sabato 22 novembre 2014

Racconto di paura

Stazione della metropolitana. Banchina. Ore 00.00. Circa. L'ora dei mostri e degli spettri.
Un ragazzo, L., sta seduto sulla panchina, aspettando l'ultimo treno della serata, uno di quelli automatizzati, senza autista a condurlo, che lo riporterà in circa 20 minuti a casa, dove finalmente potrà riposare e lasciarsi alle spalle un'altra giornata. L'ennesima.
Non c'è nessun altro lì attorno, solo il silenzio, l'oscurità e il freddo del tunnel, con qualche luce, come un'anima dannata, al suo interno, in lontananza, sperduta.
Ma per il resto soltanto il nulla e il mistero. Non un essere umano in vista, non una voce o un rumore di passi. L. pensa che potrebbe anche svanire e nessuno lo vorrebbe mai a sapere.
Questo pensiero lo spaventa, si rende conto non senza sorpresa. Si era sempre ritenuto un ragazzo coraggioso, e non immaginava invece che bastasse una stazione della metropolitana, vuota e fredda, in una nottata senza luna, a fargli venire in mente tanti bruttissimi pensieri. Che non vogliono sapere di andarsene oramai.
All'improvviso qualcosa si ode provenire dalla rampa delle scale. Sembrano essere dei passi.
Sono lenti e cadenzati. Secchi. Somigliano al battito di un tamburo, o di un martello che infilzi un chiodo dentro un muro, in profondità. O a quello di un cuore nel petto, che lascia come un'interruzione, un vuoto, ad ogni battito. È il cuore di L., che batte dentro di lui come se volesse sfondare lo sterno e fuggire via. È terrorizzato.
Poi un uomo fuoriesce dal buio della rampa, come se fosse stato creato in quel momento dalle tenebre. È vestito in maniera trasandata, con abiti rovinati e sgualciti, che sembrano vecchi di secoli, forse anche di millenni. Avanza alla maniera di uno zombie, come una creatura ultraterrena, quasi senza fare il minimo rumore, quasi senza spostamento d'aria, come se fosse immateriale.
Fa paura, pensa L. Tanto più che si comporta in maniera strana e inquietante, mentre procede con quella innaturale andatura. Canticchia qualcosa. Una canzoncina cantilenosa, di quelle che i bambini cantano talvolta, nelle notti estive, quando fingono di essere impavidi e che nulla li possa spaventare, quando invece ciò che vogliono è solo provare un pò di sana, sincera, paura.
L. si sente come quei bambini, e tutto intorno sembra essere calato, non si sa da dove, un gelo di morte e disperazione. Come nelle notti di inverno. Ma adesso è primavera. Anche se fa un freddo cane.
Cammina quella creatura misteriosa. L. non sa dire se sia un uomo o meno. Poi d'un tratto s'arresta, come comandato da una forza invisibile. Maligna, pensa L.
Rimane fermo così per un pò, senza respirare e senza muoversi di un millimetro, come se fosse rimasto solo il corpo, un involucro vuoto, privo di anima. All'improvviso riprende a muoversi, con lentezza sovrannaturale, ed emettendo degli strani versi che a L. sembrano tutto, ma decisamente non umani. Avrebbe forse voglia di fuggire, scappare via lontano, L., ma sente le gambe pesanti e rigide come se fossero fatte di cemento, oppure fossero state totalmente svuotate dal sangue che vi circola normalmente, o come se questo si fosse congelato al loro interno. Il cuore batte sempre più forte e ora copre tutto, anche il flebile rumore dei passi di quella creatura misteriosa e i suoi versi demoniaci. A L. il cuore batte tanto forte che adesso il petto gli fa male. L. teme che forse potrebbe morire dal terrore.
L. ha paura di quell'uomo strano, ammesso che si tratti di un uomo. Ne è terrorizzato. Teme che possa fargli del male, ucciderlo. Si sta avvicinando, sempre con la sua andatura barcollante da non morto, canticchiando con una voce che sembra provenire da molto lontano, e da molto tempo fa, quella terribile canzone, di cui ora L., purtroppo, riesce anche a sentire qualche parola. Racconta di mostri, che escono fuori dal buio della notte, una notte senza luna, proprio come quella, e, senza motivo, solo per un piacere malato e perverso, uccidono le persone. Le persone che si trovano da sole, come L. su quella banchina.
L'uomo nero si avvicina sempre di più, col suo incedere cadenzato e tombale. Anche il treno sopraggiunge, squarciando quel silenzio irreale, ma solo per un attimo. L. lo scorge appena per un istante con la coda dell'occhio, mentre il pazzo assassino sanguinario gli si fa sempre più vicino, allungando le sue mani grigie e decomposte verso di lui. Ora non canticchia nemmeno più. Fa solo paura e basta. Per L. il tempo scorre a rallentatore e soprattutto nel silenzio più totale, come se qualcuno avesse tolto il volume per godersi la scena del massacro solo tramite le immagini.
Il treno sopraggiunge, ma non potrà essere fonte di salvezza, perchè è automatico e nessuno lo guida. Inoltre le carrozze, data la tarda ora, sono praticamente tutte deserte. Adesso in quella stazione ci sono soltanto L. e la morte; che attende lui e non il treno. È un treno fantasma. Vuole afferrarlo e farlo fuori. L. chiude gli occhi, illudendosi forse che tutto svanisca come un incubo al risveglio. Ma non sarà così. L. è preda di quel folle. Presto sarà finita. Chiude gli occhi e tutto si fa buio. Buio e silenzioso. Spalanca la bocca per urlare, ma non ne fuoriesce alcun rumore. Solo il
silenzio del buio, del terrore e della morte. Poi più il nulla.
Quando finalmente riapre gli occhi, L. è tutto sporco di sangue. Il suo viso è coperto dalle chiazze di sangue della persona che ha appena ammazzato. Solo un povero vagabondo, un pò fuori di testa, ma inoffensivo. L. si accorge anche di avere addosso, sul maglione e sui pantaloni, appiccicati alle fibre dei suoi indumenti, dei pezzi di interiora e di cervello della sua vittima. Ne addenta uno e lo inghiotte. Si sente incredibilmente bene dopo: calmo e forte come mai era stato. Sereno e, sì, felice. Non ha più paura L.
Era solo un pazzo senzatetto, un disperato disagiato, ma assolutamente non pericoloso. Non voleva fargli alcun male.
Ma L. invece sì. Era tempo che desiderava, bramava, di provare quella sensazione e quel senso di liberazione suprema, come quella della morte. Da quando era un bambino, e poi era diventato un ragazzino. Le bambole di pezza che costruiva solo per poterle torturare e poi decapitare o sventrare a mani nude, e poi i poveri animali che trovava in giardino, o i cani e i gatti randagi che catturava una volta divenuto adolescente, non gli bastavano più. Aveva bisogno di un'emozione più grande, che lo facesse sentire più presente, più vivo. Qualcosa che gli facesse finalmente sentire la materialità della sua carne e anche di quella altrui. Il male che scorre dentro e si impadronisce di tutto, del cuore e dell'anima, rendendoli duri e sterili come la pietra, fino a corroderli e a divorarli come una bestia feroce dilania e inghiotte la sua preda.
Sta finalmente bene, ora che ha ucciso il suo primo uomo. Ha un unico rimpianto: vorrebbe mangiarselo, portarlo dentro di sè per sempre. Ma malauguratamente non può, perchè il treno sotto il quale ha buttato il pover'uomo, ha scagliato il mendicante troppo lontano, all'interno della galleria, nel buio più totale. Un buio del quale L. ha troppa paura. All'inferno.

Ha finalmente provato quella sensazione L., bella, bellissima, la migliore della sua vita. E sa che ora non potrà mai più farne a meno. Mai più.

Nessun commento:

Posta un commento