venerdì 28 novembre 2014

Il più bel racconto del mondo

Vidi il bando per il concorso letterario appiccicato ad un palo. Tutto consumato e segnato dal tempo e dalle intemperie atmosferiche. Fu quasi per caso che lo notai, e naturalmente pensai che era il destino ad averlo voluto (mi capita spesso di pensare questa roba e spesso non è detto sia vera) perché dovevo partecipare a quel concorso e vincerlo.
Lessi i premi riservati ai primi tre classificati. La categoria "poesia libera" garantiva 500 euro, la categoria "narrativa", anche questa ad argomento libero, 300 euro.
Mentre la categoria per “ il più bel racconto del mondo”, così c’era scritto e così io riporto, assicurava una vincita di 1000 euro. Più un gustoso contratto, per una raccolta di racconti, da parte di una nota casa editrice.
Decisi cosa fare mentre le nuvole stavano coprendo il cielo terso. Mettermi al riparo sotto una tettoia o entrare in un bar! Ovviamente sarebbe stato sciocco restare fuori a bagnarsi. Fu così, sotto quella tettoia troppo stretta decisamente per proteggermi dagli schizzi della pioggia, accidenti, che realizzai che avrei dovuto partecipare a quel concorso. Dovrei partecipare a quel concorso, pensai. Strappai il volantino bagnato e accartocciato dal palo su cui era affisso e tornai sotto la tettoia. 
Poi non potei più resistere. Mi lanciai sotto la pioggia battente, correndo fino a casa: dovevo iniziare subito a scrivere il racconto più bello del mondo.

A casa, nel mio appartamento piccolo ma accogliente e caldo, questo però solo in senso metaforico,poiché in inverno si moriva dal freddo anche con i riscaldamenti a pieno regime, colpa della mancanza dei doppi vetri, vi arrivai completamente bagnato, ma eccitato come un adolescente davanti al suo primo film porno. Non che ci si abitui mai ai film porno, ma il primo fa tutt' altro effetto, e ad ogni modo spero di avere reso bene l' idea di ciò che intendevo dire. Non vedevo l’ora di mettere mano alla penna e dare libero sfogo alla mia arte, alla mia fantasia, la quale, vecchia furbacchiona, avrebbe partorito “il più bel racconto del mondo”. Addirittura nella mia mente si formò l’immagine di una sala parto, con tanto di medici e un’ostetrica. Di colore, l'ostetrica. Io ero la donna che stava partorendo. Ero orientale. Pensate un pò che immaginazione. 
Mi levai il giubbotto e la sciarpa bagnata e li gettai a terra, ottenendo come risultato di bagnare anche il pavimento. Lo avrei asciugato dopo. Di certo adesso la mia creatività non aveva tempo, nè tantomeno voglia, di prendere il mocio e mettersi ad asciugare l' acqua sul pavimento. Aveva ben altri più elevati impieghi da svolgere. Con permesso..
Mi sedetti alla scrivania trovata quest’estate, abbandonata e smontata in tre parti (era di IKEA) davanti ad una palazzina non distante da casa mia, una sera di ritorno da una goliardica uscita condita da alcool e baldoria giovanile. Cercai una penna che non trovai, e quindi afferrai una matita a cui però mancava la punta. Cercai un temperino, che non c'era. Corsi in cucina, anche se viste le dimensioni dell'appartamento non si poteva parlare esattamente di corsa, ed afferrai un coltello, col quale avrei ovviato all'assenza di un temperamatite. Non c’era tempo da perdere. Feci la punta, trattenendo l’ispirazione nella mente, come a volte si fa con ben altre incombenza fisiologiche, e come farebbe un bravo, forzuto “butta-dentro”. Bene: inventavo neologismi. La mia mente era in forma perfetta per dare sfogo a tutta la sua potenza. Merito forse della corsa fino in cucina? Ad ogni modo, ero pronto a cominciare.
Quando mi risedetti, però, non ricordavo più nulla. Scrissi l’intestazione: "il più bel racconto del mondo". Poi stetti un pò lì a pensare. Poi decisi di schiacciare un pisolino. Tanto non avrei concluso nulla, cazzo. L’attimo era fuggito. Perché avevo lasciato la finestra semiaperta. Chiusi completamente la finestra, anche se era oramai troppo tardi, e anche gli occhi.

Quando mi risvegliai qualcosa era cambiato. Avvertii immediatamente la ritrovata ispirazione e il fermento immaginifico che agitava in positivo la mia mente.
Aprii gli occhi di scatto, come un cadavere, o presunto tale, in un horror. Non so però se in questo caso sia corretto parlare di cadavere. Direi più generalmente mostro. Non che un cadavere sia tecnicamente un mostro.. ma tuttavia spero di avere reso bene l'idea di ciò che volevo esprimere.
Mi alzai lesto e mi risedetti alla scrivania, facendo orribilmente strisciare le gambe della sedia sul pavimento e producendo quindi quell'orribile stridore secco che provoca sofferenza al sol pensiero.
“Bene!", dissi a me stesso: "ora scriverò il “racconto più bello del mondo”.
Cercai la matita, per diversi minuti, senza trovarla,finchè non la vidi che ancora dormiva appoggiata al cuscino. La afferrai, svegliandola e terrorizzandola. "Piccola troia, adesso mi servi. Forza, mettiamoci al lavoro e ti farò godere come una pazza!”
Così convinsi la mia matita, ed io e lei iniziammo a scrivere “il più bel racconto del mondo”.
Mi ci misi sotto come non mi capitava da tempo. Non so quanti caffè ingurgitai e del resto non ha importanza. Stetti sveglio tutta la notte a scrivere, e poi mi addormentai con la testa appoggiata alla scrivania, ancora seduto e con la matita stretta in mano.

Venne il momento in cui la giuria avrebbe dovuto annunciare al pubblico accorso in sala, i nomi dei vincitori e i relativi titoli delle opere vincenti. La sera prima avevo fatto molto tardi e qualcosa nel mio stomaco aveva continuato a volteggiare e fare piroette tutta la notte, impedendomi di dormire adeguatamente. Ad essere sincero non dormii affatto, ma passai la notte in bianco, sveglissimo anche se non proprio fresco e in forma, a vomitare come se non ci fosse un domani.
Ero sul punto di non riuscire più a tenere le palpebre sollevate, quando sentii il mio nome e di seguito: "con l’opera: il più bel racconto del mondo!”
Tutti accanto a me scattarono in piedi, come se avessero avuto sotto al culo delle molle collegate ad un timer, plaudenti, ed io, che quasi stavo per addormentarmi sulla mia poltrona, fui preso alla sprovvista e un po’ mi spaventai per quella improvvisa reazione di tutta quella gente sconosciuta. Pensai anche, e forse lo dissi pure, che cazzo esultate? Non avete vinto voi: ho vinto io! Ed in effetti era la prima volta che capitava, quindi avrei dovuto essere a ragione ben eccitato.
Eppure io, stranamente in effetti, vuoi per i postumi, vuoi perchè solitamente mi eccito con manifestazioni di tutt'altro genere, ero l' unico in quella salta che non esultava festante.
Salii sul palco, assieme al mio cerchio alla testa che non mi dava pace e che aumentava ad ogni battito di mani. Il giudice principale, probabilmente il più qualificato tra tutti, mi guardava sorridendo. Mi strinse la mano e mi fece i suoi complimenti.
“I soldi dove stanno?”: chiesi io, che non avevo voglia di farmi fregare.
Il suo sorriso, dopotutto bonario e simpatico sotto dei baffoni bianchi d’altri tempi, diventò un’espressione di disappunto, come se avessi fatto non so che commento sulla sua cara signora.
Scesi dal palco ed uscii dalla sala, mentre tutti ancora mi applaudivano. Fuori mi aspettava una Limousine con autista, il quale, molto professionalmente, mi spalancò la portiera bianca come i baffi del capo-giuria, e mi invitò a salire. Salii.

“Complimenti signore!”: esclamò l’autista col suo accento inglese e professionale, non appena fui a bordo. Gli sorrisi, ma avevo ancora mal di testa, quindi evitai la fatica di articolare una risposta compiuta ed intelligente. D’altra parte il riconoscimento che avevo appena ottenuto dimostrava già ampiamente la mia superiorità intellettuale, perciò non c'era bisogno di aggiungere altro. O di rischiare di rovinare tutto.
“Lei è superiore intellettualmente parlando!”: mi disse l’autista poco dopo, mentre affrontava una curva a gomito a sinistra con enorme professionalità e invidiabile scioltezza.
Cominciavo a domandarmi chi avesse chiamato la Limo e l’autista, ma in fondo che importava?Probabilmente, dopo il mio brillante trionfo, tutti avevano capito la mia importanza, il mio essere particolare, unico.
“Lei è una persona importante, unica, sa? Un essere particolare. In senso positivo ovviamente”: mi confermo l’autista inglese. E se cotanta persona lo affermava con cotale sicurezza, beh..chi ero io, a parte un personaggio importante, particolare e unico in senso positivo, per non crederci?
“Lei è inglese?”: gli domandai poi.
“No,sir.”: mi rispose con il classico accento britannico e facendo sfoggio di tutta la tipica flemma anglosassone.
Ad ogni modo aveva detto bene: ero una persona che contava, perché avevo vinto.
Finalmente qualcuno aveva riconosciuto il mio genio e lo aveva voluto premiare in denaro, e con un attestato cartaceo che avevo riposto in un cestino della pattumiera, appena uscito dalla sala del concorso. Per non parlare del contratto con la prestigiosa casa editrice che mi attendeva.
Ora la gente avrebbe dovuto guardarmi sotto un’ ottica diversa e anche il padrone di casa, quando sarebbe venuto a chiedermi l’affitto la domenica mattina, non avrebbe più potuto bussare con due mani a pugno chiuso e urlandomi che ero un barbone drogato e che dovevo pagarlo altrimenti la mia prossima casa sarebbero stati due cartoni e un sacco nero dell’immondizia. Ora avrebbe dovuto citofonare con discrezione e chiedermi gentilmente i soldi e poi levarsi dai coglioni con un grande inchino, come si suol fare al cospetto di una persona nettamente superiore, a livello intellettuale, come provato da una giuria di esperti, e attestato da un capo-giuria con baffoni bianchi come la carrozzeria di una limo.

sabato 22 novembre 2014

Racconto di paura

Stazione della metropolitana. Banchina. Ore 00.00. Circa. L'ora dei mostri e degli spettri.
Un ragazzo, L., sta seduto sulla panchina, aspettando l'ultimo treno della serata, uno di quelli automatizzati, senza autista a condurlo, che lo riporterà in circa 20 minuti a casa, dove finalmente potrà riposare e lasciarsi alle spalle un'altra giornata. L'ennesima.
Non c'è nessun altro lì attorno, solo il silenzio, l'oscurità e il freddo del tunnel, con qualche luce, come un'anima dannata, al suo interno, in lontananza, sperduta.
Ma per il resto soltanto il nulla e il mistero. Non un essere umano in vista, non una voce o un rumore di passi. L. pensa che potrebbe anche svanire e nessuno lo vorrebbe mai a sapere.
Questo pensiero lo spaventa, si rende conto non senza sorpresa. Si era sempre ritenuto un ragazzo coraggioso, e non immaginava invece che bastasse una stazione della metropolitana, vuota e fredda, in una nottata senza luna, a fargli venire in mente tanti bruttissimi pensieri. Che non vogliono sapere di andarsene oramai.
All'improvviso qualcosa si ode provenire dalla rampa delle scale. Sembrano essere dei passi.
Sono lenti e cadenzati. Secchi. Somigliano al battito di un tamburo, o di un martello che infilzi un chiodo dentro un muro, in profondità. O a quello di un cuore nel petto, che lascia come un'interruzione, un vuoto, ad ogni battito. È il cuore di L., che batte dentro di lui come se volesse sfondare lo sterno e fuggire via. È terrorizzato.
Poi un uomo fuoriesce dal buio della rampa, come se fosse stato creato in quel momento dalle tenebre. È vestito in maniera trasandata, con abiti rovinati e sgualciti, che sembrano vecchi di secoli, forse anche di millenni. Avanza alla maniera di uno zombie, come una creatura ultraterrena, quasi senza fare il minimo rumore, quasi senza spostamento d'aria, come se fosse immateriale.
Fa paura, pensa L. Tanto più che si comporta in maniera strana e inquietante, mentre procede con quella innaturale andatura. Canticchia qualcosa. Una canzoncina cantilenosa, di quelle che i bambini cantano talvolta, nelle notti estive, quando fingono di essere impavidi e che nulla li possa spaventare, quando invece ciò che vogliono è solo provare un pò di sana, sincera, paura.
L. si sente come quei bambini, e tutto intorno sembra essere calato, non si sa da dove, un gelo di morte e disperazione. Come nelle notti di inverno. Ma adesso è primavera. Anche se fa un freddo cane.
Cammina quella creatura misteriosa. L. non sa dire se sia un uomo o meno. Poi d'un tratto s'arresta, come comandato da una forza invisibile. Maligna, pensa L.
Rimane fermo così per un pò, senza respirare e senza muoversi di un millimetro, come se fosse rimasto solo il corpo, un involucro vuoto, privo di anima. All'improvviso riprende a muoversi, con lentezza sovrannaturale, ed emettendo degli strani versi che a L. sembrano tutto, ma decisamente non umani. Avrebbe forse voglia di fuggire, scappare via lontano, L., ma sente le gambe pesanti e rigide come se fossero fatte di cemento, oppure fossero state totalmente svuotate dal sangue che vi circola normalmente, o come se questo si fosse congelato al loro interno. Il cuore batte sempre più forte e ora copre tutto, anche il flebile rumore dei passi di quella creatura misteriosa e i suoi versi demoniaci. A L. il cuore batte tanto forte che adesso il petto gli fa male. L. teme che forse potrebbe morire dal terrore.
L. ha paura di quell'uomo strano, ammesso che si tratti di un uomo. Ne è terrorizzato. Teme che possa fargli del male, ucciderlo. Si sta avvicinando, sempre con la sua andatura barcollante da non morto, canticchiando con una voce che sembra provenire da molto lontano, e da molto tempo fa, quella terribile canzone, di cui ora L., purtroppo, riesce anche a sentire qualche parola. Racconta di mostri, che escono fuori dal buio della notte, una notte senza luna, proprio come quella, e, senza motivo, solo per un piacere malato e perverso, uccidono le persone. Le persone che si trovano da sole, come L. su quella banchina.
L'uomo nero si avvicina sempre di più, col suo incedere cadenzato e tombale. Anche il treno sopraggiunge, squarciando quel silenzio irreale, ma solo per un attimo. L. lo scorge appena per un istante con la coda dell'occhio, mentre il pazzo assassino sanguinario gli si fa sempre più vicino, allungando le sue mani grigie e decomposte verso di lui. Ora non canticchia nemmeno più. Fa solo paura e basta. Per L. il tempo scorre a rallentatore e soprattutto nel silenzio più totale, come se qualcuno avesse tolto il volume per godersi la scena del massacro solo tramite le immagini.
Il treno sopraggiunge, ma non potrà essere fonte di salvezza, perchè è automatico e nessuno lo guida. Inoltre le carrozze, data la tarda ora, sono praticamente tutte deserte. Adesso in quella stazione ci sono soltanto L. e la morte; che attende lui e non il treno. È un treno fantasma. Vuole afferrarlo e farlo fuori. L. chiude gli occhi, illudendosi forse che tutto svanisca come un incubo al risveglio. Ma non sarà così. L. è preda di quel folle. Presto sarà finita. Chiude gli occhi e tutto si fa buio. Buio e silenzioso. Spalanca la bocca per urlare, ma non ne fuoriesce alcun rumore. Solo il
silenzio del buio, del terrore e della morte. Poi più il nulla.
Quando finalmente riapre gli occhi, L. è tutto sporco di sangue. Il suo viso è coperto dalle chiazze di sangue della persona che ha appena ammazzato. Solo un povero vagabondo, un pò fuori di testa, ma inoffensivo. L. si accorge anche di avere addosso, sul maglione e sui pantaloni, appiccicati alle fibre dei suoi indumenti, dei pezzi di interiora e di cervello della sua vittima. Ne addenta uno e lo inghiotte. Si sente incredibilmente bene dopo: calmo e forte come mai era stato. Sereno e, sì, felice. Non ha più paura L.
Era solo un pazzo senzatetto, un disperato disagiato, ma assolutamente non pericoloso. Non voleva fargli alcun male.
Ma L. invece sì. Era tempo che desiderava, bramava, di provare quella sensazione e quel senso di liberazione suprema, come quella della morte. Da quando era un bambino, e poi era diventato un ragazzino. Le bambole di pezza che costruiva solo per poterle torturare e poi decapitare o sventrare a mani nude, e poi i poveri animali che trovava in giardino, o i cani e i gatti randagi che catturava una volta divenuto adolescente, non gli bastavano più. Aveva bisogno di un'emozione più grande, che lo facesse sentire più presente, più vivo. Qualcosa che gli facesse finalmente sentire la materialità della sua carne e anche di quella altrui. Il male che scorre dentro e si impadronisce di tutto, del cuore e dell'anima, rendendoli duri e sterili come la pietra, fino a corroderli e a divorarli come una bestia feroce dilania e inghiotte la sua preda.
Sta finalmente bene, ora che ha ucciso il suo primo uomo. Ha un unico rimpianto: vorrebbe mangiarselo, portarlo dentro di sè per sempre. Ma malauguratamente non può, perchè il treno sotto il quale ha buttato il pover'uomo, ha scagliato il mendicante troppo lontano, all'interno della galleria, nel buio più totale. Un buio del quale L. ha troppa paura. All'inferno.

Ha finalmente provato quella sensazione L., bella, bellissima, la migliore della sua vita. E sa che ora non potrà mai più farne a meno. Mai più.

martedì 18 novembre 2014

Gente in transito

Gente in transito, qui davanti a me, che siedo su una panchina, senza altro da fare che osservare chi passa, e cercare, in uno sguardo, di comprendere, di capire e, magari, anche di condividere.
Io non li conosco. E del resto loro non conoscono me. Loro potrebbero anche non esistere; ed io, me ne rendo conto, potrei anche non esistere per loro. 
Eppure talvolta accade comunque, che incrociando gli occhi, sembri di non essere così estranei l'un l'altra, come se in un'altra vita ci si fosse già conosciuti. Come se ci fosse stato qualcosa in comune, qualcosa insieme.
Osservare la gente che passa, sperimentando questo senso di estraneità e familiarità allo stesso tempo, comunicare qualcosa di indefinito e indefinibile, con uno scambio di sguardi fugace e casuale. 
Per poi vederle sparire per sempre, e non riuscire a conservarne il ricordo; forse rimane appena una sensazione, o una impressione. E' qualcosa che mi riempe sempre d'angoscia. 
E di cui, perciò, non riesco a farne a meno.

( Il tempo e i pensieri) Ciò che rimane.

Imprimere i propri pensieri su un pezzo di carta. 
Affinchè non svaniscano per sempre. 
Perchè il tempo è un ladro. 
E alla fine ci porterà via ogni cosa.

sabato 15 novembre 2014

In una giornata in cui piove così

Che fare in una giornata in cui piove così? Non si può certo uscire, in una giornata in cui piove così. Bisogna restare a casa, per forza, in una giornata in cui piove così. No, non si può certo pensare di...
Mi infilo le scarpe, prendo impermeabile e ombrello ed esco da casa. Fuori ovviamente piove e non c'è in giro nessuno. Non un'anima viva per le strade, non una a sinistra, nè tantomeno una a destra. Così inizio a camminare a caso, sotto la pioggia, senza una precisa direzione in mente. La pioggia ticchetta sul mio ombrello come un orologio che segni i battiti, anche se non c'è nessuno a subire lo scorrere inesorabile del tempo. La strada vuota fa un effetto strano, come se il mondo intero, per osmosi, fosse un enorme posto totalmente deserto, desolato e disabitato. E interamente circondato e avvolto da questa pioggia fitta e incessante. Immagino quindi di essere l'ultimo essere umano sulla terra e mi viene naturale domandarmi una cosa soprattutto: perchè io? Perchè proprio io ho avuto questo privilegio, o forse questa suprema malasorte, di essere rimasto l'ultimo e unico essere umano al mondo? Purtroppo, ovviamente non c'è nessuno che possa rispondermi, ed io stesso, l'ultimo uomo sulla terra, non sono in grado di farlo. Forse è solo fortuna penso. O forse, penso anche, è solo una questione di sfiga. Tutti gli altri si sono estinti e io invece solo mi trovo a vagare qui, sotto la pioggia, con l'acqua che si infiltra attraverso crepe invisibili nelle suole delle scarpe, fino ai miei piedi. Impreco forte, ad alta voce, come se qualcuno potesse sentirmi, ma chiaramente non è così. Ora ho i piedi freddi e bagnati e mi chiedo cosa cazzo sono uscito da casa a fare, con una giornata in cui piove così. Con quale speranza, per quale assurdo motivo, spinto da quale spaventosa e misteriosa forza? Non lo so. Non lo so. So solo che adesso devo andare, camminare, sotto la pioggia interminabile e onnipresente. Mi fermo un attimo, mentre guardo l'asfalto bagnato e le mille pozzanghere che si sono formate in esso. Dentro di queste si formano cerchi, per ogni goccia di pioggia che vi cade all'interno. Cerchi che si dilatano, si espandono e poi scompaiono senza preavviso e senza motivo apparente, e vengono immediatamente sostituiti da altri cerchi, che a loro volta si dilatano, si espandono e poi scompaiono senza preavviso e senza motivo apparente, venendo anche loro di volta in volta sostituiti da altri cerchi, che ancora, come in un gioco perverso, si dilatano e si espandono fino a scoppiare e sparire per sempre, solo per essere sostituiti da nuovi cerchi identici. Quei cerchi siamo noi, penso. E quindi riprendo a camminare sotto la pioggia e lungo la strada deserta, seguito come un'ossessione dal ticchettio delle gocce sul mio ombrello.
Non c'è nessuno con me, qui fuori, perchè a nessuno potrebbe venire in mente di uscire con un simile tempo, in una giornata in cui piove così. Perfino io penso costantemente che diavolo sono uscito a fare. L'ho fatto forse solo per bagnarmi piedi e calzi e quindi avere freddo? L'ho fatto perchè stare in casa con una simile oscurità mi spaventava? O forse avevo solo bisogno di andare a comprare delle sigarette? Non lo ricordo più oramai e ad ogni modo non ha più nessuna importanza.
Mi sono rassegnato al fatto di essere oramai l'unico essere vivente, perlomeno animale, ad abitare questo pianeta umido e freddo. Inizio ad abituarmici e a trovarmici piuttosto bene. Mi godo questa mia nuova condizione, che peraltro mi concede un dominio solitario, su tutte le cose. Un pò la condizione di Dio, mi viene da pensare. E subito mi sento triste per lui: non dovrei essere così duro nei suoi confronti quindi. Dio era, ed è, mi viene in mente, un uomo tanto solo da aver dovuto creare un universo intero per sfuggire a questa sua solitudine senza fine e senza rimedio. Mi sento di nuovo molto triste per lui. E anche per me, perchè in questo momento, e per l'eternità, io sono Dio. Ed è ovvio che nessuno dei due ce l'abbia fatta. Provo pena e solidarietà.
Giro perciò l'angolo, e anche dietro quell'angolo, piove. Peccato, avevo sperato con quel semplice gesto, con un mero passo, di poter cambiare dimensione e ritrovarmi in una sorta di Shangri-là, dove ovviamente non esiste nessuna pioggia. Ma è chiaro che non può, e non deve direi, essere così semplice. Che gusto ci sarebbe altrimenti.
Proprio tutto uguale però non è, al di là di quell'angolo di strada: qualcosa si muove in lontananza. Avanza su quattro zampe e scodinzola mentre mi si fa incontro. È un cane. Gli chiedo cosa ci faccia in giro in una giornata in cui piove così. E lui ovviamente non risponde. Non perchè non possa farlo, ma semplicemente perchè neppure lui ne ha la più pallida idea. Leggo dai suoi occhi, oltretutto, che non si aspettava affatto, come me, di incontrare qualche altro essere vivente, di origine animale, in una giornata in cui piove così. E che anche lui, nel suo piccolo, che non per forza debba essere più piccolo del mio, deve essersi sentito per un pò Dio. Lo vedo dai suoi occhi pieni di terrore e di smarrimento. È così che deve sentirsi sempre Dio. Questo è ciò che dico al mio nuovo amico, prima di congedarmi da lui.
Fatti pochi passi, in cui penso al triste destino dei cerchi nell'acqua, al tempo che batte e scorre anche se e quando nessuno lo avverte, e naturalmente al povero Dio e al suo tentativo estremo di uscire dalla solitudine, che è poi anche il mio, mi accorgo che il simpatico quadrupede scodinzolante mi segue. Lo lascio fare. Avanziamo così insieme, gli ultimi due esseri viventi sulla terra, in una giornata in cui piove così, e non pare volere accennare a smettere. Mentre mi guarda il cane sembra chiedersi, e chiedermi, che diavolo sia uscito a fare. Gli rispondo che ho tentato di fare un pò come Dio, e l'ho fatto solo, quindi, per sfuggire dalla solitudine che provavo a casa, nella speranza di incontrare qualcuno fuori. Pure in una giornata in cui piove così. Ma fuori, ovviamente, non c'è nessuno. Tutti sono chiusi in casa. Provo a osservare dentro le finestre che si scorgono dalla strada, ma dentro le case tutto è oscuro e morto. Quelle case sono vuote e abbandonate. Vacuità ed abbandono, mi viene da pensare.

Poi d'improvviso, svoltato un nuovo angolo, noto una figura che parrebbe proprio essere una umana. Di genere femminile per di più. È alta e con i capelli lunghi e chiari. Molto ben attrezzata, come si suol dire in certo tipo di gergo maschile. Guardo il mio amico cane, che mi strizza l'occhio e mi invita ad avvicinarmi. Intanto piove ancora molto forte, ed io osservo quella figura celeste attraverso miliardi di aghi di pioggia, tanti kamikaze che dal cielo scendono sulla terra per suicidarsi. Senza rimorsi e senza rancori. Lei anche mi vede, attraverso quelle tristi gocce di pioggia, mentre mi avvicino pensando a qualcosa di valido da dire nel tentativo di un brillante approccio. Ma mi viene solo in mente che ho i piedi bagnati e quindi, probabilmente, faranno anche un cattivo odore. Ma in fin dei conti, rimembro, sono l'ultimo esemplare di maschio umano su questo pianeta bagnato, e lei, per quanto ci sia dato di sapere, l'ultimo esemplare di donna umana. E per quel che vedo: che donna. Così mi sorride senza che quasi me ne accorga, e dunque anche io, non sapendo che altro fare, le sorrido. Devo solo attraversare la strada deserta, bombardata da continui attacchi celesti a base di pioggia, per raggiungerla. Solo pochi metri attraverso il nulla e sarò da lei e poi staremo insieme. Forse per un pò o forse per sempre. A questo punto non ha più importanza, dal momento in cui oramai il tempo non esiste più. Tutto è immobile, solo io mi muovo e sto per raggiungerla, sono quasi da lei. Devo solo attraversare la strada totalmente vuota. Ma all'improvviso mi devo fermare e sono costretto a scansarmi e a scansare il mio amico cane. Una macchina spunta dal nulla a gran velocità e passa sulla strada tra me e lei, e passando fa anche schizzare una pozzanghera, uccidendo non so quanti cerchi innocenti, che non hanno nemmeno avuto la fortuna di disintegrarsi da loro, e bagnandomi completamente. Ma a me non importa, perchè presto sarò da lei. La macchina transita, suonando il clacson in maniera inopportuna, rompendo quel ticchettio così familiare e ossessivo, ed io riapro gli occhi e mi asciugo il volto. Quindi guardo dall'altra parte della strada e mi rendo conto che lei non c'è più. Sparita, andata. Come un cerchio d'acqua dentro una pozzanghera, ma senza essere sostituita da nulla, se non dal vuoto. E quando mi giro anche il mio amico cane non c'è più. Avrà annusato l' odore di una cagnolina da qualche parte, credo. E ora sono di nuovo l'ultimo essere vivente sulla terra. In una giornata in cui piove così. Del resto che puoi pretendere, se non di essere solo al mondo, in una giornata in cui piove così?

martedì 11 novembre 2014

Pensieri che non diventano parole

Quello che ho in mente, io
non riesco a dirtelo.
Non è che non voglia,
non posso.
Se anche incrocio il tuo sguardo, io
devo distogliere subito gli occhi.
Mi piacerebbe pure rilevarti ciò che sento,
ma le parole non possono uscire.
Quasi fossero come un animale in gabbia che,
pur con la porta aperta, non possa fuggire dalla sua prigione.
Non è che non voglia,

è che proprio non ci riesce.

La strage silenziosa


C'è una strage silenziosa che si compie tutti i giorni sulle nostre strade. E non deve aspettare il week-end per compiersi, perchè succede quotidianamente.
È la strage di tutti quei piccoli mammiferi, ricci e nutrie in primo luogo, ma anche simpatiche pantegane, che, senza un apparente motivo, provano ad attraversare una qualche strada interurbana che attraversi un qualche campo coltivato, nel bel mezzo della campagna, tagliandola in due come una ferita non rimarginabile.
Chiunque si sia trovato a transitare per una di queste strade, saprà bene a cosa mi riferisco: giacciono spiaccicate, a miriadi, tante carcasse di questi buffi animaletti, che però paiono non tener tanto conto di quei moniti piuttosto espliciti e brutali, costituiti dai corpicini dilaniati dei loro compagni. Molti provano ad avventurarsi dall'altra parte, senza farsi impressionare. Solo pochi possono raccontare, qualora qualcuno glielo chiedesse, di esserci davvero riusciti.
Io stesso, passando per uno di quei posti nel mezzo delle nostre campagne, mi sono ritrovato immerso irrimediabilmente nei miei pensieri, chiedendomi perchè questi piccoli ma nobili mammiferi, sicuramente molto coraggiosi, o forse solo incoscienti, dovessero rischiare una tale posta, la loro stessa esistenza, pur di attraversare quelle strade della morte e giungere dall'altra parte del campo. Cosa li attrae, nonostante la vivida e abbagliante (di notte) prospettiva di una morte violenta, verso quella striscia di cemento e poi, verso quel campo dall'altro lato?
C'è forse un qualche tesoro o qualche altro premio, per chi riesce nell'impresa?
La risposta però, è che no: non c'è nulla dall'altra parte come un particolare premio, o un misterioso e ricco tesoro, che spinga eserciti di nutrie e ricci, e qualche topolino, ad attraversare la strada.
Semplicemente, invece, come mi fu spiegato in seguito da uno di loro, un'anziana e saggia nutria, tutti quegli ingenui animaletti pensano che al di là del campo qualcosa, o forse tutto, sia diverso da come è da questa parte.
Diverso nel senso di migliore? No, non è detto che sia la prospettiva di qualcosa di migliore quella che li rende così ansiosi, e incapaci di resistere, di compiere la pericolosissima traversata. Semplicemente, ciò che gli interessa è l'eventualità, e neanche la certezza, di qualcosa che sia puramente e solamente diverso, dall'altra parte: qualcosa che si possa chiamare cambiamento, appunto. E poi novità, avventura, emozione, vita.

Poi però, perlomeno quelli che riescono a farlo, una volta giunti dall'altro lato del campo, al di là della mortifera strada interurbana che attraversa come un coltello la campagna, scoprono che pure di là tutto è uguale a come era dall'altra parte. E che infine non c'è nulla di diverso.

giovedì 6 novembre 2014

Un pesce fuor d'acqua (dedicato a tutti i pesci che non troveranno mai il proprio mare)

Pare che non esista, per me, alcun mare dove possa sentirmi a casa.
Un pesce fuor d'acqua, mi hanno sempre chiamato. E alla fine questo è ciò che sono diventato.
Un giorno, quindi, o meglio, una notte, mi sono deciso: devo cambiare aria. O meglio: devo cambiare acqua.
E così, di primo mattino, prima ancora che i pescatori uscissero al largo, all'improvviso e in silenzio, radunai le mie cose. E me ne andai.
E dal momento che, fin da quando ero solo un piccolo avannotto, uno dei miei più grandi desideri fu quello di volare, e siccome dentro di me non volevo abbandonare per sempre il blu del mare e la sua enorme vastità, decisi di andare a vivere nel cielo.
Ma anche lassù, pur in quel luogo senza confini, vasto quanto il mondo stesso, presto finii per sentirmi, di nuovo, come sempre era stato, un pesce fuor d'acqua. O meglio: fuor di cielo, in questo caso.
Fatto sta, comunque, che non riuscii mai ad ambientarmi come avrei voluto.
Nonostante tutti i miei sinceri e interminabili sforzi.
E mentre tutti gli altri volavano assieme, con le loro belle e grandi ali, verso calde lande lontane, che io non avevo mai visto, dove svernare al sole africano, io mi limitavo a guardarli, provando pena per le mie pinne senza nemmeno una piuma, incapace di spiccare un balzo tra le nuvole, senza schiantarmi al suolo.
E poi c'è da aggiungere che non riuscii mai nemmeno ad adattarmi al loro modo di nutrirsi e presto mi resi anche conto che soffrivo di vertigini.
Così, anche se a malincuore, decisi di scendere dal cielo e cercare il mio posto da pesce fuor d'acqua sulla terra emersa, piccola ma così apparentemente piena di possibilità, assieme a tutti quegli altri bizzarri animali di cui avevo solo sentito raccontare, talvolta, dai pesci più anziani, nelle notti di luna piena, quando il mare è calmo e sereno come il cuore di un bambino in una sera d'estate, quando la scuola è oramai finita, e quando la sua luce arrivava perfino in fondo al mare, ad illuminare anche gli abissi più profondi.
Provai quindi, dapprima, a sistemarmi sulle cime degli alberi dei boschi, e poi nel più fitto mistero di foreste scure e leggendarie, inestricabili.
Per passare poi alle savane sconfinate e selvagge e ai deserti sabbiosi e infiniti, oceani polverosi sulla terra. Ma decisamente troppo secchi e asciutti per un povero pesce smarrito e fuor d'acqua come me.
Mi avventurai perciò perfino nelle città, in mezzo agli esseri umani.
Inutile dire che questo tentativo fu il più fallimentare tra tutti.
Quando non rischiavo infatti di finire diritto in una padella, o sul banco di un qualche mercato rionale, in mezzo a cubetti di ghiaccio gelido, trovavo comunque estrema difficoltà a socializzare con le altre persone.
E in men che non si dica mi ritrovai ancor di più un pesce fuor d'acqua, sbattuto come un reietto in mezzo ai rifiuti. 
Assieme ad altri rifiuti con le sembianze di uomo, che però gli altri non sembravano riconoscere come tali.
Loro erano come me, invece. Pesci fuor d'acqua, anch'essi.
Con la differenza però che almeno loro non dovevano temere giorno e notte l'attacco di famelici gatti selvatici, che avrebbero voluto divorarmi dalla testa fino alla coda.

Così decisi, alla fine, di tornare da dove ero venuto, al mio caro vecchio mare, dove sarei rimasto per sempre e inevitabilmente un pesce fuor d'acqua. 
Ma consapevole finalmente che questo era ciò che ero e sarei sempre stato.
In qualunque tempo. E anche in qualunque luogo fossi andato. Fiero di essere un pesce fuor d'acqua.

martedì 4 novembre 2014

Poesiola banale sul tempo atmosferico

Questa giornata di tempo variabile e instabile.
Un pò come la nostra esistenza.
Prima soffia inquieto il vento, poi si calma, le nuvole si diradano e lasciano spazio addirittura a qualche illusorio raggio di sole,
che è bello fin che dura,
e non serve fare altro che goderselo.
Poi però tutto si oscura di nuovo e il cielo si addensa nuovamente di nubi e il vento torna a soffiare minaccioso e impietoso.
E non si sa bene se
e quando finirà.
Non resta altro che rimanere in attesa a contemplare fuori dalla finestra nella speranza che prima o poi un coraggioso raggio di sole trovi la sua via e arrivi fino a noi per illuminarci di nuovo.
Anche se purtroppo non si sa bene se
e quanto durerà.