumentò esponenzialmente e come per un qualche strano sortilegio. Questo fatto lasciò il piccolo Lucio senza dubbio alquanto perplesso ( ah..i bambini..). Ma era giusto così e lo sarebbe rimasto ancora per almeno una decina d' anni. Poi avrebbe capito. Eccome se avrebbe capito.
Ad ogni modo la cena volgeva al termine tra battute, risate, scherzi e burle di ogni genere, che facevano ogni volta esplodere tutta la famiglia di gioia e di letizia ( peccato fosse già finito il vino, pensarono nello stesso momento il sig. Giuliano e la signora Serena).
L' atmosfera era dunque felice e rilassata e si avvertiva anche una certa fiducia in un avvenire roseo e limpido. Così il sig. Michele guardò la moglie negli occhi e le disse: “ Perchè non andiamo a vivere in una casa più grande di questa, in un quartiere più di classe?”
“ E dove vorresti andare? Questa casa l' hai sempre adorata.” : gli ricordò la signora Serena.
Il sig. Michele sorrise e annuì: “ sì, è vero: questa casa l' ho sempre amata. È bella e soprattutto sorge in una via tranquilla ma non isolata. Verissimo. Ma sai, il nuovo quartiere in costruzione sarà dotato di ogni servizio, di ogni modernità e di scuole eccelse e grandi parchi gioco dotati delle più recenti misure di sicurezza per il nostro piccolino. E poi potremmo ottenere una qualche agevolazione sul prezzo degli appartamenti che sorgeranno proprio sulla piazza principale ( che io ho progettato e farò nascere), che sono, mi hanno assicurato e ho visto i progetti, letteralmente enormi e di suprema classe, forniti di tutti gli standard di qualità più aggiornati. E di che vista godremmo lo sai già, no? D' altra parte hai visto anche tu il progetto vincente. E in anteprima.”
Sorrise il sig. Michele guardando i begli occhi della moglie che sempre lo mettevano di buon umore e le fece l' occhiolino e la signora Serena le sorrise di rimando.
“ Beh.. perchè no? Potremmo parlarne...d' altra parte ce lo meriteremmo anche”
“ Penso di sì”: confermò il sig. Michele carezzando la mano della moglie e sorridendogli con uno di quei sorrisi leggeri che hanno gli innamorati.
“ E di preciso..”, chiese poi la signora Serena: “ dove nascerebbe questo nuovo quartiere con la tua piazza?”
“ Beh..”, fece il sig. Michele improvvisamente titubante: “ sorgerà a nord- est della città, proprio dove ora c'è...il bosco, sai? Purtroppo..( il sig. Michele sembrava sempre più dubbioso) bisognerà abbattere gran parte del bosco che c'è oggi, ma non tutto: ne rimarrà una buona porzione che diventerà parte fondamentale del parco pubblico del nuovo quartiere residenziale”.
( Abbattere un bosco, per farne parte " fondamentale" di un parco pubblico. Ma quanto è geniale l' essere umano quando ci si mette?)
Il piccolo Lucio, nel frattempo, giocava poco lontano dai genitori con un nuovo giocattolo che, previdentemente, il padre gli aveva regalato per l' occasione e che il piccolo mostrava di gradire ( pur non essendo quella la sua prima scelta, se glielo avessero chiesto).
E nonostante fosse preso dal suo nuovo gioco, il piccolo Lucio ascoltava i discorsi dei genitori e pensava che sarebbe stato felice di trasferirsi in una casa più bella e più grande, affacciata sulla bellissima piazza progettata dal suo papone, in un nuovo quartiere che avrebbe anche avuto un grosso parco pubblico formato da quanto sarebbe rimasto dell' antico bosco incantato, e...e...
Il bosco incantato, pensò Lucio. Il bosco incantato è dove viveva quelle creatura meravigliosa e magica che aveva conosciuto quel giorno che era tanto triste e sconsolato e che si perse nel cuore del bosco. Quello gnometto, o quello che era, ( un goblin, Lucio. Era un Goblin) che lo aveva salvato, lo aveva consolato asciugandogli le lacrime e gli aveva mostrato la via per tornare a casa. Il bosco incantato era la casa di tutti quegli esseri gentili e meravigliosi. E sarebbe stata distrutta, per sempre.
“ Nooooooooooooooooo!”: urlò quindi, senza alcun preavviso, il piccolo Lucio facendo letteralmente venire un coccolone a entrambi i genitori che stavano lì a guardarsi negli occhi come due adolescenti in primavera e scuotendoli da tale idillio amoroso.
“ Che c'è, Tesoro? Ti sei fatto male giocando? Hai avuto un incubo a occhi aperti? Perchè quella faccia sconvolta? Perchè tremi? Dio, Lucio, ma che hai?” : chiedevano i genitori, che ora lo stringevano a loro, preoccupati e dubbiosi. Il piccolo Lucio era davvero turbato e letteralmente era scosso da un tremito inspiegabile come d' orrore, come se avesse appena visto la morte in faccia. Ed in effetti sarebbero tutte morte le creature magiche senza una casa, pensava Lucio, e le lacrime iniziarono a scendere dai suoi occhi per la tristezza.
“ Le creature del bosco incantato..”: piagnucolò poi in maniera quasi incomprensibile.
“ Il bosco incantato? Non esiste nessun bosco incantato.” : disse la madre baciandogli le guanciotte morbide.
“ Sì, invece. E le creature magiche abitano lì e le loro case verranno distrutte per fare posto al nuovo quartiere. E loro che faranno senza una casa? Moriranno! Moriranno!”: strillava senza remore il piccolo Lucio che non voleva saperne di calmarsi.
Allora il padre si chinò su di lui e gli accarezzo i morbidi capelli, lo sollevò e se lo mise in braccio. Poi gli asciugò le lacrime e gli disse con voce triste e rassegnata: “ purtroppo Lucio, non esiste nessun bosco incantato, là fuori, né nessuna creatura magica. Oramai sei grande ed è giusto che tu lo sappia. Perchè prima o poi la vita le sbatterà davanti tutte queste cose: e noi è meglio se ci arriviamo preparati”. Questo era più o meno il discorso che il suo vecchio, il nonno del piccolo Lucio, fece a lui, il sig. Giuliano, quando questi era ancora un bambino e non un sig, ed ebbe quello strano sogno in cui si addentrò nel bosco.
Era solo un sogno, così come lo era adesso quello del figlio, purtroppo, e tutto sommato ne fu felice: almeno il piccolo Lucio stava piangendo e si disperava per un fatto da bambino, per una preoccupazione fanciullesca, normale per l' età e di cui non c'era da temere davvero. Anche se il momento in cui i sogni infantili venivano trasformati in razionali realtà da adulti..beh, non era mai un bel momento, e questo il sig. Giuliano lo sapeva bene. Ma gli sarebbe sicuramente passato, crescendo. Come succede a tutti gli uomini nel corso della loro vita. È il destino, e come tale va accettato.
Così, sentendo quelle parole anche la signora Serena trasse un sospiro di sollievo e si rinfrancò dai suoi timori e in breve stava nuovamente scherzando con il marito alla maniera di due quindicenni.
Intanto il piccolo Lucio non aveva smesso di essere preoccupato e terrorizzato, anche se aveva smesso di piangere dopo che il padre lo aveva preso in braccia e aveva provato a consolarlo, ma continuava a ripetere che bisognava salvare le creature magiche del bosco incantato, che loro erano buone e non meritavano di fare quella fine, e che le loro case e le loro vite fossero distrutte così. Lo diceva saltellando e agitandosi, quasi con veemenza.

Ma a quel punto, oramai, i genitori non lo stavano più ascoltando.

sabato 18 gennaio 2014

dentro l' armadio ( still under construction II)

Nel 1666 viveva in questo stesso villaggio, che è oggi uno dei quartieri più popolosi, di una delle città più popolose di questo continente, proprio nel punto in cui sorge oggi la casa che i coniugi Philipps avevano appena finito di visitare, una donna in età da marito che però proprio non voleva saperne di mariti. Questo fatto, ai tempi, lasciava tutti letteralmente basiti e di sasso. Non era infatti concepibile, nemmeno grazie ad uno sforzo d' immaginazione monumentale, che una donna, una ragazza, in età da marito non volesse saperne di compiere quello che era, a detta di tutti, il suo dovere sociale. In aggiunta a tutto ciò va detto anche che la giovane in questione era molto bella e avvenente, il che non faceva altro che aumentare le pressioni su di lei. Fosse stata brutta, o almeno bruttina, pensava, non così tanta gente, e non con così tanta insistenza, le avrebbe detto di trovarsi un marito. Invece lei era proprio, come si direbbe oggi, mozzafiato. Non poteva girare per strada in santa pace che tutti gli occhi erano puntati su di lei, e se non lo erano lo sarebbero stati presto, e questa cosa metteva la povera ragazza, che aveva un carattere molto timido e riservato ( ma non certo asociale) in una situazione alquanto sgradevole e imbarazzante. E poi, pensava la poverina, ci fosse uno di questi spasimanti che non sia un completo e totale buzzuro. Non è che non voglia mettere su famiglia, come si conviene a tutte le ragazze della mia età ( e perchè mai, poi?), pensava ancora mentre camminava per strada con centinaia di minuscoli e ottusi occhi puntati addosso, è che se trovassi almeno un, e dico un, ragazzo che sia un minimo attraente e dotato di buone maniere e un tocco, uno spizzico appena, di charme, allora potrei ben pensarci. Ma così, aihmè, non era. Il partito migliore che avesse era il figlio del medico locale, che per quanto ricco, era un completo bifolco ignorante. E faceva uno strano odore, che la bella ragazza non riusciva proprio a capire che Diavolo fosse ( era semplicemente scotch, di cui il rampollo era a dir poco appassionato) . Così si era, come dire, rassegnata a passare la sua vita da sola in attesa della persona giusta, e se questa non fosse arrivata, allora pazienza. Di certo non si sarebbe svenduta al miglior offerente: certe cose, pensava a ragione, non sono trattabili e non ammettono alcun compromesso. Ah..che ragazza risoluta che era nonostante la sua giovane età. Purtroppo il problema che esisteva a quei tempi nei piccoli villaggi verso le persone che mostrassero troppa indipendenza dai dettami sociali che la collettività pensava fossero sacri e inviolabili e imponeva loro senza nemmeno minimamente preoccuparsi dell' opinione dei diretti interessati ( come vedete quindi il problema persiste ai giorni nostri e anche nelle grandi città e quindi pare che tutto sommato nulla sia cambiato per quanto concerne l' essere umano e le sue assurde convinzioni ereditate come si eredita una malattia genetica), era che la gente, non sapendo che altro fare e non avendo molte altre capacità da sfruttare, mormorava sottovoce ma inesorabilmente. E che cosa mormoravano su questa povera ragazza, che non voleva saperne di sacrificare la sua persona con un tanghero qualunque pur di soddisfare le aspettative su di essa? È presto detto: si vociferava che la giovane e incantevole ragazza, fosse niente meno che una strega. Di quelle con scopa, cappello nero e vesti stracciate  ( che naturalmente però aveva cura di non indossare in pubblico e che teneva nascoste in casa dentro un armadio magico). La voce iniziò a spargersi come un morbo, pian piano. Poi come ogni epidemia che si rispetti, trasse vantaggio dalle condizioni ambientali favorevoli ( che in questo caso sono la tipica ignoranza delle persone e la loro creduloneria a convenienza), e si espanse a macchia d' olio colpendo praticamente chiunque, ivi compresi parenti, amici e familiari della giovane ( che pure potevano ben giurare di non avere mai visto in casa della ragazza nè vesti stracciate nere o cappelli e scope, a parte quella che serve per pulire e che tutti, si spera, abbiano nelle proprie case; nè tantomeno un qualche armadio magico. Che sarebbe costato un bel pò e che quindi la famiglia della bella donna in età da marito, mai e poi mai si sarebbe potuta permettere). Però si sa che le convinzioni derivanti da fatti privi di ogni fondamento, sono le più resistenti e durature. Proprio per il loro fatto di essere prive di ogni fondamento, il che le rende, paradossalmente, molto più facili da giustificare e sostenere. Questo purtroppo è fatto noto e difficilmente mutabile.
Ad ogni modo si diceva della ragazza che fosse una strega malefica, e che per questo non volesse marito e che per questo era tanto indipendente e autonoma pur essendo una donna della metà del diciassettesimo secolo: perchè era una strega. Pensate un pò, ai tempi, quanta era l' ignoranza. ( In effetti non si sono fatti grandissimi progressi in quattro secoli. Avete ragione voi, in questo caso, purtroppo). Comunque nonostante le dicerie della brava gente, e forse proprio in virtù di queste dicerie assurde, la nostra giovane e bella ragazza non era affatto una strega e non aveva vesti stracciate nere ( era anzi una tipa di un certo stile ed eleganza che mai avrebbe indossato vestiti stracciati e consunti) e nemmeno cappelli vecchi e rovinati del medesimo colore ( della scopa si è gia detto e preferirei non doverci più tornare. Siate comprensivi). Però una cosa, di tutte quelle false maldicenze, era vera: aveva in effetti nella casa in cui viveva un grosso armadio. Ma di certo non era magico. O così lei pensava.

smart phones war ( parte VII)

Il sentimento che Michele stava provando, egli lo sapeva bene, era sbagliatissimo. Anzi – terrimo: era sbagliaterrimo ( che la suddetta parola esistesse o meno non importava). Il giovane ragazzo lo capì immediatamente e per due motivi. Il primo era ovvio: uno dei più fedeli adepti sammini che aveva avuto tutti i modelli di Sammy, anche quelli che erano, per ammissione degli stessi produttori, un aborto ( lui invece li trovava tutti meravigliosi; perfino quelli che presentavano evidenti problemi di funzionamento come il fatto di inoltrare di propria sponte delle inopportune chiamate scherzo nel cuore della notte ai vicini o di suonare all' impazzata senza ragione mentre Michele si trovava al cesso alle prese con una colossale numero due per poi smettere d' incanto quando lui usciva fuori dal bagno trafelato e tenendosi su i calzoni con una mano per non inciampare. Lui li trovava briosi e vivaci a tal proposito), non poteva certo innamorarsi della pearina del mese. Non quindi una qualunque utente, ma una bella tosta. Il secondo motivo, che era anche più scontato del primo e lasciava ancora meno spazio a dubbi, era dato dal fatto che Michele, speranzoso comunque nel profondo del suo cuore in una possibilità di redenzione per la giovane ragazza, aveva usato l' applicazione " calcola l' affinità di coppia sulla base del tuo nome e del suo nome", e aveva ottenuto un risultato piuttosto deludente: 11%. Maluccio. Come confermò anche una schermata apposita. Così Michele, preso atto, con estrema accettazione, dell' ineluttabile destino e della dura sorte che gli Dei ( e i produttori del logaritmo con cui funzionava tale applicazione) avevano riservato al suo cuore, sospirò come sospirano, in quel modo soave e sublime, gli innamorati ( e cioè come vere e proprie mammolette rammollite), e si rimise in tasca il cellulare.
Nel frattempo Gianna si era da poco svegliata e aveva acceso il computer, alla ricerca di informazioni sulla sua vittima. Gianna era di fatto una ragazza estremamente dedita e meticolosa ( non si diventa pearina del mese così senza motivo, pensava ), e ci teneva a portare a termine il lavoro che le era stato assegnato con tanta fiducia dai suoi vertici superiori, di cui non voleva affatto tradire la fiducia. Dopo diverse ore di navigazione, dove Gianna aveva iniziato a sentire pure un leggero mal di mare ( ma forse la sensazione era dovuto a tutt' altro, a un motivo che Gianna non avrebbe mai voluto nemmeno considerare), la nostra bella e intelligente ragazza trovò tutte le informazioni che le servivano sul Suo Michele. Su Michele, e basta, voleva dire.

Dunque il giovane viveva nella sua stessa città e aveva più o meno la sua età ( era di qualche anno più grande a volere essere precisi). Era stato da sempre un adepto Sammy, da prima dello scoppio della grande battaglia finale, e già in tempi non sospetti si era impegnato per stabilire una supremazia della sua marca preferita sulla concorrente. Ai tempi del liceo, che non erano nemmeno così lontani tutto sommato, aveva partecipato ad un' azione di sabotaggio nei confronti della Pear, bloccando e dirottando due TIR che trasportavano ( così gli avevano detto) componenti software e hardware fondamentali per il funzionamento degli apparecchi Pear. E infatti nei mesi successivi gli ultimi modelli di smart phone griffati Pear erano praticamente irriperibili in ogni negozio o store. Come del resto lo erano anche quelli marchiati Sammy. E questa era una strana coincidenza, che per un pò ( non molto, per carità) provocò anche degli strani pensieri in Michele e gli mise anche, per qualche breve tempo, una ingombrante pulce nell' orecchio. Adesso Michele era stato da poco eletto capo- responsabile della III squadra d' assalto e servizio clienti inbound ( diciamo che il servizio clienti dedicato era stato, dopo lo scoppio delle ostilità, in parte riconvertito in squadra           d' assalto. Tuttavia il servizio clienti, ci mancherebbe altro, ancora continuava a esistere e funzionare. E michele era capo- responsabile sia dell' una, che dell' altra cosa. Anche se a ben pensarci il suo stipendio risultava commisurato ad una sola di queste mansioni ). Dopo che ebbe avuto tutte le informazioni che le servivano, compreso il locale sammino, ovviamente, che il ragazzo frequentava più assiduamente, Gianna pensò di stampare una foto del suo volto per imprimerselo meglio nella mente. Così fece dunque. Poi prese una puntina da disegno e con essa affisse l' immagine del nemico a una parete e la guardò con odio e rancore. Dopo qualche minuto si accorse di essere rimasta, come si suol dire, in fissa su quella foto e su quel viso cupo e malinconico e che il suo cuore di giovane ragazza ventenne batteva come si conviene di battere a un cuore di giovane ragazza ventenne. Gianna ebbe letteralmente il terrore di ciò e, dopo essersi scossa si lanciò verso l' immagine che aveva attaccato alla parete, la staccò e la strappò in mille pezzi. Poi col fiato ancora affannoso per l' improvviso sfogo frenetico, si buttò sul letto con la coperta a cuori e lì lasciò che la stanchezza facesse il suo lavoro regalandole un bel sonno ristoratore. E questo fu ciò che puntualmente avvenne, fortunatamente per la povera Gianna, che proprio non capiva che Diavolo mai le stesse accadendo. Chiuse gli occhi e piano piano, dolcemente, si addormentò. E sognò anche. Diversi sogni. Nel primo sogno che fece c' era anche Michele; erano l' una tra le braccia dell' altro: e si stavano baciando.

venerdì 17 gennaio 2014

il bosco incantato ( VII)

Dopo il discorso ispiratissimo di Carlos e l' esempio di determinazione estrema e perseveranza fornito dalla figura mitica ed esemplare di Belfagor ( dalla sua vescica e dai suoi fluidi corporei), tutto il bosco sembrava ora essere in festa ed essersi quasi dimenticato del dramma incombente ( tanto più che il vincitore del bando per il progetto di costruzione sarebbe stato comunicato l' indomani e i lavori sarebbero iniziati di lì a pochi giorni). Ci pensò Carlos, che oltre ad essere un buon narratore e un ottimo motivatore, era anche un tipo saggio e accorto, che sapeva che non conveniva troppo gioire prima del tempo, a riportare tutti con i piedi per terra ( letteralmente: perchè le fatine chiaramente svolazzavano felici con le loro belle alettine, i folletti e i troll saltellavano briosi con balzi dell' ordine di qualche metro, mentre i nani e gli gnomi, leggermente più corpulenti e meno agili delle altre creature, si limitavano a correre in lungo e in largo giulivi ). " Amici", disse:  " amici, non voglio certo turbare il vostro ritrovato buon' umore, ed anzi mi compiaccio di vedervi di nuovo lieti e allegri come vi conosco da sempre; ma amici, come avrete capito dalla storia che vi ho raccontato poco fa, gli incendi non si spengono da soli. E anzi, per domarli, ne serve di urina..". E fece la faccia di chi la sapeva lunga.
E quando vide che tutte le creature del bosco erano rimaste come interdette e non avevano ben afferrato il senso delle sue ultime parole, continuò, non senza una punta di imbarazzo per la poca perspicacia dei suoi compari: " quello che voglio dire, amici cari, è che la situazione non cambierà da sè, se non ci muoviamo e se non escogitiamo qualcosa per evitare che la città si espanda sul nostro territorio".
Eh già, pensarono tutti. E i primi sguardi perplessi e smarriti cominciavano a comparire e a girare di viso in viso in cerca di qualche risposta. Solo che quelli perplessi e confusi aumentavano di secondo in secondo, e di nuovo la sicurezza e la felicità sembravano svanire nel nulla, come un sogno al risveglio. Che fare in concreto? Pensavano tutti, nessuno escluso e ognuno secondo le proprie capacità. E come avviene sempre in questi casi angosciosi e tesi, i " non possiamo" presero il posto dei " possiamo", e le non- proposte quello delle proposte. " Non possiamo parlare con gli umani, non capirebbero la nostra lingua e non sono nemmeno in grado di vederci" : diceva qualcuno. E aveva ragione, purtroppo: solo i bambini possono vedere ed, eventualmente, parlare con le creature magiche. I bambini e le persone pure di cuore. Ma questi, ai tempi in cui è ambientata la vicenda ( cioè ogni tempo e ogni luogo), erano davvero rari. Perciò questa era una ipotesi da scartare in partenza.
" Non possiamo combattere gli umani", si sentiva qualcun' altro: " loro sono violenti e cattivi e hanno costruito armi per fare del male ai loro nemici ( e non solo a loro). Ci distruggerebbero senza pietà. ( E forse con un certo piacere, osò un altro) ". E tutti annuivano sconsolati, e qualche goblin un pò più sensibile degli altri singhiozzava già, anche se lo faceva in silenzio.
" Non possiamo denunciare la nostra storia ai media", aggiunse da vicino un grosso albero una fatina: " non conosciamo nessun giornalista famoso ( anzi non ne conosciamo nessuno) e poi nessuno di noi potrebbe scrivere una lettera da inviare al giornale, dato che nessuno di noi sa farlo". ( Attenzione: non pensate che le creature del bosco incantato siano ignoranti. Semplicemente spiegatemi che bisogno c' è di sapere scrivere quando nella vita fai la creatura del bosco incantato. Sto aspettando, non vado da nessuna parte).
E anche in questo caso altro non si poteva fare che darle ragione. Purtroppo.
Così tutti erano di nuovo rassegnati, anche il buon carismatico Carlos, che però non è che poteva fare tutto lui.
Un silenzio preoccupato e pesante come una cappa di piombo riempiva ora tutta la scena, quando all' improvviso si udì una voce squillante provenire dalla cima di un albero di ciliegie: “ la ho io la soluzione, gente. Non siate così tristi e rassegnati ”. Tutti puntarono all' unisono i nasi verso il cielo punteggiato di stelle a guardare tra le cime degli alberi, benchè tutti avessero già capito all' istante a chi appartenesse quella voce, anche se nessuno osava crederci. “ Che mi venga un colpo..., tu qui..? ” : fece poi qualcuno quando il misterioso personaggio fu quasi sceso a terra. “ Ma è davvero lui?”: domandava un altro al suo vicino.
“ Si pensava non fosse più vivo da tempo, oramai”: dichiarò un terzo.
E invece non era morto. E sì, era proprio lui. E sì, era proprio tornato. E sì, ci potevano credere. Ed ora che il folletto Gancanagh era lì con loro, di nuovo, tutto sembrava possibile. “ La ho io la soluzione, gente”: e sorrise col suo sorriso irresistibile ( benchè non esattamente brillante). E il bosco intero, grandi e piccini, maschi e femmine, esplose in un' autentica detonazione di pura e genuina gioia.

giovedì 16 gennaio 2014

il bosco incantato ( VI)

In comune la folla radunatasi era immensa. Roba che mai s' era vista in quel piccolo municipio nemmeno il giorno della festa patronale in cui pure veniva servito, nei pressi dell' ingresso del palazzo, un generoso rinfresco composto sia da dolcetti che da piatti salati ( salatissimi) fatti con amore, niente di meno che, dalla moglie del sindaco. Ora, la brava donna non si può certo dire fosse una cuoca provetta, e questo era ancor più testimoniato, oltre che dalla poca gente che sempre accorreva in tale occasione e dai loro volti dopo avere associato il cibo, anche dal fatto che il sindaco fosse secco e gracile come una foglia in autunno ( solo che lui lo era in tutte le stagioni). La gente che era lì radunata oggi, tuttavia, non veniva nè per i dolcetti nè tantomeno per i piatti ( sempre troppo) salati della moglie del primo cittadino, ma accorreva perchè curiosa di scoprire quale progetto sarebbe stato scelto per la costruzione della piazza centrale del nuovo quartiere residenziale, che sarebbe dovuto nascere nel cuore del bosco incantato.
La sala riunioni, dove sarebbe stato comunicato l' esito del bando, era dunque gremita e in prima fila sedevano i partecipanti alla gara, che erano perlopiù architetti tra i quali alcuni anche di una certa notorietà. Tra costoro stava anche un uomo dall' aspetto cordiale e gentile e dalla capigliatura mossa e folta di un colore castano molto chiaro. Indossava inoltre un paio di occhiali dalla montatura bianco perla che gli davano un aspetto molto elegante pur nella generale trasandatezza di una barba non curata, di una chioma che appariva indomabile e selvaggia e di un abbigliamento non proprio consono alla grande occasione.
Costui era un architetto molto promettente, che dopo avere svolto con grande professionalità alcuni lavori minori in città, si apprestava ora a conquistare ( così sperava), col suo progetto visionario, una commessa ben più prestigiosa che gli avrebbe sicuramente fatto guadagnare in visibilità e in denaro frusciante. Per questo motivo il signor Giuliano, questo il nome dell' uomo, ci teneva tanto a vincere quella gara e, sebbene fosse sempre stato un amante del bosco dove si era anche addentrato, quando era un bambino, fino a un certo punto nel quale tutto poi diventava scuro e buio , avrebbe accettato di sacrificarne una parte molto consistente, a dire il vero, per fare posto alla nuova piazza e al nuovo quartiere ( così come aveva accettato nel corso della sua vita da adulto e della sua carriera, di sacrificare alcuni ideali che, quando era più giovane, avrebbe difeso invece a spada tratta. Ma tutto ciò, glielo avevano spiegato in molti a suo tempo, era parte della vita normale di ogni persona. Anche se lui aveva preferito non crederci; fino a quando aveva potuto), pur di realizzare il suo sogno, fin dai tempi delle scuole medie, di diventare un noto e ricco architetto, come aveva anche successivamente promesso a suo padre, che tanto si era sacrificato per farlo studiare nonostante fosse la sua una famiglia priva di mezzi economici.
Così arrivò il momento di aprire la busta e l' atmosfera si fece improvvisamente solenne e calò sulla sala un brusco e violento silenzio, dove prima mille e più voci confuse volavano impazzite incontrandosi e scontrandosi, esplodendo, per aria. La suspence aleggiava in lungo e il largo, girovagando tra i sedili e gli scranni, avvitandosi in acrobazie spericolate e poi fermandosi, come ad aspettare qualcosa, chissà cosa.
Finalmente il sindaco prese il tagliacarte ufficiale del comune, che in realtà era stato portato da casa da uno dei precedenti sindaci della cittadina, che poi se lo era dimenticato in ufficio e che una volta terminato il mandato non era più riuscito a farselo restituire ( tra l' altro tra il pubblico accorso quel giorno in sala sedeva anche quell' ex primo cittadino legittimo proprietario del tagliacarte, che nel momento in cui vide il SUO strumento in mani estranee ebbe un nuovo sussulto e si ritrovò a urlare: " ridatemelo!" Ma ovviamente nessuno lo ascoltò, come nessuno lo prese in considerazione tanti anni prima quando per la prima volta reclamò ciò che era di sua proprietà e che semplicemente si era dimenticato in ufficio un giorno), e si apprestò a rivelare il nome del vincitore del bando.
Tirò dunque fuori il foglio con il verdetto dalla busta, lo spiegò, lo guardò, lo riguardò, lo girò, lo rigirò e, solo infine, lo lesse. Ora non si muoveva una mosca nella sala ( in compenso svolazzavano diverse zanzare e vari moscerini data la stagione) e il silenzio che si era formato sembrava denso e palpabile come un cream caramel ( non so se rende il paragone, ma ho un certo languorino data l' ora). Si potevano sentire distintamente le lancette dell' orologio a muro della sala riunioni del comune battere con precisione ogni scorrere di secondo. Senonchè questo ad un tratto esaurì la propria pila e si fermò inesorabilmente, e dunque ora non si sentiva più nulla nella sala tanto era il silenzio e la tensione che si tagliava, come si fa in questi casi, a fette ( non troppo sottili, grazie).
Finalmente quel silenzio compatto fu poi interrotto dalla voce ( nelle intenzioni) autoritaria del sindaco ( che si sforzò non poco in tal senso e infatti fallì miseramente), che venne fuori tanto inaspettatamente da provocare un sobbalzo in più di una persona. " ... E il vincitore è...": si apprestava a dire il sindaco, mentre tutti i corpi si protendevano in avanti verso di lui come spinti da non si sa quale misteriosa forza non newtoniana. "... Il vincitore è...". Ve la faccio breve: tanto avrete già capito tutti chi era il vincitore di quella gara. Ebbene, se qualcuno ancora non lo avesse capito, costui era il sig. Giuliano, di cui abbiamo detto brevemente in precedenza, il quale quasi si commosse per quell' inaspettato trionfo che coronava anni e anni di gavetta e duro ( e onesto) lavoro. Tutti i suoi sfidanti gli si fecero vicini e, ovviamente, come si usa fare tra colleghi sfidanti in questi frangenti, nessuno di loro gli fece i complimenti e anzi lo insultarono e lo accusarono pesantemente e molti, sentì, lo mandarono anche a fare in culo. Bel modo, non c' era dubbio, di affrontare una sconfitta, pensò Giuliano.
Ma in fondo a lui, ora, di essere mandato di qua o di la, a fare qualunque cosa fosse inviato a fare, non importava nulla. Era solo molto felice per avere finalmente raggiunto un buon ( ma che dico buono: ottimo, pensò il sig. Giuliano ) risultato professionale, di avere mantenuto la promessa a suo padre e di avere reso orgogliosa la sua famiglia. E infatti non vedeva l' ora di tornare a casa, di abbracciare i suoi cari e di comunicare loro la buona novella. Sicuramente sarebbero stati entrambi felicissimi per lui. La moglie Lidia e il figlioletto, il quale aveva otto anni e si chiamava Lucio e qualche giorno prima si era smarrito nel bosco incantato.







mercoledì 15 gennaio 2014

per un attimo di celebrità ( rehearsal)

Ho fatto fuori tutta quella gente innocente e ignara per avere un attimo di celebrità, per andare in tv.
Lo scorso sabato, dalle ore diciannove, poi di nuovo alle venti e alle venti e trenta, tutti parlavano di me: per strada, in radio, su internet, nei giornali, in tv ovviamente. Ovunque.
Tutte le telecamere, e i microfoni, erano puntati su di me, e io ero felice: sorridevo e salutavo anche se non potevo farlo con ampi gesti delle mani in quanto queste erano ammanettate saldamente.
Mi mettevo comunque in posa per le foto dei giornali del giorno successivo e già pregustavo il dolce sapore della mia celebrità. Certo, ci sarebbero stati anche dei contro: probabilmente non avrei più potuto girare in pace per strada senza essere letteralmente assalito dall' affetto dei miei ammiratori ( o fans, come si dice in inglese. Ora che sarei divenuto famoso, dovevo per forza imparare un poco di inglese). Sarei stato anche ospite in qualche programma tv? Troppo presto per dirlo, ma con tutta quella attenzione mediatica ero sulla buona strada.
Sognavo la mia celebrità. Quella che per tutta la vita ho desiderato. Scappare dal mio bilocale in provincia, da una vita anonima senza emozioni e senza flash. Volevo la notorietà di quelle persone felici e senza preoccupazioni che vedevo ogni giorno in quella scatola, una vita invetrinata come fosse un gioiello. Essere ascoltato finalmente...essere visto..notato..considerato..schivato.
Ad un fotografo feci anche un autografo per i suoi bambini: mi sentivo bene.
Sorridevo e salutavo con energici cenni del capo, la folla che era lì radunata tutta per me.
Ora ero sulla scena e non volevo più scendere.
Delle persone erano morte, questo è vero. Ma io ero famoso e anche loro avevano avuto il loro attimo di celebrità quando hanno letto i loro nomi alla tv ( penso che forse dovrebbero ringraziarmi) . Avrei inviato la mia foto con autografo ai poveri parenti delle vittime uccise dal mio fucile semi- automatico. Sì, potevo rimediare a questi piccoli inconvenienti.
In isolamento sono solo.
Come prima.
Quanto è crudele lo show business: quando ammazzi sei il divo del secolo, ma dopo qualche giorno sei in isolamento e nessuno ti calcola più. Solo perchè c’ è un nuovo assassino. Magari uno più alto e più bello di me. Qui nessuno mi vede, nessuno mi parla e nessuno mi ascolta.
Come prima, tutto come prima.
Però adesso non ho nemmeno la mia tv.

dentro l' armadio ( under construction I)

La camera era di media ampiezza, ne troppo grande ne troppo piccola, il che sarebbe risultato vantaggioso sia in estate, dove il locale era abbastanza ampio e ombreggiato per non surriscaldarsi, sia nella stagione invernale, dove le sue dimensioni comunque non eccessive sarebbero state di estrema utilità per riscaldare bene, senza sprechi e con poco dispendio energetico ( il pianeta ringrazia) , l' intera stanza ( nonostante fosse ombreggiata per gran parte del giorno).
Nel momento in cui i coniugi Phillips la visitarono per la prima volta, la camera era ancora spoglia se si eccettua la presenza, ad un lato, appoggiato contro un muro, di un letto queen size ( una regina robustella, nello specifico), con un grazioso copriletto a tema psichedelico fine anni 60- inizio anni 70 ( veramente molto molto kitch) ; e, al lato opposto della stanza, di un grande e possente armadio a due ante e quattro, dico quattro, enormi scompartimenti. L' armadio da solo occupava quasi un intero lato della stanza. Era di colore scuro. Ma quale colore scuro di preciso fosse, questo non lo sapeva dire ne il signor Phillips ne la consorte   ( signora Phillips), che pure era laureata all' Accademia di Belle Arti col pieno dei voti e teneva corsi di pittura per aspiranti pittori.
Oltre al colore nettamente indefinito di questo armadio, vi era dell' altro che attirò subito l' attenzione dei due coniugi, una volta entrati nella stanza e dopo che lo ebbero notato. Era semplicemente mastodontico.         Ora, mi direte, un armadio è in genere grosso, molto grosso. Altrimenti, mi direte, che senso ha averne uno se poi non è grosso abbastanza da poterci mettere dentro un gran numero di cose, oltre ai vestiti. Del resto non è per questo che è stato inventato? Mi direte. ( Siete i soliti saputelli col vostro dire e ridire, sapete?).     Il punto è che però questo armadio, come dire, era davvero TROPPO grosso; e più che altro, a guardarlo bene, sembrava diventasse di istante in istante, mentre lo si osservava, sempre più enorme e spropositato.
Questa cosa, e qui si capisce che non è una palla e non mi sono inventato nulla solo per sembrare più interessante, la notò, ma non vi diede peso, pensando ad uno scherzo dovuto alla stanchezza ( e da quando la stanchezza fa cose divertenti come gli scherzi? Notoriamente la stanchezza non fa nulla, poichè è stanca e annoiata e solo quello le interessa. Come sa bene chi è stato stanco almeno una volta), anche il signor Phillips, il quale era un tipo, oggettivamente, sveglio e che era abilissimo a notare anche i più piccoli dei particolari, eccetto quando la moglie sperimentava un nuovo taglio di capelli. Allora non notava nulla e tutta la sua perspicacia sembrava andarsi a fare benedire ( cosa che faceva imbestialire la consorte. Naturalmente il nostro mr. Phillips notava ogni volta che la sua bella consorte tornava a casa con un nuovo taglio, ma per furbizia, aveva imparato a non dire nulla e a non chiederle nemmeno se avesse un nuovo taglio, come se non lo avesse notato affatto. Altrimenti, sapeva bene il buon signor Phillips, la moglie gli avrebbe senza dubbio domandato cosa ne pensasse del nuovo look. E il signor Phillips aveva imparato piuttosto bene negli anni che, a quel punto di non ritorno, qualunque risposta, e dico qualunque, anche una che non centrasse affatto, avesse dato alla moglie circa il suo nuovo look, questa si sarebbe adirata e sarebbe andata su tutte le furie. A prescindere. Di default ).
Ma il fatto che l' armadio sembrasse, come dire, muoversi e apparisse quasi, come dire, vivo, beh, questo non gli sfuggì per nulla. Ma, per il momento, non disse niente alla moglie su ciò ( per non inquietarla). Così come, accortamente, non disse una parola nemmeno allorchè notò, finalmente, che la consorte si era fatta fare un nuovo taglio di capelli quella mattina ( per non inquietare se stesso, questa volta) .

storia del bosco incantato ( V)

Quando Carlos tornò finalmente al villaggio, era oramai notte inoltrata e tutti, a parte qualche troll particolarmente chiacchierone e qualche gnomo ancora occupato nelle sue faccende gnomesche, sarebbero già dovuti essere a dormire e a allietare la propria notte con dei bellissimi sogni ambientati nel bosco magico. Tuttavia, non appena si avvicinò abbastanza, Carlos potè comprendere immediatamente che non era così: nessuno stava dormendo e i bei sogni erano rimasti incredibilmente oltre gli alberi maestosi, questa notte. In compenso tutti sedevano da qualche parte, preoccupati, sconsolati e con la testa bassissima. Tutti senza dire una parola, qualcuno sospirando piano e tristemente come fa chi ha oramai perso ogni speranza e attende una qualche indefinita e imprecisata fine. Altri invece, semplicemente, sommessamente piangevano.
Era quella una scena che mai si era vista in quel luogo lieto e fantastico: e a Carlos venne subito un groppo alla gola che gli bloccò l' aria in entrata e in uscita. Era una sensazione che mai aveva provato in precedenza. E non gli piacque. In seguito qualcuno gli disse chiamarsi magone ( e a dispetto di quello che poteva essere il nome, non vi era nulla di magico e strabiliante in essa).
Carlos passò in mezzo a quella triste folla, fino a che non scorse il vecchio gnomo Anselmo e andò a sedersi vicino a lui su una pietra. Anselmo lo gnomo, ovvero il capo degli gnomi del bosco, essendo tra loro il più anziano, avendo raggiunto, ai tempi in cui questa storia è ambientata ( ovvero ieri pomeriggio alle 16. 23 ora locale), la venerabile, e difficile per i genitori, età di 345 anni e 15 mesi ( dovete sapere che il calendario gnomico ha 16 mesi. Tali mesi sono uguali ai nostri umani, che del resto dobbiamo il nostro attuale calendario proprio agli gnomi, da gennaio a dicembre. Mentre gli ultimi quattro sono undicembre, ovviamente, gnomaio, ovviamente, goù na rolt, che è un mese in lingua gnomica e che letteralmente significa " ma perchè fare sedici mesi e non dodici, che poi è un casino trovare quattro altri nomi plausibili, e infine c' era ultimo mese. Così chiamato perchè era l' ultimo mese, ovviamente), stava seduto come una statua di sale su una roccia e con la punta di un piede tracciava sulla terra delle linee confuse e senza compimento. Quelle linee e forme casuali e distratte così tipiche di chi cerca una risposta da qualche parte nel mondo e sembra voglia interrogare la terra stessa, nel tentativo di trovare in quelle linee e in quei segni astratti ciò che fortemente cerca.
Quando si accorse che qualcuno gli si era messo vicino, alzò un attimo lo sguardo con un gesto molto lento e svogliato che fece preoccupare Carlos non poco. Nonostante la venerandissima età, infatti, Anselmo era solitamente un individuo vispo e vivace, una molla impazzita, sempre brioso. Adesso invece sembrava quasi un involucro vuoto, un' immagine residua e che presto si sarebbe dissolta della sua persona. A carlos aumentò tantissimo il magone; tanto che gli sembrò che la gola gli si gonfiasse e che non riuscisse più a respirare.
Finalmente si riprese, dopo qualche secondo in cui il cuore spaventato, aveva iniziato a battere un ritmo irregolare e frenetico che gli faceva male dentro, e, sporgendo il petto in fuori come a volere assumere una dimensione maggiore e mostrare sicurezza e fiducia, con una voce profonda e solenne ( quasi autoritaria), annunciò: " voglio raccontare a tutti voi una storia, che mi raccontò due o trecento anni orsono il mio caro e vecchio nonno. ( Chiaramente potrei dimenticare, omettere, saltare, aggiungere, modificare qualche dettaglio della storia, essendo passati appunto almeno due secoli dall' ultima volta che l' ho sentita. Pensate che quasi, dopo tutti questi anni, non mi ricordavo nemmeno di avere avuto un nonno). Un tempo molto lontano, quando mio nonno era un giovane gnomo, in questa stessa foresta dove abitiamo oggi, vi fu un orribile e devastante incendio.
Esso si sviluppò, pare, per la colpevole disattenzione di qualche umano, e in pochi minuti arrivò, da quegli alberi che vedete lì in fondo, prima della casa di Vito il cinghiale, fino ai pressi del villaggio a minacciare alcune abitazioni. Il fuoco avanzava deciso e famelico, sospinto dal vento caldo estivo, e divorava senza pudore tutto ciò che trovava davanti e lo lasciava poi fumante e privo di vita. La sciagura sembrava incombere inevitabile e tutto sembrava perso a tutti. Le creature del villaggio, fatine, gnomi, nani, folletti, troll e quant' altro fuggivano in preda al panico, vittime della disperazione, mentre alcuni erano tanto sgomenti da non riuscire nemmeno a muoversi, nemmeno a emettere un suono sia pure di angoscia. Tutti concordavano su un unico fatto: siamo finiti, spacciati. Moriremo tutti e di noi non resterà nulla di nulla: solo cenere e polvere ( pensavano tutti). E già attendevano rassegnati l' Inevitabile. Tutti, sì, tranne uno: il troll Belfagor. Costui era un tipo strano e solitario, ma tutto sommato buono. Era senza dubbio una personalità particolare, ma non aveva mai fatto male a nessuno ( ci mancherebbe). E adesso aveva fatto capolino tra gli altri, cosa che raramente faceva e mai con troppo piacere, e stava avanzando deciso verso il fuoco. Che fai, Belfagor? Gli dicevano tutti gli altri. Se ti avvicini ancora morirai. Ma lui non gli dava retta. Sembrava guidato da una volontà superiore al suo interno e non distoglieva nemmeno mai lo sguardo dalle fiamme accecanti. Te ne prego, Belfagor, fatti indietro. Gli urlava ancora qualcuno. Scappa, non c' è speranza. Sentì poi. A quel punto tutti lo videro prendere una bella boccata d' aria e soffiare sul fuoco, evidentemente nel tentativo di spegnerlo, ma ottenendo solo ( come si sa, e come avrebbe saputo anche lui se avesse maggiormente seguito, ai tempi, le lezioni di scienze) di alimentare le fiamme. Aaahhh, urlarono tutti. Via via di quà, scappa anche tu Belfy: o morirai. Gli urlavano tutti preoccupati. Ma Belfy non si mosse di un unghia e, d' improvviso, chi era lì intorno a seguire la situazione, vide il troll che si abbassava prima i pantaloni, poi le mutande e tirava fuori il suo arnese da lavoro. A quel punto tutti rimasero a bocca aperta, increduli e a domandarsi cosa stesse succedendo in quella pazza notte. Belfagor, dal canto suo, semplicemente, atteso qualche secondo, tirò una pisciata che più che una normale pisciata sembrava una riproduzione in scala delle cascate del Niagara e di quelle del Lago Vittoria messe assieme ( il tutto sparato fuori a pressione vertiginosa, da un arnese dalle dimensioni diciamo di una mezza penna rigata N° ... oddio, ora non lo ricordo. Vabbè, guarderò..Bene, ho controllato or ora su internet: N° 70. Passo e chiudo). La faccia di Belfagor a questo punto tradiva una goduria ( classica di chi si sia trattenuto per troppo tempo e possa finalmente liberarsi) magistrale e il suo viso era finalmente più rilassato e meno teso. Tutti gli altri invece stavano lì con gli occhi letteralmente fuori dalle orbite ( qualcuno a chiedersi il numero delle mezze penne rigate o ripromettendosi di controllarlo una volta a casa). Già perchè grazie a Belfagor, per fortuna ora, c' era una possibilità concreta di tornare a casa, perchè, grazie alla pipì che tratteneva da tanto, il troll stava riuscendo facilmente a domare le fiamme pur gigantesche e a ridurle a un fuocherello, che poi spense definitivamente scatarrandoci sopra un paio di volte un catarro mucoso e appiccicoso che letteralmente intrappolava e soffocava le ultime residue fiamme. E questa storia, per quanto forse disgustosa nel finale", si accingeva a terminare il buon Carlos: " ci dimostra unicamente una cosa, anzi due. La prima: che talvolta è meglio tenere la pipì che poi potrebbe tornare utile in qualche modo. E la seconda, anche più importante ( e come può essere più importante? si domandarono tutti): che non bisogna mai darsi per vinti e smettere di lottare. Anche quando sembra che tutto sia finito, non ci sia speranza e che tutti si sia spacciati."
Sentite queste parole il pubblico stette per un attimo sospeso, incerto se credervi o no. Incerto se dare fiducia alla morale di una storia, se credere e dare una possibilità alla speranza, fino a che Carlos lo gnomo non domandò a voce alta e chiara, cristallina e limpida, potente: " allora abitanti del bosco incantato? Che volete fare? Volete arrendervi? O volete combattere tutti insieme e non mollare fino all' ultimo?"
Queste parole risuonarono nell' aria come cannonate, come esplosioni di energia primordiale e fulminee scariche di adrenalina, che raggiunsero in pieno i presenti e che entrarono sotto la loro pelle, nelle loro carni fino a piazzarsi e incastonarsi nel loro cuore a spingere il suo battito e a dargli la forza necessaria.
Allora i capi, che fino a quel momento erano stati quasi sempre chini e miseri, si rialzarono violentemente di scatto, mostrando tutta la fierezza di creature magiche millenarie e di un mondo che è sempre esistito e sempre esisterà. Questo lo avrebbero giurato sulla loro vita.
" Sìììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì": si udì per tutto il bosco e fino alle porte della città.








martedì 14 gennaio 2014

smart phones war ( VI parte)

Tornata a casa, Gianna, dopo avere messo il suo telefonino smart a ricaricarsi, dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro ( del telefono) , si sdraiò sul suo letto con la coperta a cuoricini rosa, rossi e bianchi su sfondo color violetta. Era quella una bella coperta da giovane ragazza da poco tempo non più teenager, e che tradiva la presenza di un certo animo romantico in Gianna, nonostante la sua indole combattiva, per non dire guerresca e terroristica.
Guardò la foto della persona, uno dei leader della fazione opposta dei sammini, le avevano detto all' Alto Comitato ( e per questo avrebbe dovuto odiarlo all' istante e istintivamente), di cui si sarebbe dovuta occupare. La guardò ancora una volta. Oramai, per qualche motivo che non capiva bene, non riusciva più a staccarvi gli occhi.
Era la persona nella foto, un ragazzo più o meno suo coetaneo, dall' espressione malinconica e misteriosa,criptica e quasi inaccessibile. Aveva una leggera barba scura che dava un che di adulto e di più maturo rispetto alla sua età al suo viso ancora da ragazzo. Gianna si rese conto, fissando nuovamente la foto ( oramai da diversi minuti consecutivamente) che odiava quella persona che non voleva realizzare che gli smart phone della Pear erano assolutamente, in tutto e per tutto, i migliori tra tutti gli smart phone possibili     ( questo anche a detta di Candido), e che per questo non meritava altro che la morte, perchè la sua intenzione era evidentemente di distruggere il mondo con la sua cecità tecnologica.
Gianna riuscì finalmente a posare la foto sulla scrivania e ad evitare di fissarla continuamente, e riprese in mano il suo Pear. Con la luce del dispositivo, che le illuminava il volto, nella camera buia, guardò video divertenti su " YouTube", fino a che il sonno non la colse all' improvviso e non le fece chiudere gli occhi, lasciandola addormentata con lo smart phone appoggiato al lato, sul letto.
Gianna sognò quella notte. Sognò prima una meravigliosa offerta per lei, dove avrebbe avuto in regalo l' ultimo modello di Pear ( il Pear P6699) che era dotato di poteri paranormali ( nel vero senso della parola: poteva evocare spiriti, demoni, anime dall' aldilà e ordinare una pizza a domicilio con un click sulla relativa applicazione, eventualmente. Non si possono infatti solo evocare creature misteriose tutto il dì; si dovrà pur mangiare, no? Sì, certo ), in cambio della sottoscrizione di un semplice abbonamento in aeternum che dava il diritto a quelli della Pear di, eventualmente, potere disporre della vita della ragazza come e quando lo avrebbero ritenuto opportuno. Ovviamente Gianna, grazie a questa vantaggiosa ed esclusiva offerta, avrebbe avuto in cambio chiamate e SMS gratis. Anche se solo per un mese. Vabbè.
Poi il sognò cambiò, dopo un intermezzo in cui tutto si fece immensamente luminoso, e dove a Gianna sembrò di vedere direttamente il paradiso ( o forse era la funzione " torcia" di uno smart phone? Il dubbio in effetti c' era). E da questa luce celestiale, comparve poi, d' improvviso ma con lentezza, un tratto di viso che poi assunse, piano piano, le sembianze di quel ragazzo della foto. E lui le sorrideva, in quella visione onirica. E gianna si accorse che c' era anche lei, lì, nel suo sogno, di fronte l' odiato nemico. E Gianna si rese conto che anche lei gli stava sorridendo.
Michele, il giorno dopo, di buon' ora, si recò al negozio, il " Pear Store" , dove tutti erano così Pear da fargli venire il voltastomaco. Questi Store erano praticamente dei simulacri all' idiozia umana riguardo l' appartenenza e la fedeltà smisurata ad un marchio. All' ingresso vi erano guardie armate ( di smart phone impostati sulla funzione " riproduttore sonoro di armi da fuoco aggressive" ), per difendere gli avventori Pear dalla possibilità di attacchi dei sammini. Il clima che si respirava era di pura tensione e di puzza di sudore tipica di gente che difficilmente esce di casa staccandosi così dalla morsa del proprio PC ( ovviamente Pear) e avventurandosi in un mondo dove non è possibile controllare i vari elementi e i possibili avvenimenti casuali dalla tastiera o tramite un click col mouse sulla giusta icona. Michele si tappò un attimo il naso fino a che non ritenne di essersi abituato a quell' olezzo. Non era vero, non si era ancora abituato. Si tappò il naso ancora alcuni istanti... pronti..via..ok, si era abituato.
Gironzolò distrattamente tra i prodotti Pear, così uguali a quelli della Sammy, ma ovviamente così diversi ( nell' animo, pensò) , e tra i tristi avventori del negozio che con quelle manacce unte e quelle ditina appiccicose toccavano gli schermi degli smart phone macchiandoli e insozzandoli prima ancora che fossero venduti ( ma tanto oggi i segni di dita sembrano andare molto di moda), e si sentì molto triste. Non solo per gli amici che erano morti ( comunque erano ancora sui amici sui vari social network quindi era un pò come se non fossero mai morti, perchè comunque avrebbe potuto pokarli, ad esempio, ogni volta che avrebbe voluto), ma per la sensazione sgradevole che se avessero perso la battaglia finale, poi tutto il mondo, lui compreso, sarebbe stato costretto a usare dispositivi inferiori a livello sia materiale che, soprattutto, morale. La tristezza aumentò a dismisura e quasi gli venne voglia di piangere. Ma il nostro Michele era un tipo combattente ed estremamente caparbio ( tanto da riuscire a tirare una corda fino a spezzarla) e non si diede per vinto e anzi proseguì col suo piano. Diventare un membro della Pear, agendo così dall' interno come una cellula dormiente ( non aveva mai ben capito il senso di tale espressione, ma gli piaceva il suono. Soprattutto gli piaceva immaginarsi una cellula che dormiva. E magari russava pure un pò. Questo pensiero lo metteva sempre di buon umore e anche questa volta non fece eccezione).
Così si recò da uno degli addetti vendita ( i quali avevano avuto, al momento della firma del contratto, un dispositivo di controllo mentale della Pear ficcato direttamente nel cervello, quel poco che avevano, e un terminale per tale dispositivo assicurato..non posso dire dove) fingendo interesse in un loro prodotto. Uno smart phone direttamente concorrente del suo modello Sammy. Sentì nelle sue tasche il suo adorato telefono intelligente che si agitava al cospetto del rivale giurato e lo toccò con la mano, a mò carezza, per tranquillizzarlo. Domandò poi all' addetto vendite quali fossero le caratteristiche tecniche di quel prodotto e questi gliele elencò ( come se avessero davvero una reale importanza ai fini del suo funzionamento):" ah beh...memoria 100 Gb, schermo 7' Full SuperMegaCazzo di HD, batteria al litio con un botto di celle ( ma che tanto non dura un cazzo comunque), navigatore integrato, fotocamera e videocamera da tanti X tali da non starci nemmeno sulla confezione, questo, quello, quell' altro ancora e insomma lo sapete tutte le cazzo di caratteristiche salienti che di solito hanno questi telefonini intelligenti e sensibili ".
Michele ascoltava, distrattamente, scuotendo dentro di sè la sua testolina nera, e pensando " ma che telefonino di merda, mio Dio. Che prodotti scarsi fa la Pear", evidentemente non ricordandosi il fatto che il suo Sammy aveva le stesse identiche e precise caratteristiche tecniche ( uguali uguali, proprio. Forse per il fatto di essere stato prodotto nella stessa fabbrica del concorrente, in Cina o giù di lì, dagli stessi operai sfruttati e sottopagati, alcuni anche in tenerissima età, che avevano costruito il suo Sammy ).

Dopo avere ascoltato l' addetto vendite, che ora sbavava dalla bocca con aria catatonica ( forse per via del congegno inserito nel cervello. Ma non si può dire con certezza. Forse lo faceva per doti proprie ) e fissava un punto imprecisato con gli occhi come due spilli, si voltò per uscire dal negozio ed andarsene ( non era proprio riuscito a comprare uno di quegli scadenti Pear ), quando vide affisso ad una parete un manifesto, che recava la scritta, in bella calligrafia ( a quanto pare il fondatore della Pear, a suo tempo, fu un appassionato di calligrafia..pensate..) , " Persona Pear del Mese" , sotto l' immagine del volto di una bellissima ragazza ricciolina. Di cui Michele, suo malgrado, si innamorò immediatamente.

storia del bosco incantato ( IV)

La mamma cercava il piccolo Lucio dappertutto: nella sua stanza, nello sgabuzzino, in cantina e nel solaio, nel garage e in giardino. Ma niente: di Lucio non vi era più alcuna traccia ed erano già passate diverse ore da quando la mamma l' aveva visto, e sgridato, l' ultima volta. E già iniziava a farsi sera e la luce del giorno cominciava a sguagliarsi, come tempra su una tela bagnata, per rivelare dietro di sè la notte. Dove poteva essersi nascosto il piccolo Lucio? Si domandava la madre affranta e terrorizzata.
Intanto il piccolo Lucio aveva riaperto i suoi occhietti, dopo il breve sonnollino indotto dalla fatica del suo pianto disperato di paura, e si era trovato davanti il goblin Sgruntutur che gli sorrideva dolcemente ( o perlomeno questo è quello che voleva fare). I goblin sono oggettivamente, per gli standard di noi umani, creature orribili e spaventose ( anche se hanno un cuore enorme per gli standard di noi umani. Letteralmente enorme: il doppio o il triplo almeno) e perciò il nostro affezionato Sgruntutur temeva a ragione che il piccolo Lucio si sarebbe spaventato non poco a trovarselo davanti mentre tentava di assumere un aspetto rassicurante con così poco successo.
Il bimbetto invece, non appena si fu destato ed ebbe visto e riconosciuto la magica figura dinnanzi a lui, spalancò la bocca, e così la tenne per diversi secondi, in preda allo stupore e all' eccitazione più smisurata.
Il goblin, che notò chiaramente questa espressione inusuale, ma che, non essendo comunque umano, non la seppe ben riconoscere, pensò inizialmente di avere qualcosa che non andasse nella sua persona. Forse i capelli, forse i baffi, il cappuccio? O cos' altro? Si sistemò brevemente i vestiti e il ciuffo di capelli violacei. Poi il piccolo Lucio finalmente parlò: " uno gnomo..tu sei uno gnomo..".
Era davvero incredulo il bimbetto. Per un attimo gli sembrò di essere stato risucchiato all' interno della tv in uno di quei film che i suoi genitori e gli altri adulti sono soliti definire " di fantasia", ma che lui sperava con tutto il cuore dentro di sè, essere reali. E ora finalmente aveva scoperto essere così, ed era felice, perchè la vita gli sembrò una fiaba incantata; e lo avrebbe detto anche ai genitori che quei film erano reali e che i sogni esistevano davvero. E mentre pensava tutto ciò aveva un volto in estasi dalla contentezza.
Chi invece sembrava dubbioso e spiazzato era il goblin Sgruntutur, che si era appena sentito dare dello gnomo. Ma lui, palesemente, non era uno gnomo ne vi somigliava. Anzi: se ci fosse stato un contest, e lui sperava che prima o poi ci sarebbe stato, per eleggere il goblin più rappresentativo della razza dei goblin, ebbene lui avrebbe, non dico vinto, ma almeno sarebbe arrivato secondo. Terzo, nella peggiore delle ipotesi. Così gli venne voglia di farlo notare al bambino disattento, rimproverandolo un pò per essere stato leggermente superficiale, ma alla fine il volto estatico e sognante del piccolo Lucio gli fece dimenticare tutte le sue preoccupazioni da goblin orgoglioso di rappresentare tanto bene la sua razza, e gli sorrise di rimando annunciandogli anche che ora lo avrebbe riaccompagnato fino ai confini esterni del bosco, fuori da quell' intrigo di alberi e rami e foglie e siepi che nascondevano un mondo sconosciuto e meraviglioso, cosicchè sarebbe potuto tornare a casa.
Quando il piccolo Lucio arrivò davanti la porta di casa, con la sua bicicletta, il sole aveva lasciato definitivamente la scena alla sua amica luna che si era portata dietro tante compagne ballerine e luminose, le stelle. Il bambino ingenuo pensò che la mamma e il papà sarebbero stati molto arrabbiati perchè era scappato ed era stato fuori casa, chissà dove, così a lungo, senza avvisare nessuno, e facendoli stare tanto in pensiero. Così esitò un attimo prima di citofonare. Poi si fece forza e suonò. Quando la porta si spalancò, senza che nessuno avesse chiesto chi fosse, e si trovò davanti i genitori che lo guardavano fisso e immobili, il piccolo Lucio ebbe nuovamente paura di essere nei guai, e che sarebbe stato sgridato e che le avesse pure prese. Così si fece triste e chinò gli occhi abbassando la tenera testolina. All' improvviso si sentì letteralmente sollevare e prendere in braccio e si ritrovò tra le braccia affettuose e calorose dei suoi genitori, che lo carezzavano e lo baciavano, felici come non mai di non avere perso per sempre il loro bambino.