venerdì 28 febbraio 2014

smart phone war ( parte XIII)

Era una notte mite e silenziosa, Michele e i suoi due soci avanzavano lungo la strada con fare furtivo. Erano tutti vestiti di nero, indossavano un berretto di lana, anche esso nero, in testa e una calzamaglia, dello stesso colore, che poco lasciava all' immaginazione. Lo spunto per l' abbigliamento era arrivato per caso, da un video su youtube, guardato tramite smart phone, durante il tragitto in metropolitana dal quartier generale sammino al Pear Store. Il video mostrava un cosiddetto epic fail di un gruppo di ladri che, tentando di fare irruzione all' interno di un caveau di una banca, finivano per incespicare l' uno sull' altro, cadendo e facendo così scattare tutti gli allarmi. Gli amici avevano riso molto con quel video poichè la scena immortalata era senza dubbio molto buffa, ma comunque Michele, dentro di sè sperava di non fare la stessa fine e ne fu un pò turbato. Anche se preferiva non darlo a vedere, poichè un buon capo non dovrebbe dare a vedere a nessuno se e quando qualcosa lo preoccupa. Perlomeno questo diceva il " Manuale del Buon Capo Sammino", disponibile sul marketplace in versione download (figata). Anche la taglia della calzamaglia di Michele non doveva essere quella giusta: il giovane sentiva infatti di non essere totalmente a proprio agio in quei panni. Inoltre si sentiva pizzicare in mezzo alle gambe, in una posizione molto delicata, nella parte interna delle cosce e tutto ciò lo metteva ulteriormente a disagio. E poi aveva una cattiva sensazione che non si sapeva spiegare e che aveva certo a che fare con quello strano abbigliamento, ma che non era unicamente dovuta a ciò. Il piano, studiato nei particolari e nei minimi dettagli da Michele assieme ai due vertici dell' organizzazione sammina, il famigerato direttore generale e il notissimo assistente di quest' ultimo, prevedeva l' impiego di altre due persone a parte il nostro giovane, selezionate a caso tra tutti i più fidelizzati possessori di un Sammy, i quali avrebbero dovuto dargli man forte e assistenza, aspettando tra l' altro all' esterno dello store e facendo assolutamente la guardia, assicurandosi che nessuno passasse da lì e, peggio ancora, li scoprisse. La strada era deserta e la notte, come già detto, mite e tranquilla. Non si vedeva passare anima viva e non si scorgeva nemmeno qualcuno gironzolare nei pressi del negozio, oppure qualche altro che da lontano controllasse i paraggi. Infine nemmeno una pattuglia in un ordinario giro di controllo. Tutto tranquillo, insomma. Assolutamente e totalmente tranquillo. I tre ragazzi si avvicinarono alla vetrina dello store, puntando decisamente all' ingresso. " Pensateci voi": disse Michele ai suoi soci indicando la porta da forzare ovviamente con discrezione e senza fare rumore.
Mentre i compagni pensavano quindi alla serratura, l' attenzione del giovane Michele fu attratta da una delle vetrine che esponevano i prodotti Pear. Indubbiamente risultavano gradevoli alla vista e avevano delle linee mozzafiato. Ma gli mancava qualcosa, pensava Michele. L' anima. Gli mancava l' anima. Questi telefonini, per quanto svegli e intelligenti, erano incapaci ad amare. A differenza invece dei Sammy, pensò Michele. Tirò quindi fuori da una delle tasche della calzamaglia, che notoriamente però non sono provviste di tasche ( non ho quindi idea da dove lo avesse tirato fuori), il suo smart phone Sammy e lo guardò diritto negli occhi: " noi invece sappiamo cos'è l' amore. Non è vero Hanson?". Ma egli non ebbe alcuna reazione: non si illuminò, nè bippò. Lo schermo rimase scuro e nemmeno quando il dito di Michele lo carezzò delicatamente successe qualcosa. " Hanson..?": chiamò Michele. Hanson però non reagiva, nessuna risposta. Michele ebbe quindi una bruttissima sensazione. Ma non era il tempo per le bruttissime sensazioni. Era invece ora di mettersi all' opera. Crash!!!! Pezzi di vetrina andarono in frantumi. Michele fu bruscamente riportato alla realtà. " Vi avevo detto, idioti, di non fare rumore!!" ( Idioti. Idioti? Michele aveva proprio detto idioti. Lui non insultava mai le altre persone quando stavano tentando di aiutarlo. Che gli prendeva ora? ) " Scusaci Michele, non siamo stati noi. È stato..beh..ecco..è stato un..un cestino dei rifiuti. Un cestino dei rifiuti che poi è scappato..devi crederci, amico". Un cestino dei rifiuti che distrugge una vetrina di uno store e poi fugge. Ma che storia era mai questa? Si domandò Michele. Tirò fuori dalla tasca della calzamaglia gli esplosivi che aveva ricevuto al quartier generale. Poi li rimise subito a posto, ricordandosi però che notoriamente la calzamaglia non ha alcuna tasca. A quel punto ebbe di nuovo una bruttissima sensazione. E non poteva farci niente.

domenica 16 febbraio 2014

il bosco incantato (XIII)

Quando lo sguardo colmo di meraviglia del piccolo Lucio stava oramai diventando, anche per una persona, ehm..goblin, vanitoso come il nostro Sgruntutur, abbastanza imbarazzante, non fosse altro che il bambino si limitava a fissarlo a bocca spalancata senza dire mezza parola, solo allora il goblin si decise a parlare e a dire, peraltro, qualcosa di intelligente e sensato in quel frangente come: " hey, ragazzo..ma che ci fai in giro di notte così, tutto da solo? Lo sanno i tuoi genitori che sei fuori? Mi auguro di sì, ragazzo..eh?"
Non servirono molte parole da parte del piccolo Lucio perchè Sgruntutur avesse una risposta alle sue responsabili domande, ma gli bastò solo vedere il repentino mutamento nell' espressione del bambino che da una sognante si era immediatamente trasformata in una spaventata e sul punto di scoppiare in lacrime. Il piccolo mento di Lucio anzi aveva già iniziato a tremolare un poco e la sua bocca si era subito affrettata a inarcarsi verso il basso: chiaro segnale di piagnisteo imminente. Il goblin Sgruntutur, che per quanto buono e paziente, non aveva mai avuto figli per scelta e per la precisione perchè non sopportava gli strilli e gli strepiti e gli occhi gonfi di lacrime ( si aggiunga poi che i piccoli goblin quando piangono di solito lo fanno con una intensità minima che può variare dai 90 ai 110 decibel) tipici dei poppanti, sperava davvero con tutto il cuore, almeno quanto sperava che nessuna amica della moglie lo avesse sorpreso a fumare poco prima, che il piccolo Lucio trattenesse la tristezza dentro di sè, almeno per quella volta, e non scoppiasse a frignare. Così provò anche a convincerlo: " ti prego, piccolo, non frignare di nuovo adesso. Ho un pò di mal di testa, sai..?". Colpa della nicotina, pensò. O delle lamentele di Katia ( che era la consorte), pensò più plausibilmente.
" Vedrai che se torni immediatamente a casa, nessuno si accorgerà di niente e questa tua bravata scorrerà via liscia come se niente fosse. Ok, piccino?" E un' altra volta si sforzò di assumere un sorriso rassicurante e benigno. Ma di certo anche il vizio del fumo non lo aiutava in ciò. Comunque il piccolo Lucio sembrò calmarsi un attimo e, dopo che ebbe tirato su un paio di volte col naso, annunciò:" ma io non posso tornare a casa".
" Come come?": sobbalzò il goblin, che quando sobbalzava di solito aveva il vizio di ripetere le parole due volte. Cosa che lui stesso non riusciva a fare a meno di trovare ridicola e che si sforzava sempre di controllare.
" Ma che dici mai, mai?" ( Ecco).
Il piccolo Lucio adesso fissava in terra con gli occhi bassi come se si vergognasse e come se avesse un pò di timore a confessare quelle che erano le sue intenzioni.
"Allora, si può sapere perchè non puoi tornare a casa? I tuoi genitori saranno in pensiero piccolino. Perchè vuoi farli stare così in ansia? Non pensi a loro?": disse Sgruntutur cercando lo sguardo del suo giovanissimo interlocutore che invece continuava a fissare l' erba e la terra umida di rugiada.
A quelle parole, però il piccolo Lucio tornò a preoccuparsi non poco per quello che aveva fatto e per quelle che sarebbero state le conseguenze, di cui prima non gli importava ma di cui ora sentiva il peso e di cui aveva adesso una paura boia. Così decise di mettersi a piangere come un ossesso. O come un bambino. Del resto lui era un bambino, pensò. Stessa cosa pensò il goblin Sgruntutur, che immediatamente si accorse di ciò che stava succedendo. E cioè: che il piccolo Lucio aveva rialzato il viso, che lo stava guardando negli occhi, che il piccolo mento aveva iniziato a vibrare e che occhi e angoli della bocca avevano iniziato a inarcarsi verso il basso. Scorse anche una prima lacrimuccia coraggiosa scendere e percorrere silenziosa e lesta una guanciotta. Oh no, pensò Sgruntutur.
"Ti prego no!": disse autoritario il goblin. E funzionò: il piccolo Lucio non esplose in lacrime. Fiiuu, pensò la creatura magica. Ci siamo andati vicini stavolta. E mentre per rilassarsi cercava nel taschino le sue sigarette   ( diamine, solo due..doveva andare a ricomprarle), chiese al bambino:"allora piccolo, che hai combinato questa volta? Non è la prima volta che ci incontriamo".
Il piccolo Lucio di fronte a quel goblin, che pensava ancora essere uno gnomo ( ma ci saremmo arrivati, pensò Sgruntutur), così buffo, cicciotto e vestito in modo tanto strano ( tanto strano? Cosa? Chi? Io? Io?..Di nuovo, no!), ritrovò improvvisamente il buon umore e con il sorriso fiero di chi si sentiva adulto e incaricato di una missione di enorme e cruciale importanza, assunse una espressione navigata da uomo di mondo e disse:"non posso tornare a casa perchè devo difendere il bosco e impedire che venga distrutto. Per questo dovrò vivere con voi.."
A queste parole il goblin Sgruntutur non riuscì a tenere in bocca ciò che stava bevendo e finì per sputare tutto fuori con il classico modo plateale di chi per lo stupore finisce per sputare fuori tutto ciò ( spesso liquidi,ma talvolta anche solidi) che ha in bocca. Per fortuna però lui non aveva nulla in quel momento in bocca. E quindi non sputò nulla. Per fortuna. Anche se, qualora avesse avuto qualcosa in bocca, senza ombra di dubbio, si sarebbe ritrovato, per l' immenso stupore provocato dalle parole che aveva appena sentito, a sputare fuori tutto. Invece accadde solo che un pò di fumo gli andò di traverso nella gola. Ma per fortuna nessuna vivanda fu sprecata. Che era la cosa più importante dal suo punto di vista.
Quando poi Sgruntutur si fu ripreso da quella rivelazione cercò di convincere il ragazzino con le migliori parole che gli venivano in mente ( non molte in realtà e non di eccelsa qualità a onor del vero) a desistere dal suo assurdo e infantile, sì disse proprio infantile, piano.
"Desisti dal tuo piano infantile": fu tutto ciò che nella pratica disse. Non gli venne altro in mente. Forse perchè non era un grande lettore. Nonostante dicesse al dottore, mentendo, che non aveva tempo di praticare attività fisica perchè era sempre occupato a leggere. Ma lui che ne sapeva in fin dei conti? Solo una volta disse:" strano, non l' ho mai vista in biblioteca". Ma tutti i sospetti erano morti lì, che lui sapesse. Quindi fortuna che in quel momento il dottore non era lì a sentire, pensò.
" Che cosa pensi di fare esattamente, poi?": chiese il goblin più che altro per riempire l' imbarazzante silenzio seguito alla sua scarna orazione di poco prima.
E in effetti aveva ragione adesso che il piccolo Lucio ci pensava. Che poteva fare lui? Lui che era solo un bambino, che nessuno ascoltava, che gli adulti non ascoltavano. Che nemmeno i suoi genitori ascoltavano e pensavano si inventasse le cose come fanno spesso i bambini, e come fanno anche più spesso gli adulti per giustificare se stessi con gli altri, ma soprattutto per giustificarsi con loro stessi. Si sentì triste a quel pensiero. E solo. Stava per rimettersi a piangere, sentì le lacrime gonfiarsi e dirigersi verso i suoi occhi desiderose di esondare sul suo volto liscio. Il goblin se ne accorse immediatamente e si rese conto di dovere evitare una simile evenienza. Ad ogni costo. Ad ogni costo. Ogni..costo. Così a malincuore ravanò di nuovo nel taschino, tirò fuori dal pacchetto l' ultima sigaretta che gli restava e di cui sentiva ora un gran bisogno e la offrì al piccolo Lucio:" tieni, è l' ultima. Ma tienila tu, fumala pure. Basta che non strilli e frigni, ok? Ho molto mal di testa, te l' ho detto".
" Mi spiace signor gnomo, sono ancora un bambino e non fumo..": rispose il piccolo Lucio.
Gnomo..aveva detto gnomo. Sgruntutur aveva sentito chiaramente. Pazienza, faremo chiarezza prima o poi: pensò il goblin ( goblin) che adesso stava iniziando a legarsi la questione al dito.
" Io fumo, amico mio vedi? Gli gnomi non fumano.Ergo non sono uno gnomo." E questo è quanto, pensò.
"Comunque sarà meglio che torni a casa, piccolino. Vedrai che se parti subito la farai franca e i tuoi genitori non si accorgeranno di nulla. Così eviterai una bella punizione. Magari riuscissi io a evitare le punizioni di mia moglie": disse Sgruntutur e stavolta lui si sentì triste e a lui venne voglia di piangere. Il piccolo Lucio quindi gli allungò la sigaretta che aveva in mano e che il goblin gli aveva regalato solo poco fa con un modo di fare niente affatto educativo peraltro.
" Grazie ragazzo": disse il goblin accendendosi la sigaretta col dito magico ( il medio per chi volesse saperlo. Anche per chi non volesse a questo punto).
" Adesso và, torna a casa. Io tornerò alla mia dopo essermi rotolato in mezzo a quei cespugli odorosi di menta cosicchè mia moglie non senta l' odore di sigaretta.(O almeno così mi auguro).": annunciò infine il goblin con un sorriso buono.
Anche il piccolo Lucio gli sorrise e gli confessò che con lui si sentiva tranquillo e al sicuro. E lo abbracciò. A quelle parole e a quel gesto, il cuore del nostro goblin iniziò a sciogliersi pian piano e a diventare caldo e dolce come una fonduta al cioccolato e d' improvviso pensò che forse essere il papà di un bimbo tanto tenero non sarebbe stato così male. E quasi gli venne nuovamente da commuoversi. Così fece una lunga boccata dalla sua sigaretta e subito si sentì di nuovo meglio.
" Bene, piccolo. Ora va a casa. Ti prometto che ci rivedremo. E che non ci faremo cacciare così facilmente..": promise Sgruntutur strizzandogli l' occhio.
" Ok": disse il piccolo Lucio sforzandosi di apparire sereno ma mostrando comunque un pò di preoccupazione. Anche Sgruntutur lo era, eccome se lo era. Ma non lo avrebbe dato a vedere per non turbare il bambino a cui sentiva già di volere bene. Gli ricordava decisamente qualcuno che aveva conosciuto tanti tanti anni prima. Un altro bambino bello e speciale come lui. Chissà dove era finito adesso, pensò per un istante tra sè.
"Allora ciao, piccolo. Adesso và, non perdere altro tempo. Inizia a fare freschino."
" Ok vado..ciao..": disse il piccolo Lucio e fece per voltarsi per andarsene.
"Con chi stai parlando tu?!!?": urlò improvvisamente una voce irata alle spalle del piccolo Lucio. Una voce e un tono che gli gelarono il sangue.
Il bambino non ebbe difficoltà a riconoscere la voce: era suo padre, il signor Giuliano. E cavoli, se era arrabbiato.
Ora sì che sono guai, pensò il piccolo Lucio.
Ora sì che sono guai, pensò il goblin Sgruntutur.



sabato 15 febbraio 2014

il bosco incantato ( XII)

Quando il signor Giuliano si svegliò all' improvviso nel cuore della notte, sentì dentro di sè che c' era qualcosa che non andava. Questo lo poteva percepire chiaramente e senza la minima ombra di dubbio, tuttavia il difficile adesso, e ogni volta in casi del genere, era capire da dove venisse quella spiacevole sensazione e da cosa fosse provocata. Vediamo, provò a pensare il signor Giuliano: potrebbe forse essere il fatto che il mio maglione preferito si sia ristretto a causa di un lavaggio errato in lavanderia a dispetto di tutte le mie raccomandazioni? Beh, senza dubbio quello gli dava un pò di dispiacere, ma certo non da non poterci dormire la notte e addirittura svegliarsi di soprassalto. Allora potrebbe essere dovuta semplicemente alla cena un pò troppo abbondante di quella sera? No, tenderei a escluderlo: pensò il signor Giuliano che anzi sentiva di nuovo l' acquolina in bocca al solo pensiero di quei prelibati piatti. E allora cosa poteva essere quella sensazione di un nodo allo stomaco e di un velo di piombo sul petto? Cosa poteva essere che non lo faceva dormire e lo teneva sveglio come se fosse stato mezzogiorno in punto? Forse tutto ciò era causato dal pigiama di lana nuovo che indossava e che gli dava ancora una sensazione come di una serie di pizzicotti dispettosi sulla pelle? Beh, in effetti non era la sensazione più piacevole del mondo, ma sentiva, il signor Giuliano, che ci si stava già abituando. Senza contare che il pigiama nuovo comunque gli piaceva ed era un pigiama personalizzato. Quanti possono dire di avere un pigiama personalizzato? Sto aspettando...ecco, nessuno. Visto? Dunque non era quello il problema. E cosa allora? Forse doveva andare in bagno? Sì, in effetti sì: gli scappava la pipì forte. Forse aveva trovato il problema e il motivo della sua angoscia imprevista e improvvisa. Così il signor Giuliano si alzò molto piano, cercando di strisciare furtivo fuori dal letto, per non svegliare la bella consorte, che quando dormiva era più bella che mai con quello sguardo sereno e sognante. Si fermò qualche secondo ad osservarla e provò un senso di contentezza. Tuttavia subito dopo di nuovo quel senso d' angoscia. Doveva andare in bagno e tutto si sarebbe risolto. Oramai ne era convinto, o meglio, voleva esserlo. Così si recò al bagno e fece quello che doveva fare e subito andò tutto di nuovo bene. Ottimo. Tirò lo sciacquone e fece per tornare a dormire nuovamente tranquillo. Ma fu solo un attimo, un istante. Non era ancora uscito dalla stanza che sentì il petto come essere invaso da una chiazza di inquietudine oscura e pesante. Quasi si sentì mancare: adesso era decisamente preoccupato. Pensò di chiamare un medico e di avvisare la moglie, anche se preferiva non allarmarla. Così fece per scendere di sotto dove si trovava il telefono. Passò davanti la stanza del piccolo Lucio, la cui porta era chiusa, e dove il bambino dormiva tranquillo. Arrivò alle scale il signor Giuliano e iniziò a scendere. Poi come comandato da una forza misteriosa si bloccò come se fosse diventato di gesso, ma immediatamente dopo si voltò su se stesso con un movimento quasi sovrumano tanto fu eseguito repentinamente. Corse per il corridoio fino alla stanza del figlioletto, vi si fermò davanti e si accorse di avere il fiatone e di stare sudando freddo in preda a tremiti morbosi. Aprì la porta ed entrò nella stanza. La signora Serena fu svegliata dal suo urlo. Si scaraventò fuori dal letto e raggiunse il marito: vide il letto vuoto e la finestra aperta. La signora Serena svenne tra le braccia del marito che la prese praticamente al volo. Il piccolo Lucio era sparito, scomparso. Era scappato o forse peggio. Forse era stato rapito. Adesso i due coniugi piangevano stringendosi in preda al panico.
" Dove sarà il mio bambino??!!": urlava con tutto il fiato che aveva in gola la signora Serena.
" E così piccolo e indifeso...!! è un incubo, ora mi sveglierò": piangevano così forte marito e moglie che le loro urla sembravano squarciare il placido cielo notturno. Sembrava di sentire riecheggiare le loro grida disperate per tutta la città e oltre, fino al bosco oltre le ultime case del paese.
Non si accorse nemmeno il signor Giuliano di essere uscito fuori di casa, a piedi scalzi in pigiama e di stare correndo come un forsennato per le strade deserte, data l' ora. Realizzò tutto ciò, compreso il fatto di avere lasciato la moglie terrorizzata a casa da sola, soltanto nel momento in cui scorse da lontano i maestosi alberi, oltre il verde prato, del bosco incantato.

Intanto il piccolo Lucio continuava a guardare con occhi pieni di meraviglia il suo amico goblin ( che però pensava ancora essere uno gnomo. E di quello avrebbero dovuto discutere prima o poi, pensò Sgruntutur), che dal canto suo non poteva credere al fatto di essere guardato come di solito si guarda una bella donna     ( non certo la sua consorte dunque) e si dava tutte delle arie che in altre occasioni avrebbe disprezzato con tutta la sua forza. E fumava come se fosse stato un divo di Hollywood ( o comunque del suo corrispettivo nel mondo della storia che adesso sto raccontando), nonostante alla moglie questo non andasse affatto giù. E forse proprio per quello. Sicuramente comunque in quel momento lui era la star. E le star, volenti o nolenti, fumavano dandosi della arie. Proprio come stava facendo lui adesso. Checchè la moglie ne pensasse.

giovedì 13 febbraio 2014

smart phones war (parte XII)

In sostanza ciò che la lettera rivelava era l' esistenza di un progetto da parte della Pear per lanciare un nuovo modello di smart phone ancora più smart dei precedenti ( anche se molto meno phone, cosa che tuttavia a quei tempi non interessava più nessuno), e che avrebbe sicuramente surclassato la concorrenza. Punti di forza del nuovo congegno tecnologico, che era stato sviluppato, diceva sempre la missiva anonima, in diversi anni di sforzi congiunti da parte di tutti i tecnici migliori della Pear, tra la sala mensa e le latrine del piano seminterratoo, le quali, non si sa per quale strano motivo, erano state fonte di ispirazione già in più riprese, erano principalmente i seguenti: punto primo, questo nuovo telefono intelligente faceva di tutto e di più eccetto chiamare. Il che, per ogni vero appassionato di smart phone, era il non plus ultra. Secondo grandissimo punto di forza: lo schermo enorme, quasi sproporzionato, in un HD così full da strabordare in alcuni punti, tutto da riempire di segni di dita sudate e di pelucchi ( wow, pensavano già i polpastrelli dei futuri utenti). Terzo, e ultimo, ma non per importanza ( come si dice sempre in questi frangenti), questi congegni, si leggeva nella lettera atomica ( da maneggiare ovviamente con cura), erano dotati di vera e propria personalità, perciò, oltre ad essere utili strumenti necessari in ogni occasione quando capita che non ci si ricordi un particolare insignificante di un argomento inutile ma che per forza si deve richiamare alla mente ( che così non farà altro che pensare: " beh, dacchè non servo più, perchè non andare in pensionamento anticipato?"), erano anche dei veri e propri amici capaci di provare sentimenti, emozioni e quant' altro possa distinguere, talvolta e non sempre con benefici effetti, una macchina da un essere umano. Non serve che si dica che la Sammy, in quanto unica e principale concorrente della Pear, aveva tutto l' interesse a che questo prodigio della tecnica, c' era da ammetterlo, non uscisse sul mercato; poichè altrimenti avrebbe probabilmente portato la casa sammina alla rovina in poche settimane. Non serve quindi che si dica neppure che si prospettava come necessaria un' azione forte da parte della Sammy, per esempio una classica operazione di sabotaggio, così comune del resto nell' industria globale. Ovviamente non serve che si dica tutto ciò. Ma noi lo abbiamo detto lo stesso: chi se ne frega.
Un atto di sabotaggio, forse con l' ausilio di esplosivi o forse no ( la decisione sarebbe spettata al cestino dei rifiuti, che però non si trovava perciò bisognava trovare un sostituto ugualmente degno e nella situazione attuale non era affatto facile), ma comunque uno risolutivo e finale che avrebbe spazzato via questa nuova invenzione e si spera anche la Pear nel suo complesso. E quale sponda migliore per organizzare tutto questo di una lettera anonima giunta chissà come al quartier generale sammino, all' improvviso,in un pomeriggio di settembre? Nessuna, ovviamente, aveva pensato il direttore generale coadiuvato dal suo assistente. L' unica pecca da parte sammina era che, dal canto loro, che il direttore sapesse ( e se non lo sapeva lui, chi poteva saperlo? Semplice: chiunque), non c' era alcun progetto di sviluppo di un simile marchingegno. Cazzo, pensò il direttore generale; come diavolo abbiamo potuto restare così indietro? Forse non era più il direttore generale di un tempo? Si domandò? "Non lo dica neppure per sogno": intervenne l' assistente.
Come ha fatto a sentirmi, se sto parlando nella mia mente? Si chiese il direttore, poi.
"In realtà non ne ho la minima idea, signore": rispose di nuovo l' assistente.
Ma la smette di leggermi nel pensiero? Mi sto decisamente irritando adesso, pensò infine il direttore generale.
"Mi perdoni, signore": disse prontamente l' assistente.
"Come scusi?": provò a bleffare il direttore.
"Dice a me signore?": chiese l' assistente.
Finalmente ci siamo, pensò il direttore.
"Eh già..": ammise l' assistente.
Il direttore fece uno sguardo torvo all' assistente: ecco che ora non ci eravamo già più.
Dunque, data la fortuna di avere ricevuto in maniera misteriosa quella comunicazione riservata, non bisognava perdere tempo e organizzare l' azione di sabotaggio. E per quella avevano pensato proprio a Michele, il bello e buon Michele. Un pò nervosetto talvolta, pensarono insieme direttore generale e assistente del suddetto, ma tuttavia buono e inoffensivo (speravano quei due). Ovviamente sarebbe stato troppo pericoloso mandare Michele a fare tutto da solo: avrebbe dovuto anzi scegliere altri due compagni che lo aiutassero nella missione. Forse era meglio tre: due avrebbero fatto da palo ( non necessariamente i più alti, pensò scaltramente l' assistente del direttore generale), mentre un altro avrebbe fatto irruzione con lui all' interno del luogo indicato dalla missiva nucleare come deposito del nuovo prodotto: ovvero il Pear Store del centro città. Il piano era di distruggere tale dispositivo, ok? Ok. No, meglio ancora: manometterlo. Ok? Ok. No, meglio ancora: nasconderlo dove nessuno lo avrebbe trovato, ok? Mmmm...ok..No, rubarlo..facciamo rubarlo. E portarlo al quartier generale sammino, dove gli esperti della Sammy lo avrebbero studiato, sezionato e esaminato. Ok? Ok, si poteva fare, rispose il buon Michele.
"Allora siamo d' accordo?": esclamò giulivo il direttore generale, quando ebbe finito di illustrare i dettagli della loro tattica al bel Michele, tramite l' ausilio di stupidi e patetici disegnini elementari e stilizzati tra cui quelli totalmente fuoriluogo di un cane che faceva pipì e uno che raffigurava invece un fiore con dei petali enormi delle dimensioni di una casa. C' era da capirlo il direttore: mai nella sua vita aveva avuto una parte nella preparazione di una tattica così importante. Anzi, mai nella sua vita aveva avuto una parte. La sua eccitazione era quasi palpabile; e sicuramente fastidiosa. Naturalmente il più infastidito era l' inserviente Gerarld, che suo malgrado da qualche stanza più in là nel corridoio, sentiva, pur essendo quasi sordo (ma non abbastanza, diamine), di tanto in tanto i gridolini striduli di esaltazione del massimo dirigente sammino. Per questo motivo, il vecchio Gerarld stava adesso cercando febbrilmente dei coton fioc ben lunghi con cui bucarsi i timpani e trovare finalmente sollievo ( o forse avrebbe semplicemente potuto dimettersi da quel luogo di pazzi). Michele invece, suo malgrado, faceva buon viso a cattivo gioco, constatando tra l' altro che, in quell' occasione, in cui davvero avrebbe desiderato di colpire in pieno volto il direttore generale, che si comportava in modo davvero irritante e non consono al suo ruolo e grado, quest' ultimo invece non avesse alcun timore che ciò potesse accadere. Assurdo, pensò Michele. Da parte sua il direttore generale mai seppe quanto ci era andato vicino quella volta a prendersi un bel rovescio: e per fortuna, altrimenti avrebbe tremato per giorni.
"Allora, tutto chiaro buon Michele?": concluse il direttore quasi senza fiato e paonazzo in volto.
" Certo, signore..": rispose Michele con finta reverenza.
Il direttore naturalmente non se ne accorse mentre saltellava sul posto in preda a una contentezza fanciullesca.
" Bene, può andare dunque..e mi raccomando:" ora si fece improvvisamente più serio e solenne:"tutta la comunità sammina, compreso il qui presente assistente, conta su di lei giovane Michele".
"Certo,lo so. Posso andare ora?": un altro minuto lì dentro e sarebbe esploso. Finalmente Michele capiva ed ebbe pena per il povero Jerry l' inserviente.
" Ci mancherebbe altro..": rispose l' assistente con notevole e ammirevole contegno, mentre quel mattacchione del direttore generale correva in lungo e in largo lasciandosi andare a frequenti urla di gioia e ad altrettanto continui risolini piuttosto scemi a udirsi.
" Bene": concluse Michele.
E così si avviò all' uscita dove la porta rotta restava sempre rotta in attesa del falegname, la superò e imboccò il corridoio principale che portava fuori dal quartiere generale. Arrivato quasi all' uscita, sentì alle sue spalle un verso di richiamo. Si voltò e vide dinnanzi a sè appoggiato al muro con aria sicura e sfrontata il cestino dei rifiuti. Michele lo guardò fisso per qualche secondo in cui anche il cestino guardò attentamente Michele con uno sguardo estremamente magnetico e penetrante. Poi gli si fece incontro, tirò un' altra lunga boccata alla sigaretta che teneva tra le labbra ( sì, parlo del cestino dei rifiuti e intendo proprio cestino dei rifiuti). Infine la gettò e la spense col piede ( se lo avesse avuto lo avrebbe sicuramente fatto). Dopo si rivolse a Michele: " tieni, ragazzo: ti serviranno. Ma io non ti ho dato nulla, ok?".

"Ok": rispose Michele per qualche motivo un pò dubbioso ( ovviamente un cestino dei rifiuti che parla e fuma non centra niente con questa sua incertezza), mentre osservava i diversi tipi di esplosivi che il cestino dei rifiuti gli aveva consegnato e che ora teneva tra le mani.

domenica 2 febbraio 2014

il bosco incantato ( XI)

In quel mentre stava passeggiando per il prato antistante il bosco incantato, in una nottata tanto placida e serena, rischiarata da una bella luna a cui una miriade di stelle luminose facevano la corte, il goblin Sgruntutur, il quale si era allontanato dal cuore fitto e verde del bosco per una necessità alquanto incombente: fumare una bella sigaretta in santa pace. Il nostro amico fantastico era infatti costretto a nascondersi per fumare, pur alla sua veneranda età, poichè come accade anche per il mondo degli umani, spesso e volentieri le mogli goblin non sopportano certi vizi dei loro mariti, e perciò questi sono costretti, non certo ad abbandonarli, ma a praticarli di nascosto, recitando poi, al rientro a casa, con l' odore di nicotina sui vestiti, la solita parte del finto tonto che davvero non sa spiegarsi come possa puzzare tanto di fumo: " devo essere passato troppo vicino a qualche barbecuè ancora fumante", diceva solitamente alla moglie, il buon Sgruntutur. E lei naturalmente fingeva di crederci, ma lo guardava sempre con l' aria di chi pensava " senti caro, tu mi puoi prendere in giro se e solo se io lo decido, ok?" Chiaramente era ok; Sgruntutur, che non era uno sprovveduto, e che era sposato oramai da più di venticinque anni ( o erano due e cinquanta?) , aveva avuto modo di impararlo più che bene. Quindi questo era quanto: un goblin, costretto dalla moglie a fumare di nascosto, pur alla sua veneranda età. " Guarda te cosa sono costretto a fare": stava appunto pensando Sgruntutur mentre seguiva traiettorie indefinite tra l' erba del vasto prato fuori città che stava proprio dinnanzi al grande bosco incantato. " E dovrò anche inventarmi una nuova scusa. Tipo di essermi per sbaglio infilato dentro un tubo di scappamento. Non penso ci crederà: nemmeno questa volta". E mentre la sua mente era indaffarata su questi pensieri e su quale storia creare per placare le eventuali ire della buona consorte o perlomeno per evitare di rivedere quello sguardo così pesante da sostenere che la moglie gli riservava spesso in quelle occasioni e che significava chiaramente "ma chi vuoi prendere in giro? Io sono una donna, sai? E le donne sanno tutto, sempre". Lo sapeva, eccome se lo sapeva il buon goblin che l' amata compagna era una donna e che, chissà come, sapeva sempre tutto. " Sicuramente deve esserci qualche sua amica dal becco lungo che mi vede fumare di nascosto e che glielo riferisce": pensava Sgruntutur il goblin. Ma ad ogni modo, se anche così fosse stato, che avrebbe potuto fare? " Un uomo, in una relazione, a volte, deve anche sapere arrendersi ogni tanto ( sempre). Non fosse altro che proprio per amore di una relazione pacifica": pensava il nostro buon amico. E anche questo lo aveva imparato a proprie spese più di una volta e aveva modo di ri-sperimentarlo più o meno una sera sì e una no. Ma che ci volete fare? È la vita matrimoniale, vi avrebbe risposto Sgruntutur; e lui d' altra parte amava la moglie goblin ( che per l'appunto si chiamava Katia), nonostante fossero passati venticinque anni ( o forse due e cinquanta?). O forse soprattutto per quello. Così era lì, con la sigaretta quasi al filtro, mentre fumava avidamente e pensava a quale scusa ridicola e non creduta ( nonchè non credibile) inventarsi questa volta. Ad un tratto sentì un fruscio tra i ciuffi d' erba in cui si trovava. Si voltò di scatto con un tipico gesto nervoso e improvviso da fumatore incallito e, con la coda dell' occhio vide una figura ignota e misteriosa dalla forma molto strana che saettava veloce alla volta del bosco incantato. Sgruntutur si spaventò non poco data tutta la storia sul progetto incombente di abbattere il bosco per fare spazio a uno splendido quartiere residenziale tutto cementoso e asettico, tant'è che ciò che restava della sua sigaretta gli cadde dalle labbra provocando la fuoriuscita dalla sua bocca di espressioni che raramente si leggono sui libri di fiabe. Era stato alquanto imprudente, però. Perchè vide che, in conseguenza del chiasso e del rumore improvviso da lui provocato, quella misteriosa cosa dalla forma indefinita, si era fermata e gli si stava avvicinando decisa. " Oh no, adesso mi mangia; diamine": pensò il povero goblin ansioso. " E nemmeno questa settimana ho fatto un pò di attività fisica, come suggeritomi dal dottore. Anzi, ho fumato anche più del solito e non riuscirò a scappare, perchè mi verrà il fiatone e avrò il catarro": ragionò l' ormai spacciato Sgruntutur.
" Deve essere una macchina di distruzione infernale mandata in avanscoperta per uccidere me, proprio me, e poi radere al suolo il bosco intero": diceva dentro di sè il nostro povero e disperato amico. E intanto la misteriosa creatura si avvicinava nell' oscurità della notte con passo deciso e ancora il nostro goblin non riusciva a capire di cosa si trattasse. Ma per certo sapeva che era crudele e che lo avrebbe ucciso, per poi divorarlo probabilmente in un solo boccone. Questo tuttavia non si poteva dire già ora e comunque dipendeva da un pò di cose che elencare adesso sarebbe unicamente una perdita di tempo. Ad ogni modo la misteriosa entità infernale si avvicinava ancora di più.
" Cazzo..(sì, bambini: pensò proprio cazzo. Ma vedete, non dovete essere tristi perchè a volte gli adulti dicono queste brutte parole ma poi se ne pentono. E voi comunque non dovete dirle mai, perchè spesso e volentieri l' imitazione degli adulti e ciò che rovina della sua purezza un bambino e avvia la sua infelice ma inevitabile maturazione all' età in cui si diventa uomini senza esserlo, nella stragrande maggioranza dei casi, davvero)": pensò Sgruntutur che oramai si riteneva spacciato. E cominciò a pensare alla sua amata mogliettina e..si interruppe immediatamente perchè ora che stava morendo non avrebbe certo dovuto pensare alla moglie per evitare di rattristarsi sempre di più (ovviamente si scherza, ragazzi).
" È la fine. È la fine.Non posso...non posso...non posso neanche scappare perchè ho il fiato corto. Ha ragione la mia Katia, ha sempre avuto ragione. E anche il dottore: e io non l' ho mai ascoltato, anzi..ridevo, ridevo come uno sciocco. Uno sciocco che adesso sta per morire. Oh buon spirito degli alberi e dei fiori bagnati di rugiada, giuro, ti prometto che se mi aiuterai a salvarmi da questa bestiaccia sanguinolenta, non toccherò mai più, mai più in vita mia mezza sigaretta. Non le guarderò nemmeno, chiuderò gli occhi se passerò davanti a una persona che fuma. Giuro che non vorrò averne più a che fare in vita mia!!!": gridò all' improvviso il goblin spaventato più che mai chiudendo gli occhi e ponendovi pure davanti le mani a coprirli, a impedirgli nella maniera più assoluta la visione della sua morte imminente. Sarebbe stata oramai questione di minuti. Uno solo forse. Trenta secondi. Era lì la sentiva respirare del suo respiro demoniaco: dieci secondi. Era la fine. Cinque: Sgruntutur pensò a quella volta in cui, da bambino, gli caddero i calzoni e rimase in mutande davanti tutta la classe che scoppiò in una fragorosa risata ( ma che pensiero era da fare in punto di morte? Beh, meglio delle lamentele della mia amatissima moglie che non rivedrò mai più tra pochissimo, pensò). Tre secondi, due secondi, un secondo. Zero!!!! Ecco che il goblin Sgruntutur stava morendo. E invece no. Non accadde niente. Sgruntutur, per sicurezza, pensò di aspettare ancora qualche secondo, così lo fece: aspettò. Ma ancora niente. Così piano piano si decise ad aprire gli occhi, però lentamente; pronto a richiuderli al minimo rischio. Invece li aprì e davanti a sè vide l' enorme ruota ( per un goblin ovviamente) di una bici. E in sella ad essa riconobbe un bambino il cui volto sorridente e sognante gli rimise l' allegria nel cuore all' istante e cacciò via in ancor meno tempo tutte le paure e i cattivi pensieri di morte imminente. Era il bimbetto che aveva trovato addormentato dopo un lungo pianto disperato, nel bosco incantato e che aveva aiutato a ritrovare la via di casa. Era proprio un bambino bellissimo e tenerissimo, e profumava anche di buono come sempre odorano di buono i bambini ( e non di sigaretta..gli sembrò di sentire la voce della moglie che lo rimproverava). Ma quale sigaretta? Aveva fatto una promessa e l' avrebbe mantenuta: era stato salvato e da quel momento era diventato un ex fumatore.

Il piccolo Lucio intanto stava sempre lì con gli occhi pieni di meraviglia, il goblin se ne accorse e si sentì onorato di ciò. " Ciao, piccolo Lucio. Ti chiami così vero?": disse Sgruntutur con un bel sorriso (cioè..con un sorriso). Il piccolo Lucio non rispose perchè stava sognando ad occhi aperti. Il Goblin sgruntutur se ne accorse e ne fu lieto. Poi ravanò nel taschino, ne tirò fuori una sigaretta, se la infilò in bocca e l' accese tirando una profonda inalata che lo lasciò per un secondo in uno stato di pura libidine. Dopo una morte scampata per un soffio, d' altra parte, una bella sigaretta era proprio ciò che ci voleva, pensò il goblin Sgruntutur.

sabato 1 febbraio 2014

dentro l' armadio ( under construction II)

Un giorno la poveretta decise che ne aveva abbastanza di tutto ciò: ne aveva a sufficienza degli obblighi sociali, delle pressioni che riceveva sempre, degli sguardi della gente e delle falsità che raccontavano continuamente.
Così, una volta rientrata a casa, pensò che sarebbe stato bello se fosse sparita per sempre da quel luogo, dall' ignoranza senza fine del suo villaggio, di quella gente e della sua epoca.
"Potrei, trasferirmi a New York", pensò:" lì sì che le persone sono emancipate, e lì sì che potrei condurre la mia vita di donna indipendente".
Ma la grande mela era troppo lontana e a parte questo il viaggio sarebbe costato una fortuna. Una fortuna che purtroppo lei per adesso non possedeva. Così non le rimase che fantasticare sopra questo fatto di partire e abbandonare il suo ignorante e medievale villaggio.
" Ma dove potrei andare?": pensava mentre gironzolava inquieta per casa.
" Se almeno fossi realmente una strega come dicono, potrei inforcare la mia vecchia scopa e volare via, verso il cielo": pensava la poverina.
In quel momento sentì dal piano di sotto un rumore di vetri infranti e di porte rotte. Ebbe molta paura, perchè era da sola in casa. E ne ebbe ancora di più quando realizzò cosa stava accadendo.
Lo capì principalmente dalle torce che gli uomini tenevano in mano, dalle urla maldicenti delle donne e dalla mortifera presenza di un pretaccio con la faccia demoniaca e crudele e gli occhi iniettati di malvagità.             " Signore Onnipotente, siamo qui per restituirti l' anima di questa sventurata dopo che l' avremo purificata col fuoco..": urlò l' uomo di chiesa. La massa fu estremamente eccitata da tale rivelazione e da essa si sollevarono grida infernali circondate da parole di odio e di condanna morale. I genitori e alcuni familiari della giovane ragazza rientrarono in casa proprio in quei momenti e assistendo a quella scena ne furono alquanto terrorizzati. La madre della poveretta svenne, mentre il padre e i fratelli venivano bloccati e sopraffatti da quella folla folle e disumana. "Scappa, figlia mia adorata": fu l' unica cosa che il padre riuscì a gridarle.
E la giovane non se lo fece ripetere più di una volta: rientrò nella sua camera e la chiuse a chiave dietro di sè, sentendo i passi di quella moltitudine piena d' odio salire su per le scale, e le loro grida mostruose che si avvicinavano sempre di più. Erano ora arrivati dietro la porta chiusa a chiave, ma che non avrebbe mai resistito più di qualche minuto: sarebbero entrati senza problemi, l' avrebbero catturata, condannata e bruciata come una strega malefica. Cosa che lei, chiaramente, non era e non era mai stata. Anche se adesso, chiusa nella sua stanza, separata da una folla inferocita e ignorante, desiderosa di violenza e vendetta, solo da una leggera porta di legno oramai anche un pò consumato per l' età e reso fragile dalla troppa umidità, avrebbe davvero voluto esserlo. Avrebbe sognato, più di ogni altra cosa, di potere prendere la sua fedele scopa, dopo essersi infilata il suo consunto vestito nero e il suo cappello, uscire dalla finestra e spiccare il volo verso il cielo, la luna e le stelle e su una di quelle sparire per sempre lasciando tutta la cattiveria e           l' ignoranza che la circondava, lì giù, in quel posto reso così misero e infelice dalle creature umane che vi abitavano. Lei adesso avrebbe voluto raggiungere il cielo, invece, e lì svolazzare per tutta la notte lasciando a terra tutte le preoccupazioni. Ma quelle erano solo inutili fantasie irrealizzabili; la dura realtà era che in quel momento i primi pugni e calci iniziavano a percuotere la porta, facendola tremare visibilmente e cominciando a scardinarla inesorabilmente. BUM..BUM..BUM..Presto avrebbe ceduto. "Scappa, figlia mia adorata": ripensò alle parole del povero padre. Sì,ok. Ma dove scappare, dove fuggire? Lei non lo sapeva, e del resto non esisteva alcuna via di fuga. Perlomeno non nella realtà. L'unica cosa che poteva fare era nascondersi da qualche parte. Ma dove? Magari in quel vecchio e enorme armadio che aveva in camera, forse. Un armadio davvero grandissimo, come non ne aveva mai visti altri in vita sua. Si ritrovò senza ragione apparente a domandarsi da dove veniva quel vecchio mobile. Ma in quel momento non aveva importanza alcuna ( e comunque per quel che ne ricordava lo aveva sempre visto lì in casa sua): doveva provare a salvarsi, a nascondersi lì dentro e a sperare che quella marmaglia non l' avrebbe trovata e se ne sarebbe alla fine andata così come era venuta dal più profondo degli abissi. Così corse verso le ante del grosso armadio, le aprì, vi entrò,e vi si rannicchiò dentro in uno dei suoi spaziosi angoli e pregò a occhi chiusi.
La porta della stanza cedette e venne sfondata qualche secondo dopo e la folla urlante si fece spazio nella camera della poveretta. Non riuscirono a trovarla subito, ma era chiaro che doveva essersi nascosta da qualche parte. Dapprima guardarono sotto il letto, come suggerito dal prete. Ma nulla, non c' era nessuno lì sotto. Così non rimaneva che il grande armadio. Uno dei più esaltati e pazzi tra quella gente malvagia vi si avvicinò, aprì un' anta e con la torcia fece luce al suo interno. " Nemmeno qui c'è nessuno": disse infine dopo avere controllato ogni angolo. "Chissà dove può essersi cacciata?": si domandò il diabolico pastore.


smart phones war (parte XI)

A quel punto il racconto si interruppe mentre l' assistente del direttore generale chinava il capo in segno di estrema contrizione e il direttore, da parte sua, si teneva la fronte con una mano cercando di allontanare i ricordi negativi di quell' ultima esperienza. " Mi spiace infinitamente, signore..Non so come giustificarmi e forse semplicemente non posso": diceva l' assistente con voce visibilmente turbata e ancora un pò bassa e rauca. " Non ci pensi più, mio caro assistente. Nessuno dovrebbe pensarci più": rispose il direttore generale sforzandosi di assumere il tono più conciliatorio possibile. Ma sentiva dentro di sè che la gola iniziava a bruciargli e di questo anche il tono della sua voce iniziava già a risentirne: era evidente che l' assistente lo aveva contagiato con il suo malanno.
" Coff.. coff..": esclamò quindi saggiamente il direttore generale chiudendo definitivamente la questione.
Poi quando l' assistente si accorse che il buon e attento Michele non aveva compreso quel passaggio improvviso si affrettò a spiegare:" se ben ricorda, giovane Michele, il direttore generale qui presente nella persona di se stesso mi aveva dato il compito altissimo di leggere la anonima lettera atomica ma comica, e io già ero pronto a sbellicarmi dalle risate o a saltare in aria venendo disintegrato. Nel frattempo il nostro capo supremo, il direttore generale, avrebbe tentato di sbrogliare questa matassa ( e indicò a Michele una matassa intricatissima che giaceva adesso sul pavimento). Così mi apprestai a leggere nel miglior modo possibile; ma quando cominciai..beh..mi accorsi di essere quasi afono e che la mia voce aveva un tono terribile e fastidioso. Non certo adatto per districare matasse, ecco".
" Nè tantomeno per leggere una lettera che si preannuncia come divertentissima..": aggiunse un pò bruscamente il direttore.
" Me ne dispiace infinitamente, signore. Comunque ha perfettamente ragione": si affrettò a dire il povero assistente.
" Mai sentito leggere tanto inadeguatamente, mio gentile amico": ammise poi il direttore guardando verso Michele che sinceramente non aveva alcun interesse nel seguire i deliri di quei due elementi.
" Mi perdoni..": disse l' assistente.
"Non c'è problema:" fece, ritrovando un cordiale sorriso, un pò sforzato tuttavia, il direttore generale.
Ma davvero non c' era problema? L' assistente non lo sapeva, e per questo rimaneva leggermente preoccupato. A michele invece non fregava nulla. Così domandò, tanto per domandare:"e...tanto per domandare..cosa c' era scritto su questa lettera?"
"A parte i ripetuti coff..coff..?": chiese il direttore facendo seguire alla sua domanda un paio di coff..coff..( adesso sì che ce l' aveva un pò col suo assistente- untore).
" Sì, a parte quello": disse imbarazzato il buon Michele un istante prima di percepire a sua volta un lieve fastidio alla gola.
"Beh non lo sappiamo": ammise il direttore candidamente.
"Come?": fece Michele.
" Non la abbiamo letta, perchè l' assistente non era in grado di farlo nella maniera appropriata": spiegò il direttore guardando l' assistente che non potè fare a meno di abbassare gli occhi per il dispiacere e l' inevitabile vergogna.
" Ma allora come sapete che questa parla di un piano finale e definitivo, se non l' avete letta?": domandò Michele che iniziava a capirci sempre meno e che sentiva che al mal di gola inziava ad aggiungersi un pesante mal di testa.
" Oh beh..", intervenne l' assistente:" questo era scritto a caratteri cubitali nell' oggetto della missiva. Ed è più o meno l' unica cosa che sono riuscito a leggere come si deve prima che la mia voce iniziasse a scomparire e farsi sempre più flebile."
" E io purtroppo sono un pò sordo": ammise il direttore.
" Non si preoccupi signore, nessuno gliene fa una colpa": aggiunse l' assistente prontamente.
" Lo so e ci mancherebbe. Io d' altronde qui sono il direttore generale": ricordò a tutti. E Michele in effetti non aveva idea di come tutto ciò era potuto accadere.
" Beh, ma perchè non l' ha letta lei?": domandò allora Michele, che non faceva mai domande banali, al direttore lì presente.
Il direttore lì presente quasi saltò dalla poltrona, mentre l' assistente strabuzzò gli occhi e non riusciva a credere alle sue orecchie.
" Ovviamente un direttore generale, mio caro, non si spreca a leggere una lettera anonima. Ha un assistente apposito che dovrebbe farlo": spiegò il direttore. E di nuovo guardò un pò storto il suddetto assistente, avendo cura però di non farsi vedere per non turbare troppo il brav' uomo.
" Ovviamente..che domande..": aggiunse poi l' assistente, sempre con voce molto bassa e rauca, cercando l' approvazione del suo superiore.
" E che ne dite di farlo leggere a qualcun altro?": propose quindi Michele
" In effetti è una bella idea", ammise il direttore:" vuole essere proprio lei il fortunato, gentile Michele?": chiese poi al ragazzo.
Michele ci pensò un pò su e si disse che non ci sarebbe stato alcun problema a leggere quelle poche righe. Ma poi si ricordò del mal di gola che aveva iniziato ad avvertire pochi minuti prima, così disse:" beh..in realtà non me la sentirei molto: ho la voce un pò bassa quest'oggi..deve essere il cambio di stagione. Ma ci sarà pur qualcun altro, no?"
" Beh sì...chiaramente..", fece il direttore generale:" ci sarebbe il cestino dei rifiuti. Lo chiami a noi, signor assistente di me medesimo"
" Cestino dei rifiuti..coff.. coff..": provò a urlare l' assistente ottenendo solo un nuovo attacco di tosse e una afonia sempre più netta.
Ma il cestino dei rifiuti non arrivò. " Dove si è cacciato, quel pezzo di cestino?": domandò adirato il direttore. Si scoprì solo in seguito che il cestino dei rifiuti si era licenziato di punto in bianco pochi minuti prima in cerca di nuove, e più adeguate alla sue competenze, posizioni lavorative.
" Bah..": fece il direttore.
A quel punto fu raggiunto un impasse che avrebbe potuto rendere il contenuto della lettera segreto per sempre. Se non fosse giunto in loro soccorso, per buona sorte, l' inserviente Gerard.
Costui, che pure era muto e che in certi frangenti desiderava essere anche sordo, soprattutto quando si trovava sul posto di lavoro con quei due gran pezzi di superiori, lesse senza problemi e scandendo bene, come piaceva al direttore, la lettera anonima che si scoprì tuttavia non essere affatto comica. Con enorme dispiacere sia del direttore generale, che, per osmosi, del suo assistente ( che tuttavia era un pò meno dispiaciuto del direttore. Semplicemente per un fatto gerarchico. È chiaro).
" Mmmmm...mmmm...mmmm...fine. Firmato, anonimo '83": concluse l' inserviente Gerard affetto da mutismo.
"Allora mio bell' e bravo Michele", esclamò all' improvviso il direttore generale facendo sussultare perfino se stesso che non si aspettava uno scatto tanto repentino:" si sente pronto per questa missione importantissima e fondamentale per la nostra battaglia?"
" Può dirlo forte": disse Michele, alzandosi dalla sua sedia di scatto e stringendo la mano a modi pugno per dimostrare la sua decisione.
Sia l' assistente che il direttore, naturalmente quest' ultimo un pò di più, si spaventarono per quel gesto di pugno chiuso e pensarono: " stavolta le buschiamo sul serio..".
Ma il mite Michele voleva unicamente sottolineare che era, non pronto, ma prontissimo a fare il culo a tutti quei cazzo di pearini. Così ripetè:" può dirlo forte, direttore generale".
Il direttore non si fece pregare ulteriormente e sorridendo eccitato, urlò con tutto il fiato che aveva in gola:" Alloraaaaaaaaaaaaaaa, è prontoooooooooooooooooooooooo??!!!"

A quel punto l' inserviente Gerard uscì dalla stanza sbuffando e cercando qualcosa di appuntito da infilarsi nelle orecchie al fine di danneggiarsi i timpani e vivere finalmente per sempre sereno.

smart phones war ( parte X)

Dunque così è come i massimi vertici del quartier generale sammino, ovvero il direttore e il suo tuttofare assistente ( eccolo che proprio in questo momento porge al suo diretto superiore una tazza fumante di caffè perfettamente salata. Si avete letto bene: salata. È infatti così che il direttore gradisce una bella tazza di caffè; proprio salata), che adesso sedevano davanti Michele spiegandogli l'accaduto, erano venuti in possesso di quella misteriosa lettera. Tante erano le domande che si ponevano a proposito di essa. Cominciò il direttore generale: non fosse altro che per una questione gerarchica ( la gerarchia infatti non vale solo per le botte):      "Quanti alberi avranno abbattuto per realizzare la risma da dove proviene questo foglio di carta?". E una triste lacrimuccia fece breccia sul suo viso. Seguì, ovviamente, l' assistente, il braccio destro del direttore generale: " non ne ho idea, signore. Spero non molti: magari solo uno". E sospirò sconsolato.
" Come è possibile che una specie tanto evoluta non abbia imparato il rispetto per il proprio pianeta?" : incalzò il direttore con enfasi drammatica, mentre una nuova lacrimuccia scendeva questa volta dall' altro occhio.
" Che vuole che le dica, signore? I giovani non hanno mai avuto rispetto per gli anziani": replicò rassegnato    l' assistente.
Un' altra questione che indubbiamente si poneva dal momento in cui la lettera era arrivata alla sala direzionale del quartiere generale sammino era la seguente, e venne posta, questa volta, da quel profondissimo essere umano che era l' assistente del direttore:" Babbo Natale avrà mai ricevuto una lettera anonima?"
La domanda, così posta, scosse profondamente quell' uomo così sensibile che era il direttore generale e lì per lì lo lasciò del tutto ammutolito. Poi si riprese e domandò:" in che senso?"
" Voglio dire...", si affrettò a precisare l' assistente:"..che so io..un bambino distratto che dimentica di firmare la lettera e di indicare il proprio recapito..o qualcuno che voglia fare uno scherzo di cattivo gusto al povero Babbo..cose del genere".
" Ah, in quel senso intende? E che ne so? Che me ne frega a me..": concluse serafico il direttore dall' alto delle sue funzioni.
L' ultima questione che rimaneva in sospeso a quel punto era se Babbo Natale leggesse tutte quelle lettere da solo alla sua età e con i suoi evidenti difetti di vista, e la pose, se non vado errato, il cestino dei rifiuti. E in effetti era la domanda più interessante ad essere stata posta in quell' ufficio quel giorno e non solo quel giorno. Così tutti si complimentarono col cestino dei rifiuti, che da parte sua si sforzò di non arrossire.
All' improvviso, mentre si guardavano in faccia non sapendo bene che fare con quella lettera, se non realizzare stentate barchette e aeroplani che mai e poi mai avrebbero potuto ergersi in volo, e dopo avere declinato la proposta del cestino dei rifiuti che disse:" hey, ragazzi: datela a me. So io che farne", e intanto si sfregava le mani che non aveva, ma che si sarebbe sfregato se le avesse avute ( questo pensiero lo rese un pò triste), venne in mente ai due navigati dirigenti di leggere eventualmente la lettera, che forse era stata recapitata loro appunto perchè la leggessero, cosa che ancora non solo non avevano fatto, ma nemmeno avevano pensato. Altrimenti che senso avrebbe avuto l' avere tagliato Dio solo sa quanti alberi, il tutto solo per appagare la fame insaziabile di lettere di carta che aveva il sig. Natale Babbo? Assolutamente nessuna, disse indovinate chi. Bravi, proprio il cestino dei rifiuti, che iniziava a gradire il suo nuovo ruolo, mentre l' assistente dal canto suo iniziava a sentirsi addosso una certa pressione ( se poi pensava che il detto cestino era anche di diversi anni più giovane di lui..).
Così il direttore generale si alzò dalla sua comodissima poltrona e si diresse all' appendiabiti dove teneva appeso, per l' appunto, il suo abito. In realtà no, era il suo soprabito ad essere ivi appeso. Non di certo        l' abito che teneva addosso ( altrimenti l' assistente glielo avrebbe senza dubbio fatto notare. Se non lui il cestino dei rifiuti). E allora perchè volere ingannare la gente in questa maniera, si domandò il direttore. Improvvisamente si sentì triste e solo. Ma dopo tre secondi gli passò, perchè il nostro direttore generale aveva l' enorme qualità di trattenere le proprie sensazioni ed emozioni quanto sarebbe stato in grado di farlo un pesce rosso. Comunque si recò all' appendiabiti, che da oggi in poi per lui si sarebbe chiamato                 l' appendisoprabiti ( e avrebbe dato immediate e urgenti disposizioni in materia), per recuperare dalla tasca del suo soprabito, per l' appunto ( vedete che le cose ora calzano?), i suoi preziosi occhiali. Li inforcò con decisione, tornò alla scrivania e si sedette alla sua poltrona. Prese in mano la lettera, si schiarì la voce e comandò l' assistente:" venga qui vicino, assistente di me stesso: vediamo di sbrogliare questa matassa", e tirò fuori una matassa da un cassetto della scrivania: " lei intanto mi legga cosa dice questa misteriosa e atomica lettera comica anonima ( e comunque se davvero fa tanto ridere, io l' avrei firmata, pensò ancora). E la prego scandisca bene e legga a voce alta e chiara; sa: sono un pò sordo".

L' assistente del direttore generale, conscio dell' importanza del compito assegnatogli, fece dunque un sospiro, si schiarì la voce a sua volta e subito dopo..si accorse di avere quel giorno un terribile mal di gola e una significativa raucedine.