Stazione della
metropolitana. Banchina. Ore 00.00. Circa. L'ora dei mostri e degli
spettri.
Un ragazzo, L., sta
seduto sulla panchina, aspettando l'ultimo treno della serata, uno di
quelli automatizzati, senza autista a condurlo, che lo riporterà in
circa 20 minuti a casa, dove finalmente potrà riposare e lasciarsi
alle spalle un'altra giornata. L'ennesima.
Non c'è nessun altro lì
attorno, solo il silenzio, l'oscurità e il freddo del tunnel, con
qualche luce, come un'anima dannata, al suo interno, in lontananza,
sperduta.
Ma per il resto soltanto
il nulla e il mistero. Non un essere umano in vista, non una voce o
un rumore di passi. L. pensa che potrebbe anche svanire e nessuno lo
vorrebbe mai a sapere.
Questo pensiero lo
spaventa, si rende conto non senza sorpresa. Si era sempre ritenuto
un ragazzo coraggioso, e non immaginava invece che bastasse una
stazione della metropolitana, vuota e fredda, in una nottata senza
luna, a fargli venire in mente tanti bruttissimi pensieri. Che non
vogliono sapere di andarsene oramai.
All'improvviso qualcosa
si ode provenire dalla rampa delle scale. Sembrano essere dei passi.
Sono lenti e cadenzati.
Secchi. Somigliano al battito di un tamburo, o di un martello che
infilzi un chiodo dentro un muro, in profondità. O a quello di un
cuore nel petto, che lascia come un'interruzione, un vuoto, ad ogni
battito. È il cuore di L., che batte dentro di lui come se volesse
sfondare lo sterno e fuggire via. È terrorizzato.
Poi un uomo fuoriesce dal
buio della rampa, come se fosse stato creato in quel momento dalle
tenebre. È vestito in maniera trasandata, con abiti rovinati e
sgualciti, che sembrano vecchi di secoli, forse anche di millenni.
Avanza alla maniera di uno zombie, come una creatura ultraterrena,
quasi senza fare il minimo rumore, quasi senza spostamento d'aria,
come se fosse immateriale.
Fa paura, pensa L. Tanto
più che si comporta in maniera strana e inquietante, mentre procede
con quella innaturale andatura. Canticchia qualcosa. Una canzoncina
cantilenosa, di quelle che i bambini cantano talvolta, nelle notti
estive, quando fingono di essere impavidi e che nulla li possa
spaventare, quando invece ciò che vogliono è solo provare un pò di
sana, sincera, paura.
L. si sente come quei
bambini, e tutto intorno sembra essere calato, non si sa da dove, un
gelo di morte e disperazione. Come nelle notti di inverno. Ma adesso
è primavera. Anche se fa un freddo cane.
Cammina quella creatura
misteriosa. L. non sa dire se sia un uomo o meno. Poi d'un tratto
s'arresta, come comandato da una forza invisibile. Maligna, pensa L.
Rimane fermo così per un
pò, senza respirare e senza muoversi di un millimetro, come se fosse
rimasto solo il corpo, un involucro vuoto, privo di anima.
All'improvviso riprende a muoversi, con lentezza sovrannaturale, ed
emettendo degli strani versi che a L. sembrano tutto, ma decisamente
non umani. Avrebbe forse voglia di fuggire, scappare via lontano, L.,
ma sente le gambe pesanti e rigide come se fossero fatte di cemento,
oppure fossero state totalmente svuotate dal sangue che vi circola
normalmente, o come se questo si fosse congelato al loro interno. Il
cuore batte sempre più forte e ora copre tutto, anche il flebile
rumore dei passi di quella creatura misteriosa e i suoi versi
demoniaci. A L. il cuore batte tanto forte che adesso il petto gli fa
male. L. teme che forse potrebbe morire dal terrore.
L. ha paura di quell'uomo
strano, ammesso che si tratti di un uomo. Ne è terrorizzato. Teme
che possa fargli del male, ucciderlo. Si sta avvicinando, sempre con
la sua andatura barcollante da non morto, canticchiando con una voce
che sembra provenire da molto lontano, e da molto tempo fa, quella
terribile canzone, di cui ora L., purtroppo, riesce anche a sentire
qualche parola. Racconta di mostri, che escono fuori dal buio della
notte, una notte senza luna, proprio come quella, e, senza motivo,
solo per un piacere malato e perverso, uccidono le persone. Le
persone che si trovano da sole, come L. su quella banchina.
L'uomo nero si avvicina
sempre di più, col suo incedere cadenzato e tombale. Anche il treno
sopraggiunge, squarciando quel silenzio irreale, ma solo per un
attimo. L. lo scorge appena per un istante con la coda dell'occhio,
mentre il pazzo assassino sanguinario gli si fa sempre più vicino,
allungando le sue mani grigie e decomposte verso di lui. Ora non
canticchia nemmeno più. Fa solo paura e basta. Per L. il tempo
scorre a rallentatore e soprattutto nel silenzio più totale, come se
qualcuno avesse tolto il volume per godersi la scena del massacro
solo tramite le immagini.
Il treno sopraggiunge, ma
non potrà essere fonte di salvezza, perchè è automatico e nessuno
lo guida. Inoltre le carrozze, data la tarda ora, sono praticamente
tutte deserte. Adesso in quella stazione ci sono soltanto L. e la
morte; che attende lui e non il treno. È un treno fantasma. Vuole
afferrarlo e farlo fuori. L. chiude gli occhi, illudendosi forse che
tutto svanisca come un incubo al risveglio. Ma non sarà così. L. è
preda di quel folle. Presto sarà finita. Chiude gli occhi e tutto si
fa buio. Buio e silenzioso. Spalanca la bocca per urlare, ma non ne
fuoriesce alcun rumore. Solo il
silenzio del buio, del
terrore e della morte. Poi più il nulla.
Quando finalmente riapre
gli occhi, L. è tutto sporco di sangue. Il suo viso è coperto dalle
chiazze di sangue della persona che ha appena ammazzato. Solo un
povero vagabondo, un pò fuori di testa, ma inoffensivo. L. si
accorge anche di avere addosso, sul maglione e sui pantaloni,
appiccicati alle fibre dei suoi indumenti, dei pezzi di interiora e
di cervello della sua vittima. Ne addenta uno e lo inghiotte. Si
sente incredibilmente bene dopo: calmo e forte come mai era stato.
Sereno e, sì, felice. Non ha più paura L.
Era solo un pazzo
senzatetto, un disperato disagiato, ma assolutamente non pericoloso.
Non voleva fargli alcun male.
Ma L. invece sì. Era
tempo che desiderava, bramava, di provare quella sensazione e quel
senso di liberazione suprema, come quella della morte. Da quando era
un bambino, e poi era diventato un ragazzino. Le bambole di pezza che
costruiva solo per poterle torturare e poi decapitare o sventrare a
mani nude, e poi i poveri animali che trovava in giardino, o i cani e
i gatti randagi che catturava una volta divenuto adolescente, non gli
bastavano più. Aveva bisogno di un'emozione più grande, che lo
facesse sentire più presente, più vivo. Qualcosa che gli facesse
finalmente sentire la materialità della sua carne e anche di quella
altrui. Il male che scorre dentro e si impadronisce di tutto, del
cuore e dell'anima, rendendoli duri e sterili come la pietra, fino a
corroderli e a divorarli come una bestia feroce dilania e inghiotte
la sua preda.
Sta finalmente bene, ora
che ha ucciso il suo primo uomo. Ha un unico rimpianto: vorrebbe
mangiarselo, portarlo dentro di sè per sempre. Ma malauguratamente
non può, perchè il treno sotto il quale ha buttato il pover'uomo,
ha scagliato il mendicante troppo lontano, all'interno della
galleria, nel buio più totale. Un buio del quale L. ha troppa paura.
All'inferno.
Ha finalmente provato
quella sensazione L., bella, bellissima, la migliore della sua vita.
E sa che ora non potrà mai più farne a meno. Mai più.
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