domenica 12 gennaio 2014

storia del bosco incantato ( II)

Il piccolo Lucio era un bambino che viveva in città in una bella casetta in una via tranquilla e secondaria, ma non isolata. Il padre lo diceva sempre: “ questa casetta è bella anche e soprattutto per il fatto di sorgere in una via tranquilla e secondaria, ma non isolata”.
Lucio era quindi un bambino molto sveglio per la sua età. Aveva otto anni oramai ( ovvero tanti così: una mano intera, più altre tre dita) e frequentava le scuole elementari. Da grande avrebbe voluto fare il dottore degli astronauti ( dato che amava molto sia la medicina, che lo spazio e avrebbe voluto conciliare questi suoi due interessi, senza rinunciare a nessuno dei due).
Lucio naturalmente essendo un bel bambino, sveglio, simpatico e intelligente aveva anche tanti amici con cui spesso giocava al campetto o con cui bighellonava per le vie illuminate nei giorni di festa. Lucio era un bambino, perciò, che, come tutti quelli della sua età, amava molto la compagnia e il gioco, ma che non disdegnava nemmeno di trascorrere del tempo da solo, a pensare ai suoi pensieri leggeri da bambino, a fantasticare sul mondo e su ciò che vedeva all' orizzonte fuori dalla città. Sul bosco così fitto e misterioso. Aveva anche provato certi pomeriggi d' estate a prendere la sua bicicletta e andare, in solitudine, per le stradine sterrate e i sentieri fuori città che portavano fino al bosco. Era anche arrivato dinnanzi ai primi alberi che si ergevano ritti e solenni e che circondavano tutta l' oscurità del bosco e tutti i suoi misteri. Si era anche spinto fino a entrarvici dentro il bosco, facendo tanti piccoli passettini indecisi, come se le sue gambe si muovessero da sole. Ma sempre dopo pochi passi era tornato velocemente indietro verso la sua bicicletta abbandonata, come a riposare, sull' erba soffice e fresca. Il punto è che per quanto affascinato da quel posto e dal suo cuore così fitto e inaccessibile, il piccolo Lucio rimaneva pur sempre un bambino, e come ogni bambino aveva un po' paura del buio e di ciò che non vedeva e poteva nascondersi lì in mezzo ( è normale, non bisogna vergognarsene ) . Tuttavia, il piccolo Lucio, quando non giocava con gli altri amichetti, difficilmente riusciva a stare lontano da quel posto magico e, di nascosto dai genitori, che non volevano andasse nel bosco che dicevano essere pericoloso, vi si recava spesso, soprattutto i giorni in cui era triste per qualcosa, e immaginava di addentrarsi nel fitto della vegetazione e scoprire le più meravigliose fantasticherie del mondo e di non essere più triste.
Un giorno, il piccolo Lucio combinò involontariamente un bel guaio in casa, avendo fatto cadere e mandato in mille pezzi un pregiato vaso della madre, nel tentativo maldestro di raggiungere un' invitantissima scatola di biscotti al cioccolato con lo zucchero a velo. Capite da voi che era valsa la pena, oggettivamente, di avere combinato un macello simile per ottenere quelle piccole, tonde, gustose leccornie. Fatto sta, che quando lo scoprì, la madre andò su tutte le furie per il pregiatissimo, ma per nulla ghiotto, vaso e sgridò il piccolo Lucio in maniera veemente.
Il piccolo Lucio, come ogni bravo bambino della sua età, scoppiò in lacrime abbondanti e sentendosi molto triste uscì di casa. Diretto verso il bosco.
Arrivò al prato che fronteggiava il bosco con il fiatone, avendo pedalato alla velocità della luce ( chilometro orario più, chilometro orario meno) per tutto il percorso, con quella strana sensazione che tutti abbiamo provato almeno una volta del vento che colpisce i nostri occhi bagnati di lacrime, facendoceli arrossare e bruciare, e lì posò la bici. Stette fermo per un attimo a guardare i primi alberi dritti e solenni e dietro di loro l' oscurità più totale e solo altri alberi a perdita d' occhio in mezzo a un nero così nero da sembrare dipinto.
Il piccolo Lucio si fece coraggio e si aiutò con la sua tristezza a muovere i primi passi. Superò facilmente i primi alberi, che già aveva oltrepassato altre volte e arrivò fino al solito punto dove poi tutto diventava troppo cupo e spaventoso e dove solitamente faceva dietrofront, dopo avere deglutito rumorosamente la saliva per la tensione, e scappava veloce veloce verso la luce all' esterno del bosco, immaginando sempre di essere seguito da qualcosa. Ma questa volta era deciso ad andare fino in fondo, ad arrivare al cuore fitto del bosco, lì sedersi e stare un po' così, solo, ad ascoltare la sua tristezza con le braccia conserte sulle gambe e lo sguardo chino e mogio.

Così si riprese, e ricominciò a camminare. E camminò, e camminò, e camminò ancora. Camminò fino a che quasi non vedeva più nulla intorno a sé, si era proprio addentrato per bene questa volta, pensò. E già la paura cominciava a prendere il posto della tristezza. E già il piccolo Lucio rimpiangeva la sua tristezza. Si voltò perchè voleva tornare indietro, uscire, prendere la bicicletta e scappare via, il più veloce e lontano possibile, col cuore che batte come un martello pneumatico impazzito e il respiro affannoso che fa piroette nei polmoni prima di uscire dalla bocca spalancata. Si voltò, e cercò la luce che segnalava il mondo esterno. Ma si era davvero addentrato troppo. E non vedeva più la luce, nessuna luce. Solo buio e freddo e alberi, in ogni direzione. Ora la paura era diventata l' unica protagonista assoluta del palcoscenico dei suoi sentimenti, e il piccolo Lucio, ricordandosi di essere un bimbetto di otto anni, si lasciò prendere dallo sconforto e dal terrore di essersi smarrito per sempre e scoppiò in un pianto violento che scosse le fronde del bosco e risuonò tra i rami e le foglie.

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