venerdì 30 maggio 2014

Smart phones war (parte XVIII)

Con le mani che gli tremavano per l'emozione, dunque, Michele avvicinò la chiave alla fessura, lentamente, come se il tutto avvenisse al rallentatore, anche se in realtà era lui che si muoveva in quella maniera, volutamente, per dare maggiore effetto scenico alla situazione come se ci fosse stato qualcuno a guardarlo. Il tempo sembrò dunque essersi fermato e non passare mai, mentre Michele stava avvicinando la chiave alla serratura, in maniera quasi impercettibile (ora un eventuale pubblico avrebbe potuto iniziare ad annoiarsi per l'eccessiva lentezza della scena), fino a che non la inserì dentro per tutta la sua lunghezza e non la girò. Non successe nulla, con grande stupore, e delusione, del buon ragazzo. La piccola porticina della cassaforte non si aprì, nè fece alcuno scatto per segnalare che un qualche ingranaggio al suo interno avesse reagito alla sua azione. Si decise quindi, piuttosto interdetto, a fare retromarcia e tornare indietro a mani vuote, come spesso accade nella vita soprattutto quando le aspettative sono maggiormente alte. Quindi fece dietrofront e si diresse verso l'uscita dello store. Soltanto che, si ricordò improvvisamente, non poteva certo lasciare la chiave lì infilata in bella vista. Così tornò indietro e afferrò la chiave per tirarla fuori dalla fessura della piccola cassaforte. Nell'istante esatto in cui ritirò fuori la chiave, la cassa si aprì con uno scatto piuttosto netto: TAC! Il suo contenuto era reso occulto dalla poca luce che filtrava fino a lì, ed in realtà Michele faticava perfino a capire se c'era effettivamente qualcosa lì dentro. Avrebbe dovuto infirlarvici le mani e tastare per tutta la sua lunghezza, larghezza e profondità, col rischio, certamente, di incorrere, procedendo così alla cieca a tastoni, in una qualche trappola come ad esempio un serpente a sonagli celato nella cassaforte, che avrebbe sicuramente potuto, e dovuto in base al suo istinto animale, morderlo senza pietà, procurandogli dapprima un grandissimo male, e poi, fortunatamente, la morte. Tuttavia a Michele, per il momento, non andava di morire. Come il povero Hanson, pensò. Lo tirò nuovamente fuori dalla tasca della calzamaglia (quella senza tasche) e lo osservò, provando a chiamarlo con voce tenue: niente, era morto. Povero Hanson. Lo rimise nella tasca, e finalmente sembrò rendersi conto che la sua calzamaglia non aveva tasche, ma cacciò immediatamente via quel brutto e fastidioso pensiero. Era il momento di agire, finalmente. Inizò a tastare con la mano aperta, per coprire l'area più grande possibile, l'intera cassaforte, sperando certamente di non incontrare nessun serpente a sonagli. Tuttavia non gli parve di sentirne il tipico suono. Tastava e ritastava il nostro Michele e trovò: il tabellone di Risiko (ecco spiegato il mistero del carroarmato trovato poco prima), fogli e fogliacci senza alcuna utile informazione, il sacro Graal, una trappola per serpenti a sonagli (quindi ora fu più sicuro dell'assenza di pericolo di incorrere in quel tipo di bestia), una mappa del tesoro aggiornata all'inflazione attuale, e null'altro d'importante. Anzi sì, qualcos'altro c'era. Era uno scontrino di un famoso ipermercato, di cui per ovvie ragioni non farò il nome (le ovvie ragioni sono che non mi hanno pagato abbastanza per fare il loro nome, quindi che si fottano. Anzi, non andate a ...., non ci andate mai. Ecco, mi sono preso la mia rivincità, possiamo andare avanti). Nulla di importante, pensò Michele affranto e scoraggiato. Si passò un attimo lo scontrino da una mano all'altra, prima di accartocciarlo per buttarlo via e darlo alle fiamme. Tirò quindi fuori l'accendino e lo accese. Avvicinò la fiamma danzante al foglietto, ma si fermò di scatto quando si accorse, per caso, che dietro, in un angolino c'era scritto qualcosa, un piccolo appunto. Avvicinò lo scontrino agli occhi e lesse, lesse attentamente. Dopo che ebbe letto, ovviamente, non poteva credere ai propri occhi e si rese conto che le gambe gli tremavano per la paura. O per meglio dire per il terrore più grande che avesse mai provato. Adesso voleva solamente sparire via di lì. Così si girò su se stesso e iniziò a correre verso l'uscita dello store, quando a pochi passi dalla salvezza un corpicino esile e grazioso gli si parò davanti, urlando:"fermo!". E nonostante fosse molto più grande e robusto di quell'esile corpicino, il buon Michele si arrestò all'istante, sia per l'autorità di quel comando, che per il fatto di avere riconosciuto in quel piccolo corpicino quello della sua amata: l'odiata pearina Gianna. Sono nei guai, pensò subito Michele, che maledisse i suoi compagni idioti che non erano nemmeno in grado di fare la guardia per pochi minuti. Sentì le loro risate, mentre guardavano un video su Youtube, dal proprio smart phone, ovviamente, provenire da fuori e li maledisse anche di più. Loro e i loro cellulari del cazzo, pensò. Anche se poi se ne pentì subito. Sono spacciato, pensò. E fece per arrendersi alla sua acerrima nemica. "Ecco, arrestami pure": le disse avvicinando verso lei i suoi polsi. Lei prese i polsi, e lo guardò negli occhi fisso. Michele si dimenticò perfino il suo nome in quel frangente. Chiusero gli occhi e i loro corpi si avvicinarono, fino a che le loro labbra non si toccarono: a quel punto a Michele parve di sognare e di essere in paradiso. Di sognare in paradiso, perciò. Fu un brusco risveglio quando sentì l'allarme suonare, riaprì gli occhi e vide che la bella Gianna lo aveva attivato, mentre lui, assorto nella passione, la baciava con gli occhi chiusi, e che un paio di loschi personaggi gli si erano avvicinati accerchiandolo. Era in trappola, lo avevano fottuto alla grande. Pensò il solitamente composto Michele. "Portatelo via": fu l'ultima cosa che sentì Michele, dalla sua Gianna, la traditrice Gianna, prima che lo portassero via incappucciato. Era fottuto, ma a Michele adesso non importava nulla di tutta quella faccenda. Perchè era triste. Innamorato e triste. E non poteva farci niente.

mercoledì 28 maggio 2014

Smart phones war (parte XVII)

Quando notò il piccolo oggetto scintillante nello store della Pear, Michele si chinò subito a raccoglierlo e, immediatamente dopo, si spostò in una zona un pò più illuminata del locale per esaminare meglio ciò di cui si trattasse. Il riconoscimento non richiese troppo tempo, essendo il nostro giovane un ragazzo piuttosto sveglio. Anche se, per carità, nulla di eccezionale. Tuttavia se la cavava, e infatti si rese immediatamente conto che ciò che stringeva tra le dita, e che adesso esaminava in controluce aiutato dal lieve bagliore lunare che entrava da fuori, era una pura e semplice chiave. Una chiave classica, con tanto di dentini seghettati e di un foro alla sua base pensato per attaccarla ad un eventuale portachiavi. In effetti però, come ebbe modo di pensare Michele, a quei tempi non esistevano poi così tante chiavi, specie di quelle classiche con tanto di dentini seghettati e pratico foro alla base, nel mondo moderno, poichè la gran parte delle chiavi erano state abolite in favore di chiavette, denominate USB. Oppure, prima ancora, in favore di codici alfanumerici da 1600 cifre miste a lettere (gli ultimi due 0 erano dovuti ad un errore di impostazione del sistema informatico. Anzi, a due errori), che però le persone spesso omettevano di segnare da qualche parte e raramente si ricordavano per intero. Spesso proprio per quell'ultima fatale cifra o lettera. Allora è ovvio, e non serve che ve lo dica, ma io come sapete ve lo dirò lo stesso, che la gente a quei tempi fosse un tantino stressata per quella situazione della combinazione elettronica da 1600 cifre miste a lettere. Pensate che frustrante, d'altra parte, possa essere non riuscire ad aprire la porta di casa, ad esempio, per un numero, dopo averne ricordati ben altri 1599 tra lettere e numeri. Certo, a quel punto si poteva andare per esclusione su dieci possibilità. Peccato che in base al sistema di sicurezza, che come vedrete, per molteplici ragioni, non era stato pensato in maniera impeccabile, si avevano a disposizione solo nove tentativi per indovinare quell'ultima cifra. E ovviamente non servirà nemmeno riferire che il più delle volte il numero giusto da inserire, per la classica e intramontabile ironia della sorte, era quello del decimo, e oramai tardivo, tentativo. Per non parlare del caso in cui l'ultimo dato da inserire fosse una lettera dell'alfabeto. Perciò, per ovviare all'inconveniente, e permettere alle persone di aprire e chiudere le porte, che del resto è un'occupazione piuttosto tipica e tradizionale del genere umano(meno degli altri animali), si pensò ad un'altra soluzione, che però in breve si rivelò una cura ben peggiore del male. Come è possibile direte voi. Beh, dovete sapere che molti medicinali hanno pesanti controindicazioni, che potrebbero inficiare l'organismo anche più di quanto non faccia il virus. Quindi, l'idea di sostituire il sistema a password con delle chiavette USB si dimostrò, senza dubbio, un modo semplice e veloce di aprire le porte senza intoppi. D'altra parte, però non si era pensato al fatto di creare chiavi diverse per serrature diverse. E siccome invece esistevano solo 4 tipi di USB(sì, più di oggi. Vi brucia il culo,eh? Pensò Michele, e non io), il tipo 2.0, quello 3.0, la variante : e, infine, la più consona e logica 3.quasi 4(stiamo lavorando per voi), in pratica chiunque poteva aprire le serrature di tutti, o quasi. E anche chiuderle, eventualmente. Solo che il primo trend andava più del secondo, per qualche strano motivo. Perciò il nostro amico Michele era invero piuttosto spiazzato da quel ritrovamento. Che ci faceva quella chiave lì? Chi la aveva nascosta in quel luogo? Perchè? E soprattutto: che cosa apriva, ed eventualmente, chiudeva. Michele si guardò attorno nell' oscurità a cui comunque si era oramai del tutto abituato, o quasi, sentendosi simile ad un felino che si muove agile nella notte. E come un felino che si muove agile nella notte, si sentì abbastanza confindente con se stesso da spiccare un balzo da una parte all'altra dello store. Soltanto che, poichè non era un felino, e difficilmente lo sarebbe diventato nel giro di breve, andò clamorosamente a sbattere contro una vetrinetta che andò in frantumi. Per pura fortuna, che ogni tanto ci vuole pure, altrimenti...eh. Comunque dicevamo, anzi dicevo, per pura fortuna l'allarme non scattò. Che fortuna, pensò Michele, che non si chiese nemmeno perchè l'antifurto non avesse suonato(del resto non aveva suonato nemmeno quando avevano sfondato la vetrina per entrare). Perchè farsi troppe domande del resto, quando le cose vanno bene? Già..perchè? Ad ogni modo Michele, osservando l'ingente danno causato, si accorse di un doppio fondo nella vetrinetta, che nascondeva un pannello che a sua volta nascondeva una piccola cassaforte, la quale si apriva tramite una chiave. Una di quelle classiche: con i dentini seghettati e il foro alla sua base. Michele improvvisamente sembrò ricordarsi che stringeva qualcosa tra le dita di una mano. Controllò per verificare cosa fosse. Era una chiave. Del tipo classico: con i dentini seghettati e il foro alla sua base.

martedì 27 maggio 2014

Incipit ( tre)

I brutti sogni erano cominciati per caso e all'improvviso, in una notte d'estate in cui una curiosa brezza soffiava da qualche posto molto lontano e assolutamente sconosciuto, dove a lui però sembrava in qualche modo e in qualche tempo di essere già stato. E così nell'alito di quel vento gli pareva di sentire odori già provati e sensazioni già vissute. Tuttavia, lui lo sapeva bene, questa era solo una delle tante illusioni che la vita si inventa per riempire gli inevitabili spazi di vuoto che ognuno di noi colleziona nel corso della propria esistenza e che equivalgono a momenti sprecati, a volte deliberatamente, attimi di morte mentre ancora si respira e si è in vita. Quella sera era andato a letto piuttosto inquieto anche se non capiva bene per quale motivo. Solamente avvertiva una sorta di tremito e di agitazione lungo tutto il corpo, simile a una scossa elettrica, ma priva di energia, come se stesse scorrendo nel suo sangue, dentro le sue vene e le sue arterie, bruciando un pò di più quando passava dal cuore. Ci aveva messo del tempo ad addormentarsi, perchè non riusciva a smettere di pensare a ricordi confusi e lontani, ricordi quasi simili a nebulose consumate, una nebbia che avvolgeva la mente lasciando solo intravedere lievi barlumi in direzioni sconosciute e comunque non raggiungibili. Lo sforzo di fare chiarezza in certi momenti diventa tanto lancinante che la testa comincia a fare male e anzichè riordinare i nostri pensieri e le sensazioni, tutto diventa solo più indistinto come un'amalgama unica senza contorni precisi e definiti cui agganciarsi. Una massa inestricabile di dolore e senso di smarrimento. Alla fine non si può fare altro che chiudere gli occhi e lasciarsi sopraffare dal desiderio di morire. Anche se solo per poche ore, prima che la luce del giorno ci riporti alla realtà, anche se a nessun tipo di consolazione. Senza che questo tuttavia possa apportare un solo effetto positivo. Anzi, spesso invece è il contrario. Fu questo il suo ultimo pensiero prima di chiudere gli occhi, girarsi nel letto, assumere la sua posizione preferita e lasciarsi schiacciare dal peso della vita. Iniziò tutto in maniera inaspettata: all'improvviso nel cuore della notte si dovette alzare per andare al bagno e pisciare. Raramente gli capitava di svegliarsi la notte, ma se capitava di solito non riusciva più a riprendere sonno. Il più delle volte quindi andava a farsi un giro. Quella volta non fece eccezione. Si infilò i calzoni, mise le scarpe e indossò una maglietta leggera. Poi uscì di casa. Il giro che faceva lo aveva oramai ben inciso in mente, perchè era sempre lo stesso da quando aveva abitato lì. Lo percorreva quasi automaticamente, come sospinto da qualcosa o da qualcuno che in realtà ovviamente non c'era. Era solo come sempre o quasi. E quando non lo era, erano più le volte in cui avrebbe desiderato esserlo che quelle in cui era contento di essere in compagnia. Avrebbe perciò, come sempre, concluso la sua piccola passeggiata, spuntando dal solito angolo e, una volta svoltato, avrebbe preso il lungo viale che conduceva alla sua abitazione. Sempre deserto a quell'ora di notte, se si esclude la presenza di qualche raro, e forse nemmeno reale, essere umano. Avrebbe dovuto toccarli per sapere se esistevano davvero o se non erano solo fantasmi. Ma del resto, pensava, questa è una certezza che non si può possedere nemmeno su noi stessi. Stranamente quella notte però si perse e si ritrovò in una zona che non conosceva, nei pressi di un piccolo vicolo buio, stretto e freddo che non gli pareva di avere mai percorso nè notato in precedenza. Per qualche altro assurdo motivo gli venne infine in mente che avrebbe potuto tagliare da lì per ritornare a casa più presto. Adesso stranamente iniziava ad essere agitato per il fatto di non essere in casa. Si sorprese della cosa, ma cercò di mantenere freddo il suo sangue. Missione evidentemente fallita sul nascere dato che toccandosi la fronte si rese conto che scottava. Scottava come se la sua temperatura fosse stata di qualche migliaio di gradi. Perciò tolse la mano per evitare di ustionarsi. Ma come ebbe modo di constatare era troppo tardi. Senza accorgersene era ora entrato in quel vicolo misterioso e intorno a sè non vedeva altro che buio e spaventose immagini che però non esistevano e che scomparivano con la stessa velocità con cui apparivano. Poi all'improvviso si mise a correre senza una ragione, sperando di uscire da lì il prima possibile e di lasciarsi dietro quegli orribili mostri che però non erano nemmeno reali. Come se questo particolare però avesse in quel momento, e avesse mai avuto, una qualche minima importanza. Fu proprio mentre correva, ed era quasi arrivato alla fine di quello strano antro scuro, che un uomo senza occhi gli si parò davanti, estrasse un coltello e, senza dire nulla e senza nemmeno respirare e senza che il cuore gli battesse, glielo piantò con un colpo secco nel petto. Prima di morire ebbe modo di osservare come la lama fosse ben piantata e come l'arma stesse perfettamente in equilibrio spuntando fuori dal suo sterno. Quando si svegliò nel suo letto era immobile, incapace di respirare e madido di sudore. Nel momento in cui si riprese un attimo, e si rese conto che aveva solo sognato, si guardò il petto, per esserne sicuro, e vide che non c'era alcun segno di pugnalata. Tutto a posto, tutto normale. A parte l'inspiegabile fiatone, che di solito segue una lunga, disperata e impossibile fuga.

sabato 24 maggio 2014

Avvistato esemplare di Borghezio davanti una elementare romana. Cacciato via dei genitori. Purtroppo non a calci nel culo.

Certamente andare a scuola è una occupazione non gradita a gran parte degli alunni di tutto il mondo e di tutti i tempi. Questa è una verità assodata, e per quanto non edificante, và detta per onore di chiarezza e di realtà. Ma fin qui non c'è nulla di male, perciò ragazzi non vi preoccupate. E sicuramente anche per moltissime mamme accompagnare ogni giorno i figli a scuola non deve essere la più piacevole delle incombenze, magari tra un impegno e un altro, tra una commissione inderogabile e l'altra, o magari prima di correre al lavoro. Per questo motivo l'ambiente scolastico dove gli alunni si recheranno accompagnati dalle proprie madri, e talvolta dai propri padri, piuttosto che dai nonni, dovrebbe essere uno tranquillo, sereno e soprattutto senza fastidiose e inquietanti presenze che si annidino nei suoi pressi.

E invece pensate che duro colpo di prima mattina, in una normale giornata di scuola, per i piccoli alunni di una scuola romana, l'elementare Carlo Pisacane, di Torpignatara, e per i loro genitori, che molto probabilmente erano attesi chi da una giornata di lavoro chi da altre incombenze tipiche di un genitore, deve essere stato trovare davanti l'ingresso dell'istituto un esemplare vivo di Borghezio urlante con tanto di megafono. Decisamente cose che possono rovinare completamente una giornata, questo è abbastanza sicuro, ma che anche possono avere conseguenze anche più durature e pericolose, potendo influenzare pesantemente una vita intera, specie per dei poveri bambini in tenera età, di cui possiamo solo immaginare lo shock nel momento in cui l'orribile entità gli si sia parata, con la sua incommensurabile bruttezza, davanti. Certo, ci sono molti documentari sul mondo animale e alcuni che mostrano creature oggettivamente orribili. Ma se ai canoni estetici, per noi esseri umani non esattamente dei migliori, aggiungiamo un cervello che purtroppo in questa creatura non è affatto riuscito a svilupparsi, trasformandosi invece in una sorta di enorme neo interno che preme continuamente contro la calotta del povero Borghezio, provocando il tipico comportamento di questa bestia che attrae e al tempo stesso disgusta, più disgusta, gli scienziati di tutto il mondo, allora ecco che nessun documentario potrebbe rendere mai giustizia alle vette, ribaltate, di ignoranza che contraddistinguono un Borghezio.

Lo strano esemplare di essere umano, nessuno si offenda anche se ne avete tutti motivo, tuttavia, era lì per un motivo e non perchè sfuggito da un laboratorio di sperimentazioni. Quale motivo? Sarà presto detto, purtroppo. Il non meglio definibile Borghezio, candidato della Lega all'Europarlamento, si immagina come addetto alle pulizie, si spera più che altro, si trovava davanti la scuola Pisacane, una delle più multiculturali d'Italia, proprio per protestare contro la presenza di tanti alunni stranieri e chiedere la liberazione di Roma da questi ultimi, ovviamente per mezzo dello stop all'immigrazione. Quindi Borghezio, in poche parole, stava combattendo la sua santa crociata, del cazzo se mi permettete, contro dei pericolosissimi, cattivissimi bambini delle scuole elementari. Vi consiglio magari di rileggere la frase e di rifletterci un secondo sopra, prima di vomitare pensando a certi loschi figuri, a cui purtroppo ancora la scienza, nonostante i continui sforzi, non è riuscita a trovare una cura. O perlomeno un pesticida, un funghicida che funzioni. Anche perchè l'urgenza è abbastanza evidente. La storia ha però in questo caso un lieto fine, poichè infatti, la pericolosa creatura è stata allontanata dai genitori stessi degli alunni, senza l'intervento delle autorità veterinarie, che lo hanno definito stranamente anche un razzista e che gli hanno anche chiarito, come se potesse capire qualcosa, che l'Italia, quella vera e non quella dei bifolchi come Borghezio, non riconosce un certo tipo di personaggi. E se li riconosce, li caccia via come merita. Anzi no, perchè non mi risulta che sia stato allontanato a calci nel culo (che del resto in questo organismo è molto difficile da distinguere dal resto e soprattutto dal volto). Ma del resto oggi l'animalismo (prego tutti gli animali che stanno leggendo questo pezzo di non arrabbiarsi anche se ne avrebbero tutte le ragioni del mondo) va molto. Perciò a Borghezio per questa volta ha detto anche bene. Speriamo non sia sempre così però.

La mia amica talpa

Una mia amica talpa un giorno mi chiese se volevo andare a vivere con lei sottoterra. Eravamo, me lo ricordo come se fosse oggi, davanti la sua bella tana di ritorno da una piacevole passeggiata in cui avevamo discusso un pò di tutto, e ben oltre il più e il meno, dopo diverso tempo che non ci incontravamo. Ci eravamo visti casualmente dacchè io ero in campagna impegnato in un pic-nic solitario. Stavo appunto per mettere via tutto e andarmene, quando mi accorsi della mia amica talpa che mi osservava. Perlomeno muoveva il suo musino per odorare l'aria in tutte le direzioni, ed esplorare così ciò che le stava intorno, mentre utilizzava anche i suoi simpatici baffetti per ricevere indicazioni a livello chimico. Non ci mise molto a riconoscermi e mi salutò con grande vivacità. Poi la vidi che usciva dalla tana e lentamente, quasi strisciando,mi raggiunse, sorridendomi quando mi fu vicina. Devo ammettere che non la riconobbi immediatamente, ma quando la guardai meglio non ebbi esitazioni: la salutai con allegria e piacere, poi ci abbracciammo anche. Iniziammo a camminare per il sentiero soleggiato ma ampiamente rinfrescato dagli alberi ai suoi bordi. Mi offrì una sigaretta. L'accettai. Mi raccontò della sua vita attuale, di come si era sposato e poi aveva divorziato dopo qualche anno, quando, come spesso accade, semplicemente il sentimento si era spento da sè, come la fiamma di una candela che a un certo punto smette di ardere e poi viene soffocata da un impercettibile alito di vento. Dissi che mi spiaceva molto ed infatti era così, ma la mia amica talpa che aveva sempre avuto un gran carattere mi disse che andava bene così, che non si sentiva più solo di quanto non fosse sempre stato e che almeno ora aveva più tempo per se stesso: stava progettando di iniziare un giro del mondo, mi confidò. "Sotterraneo o in superficie?", le domandai. "Un pò e un pò": mi rispose lei che evidentemente aveva già avuto modo di pensarci.
Mi chiese, dopo qualche tempo in cui parlammo di argomenti vari, come andava invece la mia di vita. Stetti un pò in silenzio a pensarci, cercando di trovare una risposta che fosse reale e non solo una di mera circostanza come accade sempre in questi casi. Mi sentii per un attimo paralizzato dalla paura e svuotato dall'interno, poi recuperai le forze e risposi semplicemente la verità, dopo averci pensato accuratamente e avere compreso ciò che era reale e ciò che non lo era affatto. "Non lo so", risposi dunque. La mia amica talpa capì che non stavo mentendo e non volevo soltanto sembrare più intrigante con la mia risposta. Probabilmente la maggior parte delle persone e delle talpe si sarebbero spaventate sentendo la mia insolita risposta a una domanda, il più delle volte, di circostanza . La mia amica talpa non lo fece. Anche perchè quella non era una domanda di circostanza, e perciò la mia non poteva, allo stesso modo, essere una risposta di circostanza. Così mi guardò, o perlomeno ci provò, con sincerità e affetto e mi disse che lo avrei capito prima o poi e che in fin dei conti non c'era alcuna fretta. Io allora le feci notare, forse leggermente risentito e irritato per quella sua affermazione, benchè non ce ne fosse il minimo motivo per esserlo (ma questo ha mai avuto importanza?), che il tempo tuttavia passa inesorabile e mai, o quasi, si ferma. Tuttavia la sua risposta pronta e saggia mi fece sentire come uno stupido: mi rivelò infatti che sì, il tempo passa indubbiamente. Ma che alla fine non va proprio da nessuna parte e rimane sempre lì intorno, a portata di mano. Perciò non avrei mai dovuto preoccuparmi. "Se un animale lento e quasi cieco come me, riesce a stare dietro al tempo che passa e corre, come pretendi tu, con le gambe veloci e la vista acuta, di lasciarlo scappare?". Mi fece riflettere come al solito la mia amica talpa. Non c'era proprio che dire, era una ottima talpa. Così terminammo il nostro giro che il sole era quasi al tramonto e stava salutando la terra, gli alberi e gli animali con i suoi ultimi raggi di un rosso che poteva sembrare sangue ma che non poteva fare paura. La mia amica talpa si infilò dentro la sua bella tana, tenendo il muso all'infuori ed io mi chinai per esserle più vicino. Ci abbracciamo e giurammo che ci saremmo visti più spesso da quel giorno in poi. Mi fece anche presente che la vita di una talpa non è lunga come quella di un umano, e lì per la prima volta notai che i suoi baffi avevano cominciato ad imbianchirsi. Ebbi timore e sentii un grande sconforto per un attimo. Ma di nuovo un suo sorriso calmò il mio animo. "Mi spiace che tu debba andare via", le dissi allora. Così me lo domandò, all'improvviso, come se ci stesse pensando da tempo ma solo ora potesse chiedermelo: "vorresti venire a vivere nella mia tana?". Ci pensai un attimo, poichè bisogna sempre pensarci sù, almeno un attimo, ma mai di più, e risposi che sì, volevo andare a vivere con lei nella sua tana. Stetti lì per qualche giorno, o forse anche molto di più, in cui la mia amica talpa mi ascoltò, rispose alle mie domande e me ne pose di sue alle quali però io non sapevo, ne saprei ancora oggi, rispondere. Poi una sera ci salutammo, dopo avere discorso come al solito della vita e di altro, prima di andare a dormire con la promessa che ci saremmo rivisti la mattina dopo, e che saremmo andati giù al lago, perchè ora la stagione stava iniziando a diventare ottimale e non c'era ancora quel fastidioso pienone che c'è in estate. Così le dissi buonanotte, e lei mi rispose buonanotte. Io le dissi a domani, e lei già dormiva. La mattina dopo mi svegliai e andai per destare anche lei, la dormigliona, che ancora dormiva beata supina. Purtroppo per quanto quella mattina la chiamai, lei non si risvegliò mai più. Guardai i suoi baffetti bianchi e incanutiti, poi solo una lacrima cadde dai miei occhi sopra il suo corpicino. Osservai allora il suo musino e mi sembrò stesse sorridendo. La seppellii lì sotto, nella sua tana, dove era vissuta allegramente per tutta la vita. Poi la salutai per l'ultima volta, e la ringraziai di tutto e per essere stata mia amica, ed uscii dalla tana sottoterra, per non farvi ritorno mai più, e pronto finalmente per il mio posto nel mondo.

venerdì 23 maggio 2014

Dentro l'armadio (IV)

Il signor Phillips nella vita ne aveva viste oggettivamente tante. Non poche. Aveva girato il mondo, tanto per cominciare: era stato su quattro dei sei continenti, ed uno dei suoi progetti di vita era di fare l'en plein. Quindi sei su sei, come spiegava pazientemente a tutti i suoi amici che non sapevano con precisione cosa quella espressione significasse esattamente. Lui, invece, il signor Phillips, che da qui in avanti potremmo anche chiamare signor P. (perchè no? Del resto decido io), sapeva un sacco di cose. Ecco. Un'altra cosa: sapeva obiettivamente un enorme numero di fatti. E come aveva appreso tutto ciò? Con pensanti e faticosi studi? Beh un pò, ma non solo. Leggendo tantissimi libri? Certamente questo aiuta, come tutti sanno. Ma no, nemmeno grazie a questo. Ma con l'esperienza, signori e signori. Ovvero col fare le cose, col praticarle, col non tirarsi indietro dinnanzi a nulla. Se non a certi sabato pomeriggio di shopping selvaggio con l'amata consorte, che aveva invece imparato, tra le poche cose della vita, ad evitare con incommensurabile mestiere e agilità. Anche questo comunque merito dell'esperienza. Quindi nessuno al mondo avrebbe mai potuto definire il signor Philipps, o signor P., uno sprovveduto, un ingenuo o un naive (vedete quante parole conosce il nostro signor P.?). Beh, direi che non c'è altro da aggiungere. Perciò tutti, e quando dico tutti intendo davvero dire tutti, che altrimenti avrei usato un'altra parola che, non certo ai livelli del signor P., ma ne conosco anche io un certo numero, avrebbero definito, e in effetti lo facevano, il brav'uomo come una persona estremamente colta, raffinata e sicuramente esperto del mondo e de le umane genti. Perciò potete ben immaginare il suo stupore nel momento in cui dalle ante dell'armadio, che si erano peraltro aperte da sè, altro fatto piuttosto inusuale anche per un uomo della sua caratura, era uscito d'improvviso, spaventatissimo e in affanno totale, nientemeno che un bifolco in piena regola. Ora, quale armadio ospitasse al suo interno, e chissà dove, campagnoli che poi ne uscivano senza preavviso, il signor Phillips non lo sapeva. O meglio da quel momento lo avrebbe saputo. Da quello misterioso che aveva in casa. Tuttavia continuava a non capirne l'utilità. Di certo comunque tutto ciò avrebbe senz'altro stupito qualunque sprovveduto, data la sua difficile prevedibilità. Ma pensate per una persona come il signor P., abituato alla fantasia per la sua professione e a avvezzo a qualunque circostanza per la sua enorme esperienza di vita vissuta che negli anni aveva accumulato, cosa quella subitanea apparizione poteva essere. Avrebbe certamente infatti potuto concepire qualcosa di simile. Tipo che dall'armadio uscisse un ragno, ma anche un oppossum o perfino uno scheletro. Ma di certo, non che vi uscisse un bifolco. Anche se, data la zona geografica dove la nuova abitazione era ubicata, a pensarci bene, quel particolare non poteva nemmeno essere definito incredibile. E il signor Phillips, naturalmente, grazie al suo imponente bagaglio di esperienza e conoscenza, lo sapeva bene. Fu dunque per a parlare per primo dinnanzi allo spaesato villano che adesso si guardava attorno per la stanza con aria anche più inebetita del normale, e lo faceva da destra a sinistra e poi ancora da sinistra a destra, con una lentezza quasi irreale. Era evidente che l'unica cosa che riconoscesse della stanza era l'imponente armadio, dal quale però sembrava essere all'incirca terrorizzato a morte. Così il signor Phillips si schiarì un attimo la gola, certo anche per riprendersi dall'emozione, che, seppur uomo abituato a tante cose e strane, il signor P. non era certo un robot privo di sentimenti e di sensazioni, prima di domandare allo sconosciuto uscito dall'armadio, chi fosse e da dove venisse. Il bifolco, che tra l'altro, notò il signor Phillips, vestiva proprio da tale e con abiti tanto consunti da risultare più simili a stracci, non rispose. Rimase lì a fissare il signor P. in un modo che metteva quest'ultimo a disagio e poi continuava a guardarsi attorno, come se provenisse da un altro pianeta sconosciuto e lontanissimo.
Il signor Phillips, comunque, armato di pazienza infinita e desideroso ad ogni modo di comprendere chi fosse colui che appariva a casa sua così di soppiatto senza nemmeno avvisare prima, ci riprovò e dopo avere tentato di assumere un atteggiamento più sicuro, per convincere l'estraneo a confidarsi con lui, gli domandò con voce molto amichevole, forse troppo pensò poi:" posso esserle utile, caro amico sconosciuto?"
Il villano allora sembrò improvvisamente ridestarsi e con voce rauca e bassa chiese:" la ragazza, sir..dove si è cacciata la ragazza?"
Il signor Phillips però non aveva visto nessun'altra ragazza in quella casa, se non sua moglie che però tecnicamente erano diversi anni, per non dire di più, che non poteva più essere definita tale.
"Intende mia moglie?": chiese comunque il signor P.
"Insomma.. la figlia dei Carlson..la strega. Sa dirmi dove si è cacciata, sir? Deve pur essere qui da qualche parte".
Quando udì la parola strega, però, al nostro signor Phillips, venne un pò malignamente in mondo che davvero si riferisse alla moglie. Rise tra sè e sè, scusandosi mentalmente con l'amata per quella innocente battuta, ma comunque chiese al villano se non parlasse di sua moglie.
"No, non parlo della sua signora, sir..la strega che cerchiamo noi è, ovviamente, zitella".
Così il signor P. era sempre più convinto che si parlasse di sua moglie, e rise di nuovo tra sè per quell'altra battuta innocente. Poi pensò che forse era la cognata, in effetti zitella, quella di cui si stesse parlando. La sorella della moglie viveva nella cittadina accanto, tra l'altro.
Dunque gli venne in mente di tirare un bello scherzetto a quello scocciatore apparso all'improvviso dentro il suo armadio: mandarlo dalla cognata zitella. Sicuramente dopo gli passerà la voglia di importunare le streghe quando ne incontrerà una in piena regola, questo pazzoide che si nasconde negli armadi della brava gente, pensò. Perciò finse di rifletterci sù, mentre il villano lo guardava pulendosi le orecchie con l'unghia dell'indice destro con invero estrema perizia (poco dopo passò alle narici. Entrambe e sempre con maestria invidiabile), e all'improvviso esclamò:"ah, la strega certo. Perchè non lo ha detto subito, mio caro amico? Si trova a Winston ora, tra la 14esima e la Main road". Poi lo accompagnò alla finestra e lo fece sporgere assieme a lui:"allora, guardi, mi segua: vede quella strada? Sì, bene: la prenda e...". E diede tutte le indicazioni necessarie per raggiungere la casa della cognata zitella. Ci sarà da divertirsi, ma non per lui pensò, quando l'uomo era finalmente partito alla volta indicatagli, così per burla. Quel burbero inoltre era uscito senza salutare e accennando appena a un ringraziamento doveroso, in tutta fretta e urlando ogni tipo di improperi verso la strega. Dunque per un attimo, il signor P. pensò che forse non aveva fatto troppo bene a indirizzarla dalla sorella della moglie. Soprattutto per lui, pensò di nuovo il signor Phillips. Comunque oramai quello che era fatto era fatto e perciò sbuffando si strinse nelle spalle, si sistemò gli occhiali sul naso, ripensò un attimo all'accaduto, ma non troppo essendo uomo di mondo abituato a tutto o quasi (un'apparizione inspiegabile da un armadio non poteva fargli nè caldo e nè freddo. E lo aveva appena dimostrato), e richiuse le ante dell'armadio. Tornò quindi alla sua scrivania e alla sua sedia dove si riaccomodò, pronto per riprendere a leggere e correggere e poi rileggere ed eventualmente correggere di nuovo. Di punto in bianco però si udì un tonfo secco e sordo provenire dall'armadio, poi un altro anche più secco e sordo e di nuovo le ante dell'armadio, da sole, si spalancarono con potenza inaudita. Una bella ragazza, giovane e avvenente, ne uscì esitante e titubante, dopo qualche secondo, con gli occhi grandi e marroni spaventati ma comunque splendenti e brillanti come il mare colpito dai raggi del sole. Il signor Phillips la vide e senza pensarci due volte svenne. Perchè sì, una apparizione inspiegabile da un armadio non poteva fargli nè caldo nè freddo. Ma due, e lo stesso giorno poi, a così breve distanza poi, non potevano che mettere emotivamente al tappeto anche un uomo di mondo e di tale indiscutibile esperienza come il signor Phillips.


Incipit ( due)

La via in cui stava camminando non la aveva percorsa in precedenza: mai. Eppure abitava in città da oramai qualche anno e conosceva quella zona piuttosto bene poichè era quella dove si recava solitamente la sera se aveva voglia di uscire un pò da casa e andare a distrarsi in mezzo ad altri sconosciuti che in qualche modo, anche se non capiva bene come, avrebbero dovuto alleviare la sua solitudine. Quella sera aveva passeggiato per una buona mezz'oretta tra coppiette innamorate e assorte nella loro illusione, tra comitive di amici che facevano chiasso e guardavano al futuro con ottimismo. Gli ricordavano come era lui, e come di certo non avrebbe voluto più essere. Aveva anche bevuto qualche birra e fatto quattro chiacchiere con una donna, più o meno sua coetanea, al bancone del pub, ma aveva finito per trovarla non abbastanza stimolante. Del resto la donna non avrebbe dovuto restarci male: la trovava infatti tanto poco interessante quanto la maggior parte delle cose che lo circondavano. Alla fine decise di tornare a casa, l'unico posto dove potesse essere in santa pace disgustato da tutti e tutto. Non sapeva nemmeno da dove derivava questo sentimento, ma sentiva abbastanza chiaramente che c'era e col tempo aveva imparato che reprimerlo non era una cosa buona. Stava sempre male quando provava a farlo. Un male da impazzire. Mentre si incamminava verso casa con la testa leggermente piegata, ma non chinata, e con le mani in tasca strette e chiuse intorno a qualcosa che non c'era ma che comunque non aveva mai smesso di immaginare e cercare, come al solito ripensava a se stesso, benchè davvero non lo volesse affatto, al passato e al futuro, benchè lo volesse anche meno. Tutto ciò lo inquietava sempre molto e lo faceva quasi scoppiare in lacrime, interiori ovviamente, ma per fortuna era dotato di un sensazionale senso dell'autocontrollo. Merito dei suoi genitori, pensò. L'unica cosa che non lo spaventava e non lo atterriva quasi completamente invece era pensare al presente. Anche se nemmeno quello era sempre molto piacevole. Per sbaglio si infilò quindi dentro quella via che non aveva mai percorso e che in quella circostanza gli sembrava nuova, ovvero non esserci mai stata prima, anche se ovviamente sapeva che non era così. Solo lui non prendeva mai quella strada, pur non sapendone nemmeno bene il motivo. Si poteva dire che c'era qualcosa che non gli piaceva, che non lo faceva stare al sicuro e lo respingeva allo stesso modo in cui lo attraeva, facendo in modo che vi si fermasse sempre davanti qualche istante oppure facendogli girare lo sguardo nella sua direzione, per osservarne il suo mistero da lontano e in sicurezza, se vi si trovava a passarvici. Ma mai si era addentrato nella via stessa. Così, senza motivo. O se ce ne era uno lui non avrebbe comunque saputo dirlo. Per lo stesso motivo quella sera però vi entrò e non fece il suo solito giro. Senza motivo decise che avrebbe dovuto cambiare il suo solito e, si potrebbe ben dire, fidato, percorso. Forse per sperimentare un qualche senso della novità, dell'avventura e di una incertezza diversa rispetto a quella angosciante e tenebrosa, ma fin troppo nota, che caratterizza in ogni istante della sua vita ogni essere umano. Ma forse nemmeno per questo. Forse aveva semplicemente sbagliato. Ad ogni modo una volta lì non si poteva in alcun modo tornare indietro e lo capì dopo solo pochissimi passi quando il freddo si fece più intenso ad ogni metro in più che faceva. Lì avrebbe voluto forse davvero tornare indietro, ma, come sapeva oramai bene, questo era impossibile adesso. Così continuò a camminare. Fino a che non si sentì chiamare per nome. Solo allora si potè fermare e infatti lo fece.

mercoledì 21 maggio 2014

Faccialibro, a.k.a. Facebook: arrivano due nuove gustosissime applicazioni. Sottotitolo: "inserire commento sarcastico"

Non ci avevano ancora pensato, ed invece, adesso ci hanno pensato. Chi ha pensato a cosa? È molto semplice e sarà presto detto. Avete presente Facebook, anche detto Faccialibro? Bene. Probabilmente anche voi avrete un profilo sul più noto e affollato dei social network al mondo. È notizia di questi giorni che la versione americana di Facebook ha appena introdotto una nuova funzione, un nuovo cosiddetto tasto, anche se poi non c'è alcun tasto reale. Il bello del mondo virtuale. Ad ogni modo la nuova funzione si chiamerà "Ask", ed andrà ad affiancarsi a veri e propri calibri da 90 quali "like" e "share". Un peso sicuramente non da poco per la nuova applicazione.

Ma cosa permetterà nello specifico questa nuova funzionalità? Anche questo è molto semplice e sarà, allo stesso modo, presto detto. A quanto pare Facebook è in procinto di trasformarsi in un enorme, sterminato sito di "dating", che, come tutti quanti saprete data l'elevata caratura intellettuale necessaria a leggere e ad apprezzare questo blog, non significa altro che "appuntamentando". Tutto ciò dopo essere stato, fin dai suoi esordi, o diremmo primi vagiti, chiaramente virtuali ma comunque chiassosi, un enorme sito utile per chi volesse fare ricerche di mercato a costo più o meno zero e soprattutto per tutti gli stalker, nonchè dei voyeur del mondo. Che tra l'altro, mi hanno riferito tramite i loro uffici stampa, ringraziano. Prego, dice faccialibro. Bene, andiamo avanti.


E come se non bastasse, e a quanto pare non basta, il fatto che già ora ogni utente, qualora lo desiderasse, può dare di sua sponte informazioni delle più disparate circa la sua situazione sentimentale (come sapete ce n'è per ogni tipo di relazione: impegnato, fidanzato, sposato, separato/ divorziato, relazione complicata e chi più ne ha, sapete come va a finire), ora chiunque potrà, grazie naturalmente al tasto virtuale "ask", chiedere informazioni, e quindi sostanzialmente tampinare in modo del tutto innovativo e moderno chiunque altro. Cosa che comunque, verrebbe da pensare, si può già fare attualmente in altro modo. Ad esempio, un messaggio privato, una normalissima chat e anticaglie del genere. Del resto se davvero interessa, perchè non chiedere direttamente? Molto semplice, e presto spiegato. Perchè sennò il tasto "ask" che ci starebbe a stare? Naturalmente lo aspettiamo con ansia anche in Italia per farci, come al solito, un sacco di risate.

Poi c'è dell'altro. C'è sempre dell'altro. Soprattutto quando vorreste che non ce ne fosse. Che volete farci? Altro non è che la vita nella sua spietatezza cinica e bla, bla, bla. Comunque come anticipato, prima di questa breve e annoiata digressione filosofica, ci sono altre novità su FB. Che naturalmente è il codice fiscale di Mark Zuckerberg. No, sono soltanto le due iniziali, in maiuscolo, delle parole che compongono il nome del social network: F, di face e B, di book. Non posso credere che non ve ne siate accorti. E pensare che avevo appena parlato bene di voi, poco fa. Ad ogni modo, pare che tra pochi mesi, sempre su Faccia, abbreviativo italianizzato di Facebook, arriveranno delle nuove schede su tutti gli utenti iscritti al social che praticamente saranno a disposizione di chiunque. Basterà chiedere, probabilmente con un'altra meravigliosa applicazione, a Facebook stesso, le informazioni che desideriamo ottenere, e lui risponderà producendo una sorta di schedatura personalizzata. Film, attività, libri letti, città di provenienza degli amici..Quasi tutta roba che c'è già comunque, ma un tantino più organizzata, seriale e orwelliana, volendo. Comunque, amici, di facebook e non, con questo è tutto. Ora vado a cercare informazioni private su qualcuno su faccia. Peccato che dovrò farmi un sacco di sbatte, anzichè avere tutto in un semplice tasto. "Ask", dove sei? Boh..vabbè.

sabato 17 maggio 2014

Dentro l'armadio (III)


"Questa poi..ma dove può essersi cacciata quella strega?". Era ciò che si domandava il pretaccio, che insieme a una folla di scalmanati, qualcuno in evidente stato di estasi, non divina, ma che di certo con lo spirito (e con il vino, senza di-) aveva a che fare, aveva fatto irruzione nella casa della giovane donna che non voleva marito, perlomeno non tra quelli che le si erano proposti, e che perciò era considerata una delle donne di Lucifero. Il fatto poi che la bella fosse scomparsa nel nulla, onor del vero, andava quasi a sostenere la tesi di quegli scalmanati, tant'è che ora anche i genitori avevano smesso di urlare e di piangere, e si chiedevano invece se davvero la loro dolce figlioletta non fosse stata dotata da qualche demone di poteri paranormali. Certo, loro le avrebbero sempre voluto bene. Ma spiegarlo ai vicini sarebbe stato sicuramente un altro discorso; perchè poi si sa che l'invidia è una brutta bestia.

Così adesso tutti stavano lì in piedi, fermi e immobili come allocchi (quando questi stanno fermi e immobili, chiaramente. O comunque come qualunque altro animale che stia fermo e immobile) e non sapevano bene che fare. Di solito, pensava il pretaccio alto e magro, consunto, come uno scheletro, queste cose vanno diversamente. Di solito, pensava con una punta di nostalgia, queste cose non vanno così, ma, una volta individuata la strega o il servo di Satana che sia, si raduna una bella folla ignorante come questa, la si aizza con lo spirito di-vino, e li si conduce folleggianti all'abitazione della vittima. Poi si entra semplicemente in casa, si preleva la vittima in lacrime, la si arresta e non molto tempo dopo la si purifica con la morte. I tempi, era evidente, stavano cambiando. Così per non perdere l'attrattiva sulla folla ora molto confusa e con l'alcool che iniziava a calare d'effetto, il pretaccio si mise urlare di controllare che l'armadio non avesse doppi fondi (non sia mai che si facessero fregare da un trucchetto del genere). Così uno dei più solerti e ubriachi, un avanzo di galera del vecchio mondo, entrò tutto dentro l'armadio che, pensò l'uomo, era davvero enorme, scuro e freddo. Era come entrare in un antro cavernoso, pensò l'uomo che invero non era mai entrato prima d'ora in una caverna. Tuttavia questo fu ciò che pensò. Si sa che il pensiero è più potente della realtà, perciò..Ad ogni modo, l'uomo entrò tutto all'interno del possente armadio. La sensazione che provò, all'improvviso, fu come di essere lontano dal mondo anni luce, come in una dimensione parallela ma distinta e non comunicante, perlomeno non del tutto. Nel buio dell'armadio, che era davvero incredibilmente fitto per trattarsi solo di uno spazio di pochi metri per altri pochi metri, anche l'odore era piuttosto strano: non odorava come odora un oggetto di legno, ma odorava come di qualcosa di dolciastro e appiccicoso, un'aria piuttosto pesante invero ma piacevole. Un pò come l'alcool, pensò l'uomo. Comunque costui, che non si era certo dimenticato il motivo per cui era entrato dentro un armadio che ora gli sembrava enorme, incredibilmente scuro e stranamente molto freddo, cercò aiutandosi con il tatto in ogni angolo e in ogni anfratto se qualcuno si nascondesse lì, cercò il famigerato doppio fondo, battendo con un pugno contro l'estremità del mobile. Ma nulla, non vi era alcun dubbio fondo. Certo, quando colpiva con la mano chiusa il legno sul fondo dell'armadio, il rumore che ne proveniva era come quello che viene da uno spazio vuoto e molto vasto dietro una parete. Così inizialmente all'uomo era parso, tra le altre cose, che un doppio fondo ci fosse. Ma quando aveva provato a sfondare col suo pesante piede una parte della parete del possente armandio per assicurarsi che così fosse, fu estremamente stupito di constatare che non vi era alcuno spazio vuoto e vasto lì dietro. Ma solo il muro della stanza. Tutto ciò gli parve molto strano, ma d'altronde l'esaltatissimo uomo non era nella condizione migliore per giudicare, dato che ora gli girava anche un pò la testa, per via dell'alcool certamente, ma anche per la strana atmosfera che c'era lì dentro. Sentì che da fuori il pretaccio con gli occhi neri e piccoli infossati, lo chiamava a gran voce. Così si apprestò a percorrere all'indietro lo spazio chilometrico che lo separava dall'uscita dell'armadio. Perlomeno, a giudicare da come le voci arrivavano fino a lui, sembrava che avesse dovuto percorrere uno spazio infinito per raggiungere i suoi compari. In realtà si trattava di qualche centimetro. L'uomo sperò che tutto ciò fosse dovuto all'alcool. Il fatto che avesse la pelle d'oca adesso non lo aiutava. Avrebbe volentieri bevuto un cicchetto ora, così lo domandò al prete. Urlò con tutto il fiato che aveva in gola chiedendo al pretaccio, o a qualcuno lì fuori, un bel bicchiere di acquavite. Ma nessuno parve sentirlo. Urlò nuovamente con più veemenza. Ma nessuno parve sentirlo. Così fece per uscire e si incamminò. Dopo dieci minuti di cammino ininterrotto dentro l'armadio, l'uomo non riusciva ancora a intravederne l'uscita e c'era anche qualcosa di strano, di più strano: l'armadio stava respirando. Appoggiò una mano ad una delle due pareti e poi la schiena sul fondo del mobile. E per Dio, si muoveva. Si muoveva regolarmente avanti e indietro, o su e giù, come se respirasse. Respirava. Adesso l'uomo, abbastanza spaventato e in astinenza da liquori, cominciò a correre a perdifiato, dentro l'armadio, verso l'uscita, che ora finalmente intravedeva. Vedeva finalmente anche le sagome dei suoi compari abbastanza stupiti, semplicemente da tutto, sentiva gli improperi del pretaccio, che chiedeva dove Diavolo si fosse cacciato. Era a pochissimi centimetri dall'uscire fuori e finalmente sentiva l'aria fresca dal mondo esterno, quando d'improvviso le ante dell'armadio si richiusero dinnanzi al suo naso con violenza e soprattutto senza che nessuno le avesse toccate. E non si riaprirono che dopo diverse ore. Inutile dire, che dopo tutto quel tempo, dell'infervoratissimo uomo non vi era più la benchè minima traccia. Così come non ce n'era nemmeno alcuna dello squarcio che questi aveva fatto nella parete sul fondo dell'armadio.

venerdì 16 maggio 2014

Stasera sulla rai. Servizio palinsesto gratuito. Tanto mi prendo i rimborsi.

Buonasera a tutti. Visto che l'altra volta avete apprezzato, così mi dicono, questa sera torna la rassegna del palinsesto tv, per vedere ciò che di bello ci offre la nostra cara vecchia tv italiana. Bene, abbiamo finito. Capita? Me lo auguro. Altrimenti, vabbè.

Comunque non perdiamo ulteriore tempo che abbiamo tutti il nostro bel da fare, io personalmente no dato che sto facendo questa cosa utilissima, e vediamo immediatamente cosa ci offre la programmazione di oggi, sabato 16 maggio 2014.

Su rai3, stasera partiamo dal terzo perchè i primi due erano occupati, andrà in onda "Sfighe", che normalmente si chiamerebbe "Sfide" ma, siccome la puntata di stasera è presentata da Alex Zanardi, allora in via Mazzini, dove c'è il cavallo sì, hanno deciso di cambiare il titolo per l'occasione. Vabbè, forse un pò cinici, ma come dargli torto? Ad ogni modo su rai3, c'è "Sfighe" con Alex Zanardi, dove si parlerà, appunto, delle sfide numerose e sempre coinvolgenti, tra Italia e Germania, dove i tedeschi hanno sempre perso i confronti ufficiali con gli Italiani, come sappiamo, ex alleati. Non oso perciò immaginare quando, dietro il loro classico sorriso e buonumore crucco, in realtà, i tedeschi ci odino per tutto ciò.

Ma non è il tempo di stare a pensare ai sentimenti tedeschi nei nostri confronti, o di Rimini e Riccione in particolar modo. Anche perchè come tutti sanno i tedeschi non hanno alcun sentimento nei confronti di nessuno. Perciò..ad ogni modo, quanto mi piace scrivere ad ogni modo, proseguendo nella nostra rassegna e rimanendo in rai, non trovando aihmè alcuna via per fuggirvi, passiamo al secondo, dato che il primo è ancora occupato. Dunque su rai 2 c'è Virus. Sottotitolo: speriamo stermini tutti. No, si scherza. Sottotitolo: il contagio delle idee. Eh sì, no non sto scherzando. Chissà di quali idee si parli, visto che tra gli ospiti in studio ci sarà la Meloni, non è dato sapere. Chi guarderà ci farà sapere, se non avrà, giustamente, deciso di farla finita. Magari iniettandosi un bel virus mortale, come il programma, sotto sotto, suggerisce. Vabbè

Per passare dalla padella alla brace, come si fa secondo voi? Ve lo dico io. Prendete il telecomando e, se avete ancora installato il tastino con il numero 1, premetelo Premendo il tasto con l'1 verrete catapultati in una dimensione triste e sconsolata, chiamata rai 1, dove regna e aleggia da decenni lo spirito della Dc che continua a tormentare ancora il corpo del povere Bruno Vespa, su cui troverete, con vostro grande rammarico, ad attendervi Carlo Conti. Se avete bambini piccoli, mandateli a letto immediatamente. È scientificamente provato infatti che il conduttore toscano conduce a danni cerebrali irreversibili. Per chi fosse pronto a rischiare, o avesse già i problemi sopracitati, per cui si spiegherebbe il fatto che non abbiate immediatamente, non cambiato canale, ma ucciso il televisore, la trasmissione che il Carlone nazionale, ma quando mai, condurrà si intitola "Si può fare". Sottotitolo, penso sia facile da immaginare. Potete scegliere, facciamo così, tanto per fare diventare questo blog interattivo, "Ma anche no"; "Ma perchè?"; oppure "Oh mio Dio, perchè ci hai abbandonati".


Boh, fine prima parte. Chissà se ci sarà una seconda.

Le pecore di Oibath (parte 4)

Naturalmente c'era poi, come detto, un'altra fazione, che purtroppo o per fortuna c'è sempre un'altra fazione nella vita, e questo in quella sala, va detto, lo sapevano tutti. Questa opposizione, si direbbe in campo politico, sosteneva, opponendosi appunto alla posizione precedente, che non vi era alcuna necessità di pubblica incolumità, e che loro avevano attentamente controllato prima di stabilirlo, che giustificasse l'allontanamento coatto dei mansueti ovini. Infatti le pecore si erano comportate, e continuavano a comportarsi, molto tranquillamente nel loro soggiorno nei pressi della cittadina di Oibath. Anzi, sostenevano in parecchi, le pecore non si notavano praticamente nemmeno piazzate lì a brucare l'erba e belare senza frenesia nel campo oramai da tempo non più coltivato nei pressi della cittadina. Tant'è che, continuavano i sostenitori del "non cacciamo le pecore", l'anziano proprietario del campo coltivato, una volta avvisato dell'occupazione del suo suolo privato da parte degli astuti ovini (dicevano quegli altri), e giunto nei pressi della sua proprietà non aveva nemmeno notato una singola pecora tra le centinaia e centinaia che affollavano, belando e brucando mollemente l'erba del campo. Certo c'era da dire che il pover'uomo era quasi completamente cieco oramai, data l'età. Però questo, un pò colpevolmente, nessuno tra quanti sostenevano di non disturbare gli ovini lo aveva fatto notare e anzi lo avevano tutti abilmente sottaciuto. Comunque, a differenza di quanto accadeva all'interno del gruppo di pecore, la discussione ferveva ora animatamente, ed era bastato davvero un nonnulla affinchè tutto ciò accadesse. Ora c'era gente che urlava di qua e di là, sbraitava e si agitava ferocemente, e nessuno di loro, invece, belava quietamente e brucava gentilmente l'erba. Di ciò certamente tutte le pecore si sarebbero stupite. In mezzo a tutta quella confusione tuttavia si poteva scorgere un fatto piuttosto bizzarro, anche se non così insolito a dirla tutta. Mentre infatti, all'inizio della riunione la gente nella sala sedeva in ordine sparso nei posti allestiti per l'occasione, senza particolari criteri nella distribuzione, quando poi la discussione aveva iniziato ad animarsi e le due posizioni antagoniste erano venute sempre più alla luce, invece, i presenti sembrarono iniziare a distribuirsi con un certo criterio sottesso e occulto, e laddove, fino a poco prima, un ragazzino sedeva accanto ad un'anziana signora, e un giovane uomo aveva alla sua sinistra il proprio padre e alla destra la propria madre, ecco che ora la maggior parte delle persone più giovani avevano occupato una parte della sala, mentre i più tra gli uomini e le donne in età maggiormente avanzata avevano preso posizione nella parte opposta. Ed ora da una parte all'altra volavano urla confuse e accuse reciproche, e l'ostilità si poteva tagliare a fette. Peccato però non fosse burro, pensò qualcuno che ancora non aveva digerito che si fosse accantonata la possibilità del bollito di pecora.
Alla fine comunque, dopo ore e ore di grida isteriche e di sguardi diffidenti lanciati da un'estremità all'altra della sala come si trattasse di dardi infuocati, o di palline di carta "insalivate" e lanciate con una cerbottana improvvisata da una penna Bic, la gente stanca uscì per andarsene finalmente a casa e non pensare per qualche ora alle pecore che infestavano la cittadina di Oibath, standosene lì ferme a belare e brucare come se niente fosse, nei pressi del campo coltivato. Uscendo i due schieramenti si mantennero però per qualche metro oltre la porta della sala e rimasero compatti ancora per qualche minuto, prima di squagliarsi e spargersi nella folla: qualcuno notò, però, che chi sosteneva che le pecore andassero cacciate, o bollite, quanto prima erano perlopiù adulti e anziani; mentre dall'altra parte tra quanti sostenevano che le pecore non dovessero essere allontanate da Oibath, poichè non davano fastidio a nessuno, c'erano perlopiù giovani e ragazzini. Una coincidenza, pensò un passante, piuttosto comune. Anche se non si diede la pena di farlo notare.

mercoledì 14 maggio 2014

Apertura ristorante più costoso del mondo a Ibiza

Se a qualcuno di voi è andata un pò meglio che a Renzi, che ieri ha trovato 20 euro per terra, e gli è capitato invece di rinvenire, per caso, circa 1500 euro dalla strada, allora, se non ha nulla di meglio da fare con quei soldi, potrebbe decidere di spenderli ad Ibiza.

Sicuramente pensare a Ibiza fa venire a tutti in mente l'isola del divertimento più sfrenato e trasgressivo, rispetto a qualche decennio fa ovviamente, d'Europa e tra le prime al mondo nel comparto dei locali notturni e delle discoteche, pure queste, esclusive. E invece in questo caso si deve abbandonare la visione stereotipata della più nota isola dell'arcipelago delle Baleari, ed è ciò che la stessa Ibiza intende fare con l'apertura del ristorante più caro del mondo.

Il ristorante, la cui inaugurazione è prevista per i primi di giugno, si chiamerà "SubliMotion", nome alquanto evocativo, che si propone di coniugare sostanzialmente tre cose: buon cibo, e ci mancherebbe dato il prezzo finale, l'arte e, ovviamente dati i tempi che corrono, la tecnologia. Il tutto, come anticipato, alla modica cifra di euro 1500 per circa venti portate. Lo chef sarà lo spagnolo Paco Roncero, premiato con due stelle Michelin.

Se vi sembra una follia, e in effetti pensandoci potrebbe anche sembrarlo, dovete però tenere presente che più che un pranzo, sarà "un'avventura gastro-sensoriale", in cui verranno stimolati tutti i sensi. Un pò come in una normalissima cena, verrebbe da pensare ad essere maliziosi. Ad ogni modo anche la sala, dove i clienti degusteranno la loro avventura, è del tutto inusuale, coperta da schermi, presenti anche sui tavoli. Il menù, a poche settimane dall'apertura, è ancora ovviamente top-secret. E sempre con malizia si potrebbe pensare che anche questo sia un bene. Tuttavia indiscrezioni confermano che sarà concepito all'insegna di immersività, multisensorialità e, come poteva mancare, molecolarità. Ma una carbonara, no?

martedì 6 maggio 2014

Le pecore di Oibath (parte 3)


Adesso, dopo circa una settimana, ma c'era anche chi giurava di più, gli abitanti della cittadina di Oibath iniziavano a domandarsi che cosa bolliva in pentola riguardo quelle pecore belanti e brucanti (a quanti chiedessero se ci sarebbe stato un pasto di bollito di pecora, si rispondeva in genere che si trattava unicamente di una espressione di uso comune e che, malauguratamente non c'era nulla di nulla che bollisse in pentola); e che cosa si sarebbe dovuto fare con esse. Facciamoci un bel bollito, visto che abbiamo una pentola sul fuoco. Era l'opinione più comune. Tuttavia altri, indubbiamente più accorti, facevano presente che fare un bollito con tutte quelle pecore si sarebbe alla fine rivelato uno spreco. Così l'opinione fu accantonata subito. O quasi, data l'ora di cena incombente. E dopo che si ebbero scartate altre suggestive ipotesi, tra cui quella di pitturare le pecore tutte di un colore diverso, idea suggerita da un bambino con una scatola di pennarelli nuova di zecca in mano, invero abbastanza simpatica e divertente ma forse non troppo per le pecorelle, si arrivò al delinearsi di due schieramenti sostanzialmente contrapposti. La prima delle due fazioni riteneva, senza se e anche senza ma, che le pecore andassero assolutamente allontanate dal campo coltivato nei pressi della cittadina di Oibath e il motivo è presto detto: pubblica incolumità. Sì, signore: pubblica incolumità. Le pecore belanti e brucanti, seppure quasi completamente immobili fino a quel momento, avrebbero potuto improvvisamente invadere l'arteria stradale che passava da lì vicino e lambiva i limiti del campo dove le pecore brucavano e belavano quasi senza sosta, ma invero senza mai dare fastidio, e causare un gravissimo e orribile incidente con tutto il corredo di morti, feriti e sciancati. A vita. Oppure, era l'altro punto focale della teoria secondo cui le pecore andavano cacciate poichè pericolose per l'incolumità pubblica (sì, signore: incolumità pubblica), gli stessi ovini avrebbero potuto peggio ancora nuocere direttamente a qualche individuo indifeso. Magari a qualche innocente bambino, data la vicinanza con la scuola elementare e quella materna (dove i bambini peraltro ammiravano stupefatti le pecore e qualcuno tra i più piccoli aveva preso ad imitare i simpatici animali brucando a sua volta l'erba del giardino e suscitando l'allarme delle maestre). E comunque il campo coltivato ai limiti della città, benchè non coltivato in quel particolare periodo dell'anno, era pur sempre di un brav'uomo che non meritava di vedere la sua proprietà espropriata da un gruppo di pecore (comuniste, insinuò qualcuno tra la folla). Sebbene in realtà il brav'uomo era un anziano omettino di età indefinita ma sicuramente inadeguata per il 90 per cento almeno dei giochi in scatola (per non parlare di quelli non in scatola, o videogames) di qualsiasi epoca. Il quale invero non coltivava il campo coltivato oramai da diversi anni. Ed infatti lì, proprio su quel terreno, che aveva continuato nonostante tutto a chiamarsi il campo coltivato nei pressi della cittadina di Oibath, c'era stato poco tempo prima un progetto di costruzione di un complesso di mastodontiche palazzine, tra cui anche le sedi di alcune banche e multinazionali. Soltanto che quel fatto, stranamente, nella discussione non saltò mai fuori. E se per caso stava per saltare fuori, ecco che allora qualcuno incredibilmente se ne accorgeva sempre, e stranamente proprio in quel momento era tutto un attacco di incombenti e ruvidi colpi di tosse, e starnuti violenti e tentativi di depistare il discorso con pretesti più o meno plausibili.