Vidi il bando per il concorso letterario appiccicato ad un palo. Tutto consumato e segnato dal tempo e dalle intemperie atmosferiche. Fu quasi per caso che lo notai, e naturalmente pensai che era il destino ad averlo voluto (mi capita spesso di pensare questa roba e spesso non è detto sia vera) perché dovevo partecipare a quel concorso e vincerlo.
Lessi i premi riservati ai primi tre classificati. La categoria "poesia libera" garantiva 500 euro, la categoria "narrativa", anche questa ad argomento libero, 300 euro.
Mentre la categoria per “ il più bel racconto del mondo”, così c’era scritto e così io riporto, assicurava una vincita di 1000 euro. Più un gustoso contratto, per una raccolta di racconti, da parte di una nota casa editrice.
Decisi cosa fare mentre le nuvole stavano coprendo il cielo terso. Mettermi al riparo sotto una tettoia o entrare in un bar! Ovviamente sarebbe stato sciocco restare fuori a bagnarsi. Fu così, sotto quella tettoia troppo stretta decisamente per proteggermi dagli schizzi della pioggia, accidenti, che realizzai che avrei dovuto partecipare a quel concorso. Dovrei partecipare a quel concorso, pensai. Strappai il volantino bagnato e accartocciato dal palo su cui era affisso e tornai sotto la tettoia.
Poi non potei più resistere. Mi lanciai sotto la pioggia battente, correndo fino a casa: dovevo iniziare subito a scrivere il racconto più bello del mondo.
A casa, nel mio appartamento piccolo ma accogliente e caldo, questo però solo in senso metaforico,poiché in inverno si moriva dal freddo anche con i riscaldamenti a pieno regime, colpa della mancanza dei doppi vetri, vi arrivai completamente bagnato, ma eccitato come un adolescente davanti al suo primo film porno. Non che ci si abitui mai ai film porno, ma il primo fa tutt' altro effetto, e ad ogni modo spero di avere reso bene l' idea di ciò che intendevo dire. Non vedevo l’ora di mettere mano alla penna e dare libero sfogo alla mia arte, alla mia fantasia, la quale, vecchia furbacchiona, avrebbe partorito “il più bel racconto del mondo”. Addirittura nella mia mente si formò l’immagine di una sala parto, con tanto di medici e un’ostetrica. Di colore, l'ostetrica. Io ero la donna che stava partorendo. Ero orientale. Pensate un pò che immaginazione.
Mi levai il giubbotto e la sciarpa bagnata e li gettai a terra, ottenendo come risultato di bagnare anche il pavimento. Lo avrei asciugato dopo. Di certo adesso la mia creatività non aveva tempo, nè tantomeno voglia, di prendere il mocio e mettersi ad asciugare l' acqua sul pavimento. Aveva ben altri più elevati impieghi da svolgere. Con permesso..
Mi sedetti alla scrivania trovata quest’estate, abbandonata e smontata in tre parti (era di IKEA) davanti ad una palazzina non distante da casa mia, una sera di ritorno da una goliardica uscita condita da alcool e baldoria giovanile. Cercai una penna che non trovai, e quindi afferrai una matita a cui però mancava la punta. Cercai un temperino, che non c'era. Corsi in cucina, anche se viste le dimensioni dell'appartamento non si poteva parlare esattamente di corsa, ed afferrai un coltello, col quale avrei ovviato all'assenza di un temperamatite. Non c’era tempo da perdere. Feci la punta, trattenendo l’ispirazione nella mente, come a volte si fa con ben altre incombenza fisiologiche, e come farebbe un bravo, forzuto “butta-dentro”. Bene: inventavo neologismi. La mia mente era in forma perfetta per dare sfogo a tutta la sua potenza. Merito forse della corsa fino in cucina? Ad ogni modo, ero pronto a cominciare.
Quando mi risedetti, però, non ricordavo più nulla. Scrissi l’intestazione: "il più bel racconto del mondo". Poi stetti un pò lì a pensare. Poi decisi di schiacciare un pisolino. Tanto non avrei concluso nulla, cazzo. L’attimo era fuggito. Perché avevo lasciato la finestra semiaperta. Chiusi completamente la finestra, anche se era oramai troppo tardi, e anche gli occhi.
Quando mi risvegliai qualcosa era cambiato. Avvertii immediatamente la ritrovata ispirazione e il fermento immaginifico che agitava in positivo la mia mente.
Aprii gli occhi di scatto, come un cadavere, o presunto tale, in un horror. Non so però se in questo caso sia corretto parlare di cadavere. Direi più generalmente mostro. Non che un cadavere sia tecnicamente un mostro.. ma tuttavia spero di avere reso bene l'idea di ciò che volevo esprimere.
Mi alzai lesto e mi risedetti alla scrivania, facendo orribilmente strisciare le gambe della sedia sul pavimento e producendo quindi quell'orribile stridore secco che provoca sofferenza al sol pensiero.
“Bene!", dissi a me stesso: "ora scriverò il “racconto più bello del mondo”.
Cercai la matita, per diversi minuti, senza trovarla,finchè non la vidi che ancora dormiva appoggiata al cuscino. La afferrai, svegliandola e terrorizzandola. "Piccola troia, adesso mi servi. Forza, mettiamoci al lavoro e ti farò godere come una pazza!”
Così convinsi la mia matita, ed io e lei iniziammo a scrivere “il più bel racconto del mondo”.
Mi ci misi sotto come non mi capitava da tempo. Non so quanti caffè ingurgitai e del resto non ha importanza. Stetti sveglio tutta la notte a scrivere, e poi mi addormentai con la testa appoggiata alla scrivania, ancora seduto e con la matita stretta in mano.
Venne il momento in cui la giuria avrebbe dovuto annunciare al pubblico accorso in sala, i nomi dei vincitori e i relativi titoli delle opere vincenti. La sera prima avevo fatto molto tardi e qualcosa nel mio stomaco aveva continuato a volteggiare e fare piroette tutta la notte, impedendomi di dormire adeguatamente. Ad essere sincero non dormii affatto, ma passai la notte in bianco, sveglissimo anche se non proprio fresco e in forma, a vomitare come se non ci fosse un domani.
Ero sul punto di non riuscire più a tenere le palpebre sollevate, quando sentii il mio nome e di seguito: "con l’opera: il più bel racconto del mondo!”
Tutti accanto a me scattarono in piedi, come se avessero avuto sotto al culo delle molle collegate ad un timer, plaudenti, ed io, che quasi stavo per addormentarmi sulla mia poltrona, fui preso alla sprovvista e un po’ mi spaventai per quella improvvisa reazione di tutta quella gente sconosciuta. Pensai anche, e forse lo dissi pure, che cazzo esultate? Non avete vinto voi: ho vinto io! Ed in effetti era la prima volta che capitava, quindi avrei dovuto essere a ragione ben eccitato.
Eppure io, stranamente in effetti, vuoi per i postumi, vuoi perchè solitamente mi eccito con manifestazioni di tutt'altro genere, ero l' unico in quella salta che non esultava festante.
Salii sul palco, assieme al mio cerchio alla testa che non mi dava pace e che aumentava ad ogni battito di mani. Il giudice principale, probabilmente il più qualificato tra tutti, mi guardava sorridendo. Mi strinse la mano e mi fece i suoi complimenti.
“I soldi dove stanno?”: chiesi io, che non avevo voglia di farmi fregare.
Il suo sorriso, dopotutto bonario e simpatico sotto dei baffoni bianchi d’altri tempi, diventò un’espressione di disappunto, come se avessi fatto non so che commento sulla sua cara signora.
Scesi dal palco ed uscii dalla sala, mentre tutti ancora mi applaudivano. Fuori mi aspettava una Limousine con autista, il quale, molto professionalmente, mi spalancò la portiera bianca come i baffi del capo-giuria, e mi invitò a salire. Salii.
“Complimenti signore!”: esclamò l’autista col suo accento inglese e professionale, non appena fui a bordo. Gli sorrisi, ma avevo ancora mal di testa, quindi evitai la fatica di articolare una risposta compiuta ed intelligente. D’altra parte il riconoscimento che avevo appena ottenuto dimostrava già ampiamente la mia superiorità intellettuale, perciò non c'era bisogno di aggiungere altro. O di rischiare di rovinare tutto.
“Lei è superiore intellettualmente parlando!”: mi disse l’autista poco dopo, mentre affrontava una curva a gomito a sinistra con enorme professionalità e invidiabile scioltezza.
Cominciavo a domandarmi chi avesse chiamato la Limo e l’autista, ma in fondo che importava?Probabilmente, dopo il mio brillante trionfo, tutti avevano capito la mia importanza, il mio essere particolare, unico.
“Lei è una persona importante, unica, sa? Un essere particolare. In senso positivo ovviamente”: mi confermo l’autista inglese. E se cotanta persona lo affermava con cotale sicurezza, beh..chi ero io, a parte un personaggio importante, particolare e unico in senso positivo, per non crederci?
“Lei è inglese?”: gli domandai poi.
“No,sir.”: mi rispose con il classico accento britannico e facendo sfoggio di tutta la tipica flemma anglosassone.
Ad ogni modo aveva detto bene: ero una persona che contava, perché avevo vinto.
Finalmente qualcuno aveva riconosciuto il mio genio e lo aveva voluto premiare in denaro, e con un attestato cartaceo che avevo riposto in un cestino della pattumiera, appena uscito dalla sala del concorso. Per non parlare del contratto con la prestigiosa casa editrice che mi attendeva.
Ora la gente avrebbe dovuto guardarmi sotto un’ ottica diversa e anche il padrone di casa, quando sarebbe venuto a chiedermi l’affitto la domenica mattina, non avrebbe più potuto bussare con due mani a pugno chiuso e urlandomi che ero un barbone drogato e che dovevo pagarlo altrimenti la mia prossima casa sarebbero stati due cartoni e un sacco nero dell’immondizia. Ora avrebbe dovuto citofonare con discrezione e chiedermi gentilmente i soldi e poi levarsi dai coglioni con un grande inchino, come si suol fare al cospetto di una persona nettamente superiore, a livello intellettuale, come provato da una giuria di esperti, e attestato da un capo-giuria con baffoni bianchi come la carrozzeria di una limo.
Quando mi risvegliai qualcosa era cambiato. Avvertii immediatamente la ritrovata ispirazione e il fermento immaginifico che agitava in positivo la mia mente.
Aprii gli occhi di scatto, come un cadavere, o presunto tale, in un horror. Non so però se in questo caso sia corretto parlare di cadavere. Direi più generalmente mostro. Non che un cadavere sia tecnicamente un mostro.. ma tuttavia spero di avere reso bene l'idea di ciò che volevo esprimere.
Mi alzai lesto e mi risedetti alla scrivania, facendo orribilmente strisciare le gambe della sedia sul pavimento e producendo quindi quell'orribile stridore secco che provoca sofferenza al sol pensiero.
“Bene!", dissi a me stesso: "ora scriverò il “racconto più bello del mondo”.
Cercai la matita, per diversi minuti, senza trovarla,finchè non la vidi che ancora dormiva appoggiata al cuscino. La afferrai, svegliandola e terrorizzandola. "Piccola troia, adesso mi servi. Forza, mettiamoci al lavoro e ti farò godere come una pazza!”
Così convinsi la mia matita, ed io e lei iniziammo a scrivere “il più bel racconto del mondo”.
Mi ci misi sotto come non mi capitava da tempo. Non so quanti caffè ingurgitai e del resto non ha importanza. Stetti sveglio tutta la notte a scrivere, e poi mi addormentai con la testa appoggiata alla scrivania, ancora seduto e con la matita stretta in mano.
Venne il momento in cui la giuria avrebbe dovuto annunciare al pubblico accorso in sala, i nomi dei vincitori e i relativi titoli delle opere vincenti. La sera prima avevo fatto molto tardi e qualcosa nel mio stomaco aveva continuato a volteggiare e fare piroette tutta la notte, impedendomi di dormire adeguatamente. Ad essere sincero non dormii affatto, ma passai la notte in bianco, sveglissimo anche se non proprio fresco e in forma, a vomitare come se non ci fosse un domani.
Ero sul punto di non riuscire più a tenere le palpebre sollevate, quando sentii il mio nome e di seguito: "con l’opera: il più bel racconto del mondo!”
Tutti accanto a me scattarono in piedi, come se avessero avuto sotto al culo delle molle collegate ad un timer, plaudenti, ed io, che quasi stavo per addormentarmi sulla mia poltrona, fui preso alla sprovvista e un po’ mi spaventai per quella improvvisa reazione di tutta quella gente sconosciuta. Pensai anche, e forse lo dissi pure, che cazzo esultate? Non avete vinto voi: ho vinto io! Ed in effetti era la prima volta che capitava, quindi avrei dovuto essere a ragione ben eccitato.
Eppure io, stranamente in effetti, vuoi per i postumi, vuoi perchè solitamente mi eccito con manifestazioni di tutt'altro genere, ero l' unico in quella salta che non esultava festante.
Salii sul palco, assieme al mio cerchio alla testa che non mi dava pace e che aumentava ad ogni battito di mani. Il giudice principale, probabilmente il più qualificato tra tutti, mi guardava sorridendo. Mi strinse la mano e mi fece i suoi complimenti.
“I soldi dove stanno?”: chiesi io, che non avevo voglia di farmi fregare.
Il suo sorriso, dopotutto bonario e simpatico sotto dei baffoni bianchi d’altri tempi, diventò un’espressione di disappunto, come se avessi fatto non so che commento sulla sua cara signora.
Scesi dal palco ed uscii dalla sala, mentre tutti ancora mi applaudivano. Fuori mi aspettava una Limousine con autista, il quale, molto professionalmente, mi spalancò la portiera bianca come i baffi del capo-giuria, e mi invitò a salire. Salii.
“Complimenti signore!”: esclamò l’autista col suo accento inglese e professionale, non appena fui a bordo. Gli sorrisi, ma avevo ancora mal di testa, quindi evitai la fatica di articolare una risposta compiuta ed intelligente. D’altra parte il riconoscimento che avevo appena ottenuto dimostrava già ampiamente la mia superiorità intellettuale, perciò non c'era bisogno di aggiungere altro. O di rischiare di rovinare tutto.
“Lei è superiore intellettualmente parlando!”: mi disse l’autista poco dopo, mentre affrontava una curva a gomito a sinistra con enorme professionalità e invidiabile scioltezza.
Cominciavo a domandarmi chi avesse chiamato la Limo e l’autista, ma in fondo che importava?Probabilmente, dopo il mio brillante trionfo, tutti avevano capito la mia importanza, il mio essere particolare, unico.
“Lei è una persona importante, unica, sa? Un essere particolare. In senso positivo ovviamente”: mi confermo l’autista inglese. E se cotanta persona lo affermava con cotale sicurezza, beh..chi ero io, a parte un personaggio importante, particolare e unico in senso positivo, per non crederci?
“Lei è inglese?”: gli domandai poi.
“No,sir.”: mi rispose con il classico accento britannico e facendo sfoggio di tutta la tipica flemma anglosassone.
Ad ogni modo aveva detto bene: ero una persona che contava, perché avevo vinto.
Finalmente qualcuno aveva riconosciuto il mio genio e lo aveva voluto premiare in denaro, e con un attestato cartaceo che avevo riposto in un cestino della pattumiera, appena uscito dalla sala del concorso. Per non parlare del contratto con la prestigiosa casa editrice che mi attendeva.
Ora la gente avrebbe dovuto guardarmi sotto un’ ottica diversa e anche il padrone di casa, quando sarebbe venuto a chiedermi l’affitto la domenica mattina, non avrebbe più potuto bussare con due mani a pugno chiuso e urlandomi che ero un barbone drogato e che dovevo pagarlo altrimenti la mia prossima casa sarebbero stati due cartoni e un sacco nero dell’immondizia. Ora avrebbe dovuto citofonare con discrezione e chiedermi gentilmente i soldi e poi levarsi dai coglioni con un grande inchino, come si suol fare al cospetto di una persona nettamente superiore, a livello intellettuale, come provato da una giuria di esperti, e attestato da un capo-giuria con baffoni bianchi come la carrozzeria di una limo.