Con le mani che gli
tremavano per l'emozione, dunque, Michele avvicinò la chiave alla
fessura, lentamente, come se il tutto avvenisse al rallentatore,
anche se in realtà era lui che si muoveva in quella maniera,
volutamente, per dare maggiore effetto scenico alla situazione come
se ci fosse stato qualcuno a guardarlo. Il tempo sembrò dunque
essersi fermato e non passare mai, mentre Michele stava avvicinando
la chiave alla serratura, in maniera quasi impercettibile (ora un
eventuale pubblico avrebbe potuto iniziare ad annoiarsi per
l'eccessiva lentezza della scena), fino a che non la inserì dentro
per tutta la sua lunghezza e non la girò. Non successe nulla, con
grande stupore, e delusione, del buon ragazzo. La piccola porticina
della cassaforte non si aprì, nè fece alcuno scatto per segnalare
che un qualche ingranaggio al suo interno avesse reagito alla sua
azione. Si decise quindi, piuttosto interdetto, a fare retromarcia e
tornare indietro a mani vuote, come spesso accade nella vita
soprattutto quando le aspettative sono maggiormente alte. Quindi fece
dietrofront e si diresse verso l'uscita dello store. Soltanto che, si
ricordò improvvisamente, non poteva certo lasciare la chiave lì
infilata in bella vista. Così tornò indietro e afferrò la chiave
per tirarla fuori dalla fessura della piccola cassaforte.
Nell'istante esatto in cui ritirò fuori la chiave, la cassa si aprì
con uno scatto piuttosto netto: TAC! Il suo contenuto era reso
occulto dalla poca luce che filtrava fino a lì, ed in realtà
Michele faticava perfino a capire se c'era effettivamente qualcosa lì
dentro. Avrebbe dovuto infirlarvici le mani e tastare per tutta la
sua lunghezza, larghezza e profondità, col rischio, certamente, di
incorrere, procedendo così alla cieca a tastoni, in una qualche
trappola come ad esempio un serpente a sonagli celato nella
cassaforte, che avrebbe sicuramente potuto, e dovuto in base al suo
istinto animale, morderlo senza pietà, procurandogli dapprima un
grandissimo male, e poi, fortunatamente, la morte. Tuttavia a
Michele, per il momento, non andava di morire. Come il povero Hanson,
pensò. Lo tirò nuovamente fuori dalla tasca della calzamaglia
(quella senza tasche) e lo osservò, provando a chiamarlo con voce tenue: niente,
era morto. Povero Hanson. Lo rimise nella tasca, e finalmente sembrò
rendersi conto che la sua calzamaglia non aveva tasche, ma cacciò
immediatamente via quel brutto e fastidioso pensiero. Era il momento
di agire, finalmente. Inizò a tastare con la mano aperta, per
coprire l'area più grande possibile, l'intera cassaforte, sperando
certamente di non incontrare nessun serpente a sonagli. Tuttavia non
gli parve di sentirne il tipico suono. Tastava e ritastava il nostro
Michele e trovò: il tabellone di Risiko (ecco spiegato il mistero
del carroarmato trovato poco prima), fogli e fogliacci senza alcuna
utile informazione, il sacro Graal, una trappola per serpenti a sonagli (quindi ora fu più sicuro dell'assenza di pericolo di incorrere in quel tipo di bestia), una mappa del tesoro aggiornata
all'inflazione attuale, e null'altro d'importante. Anzi sì, qualcos'altro
c'era. Era uno scontrino di un famoso ipermercato, di cui per ovvie
ragioni non farò il nome (le ovvie ragioni sono che non mi hanno
pagato abbastanza per fare il loro nome, quindi che si fottano. Anzi,
non andate a ...., non ci andate mai. Ecco, mi sono preso la mia
rivincità, possiamo andare avanti). Nulla di importante, pensò
Michele affranto e scoraggiato. Si passò un attimo lo scontrino da
una mano all'altra, prima di accartocciarlo per buttarlo via e darlo
alle fiamme. Tirò quindi fuori l'accendino e lo accese. Avvicinò la
fiamma danzante al foglietto, ma si fermò di scatto quando si
accorse, per caso, che dietro, in un angolino c'era scritto qualcosa,
un piccolo appunto. Avvicinò lo scontrino agli occhi e lesse, lesse
attentamente. Dopo che ebbe letto, ovviamente, non poteva credere ai
propri occhi e si rese conto che le gambe gli tremavano per la paura.
O per meglio dire per il terrore più grande che avesse mai provato.
Adesso voleva solamente sparire via di lì. Così si girò su se
stesso e iniziò a correre verso l'uscita dello store, quando a pochi
passi dalla salvezza un corpicino esile e grazioso gli si parò
davanti, urlando:"fermo!". E nonostante fosse molto più
grande e robusto di quell'esile corpicino, il buon Michele si arrestò
all'istante, sia per l'autorità di quel comando, che per il fatto di
avere riconosciuto in quel piccolo corpicino quello della sua amata:
l'odiata pearina Gianna. Sono nei guai, pensò subito Michele, che
maledisse i suoi compagni idioti che non erano nemmeno in grado di
fare la guardia per pochi minuti. Sentì le loro risate, mentre
guardavano un video su Youtube, dal proprio smart phone, ovviamente,
provenire da fuori e li maledisse anche di più. Loro e i loro
cellulari del cazzo, pensò. Anche se poi se ne pentì subito. Sono
spacciato, pensò. E fece per arrendersi alla sua acerrima nemica.
"Ecco, arrestami pure": le disse avvicinando verso lei i
suoi polsi. Lei prese i polsi, e lo guardò negli occhi fisso.
Michele si dimenticò perfino il suo nome in quel frangente. Chiusero
gli occhi e i loro corpi si avvicinarono, fino a che le loro labbra
non si toccarono: a quel punto a Michele parve di sognare e di essere
in paradiso. Di sognare in paradiso, perciò. Fu un brusco risveglio
quando sentì l'allarme suonare, riaprì gli occhi e vide che la
bella Gianna lo aveva attivato, mentre lui, assorto nella passione,
la baciava con gli occhi chiusi, e che un paio di loschi personaggi
gli si erano avvicinati accerchiandolo. Era in trappola, lo avevano
fottuto alla grande. Pensò il solitamente composto Michele.
"Portatelo via": fu l'ultima cosa che sentì Michele, dalla
sua Gianna, la traditrice Gianna, prima che lo portassero via
incappucciato. Era fottuto, ma a Michele adesso non importava nulla
di tutta quella faccenda. Perchè era triste. Innamorato e triste. E
non poteva farci niente.
venerdì 30 maggio 2014
mercoledì 28 maggio 2014
Smart phones war (parte XVII)
Quando notò il
piccolo oggetto scintillante nello store della Pear, Michele si chinò
subito a raccoglierlo e, immediatamente dopo, si spostò in una zona
un pò più illuminata del locale per esaminare meglio ciò di cui si
trattasse. Il riconoscimento non richiese troppo tempo, essendo il
nostro giovane un ragazzo piuttosto sveglio. Anche se, per carità, nulla di eccezionale. Tuttavia se la cavava, e infatti si rese
immediatamente conto che ciò che stringeva tra le dita, e che
adesso esaminava in controluce aiutato dal lieve bagliore lunare che
entrava da fuori, era una pura e semplice chiave. Una chiave
classica, con tanto di dentini seghettati e di un foro alla sua base
pensato per attaccarla ad un eventuale portachiavi. In effetti però,
come ebbe modo di pensare Michele, a quei tempi non esistevano poi
così tante chiavi, specie di quelle classiche con tanto di dentini
seghettati e pratico foro alla base, nel mondo moderno, poichè la
gran parte delle chiavi erano state abolite in favore di chiavette,
denominate USB. Oppure, prima ancora, in favore di codici
alfanumerici da 1600 cifre miste a lettere (gli ultimi due 0 erano
dovuti ad un errore di impostazione del sistema informatico. Anzi, a
due errori), che però le persone spesso omettevano di segnare da
qualche parte e raramente si ricordavano per intero. Spesso proprio
per quell'ultima fatale cifra o lettera. Allora è ovvio, e non serve
che ve lo dica, ma io come sapete ve lo dirò lo stesso, che la gente
a quei tempi fosse un tantino stressata per quella situazione della
combinazione elettronica da 1600 cifre miste a lettere. Pensate che
frustrante, d'altra parte, possa essere non riuscire ad aprire la
porta di casa, ad esempio, per un numero, dopo averne ricordati ben altri 1599 tra lettere e numeri. Certo, a
quel punto si poteva andare per esclusione su dieci possibilità.
Peccato che in base al sistema di sicurezza, che come vedrete, per
molteplici ragioni, non era stato pensato in maniera impeccabile, si
avevano a disposizione solo nove tentativi per indovinare
quell'ultima cifra. E ovviamente non servirà nemmeno riferire che il
più delle volte il numero giusto da inserire, per la classica e intramontabile ironia della sorte, era quello del decimo,
e oramai tardivo, tentativo. Per non parlare del caso in cui l'ultimo
dato da inserire fosse una lettera dell'alfabeto. Perciò, per
ovviare all'inconveniente, e permettere alle persone di aprire e
chiudere le porte, che del resto è un'occupazione piuttosto tipica e
tradizionale del genere umano(meno degli altri animali), si pensò ad
un'altra soluzione, che però in breve si rivelò una cura ben
peggiore del male. Come è possibile direte voi. Beh, dovete sapere
che molti medicinali hanno pesanti controindicazioni, che potrebbero inficiare l'organismo anche più di quanto non faccia il virus.
Quindi, l'idea di sostituire il sistema a password con delle
chiavette USB si dimostrò, senza dubbio, un modo semplice e veloce
di aprire le porte senza intoppi. D'altra parte, però non si era
pensato al fatto di creare chiavi diverse per serrature diverse. E
siccome invece esistevano solo 4 tipi di USB(sì, più di oggi. Vi
brucia il culo,eh? Pensò Michele, e non io), il tipo 2.0, quello
3.0, la variante : e, infine, la più consona e logica 3.quasi
4(stiamo lavorando per voi), in pratica chiunque poteva aprire le
serrature di tutti, o quasi. E anche chiuderle, eventualmente. Solo
che il primo trend andava più del secondo, per qualche strano
motivo. Perciò il nostro amico Michele era invero piuttosto
spiazzato da quel ritrovamento. Che ci faceva quella chiave lì? Chi
la aveva nascosta in quel luogo? Perchè? E soprattutto: che cosa apriva, ed
eventualmente, chiudeva. Michele si guardò attorno nell' oscurità a
cui comunque si era oramai del tutto abituato, o quasi, sentendosi
simile ad un felino che si muove agile nella notte. E come un felino
che si muove agile nella notte, si sentì abbastanza confindente con
se stesso da spiccare un balzo da una parte all'altra dello store.
Soltanto che, poichè non era un felino, e difficilmente lo sarebbe
diventato nel giro di breve, andò clamorosamente a sbattere contro
una vetrinetta che andò in frantumi. Per pura fortuna, che ogni
tanto ci vuole pure, altrimenti...eh. Comunque dicevamo, anzi dicevo,
per pura fortuna l'allarme non scattò. Che fortuna, pensò Michele,
che non si chiese nemmeno perchè l'antifurto non avesse suonato(del
resto non aveva suonato nemmeno quando avevano sfondato la vetrina
per entrare). Perchè farsi troppe domande del resto, quando le cose
vanno bene? Già..perchè? Ad ogni modo Michele, osservando l'ingente
danno causato, si accorse di un doppio fondo nella vetrinetta, che
nascondeva un pannello che a sua volta nascondeva una piccola
cassaforte, la quale si apriva tramite una chiave. Una di
quelle classiche: con i dentini seghettati e il foro alla sua base.
Michele improvvisamente sembrò ricordarsi che stringeva qualcosa tra
le dita di una mano. Controllò per verificare cosa fosse. Era una
chiave. Del tipo classico: con i dentini seghettati e il foro alla
sua base.
martedì 27 maggio 2014
Incipit ( tre)
I brutti sogni erano cominciati per
caso e all'improvviso, in una notte d'estate in cui una curiosa brezza
soffiava da qualche posto molto lontano e assolutamente sconosciuto, dove a lui però sembrava in qualche modo e in qualche tempo di
essere già stato. E così nell'alito di quel vento gli pareva di
sentire odori già provati e sensazioni già vissute. Tuttavia, lui
lo sapeva bene, questa era solo una delle tante illusioni che la vita
si inventa per riempire gli inevitabili spazi di vuoto che ognuno di
noi colleziona nel corso della propria esistenza e che equivalgono a
momenti sprecati, a volte deliberatamente, attimi di morte mentre ancora si respira e si è in vita.
Quella sera era andato a letto piuttosto inquieto anche se non capiva
bene per quale motivo. Solamente avvertiva una sorta di tremito e di
agitazione lungo tutto il corpo, simile a una scossa elettrica, ma priva di energia, come se stesse scorrendo nel suo
sangue, dentro le sue vene e le sue arterie, bruciando un pò di più
quando passava dal cuore. Ci aveva messo del tempo ad addormentarsi,
perchè non riusciva a smettere di pensare a ricordi confusi e
lontani, ricordi quasi simili a nebulose consumate, una nebbia che
avvolgeva la mente lasciando solo intravedere lievi barlumi in
direzioni sconosciute e comunque non raggiungibili. Lo sforzo di fare
chiarezza in certi momenti diventa tanto lancinante che la testa
comincia a fare male e anzichè riordinare i nostri pensieri e le
sensazioni, tutto diventa solo più indistinto come un'amalgama unica
senza contorni precisi e definiti cui agganciarsi. Una massa inestricabile di
dolore e senso di smarrimento. Alla fine non si può fare altro che
chiudere gli occhi e lasciarsi sopraffare dal desiderio di morire.
Anche se solo per poche ore, prima che la luce del giorno ci riporti
alla realtà, anche se a nessun tipo di consolazione. Senza che questo tuttavia possa apportare un solo
effetto positivo. Anzi, spesso invece è il contrario. Fu questo il
suo ultimo pensiero prima di chiudere gli occhi, girarsi nel letto,
assumere la sua posizione preferita e lasciarsi schiacciare dal peso
della vita. Iniziò tutto in maniera inaspettata: all'improvviso nel
cuore della notte si dovette alzare per andare al bagno e pisciare.
Raramente gli capitava di svegliarsi la notte, ma se capitava di
solito non riusciva più a riprendere sonno. Il più delle volte
quindi andava a farsi un giro. Quella volta non fece eccezione. Si
infilò i calzoni, mise le scarpe e indossò una maglietta leggera.
Poi uscì di casa. Il giro che faceva lo aveva oramai ben inciso in
mente, perchè era sempre lo stesso da quando aveva abitato lì. Lo
percorreva quasi automaticamente, come sospinto da qualcosa o da
qualcuno che in realtà ovviamente non c'era. Era solo come sempre o
quasi. E quando non lo era, erano più le volte in cui avrebbe
desiderato esserlo che quelle in cui era contento di essere in
compagnia. Avrebbe perciò, come sempre, concluso la sua piccola
passeggiata, spuntando dal solito angolo e, una volta svoltato,
avrebbe preso il lungo viale che conduceva alla sua abitazione.
Sempre deserto a quell'ora di notte, se si esclude la presenza di
qualche raro, e forse nemmeno reale, essere umano. Avrebbe dovuto
toccarli per sapere se esistevano davvero o se non erano solo
fantasmi. Ma del resto, pensava, questa è una certezza che non si
può possedere nemmeno su noi stessi. Stranamente quella notte però
si perse e si ritrovò in una zona che non conosceva, nei pressi di
un piccolo vicolo buio, stretto e freddo che non gli pareva di avere
mai percorso nè notato in precedenza. Per qualche altro assurdo
motivo gli venne infine in mente che avrebbe potuto tagliare da lì
per ritornare a casa più presto. Adesso stranamente iniziava ad
essere agitato per il fatto di non essere in casa. Si sorprese della
cosa, ma cercò di mantenere freddo il suo sangue. Missione
evidentemente fallita sul nascere dato che toccandosi la fronte si
rese conto che scottava. Scottava come se la sua temperatura fosse stata di
qualche migliaio di gradi. Perciò tolse la mano per evitare di
ustionarsi. Ma come ebbe modo di constatare era troppo tardi. Senza
accorgersene era ora entrato in quel vicolo misterioso e intorno a sè
non vedeva altro che buio e spaventose immagini che però non
esistevano e che scomparivano con la stessa velocità con cui
apparivano. Poi all'improvviso si mise a correre senza una ragione,
sperando di uscire da lì il prima possibile e di lasciarsi dietro
quegli orribili mostri che però non erano nemmeno reali. Come se
questo particolare però avesse in quel momento, e avesse mai avuto, una qualche minima
importanza. Fu proprio mentre correva, ed era quasi arrivato alla
fine di quello strano antro scuro, che un uomo senza occhi gli si parò davanti, estrasse un coltello e, senza dire nulla e senza nemmeno respirare e senza che il cuore gli battesse, glielo piantò
con un colpo secco nel petto. Prima di morire ebbe modo di osservare
come la lama fosse ben piantata e come l'arma stesse perfettamente in
equilibrio spuntando fuori dal suo sterno. Quando si svegliò nel suo
letto era immobile, incapace di respirare e madido di sudore. Nel momento in cui si riprese un attimo, e si rese conto che aveva solo sognato, si guardò
il petto, per esserne sicuro, e vide che non c'era alcun segno di
pugnalata. Tutto a posto, tutto normale. A parte l'inspiegabile fiatone, che di solito segue una lunga, disperata e impossibile fuga.
sabato 24 maggio 2014
Avvistato esemplare di Borghezio davanti una elementare romana. Cacciato via dei genitori. Purtroppo non a calci nel culo.
Certamente andare a scuola è una occupazione non gradita a gran parte degli alunni di tutto il mondo e di tutti i tempi. Questa è una verità assodata, e per quanto non edificante, và detta per onore di chiarezza e di realtà. Ma fin qui non c'è nulla di male, perciò ragazzi non vi preoccupate. E sicuramente anche per moltissime mamme accompagnare ogni giorno i figli a scuola non deve essere la più piacevole delle incombenze, magari tra un impegno e un altro, tra una commissione inderogabile e l'altra, o magari prima di correre al lavoro. Per questo motivo l'ambiente scolastico dove gli alunni si recheranno accompagnati dalle proprie madri, e talvolta dai propri padri, piuttosto che dai nonni, dovrebbe essere uno tranquillo, sereno e soprattutto senza fastidiose e inquietanti presenze che si annidino nei suoi pressi.
E invece pensate che duro colpo di prima mattina, in una normale giornata di scuola, per i piccoli alunni di una scuola romana, l'elementare Carlo Pisacane, di Torpignatara, e per i loro genitori, che molto probabilmente erano attesi chi da una giornata di lavoro chi da altre incombenze tipiche di un genitore, deve essere stato trovare davanti l'ingresso dell'istituto un esemplare vivo di Borghezio urlante con tanto di megafono. Decisamente cose che possono rovinare completamente una giornata, questo è abbastanza sicuro, ma che anche possono avere conseguenze anche più durature e pericolose, potendo influenzare pesantemente una vita intera, specie per dei poveri bambini in tenera età, di cui possiamo solo immaginare lo shock nel momento in cui l'orribile entità gli si sia parata, con la sua incommensurabile bruttezza, davanti. Certo, ci sono molti documentari sul mondo animale e alcuni che mostrano creature oggettivamente orribili. Ma se ai canoni estetici, per noi esseri umani non esattamente dei migliori, aggiungiamo un cervello che purtroppo in questa creatura non è affatto riuscito a svilupparsi, trasformandosi invece in una sorta di enorme neo interno che preme continuamente contro la calotta del povero Borghezio, provocando il tipico comportamento di questa bestia che attrae e al tempo stesso disgusta, più disgusta, gli scienziati di tutto il mondo, allora ecco che nessun documentario potrebbe rendere mai giustizia alle vette, ribaltate, di ignoranza che contraddistinguono un Borghezio.
Lo strano esemplare di essere umano, nessuno si offenda anche se ne avete tutti motivo, tuttavia, era lì per un motivo e non perchè sfuggito da un laboratorio di sperimentazioni. Quale motivo? Sarà presto detto, purtroppo. Il non meglio definibile Borghezio, candidato della Lega all'Europarlamento, si immagina come addetto alle pulizie, si spera più che altro, si trovava davanti la scuola Pisacane, una delle più multiculturali d'Italia, proprio per protestare contro la presenza di tanti alunni stranieri e chiedere la liberazione di Roma da questi ultimi, ovviamente per mezzo dello stop all'immigrazione. Quindi Borghezio, in poche parole, stava combattendo la sua santa crociata, del cazzo se mi permettete, contro dei pericolosissimi, cattivissimi bambini delle scuole elementari. Vi consiglio magari di rileggere la frase e di rifletterci un secondo sopra, prima di vomitare pensando a certi loschi figuri, a cui purtroppo ancora la scienza, nonostante i continui sforzi, non è riuscita a trovare una cura. O perlomeno un pesticida, un funghicida che funzioni. Anche perchè l'urgenza è abbastanza evidente. La storia ha però in questo caso un lieto fine, poichè infatti, la pericolosa creatura è stata allontanata dai genitori stessi degli alunni, senza l'intervento delle autorità veterinarie, che lo hanno definito stranamente anche un razzista e che gli hanno anche chiarito, come se potesse capire qualcosa, che l'Italia, quella vera e non quella dei bifolchi come Borghezio, non riconosce un certo tipo di personaggi. E se li riconosce, li caccia via come merita. Anzi no, perchè non mi risulta che sia stato allontanato a calci nel culo (che del resto in questo organismo è molto difficile da distinguere dal resto e soprattutto dal volto). Ma del resto oggi l'animalismo (prego tutti gli animali che stanno leggendo questo pezzo di non arrabbiarsi anche se ne avrebbero tutte le ragioni del mondo) va molto. Perciò a Borghezio per questa volta ha detto anche bene. Speriamo non sia sempre così però.
La mia amica talpa
Una mia amica talpa un
giorno mi chiese se volevo andare a vivere con lei sottoterra.
Eravamo, me lo ricordo come se fosse oggi, davanti la sua bella tana
di ritorno da una piacevole passeggiata in cui avevamo discusso un pò
di tutto, e ben oltre il più e il meno, dopo diverso tempo che non
ci incontravamo. Ci eravamo visti casualmente dacchè io ero in
campagna impegnato in un pic-nic solitario. Stavo appunto per mettere
via tutto e andarmene, quando mi accorsi della mia amica talpa che mi
osservava. Perlomeno muoveva il suo musino per odorare l'aria in
tutte le direzioni, ed esplorare così ciò che le stava intorno,
mentre utilizzava anche i suoi simpatici baffetti per ricevere indicazioni
a livello chimico. Non ci mise molto a riconoscermi e mi salutò con
grande vivacità. Poi la vidi che usciva dalla tana e lentamente,
quasi strisciando,mi raggiunse, sorridendomi quando mi fu vicina.
Devo ammettere che non la riconobbi immediatamente, ma quando la
guardai meglio non ebbi esitazioni: la salutai con allegria e
piacere, poi ci abbracciammo anche. Iniziammo a camminare per il
sentiero soleggiato ma ampiamente rinfrescato dagli alberi ai suoi
bordi. Mi offrì una sigaretta. L'accettai. Mi raccontò della sua
vita attuale, di come si era sposato e poi aveva divorziato dopo
qualche anno, quando, come spesso accade, semplicemente il sentimento
si era spento da sè, come la fiamma di una candela che a un certo
punto smette di ardere e poi viene soffocata da un impercettibile alito
di vento. Dissi che mi spiaceva molto ed infatti era così, ma la mia
amica talpa che aveva sempre avuto un gran carattere mi disse che
andava bene così, che non si sentiva più solo di quanto non fosse
sempre stato e che almeno ora aveva più tempo per se stesso: stava
progettando di iniziare un giro del mondo, mi confidò. "Sotterraneo
o in superficie?", le domandai. "Un pò e un pò": mi
rispose lei che evidentemente aveva già avuto modo di pensarci.
Mi chiese, dopo qualche
tempo in cui parlammo di argomenti vari, come andava invece la mia di
vita. Stetti un pò in silenzio a pensarci, cercando di trovare una
risposta che fosse reale e non solo una di mera circostanza come
accade sempre in questi casi. Mi sentii per un attimo paralizzato
dalla paura e svuotato dall'interno, poi recuperai le forze e risposi
semplicemente la verità, dopo averci pensato accuratamente e avere
compreso ciò che era reale e ciò che non lo era affatto. "Non
lo so", risposi dunque. La mia amica talpa capì che non stavo
mentendo e non volevo soltanto sembrare più intrigante con la mia
risposta. Probabilmente la maggior parte delle persone e delle talpe
si sarebbero spaventate sentendo la mia insolita risposta a una
domanda, il più delle volte, di circostanza . La mia amica talpa non lo
fece. Anche perchè quella non era una domanda di circostanza, e
perciò la mia non poteva, allo stesso modo, essere una risposta di
circostanza. Così mi guardò, o perlomeno ci provò, con sincerità
e affetto e mi disse che lo avrei capito prima o poi e che in fin dei
conti non c'era alcuna fretta. Io allora le feci notare, forse
leggermente risentito e irritato per quella sua affermazione, benchè
non ce ne fosse il minimo motivo per esserlo (ma questo ha mai avuto
importanza?), che il tempo tuttavia passa inesorabile e mai, o quasi,
si ferma. Tuttavia la sua risposta pronta e saggia mi fece sentire
come uno stupido: mi rivelò infatti che sì, il tempo passa
indubbiamente. Ma che alla fine non va proprio da nessuna parte e
rimane sempre lì intorno, a portata di mano. Perciò non avrei mai dovuto preoccuparmi.
"Se un animale lento e quasi cieco come me, riesce a stare
dietro al tempo che passa e corre, come pretendi tu, con le gambe
veloci e la vista acuta, di lasciarlo scappare?". Mi fece
riflettere come al solito la mia amica talpa. Non c'era proprio che
dire, era una ottima talpa. Così terminammo il nostro giro che il
sole era quasi al tramonto e stava salutando la terra, gli alberi e
gli animali con i suoi ultimi raggi di un rosso che poteva sembrare
sangue ma che non poteva fare paura.
La mia amica talpa si infilò dentro la sua bella tana, tenendo il
muso all'infuori ed io mi chinai per esserle più vicino. Ci
abbracciamo e giurammo che ci saremmo visti più spesso da quel
giorno in poi. Mi fece anche presente che la vita di una talpa non è
lunga come quella di un umano, e lì per la prima volta notai che i
suoi baffi avevano cominciato ad imbianchirsi. Ebbi timore e sentii
un grande sconforto per un attimo. Ma di nuovo un suo sorriso calmò
il mio animo. "Mi spiace che tu debba andare via", le dissi allora. Così me lo domandò, all'improvviso, come se ci stesse
pensando da tempo ma solo ora potesse chiedermelo: "vorresti
venire a vivere nella mia tana?". Ci pensai un attimo, poichè
bisogna sempre pensarci sù, almeno un attimo, ma mai di più, e
risposi che sì, volevo andare a vivere con lei nella sua tana.
Stetti lì per qualche giorno, o forse anche molto di più, in cui la mia amica talpa mi ascoltò,
rispose alle mie domande e me ne pose di sue alle quali però io non
sapevo, ne saprei ancora oggi, rispondere. Poi una sera ci salutammo,
dopo avere discorso come al solito della vita e di altro, prima di
andare a dormire con la promessa che ci saremmo rivisti la mattina
dopo, e che saremmo andati giù al lago, perchè ora la stagione
stava iniziando a diventare ottimale e non c'era ancora quel
fastidioso pienone che c'è in estate. Così le dissi buonanotte, e
lei mi rispose buonanotte. Io le dissi a domani, e lei già dormiva.
La mattina dopo mi svegliai e andai per destare anche lei, la
dormigliona, che ancora dormiva beata supina. Purtroppo per quanto
quella mattina la chiamai, lei non si risvegliò mai più. Guardai i
suoi baffetti bianchi e incanutiti, poi solo una lacrima cadde dai
miei occhi sopra il suo corpicino. Osservai allora il suo musino e mi
sembrò stesse sorridendo. La seppellii lì sotto, nella sua tana,
dove era vissuta allegramente per tutta la vita. Poi la salutai per
l'ultima volta, e la ringraziai di tutto e per essere stata mia
amica, ed uscii dalla tana sottoterra, per non farvi ritorno mai più,
e pronto finalmente per il mio posto nel mondo.
venerdì 23 maggio 2014
Dentro l'armadio (IV)
Il signor Phillips nella
vita ne aveva viste oggettivamente tante. Non poche. Aveva girato il
mondo, tanto per cominciare: era stato su quattro dei sei continenti,
ed uno dei suoi progetti di vita era di fare l'en plein. Quindi sei
su sei, come spiegava pazientemente a tutti i suoi amici che non
sapevano con precisione cosa quella espressione significasse
esattamente. Lui, invece, il signor Phillips, che da qui in avanti
potremmo anche chiamare signor P. (perchè no? Del resto decido io),
sapeva un sacco di cose. Ecco. Un'altra cosa: sapeva obiettivamente
un enorme numero di fatti. E come aveva appreso tutto ciò? Con
pensanti e faticosi studi? Beh un pò, ma non solo. Leggendo
tantissimi libri? Certamente questo aiuta, come tutti sanno. Ma no,
nemmeno grazie a questo. Ma con l'esperienza, signori e signori.
Ovvero col fare le cose, col praticarle, col non tirarsi indietro
dinnanzi a nulla. Se non a certi sabato pomeriggio di shopping
selvaggio con l'amata consorte, che aveva invece imparato, tra le
poche cose della vita, ad evitare con incommensurabile mestiere e
agilità. Anche questo comunque merito dell'esperienza. Quindi
nessuno al mondo avrebbe mai potuto definire il signor Philipps, o
signor P., uno sprovveduto, un ingenuo o un naive (vedete quante
parole conosce il nostro signor P.?). Beh, direi che non c'è altro
da aggiungere. Perciò tutti, e quando dico tutti intendo davvero
dire tutti, che altrimenti avrei usato un'altra parola che, non certo
ai livelli del signor P., ma ne conosco anche io un certo numero,
avrebbero definito, e in effetti lo facevano, il brav'uomo come una
persona estremamente colta, raffinata e sicuramente esperto del mondo
e de le umane genti. Perciò potete ben immaginare il suo stupore nel
momento in cui dalle ante dell'armadio, che si erano peraltro aperte
da sè, altro fatto piuttosto inusuale anche per un uomo della sua
caratura, era uscito d'improvviso, spaventatissimo e in affanno
totale, nientemeno che un bifolco in piena regola. Ora, quale armadio
ospitasse al suo interno, e chissà dove, campagnoli che poi ne
uscivano senza preavviso, il signor Phillips non lo sapeva. O meglio
da quel momento lo avrebbe saputo. Da quello misterioso che aveva in
casa. Tuttavia continuava a non capirne l'utilità. Di certo comunque
tutto ciò avrebbe senz'altro stupito qualunque sprovveduto, data la
sua difficile prevedibilità. Ma pensate per una persona come il
signor P., abituato alla fantasia per la sua professione e a avvezzo
a qualunque circostanza per la sua enorme esperienza di vita vissuta
che negli anni aveva accumulato, cosa quella subitanea apparizione
poteva essere. Avrebbe certamente infatti potuto concepire qualcosa
di simile. Tipo che dall'armadio uscisse un ragno, ma anche un
oppossum o perfino uno scheletro. Ma di certo, non che vi uscisse un
bifolco. Anche se, data la zona geografica dove la nuova abitazione
era ubicata, a pensarci bene, quel particolare non poteva nemmeno
essere definito incredibile. E il signor Phillips, naturalmente,
grazie al suo imponente bagaglio di esperienza e conoscenza, lo
sapeva bene. Fu dunque per a parlare per primo dinnanzi allo spaesato
villano che adesso si guardava attorno per la stanza con aria anche
più inebetita del normale, e lo faceva da destra a sinistra e poi
ancora da sinistra a destra, con una lentezza quasi irreale. Era
evidente che l'unica cosa che riconoscesse della stanza era
l'imponente armadio, dal quale però sembrava essere all'incirca
terrorizzato a morte. Così il signor Phillips si schiarì un attimo
la gola, certo anche per riprendersi dall'emozione, che, seppur uomo
abituato a tante cose e strane, il signor P. non era certo un robot
privo di sentimenti e di sensazioni, prima di domandare allo
sconosciuto uscito dall'armadio, chi fosse e da dove venisse. Il
bifolco, che tra l'altro, notò il signor Phillips, vestiva proprio
da tale e con abiti tanto consunti da risultare più simili a
stracci, non rispose. Rimase lì a fissare il signor P. in un modo
che metteva quest'ultimo a disagio e poi continuava a guardarsi
attorno, come se provenisse da un altro pianeta sconosciuto e
lontanissimo.
Il signor Phillips,
comunque, armato di pazienza infinita e desideroso ad ogni modo di
comprendere chi fosse colui che appariva a casa sua così di
soppiatto senza nemmeno avvisare prima, ci riprovò e dopo avere
tentato di assumere un atteggiamento più sicuro, per convincere
l'estraneo a confidarsi con lui, gli domandò con voce molto
amichevole, forse troppo pensò poi:" posso esserle utile, caro
amico sconosciuto?"
Il villano allora sembrò
improvvisamente ridestarsi e con voce rauca e bassa chiese:" la
ragazza, sir..dove si è cacciata la ragazza?"
Il signor Phillips però
non aveva visto nessun'altra ragazza in quella casa, se non sua
moglie che però tecnicamente erano diversi anni, per non dire di
più, che non poteva più essere definita tale.
"Intende mia
moglie?": chiese comunque il signor P.
"Insomma.. la figlia
dei Carlson..la strega. Sa dirmi dove si è cacciata, sir? Deve pur
essere qui da qualche parte".
Quando udì la parola
strega, però, al nostro signor Phillips, venne un pò malignamente
in mondo che davvero si riferisse alla moglie. Rise tra sè e sè,
scusandosi mentalmente con l'amata per quella innocente battuta, ma
comunque chiese al villano se non parlasse di sua moglie.
"No, non parlo della
sua signora, sir..la strega che cerchiamo noi è, ovviamente,
zitella".
Così il signor P. era
sempre più convinto che si parlasse di sua moglie, e rise di nuovo
tra sè per quell'altra battuta innocente. Poi pensò che forse era
la cognata, in effetti zitella, quella di cui si stesse parlando. La
sorella della moglie viveva nella cittadina accanto, tra l'altro.
Dunque gli venne in mente
di tirare un bello scherzetto a quello scocciatore apparso
all'improvviso dentro il suo armadio: mandarlo dalla cognata zitella.
Sicuramente dopo gli passerà la voglia di importunare le streghe
quando ne incontrerà una in piena regola, questo pazzoide che si
nasconde negli armadi della brava gente, pensò. Perciò finse di
rifletterci sù, mentre il villano lo guardava pulendosi le orecchie
con l'unghia dell'indice destro con invero estrema perizia (poco dopo
passò alle narici. Entrambe e sempre con maestria invidiabile), e
all'improvviso esclamò:"ah, la strega certo. Perchè non lo ha
detto subito, mio caro amico? Si trova a Winston ora, tra la 14esima
e la Main road". Poi lo accompagnò alla finestra e lo fece
sporgere assieme a lui:"allora, guardi, mi segua: vede quella
strada? Sì, bene: la prenda e...". E diede tutte le indicazioni
necessarie per raggiungere la casa della cognata zitella. Ci sarà da
divertirsi, ma non per lui pensò, quando l'uomo era finalmente
partito alla volta indicatagli, così per burla. Quel burbero inoltre
era uscito senza salutare e accennando appena a un ringraziamento
doveroso, in tutta fretta e urlando ogni tipo di improperi verso la
strega. Dunque per un attimo, il signor P. pensò che forse non
aveva fatto troppo bene a indirizzarla dalla sorella della moglie.
Soprattutto per lui, pensò di nuovo il signor Phillips. Comunque
oramai quello che era fatto era fatto e perciò sbuffando si strinse
nelle spalle, si sistemò gli occhiali sul naso, ripensò un attimo
all'accaduto, ma non troppo essendo uomo di mondo abituato a tutto o
quasi (un'apparizione inspiegabile da un armadio non poteva fargli nè
caldo e nè freddo. E lo aveva appena dimostrato), e richiuse le ante
dell'armadio. Tornò quindi alla sua scrivania e alla sua sedia dove
si riaccomodò, pronto per riprendere a leggere e correggere e poi
rileggere ed eventualmente correggere di nuovo. Di punto in bianco
però si udì un tonfo secco e sordo provenire dall'armadio, poi un
altro anche più secco e sordo e di nuovo le ante dell'armadio, da
sole, si spalancarono con potenza inaudita. Una bella ragazza,
giovane e avvenente, ne uscì esitante e titubante, dopo qualche
secondo, con gli occhi grandi e marroni spaventati ma comunque
splendenti e brillanti come il mare colpito dai raggi del sole. Il
signor Phillips la vide e senza pensarci due volte svenne. Perchè
sì, una apparizione inspiegabile da un armadio non poteva fargli nè
caldo nè freddo. Ma due, e lo stesso giorno poi, a così breve
distanza poi, non potevano che mettere emotivamente al tappeto anche
un uomo di mondo e di tale indiscutibile esperienza come il signor
Phillips.
Incipit ( due)
La via in cui stava camminando non la aveva percorsa in precedenza: mai. Eppure abitava in città da oramai
qualche anno e conosceva quella zona piuttosto bene poichè era
quella dove si recava solitamente la sera se aveva voglia di uscire
un pò da casa e andare a distrarsi in mezzo ad altri sconosciuti che
in qualche modo, anche se non capiva bene come, avrebbero dovuto
alleviare la sua solitudine. Quella sera aveva passeggiato per una
buona mezz'oretta tra coppiette innamorate e assorte nella loro
illusione, tra comitive di amici che facevano chiasso e guardavano al
futuro con ottimismo. Gli ricordavano come era lui, e come di certo
non avrebbe voluto più essere. Aveva anche bevuto qualche birra e
fatto quattro chiacchiere con una donna, più o meno sua coetanea, al
bancone del pub, ma aveva finito per trovarla non abbastanza
stimolante. Del resto la donna non avrebbe dovuto restarci male: la trovava infatti tanto poco interessante quanto la maggior
parte delle cose che lo circondavano. Alla fine decise di tornare a
casa, l'unico posto dove potesse essere in santa pace disgustato da
tutti e tutto. Non sapeva nemmeno da dove derivava questo sentimento,
ma sentiva abbastanza chiaramente che c'era e col tempo aveva
imparato che reprimerlo non era una cosa buona. Stava sempre male
quando provava a farlo. Un male da impazzire. Mentre si incamminava
verso casa con la testa leggermente piegata, ma non chinata, e con le
mani in tasca strette e chiuse intorno a qualcosa che non c'era ma
che comunque non aveva mai smesso di immaginare e cercare, come al
solito ripensava a se stesso, benchè davvero non lo volesse affatto, al passato e al futuro, benchè lo volesse anche meno. Tutto ciò lo
inquietava sempre molto e lo faceva quasi scoppiare in lacrime, interiori ovviamente, ma
per fortuna era dotato di un sensazionale senso dell'autocontrollo.
Merito dei suoi genitori, pensò. L'unica cosa che non lo spaventava
e non lo atterriva quasi completamente invece era pensare al
presente. Anche se nemmeno quello era sempre molto piacevole. Per
sbaglio si infilò quindi dentro quella via che non aveva mai percorso e che in
quella circostanza gli sembrava nuova, ovvero non esserci mai stata prima,
anche se ovviamente sapeva che non era così. Solo lui non prendeva
mai quella strada, pur non sapendone nemmeno bene il motivo. Si
poteva dire che c'era qualcosa che non gli piaceva, che non lo faceva
stare al sicuro e lo respingeva allo stesso modo in cui lo attraeva,
facendo in modo che vi si fermasse sempre davanti qualche istante
oppure facendogli girare lo sguardo nella sua direzione, per osservarne il suo mistero da lontano e in sicurezza, se vi si
trovava a passarvici. Ma mai si era addentrato nella via stessa.
Così, senza motivo. O se ce ne era uno lui non avrebbe comunque
saputo dirlo. Per lo stesso motivo quella sera però vi entrò e non
fece il suo solito giro. Senza motivo decise che avrebbe dovuto
cambiare il suo solito e, si potrebbe ben dire, fidato, percorso. Forse per sperimentare un qualche senso
della novità, dell'avventura e di una incertezza diversa rispetto a
quella angosciante e tenebrosa, ma fin troppo nota, che caratterizza in ogni istante della sua vita ogni essere umano. Ma forse nemmeno per questo. Forse aveva semplicemente
sbagliato. Ad ogni modo una volta lì non si poteva in alcun modo
tornare indietro e lo capì dopo solo pochissimi passi quando il
freddo si fece più intenso ad ogni metro in più che faceva. Lì
avrebbe voluto forse davvero tornare indietro, ma, come sapeva oramai
bene, questo era impossibile adesso. Così continuò a camminare.
Fino a che non si sentì chiamare per nome. Solo allora si potè fermare e infatti lo fece.
mercoledì 21 maggio 2014
Faccialibro, a.k.a. Facebook: arrivano due nuove gustosissime applicazioni. Sottotitolo: "inserire commento sarcastico"
Non ci avevano ancora
pensato, ed invece, adesso ci hanno pensato. Chi ha pensato a cosa? È
molto semplice e sarà presto detto. Avete presente Facebook, anche
detto Faccialibro? Bene. Probabilmente anche voi avrete un profilo
sul più noto e affollato dei social network al mondo. È notizia di
questi giorni che la versione americana di Facebook ha appena
introdotto una nuova funzione, un nuovo cosiddetto tasto, anche se
poi non c'è alcun tasto reale. Il bello del mondo virtuale. Ad ogni modo la nuova funzione si chiamerà "Ask", ed andrà ad affiancarsi a veri e propri calibri da 90 quali "like" e "share". Un peso sicuramente non da poco per la nuova applicazione.
Ma cosa permetterà nello
specifico questa nuova funzionalità? Anche questo è molto semplice
e sarà, allo stesso modo, presto detto. A quanto pare Facebook è in
procinto di trasformarsi in un enorme, sterminato sito di "dating", che, come tutti quanti saprete data l'elevata caratura intellettuale necessaria a leggere e ad apprezzare questo blog, non significa altro che "appuntamentando". Tutto ciò dopo essere stato, fin dai suoi esordi, o diremmo primi vagiti, chiaramente virtuali ma comunque chiassosi, un enorme sito utile per chi
volesse fare ricerche di mercato a costo più o meno zero e soprattutto per tutti gli stalker,
nonchè dei voyeur del mondo. Che tra l'altro, mi hanno riferito tramite i loro uffici stampa, ringraziano. Prego, dice faccialibro. Bene, andiamo avanti.
E come se non bastasse, e
a quanto pare non basta, il fatto che già ora ogni utente, qualora
lo desiderasse, può dare di sua sponte informazioni delle più
disparate circa la sua situazione sentimentale (come sapete ce n'è
per ogni tipo di relazione: impegnato, fidanzato, sposato, separato/
divorziato, relazione complicata e chi più ne ha, sapete come va a
finire), ora chiunque potrà, grazie naturalmente al tasto virtuale
"ask", chiedere informazioni, e quindi sostanzialmente
tampinare in modo del tutto innovativo e moderno chiunque altro. Cosa che comunque, verrebbe da pensare, si
può già fare attualmente in altro modo. Ad esempio, un messaggio
privato, una normalissima chat e anticaglie del genere. Del resto se
davvero interessa, perchè non chiedere direttamente? Molto semplice,
e presto spiegato. Perchè sennò il tasto "ask" che ci
starebbe a stare? Naturalmente lo aspettiamo con ansia anche in
Italia per farci, come al solito, un sacco di risate.
Poi c'è dell'altro. C'è sempre dell'altro. Soprattutto quando vorreste che non ce ne fosse. Che volete farci? Altro non è che la vita nella sua spietatezza cinica e bla, bla, bla. Comunque come anticipato, prima di questa breve e annoiata digressione filosofica, ci sono altre novità su FB. Che naturalmente è il codice fiscale di Mark Zuckerberg. No, sono soltanto le due iniziali, in maiuscolo, delle parole che compongono il nome del social network: F, di face e B, di book. Non posso credere che non ve ne siate accorti. E pensare che avevo appena parlato bene di voi, poco fa. Ad ogni modo, pare che tra pochi mesi, sempre su Faccia, abbreviativo italianizzato di Facebook, arriveranno delle nuove schede su tutti gli utenti iscritti al social che praticamente saranno a disposizione di chiunque. Basterà chiedere, probabilmente con un'altra meravigliosa applicazione, a Facebook stesso, le informazioni che desideriamo ottenere, e lui risponderà producendo una sorta di schedatura personalizzata. Film, attività, libri letti, città di provenienza degli amici..Quasi tutta roba che c'è già comunque, ma un tantino più organizzata, seriale e orwelliana, volendo. Comunque, amici, di facebook e non, con questo è tutto. Ora vado a cercare informazioni private su qualcuno su faccia. Peccato che dovrò farmi un sacco di sbatte, anzichè avere tutto in un semplice tasto. "Ask", dove sei? Boh..vabbè.
sabato 17 maggio 2014
Dentro l'armadio (III)
"Questa poi..ma dove
può essersi cacciata quella strega?". Era ciò che si domandava
il pretaccio, che insieme a una folla di scalmanati, qualcuno in
evidente stato di estasi, non divina, ma che di certo con lo spirito
(e con il vino, senza di-) aveva a che fare, aveva fatto irruzione
nella casa della giovane donna che non voleva marito, perlomeno non
tra quelli che le si erano proposti, e che perciò era considerata
una delle donne di Lucifero. Il fatto poi che la bella fosse
scomparsa nel nulla, onor del vero, andava quasi a sostenere la tesi
di quegli scalmanati, tant'è che ora anche i genitori avevano smesso
di urlare e di piangere, e si chiedevano invece se davvero la loro
dolce figlioletta non fosse stata dotata da qualche demone di poteri
paranormali. Certo, loro le avrebbero sempre voluto bene. Ma
spiegarlo ai vicini sarebbe stato sicuramente un altro discorso; perchè poi si sa che l'invidia è una brutta bestia.
Così adesso tutti
stavano lì in piedi, fermi e immobili come allocchi (quando questi
stanno fermi e immobili, chiaramente. O comunque come qualunque altro
animale che stia fermo e immobile) e non sapevano bene che fare. Di
solito, pensava il pretaccio alto e magro, consunto, come uno
scheletro, queste cose vanno diversamente. Di solito, pensava con una
punta di nostalgia, queste cose non vanno così, ma, una volta
individuata la strega o il servo di Satana che sia, si raduna una
bella folla ignorante come questa, la si aizza con lo spirito
di-vino, e li si conduce folleggianti all'abitazione della vittima.
Poi si entra semplicemente in casa, si preleva la vittima in lacrime,
la si arresta e non molto tempo dopo la si purifica con la morte. I
tempi, era evidente, stavano cambiando. Così per non perdere
l'attrattiva sulla folla ora molto confusa e con l'alcool che
iniziava a calare d'effetto, il pretaccio si mise urlare di
controllare che l'armadio non avesse doppi fondi (non sia mai che si
facessero fregare da un trucchetto del genere). Così uno dei più
solerti e ubriachi, un avanzo di galera del vecchio mondo, entrò
tutto dentro l'armadio che, pensò l'uomo, era davvero enorme, scuro
e freddo. Era come entrare in un antro cavernoso, pensò l'uomo che
invero non era mai entrato prima d'ora in una caverna. Tuttavia
questo fu ciò che pensò. Si sa che il pensiero è più potente
della realtà, perciò..Ad ogni modo, l'uomo entrò tutto all'interno
del possente armadio. La sensazione che provò, all'improvviso, fu
come di essere lontano dal mondo anni luce, come in una dimensione
parallela ma distinta e non comunicante, perlomeno non del tutto. Nel buio dell'armadio, che era davvero
incredibilmente fitto per trattarsi solo di uno spazio di pochi metri
per altri pochi metri, anche l'odore era piuttosto strano: non
odorava come odora un oggetto di legno, ma odorava come di qualcosa
di dolciastro e appiccicoso, un'aria piuttosto pesante invero ma
piacevole. Un pò come l'alcool, pensò l'uomo. Comunque costui, che
non si era certo dimenticato il motivo per cui era entrato dentro un
armadio che ora gli sembrava enorme, incredibilmente scuro e
stranamente molto freddo, cercò aiutandosi con il tatto in ogni
angolo e in ogni anfratto se qualcuno si nascondesse lì, cercò il
famigerato doppio fondo, battendo con un pugno contro l'estremità
del mobile. Ma nulla, non vi era alcun dubbio fondo. Certo, quando
colpiva con la mano chiusa il legno sul fondo dell'armadio, il rumore
che ne proveniva era come quello che viene da uno spazio vuoto e
molto vasto dietro una parete. Così inizialmente all'uomo era parso,
tra le altre cose, che un doppio fondo ci fosse. Ma quando aveva
provato a sfondare col suo pesante piede una parte della parete del possente armandio per assicurarsi che così
fosse, fu estremamente stupito di constatare che non vi era alcuno
spazio vuoto e vasto lì dietro. Ma solo il muro della stanza. Tutto
ciò gli parve molto strano, ma d'altronde l'esaltatissimo uomo non
era nella condizione migliore per giudicare, dato che ora gli girava
anche un pò la testa, per via dell'alcool certamente, ma anche per
la strana atmosfera che c'era lì dentro. Sentì che da fuori il
pretaccio con gli occhi neri e piccoli infossati, lo chiamava a gran
voce. Così si apprestò a percorrere all'indietro lo spazio
chilometrico che lo separava dall'uscita dell'armadio. Perlomeno, a
giudicare da come le voci arrivavano fino a lui, sembrava che avesse
dovuto percorrere uno spazio infinito per raggiungere i suoi compari.
In realtà si trattava di qualche centimetro. L'uomo sperò che tutto
ciò fosse dovuto all'alcool. Il fatto che avesse la pelle d'oca
adesso non lo aiutava. Avrebbe volentieri bevuto un cicchetto ora,
così lo domandò al prete. Urlò con tutto il fiato che aveva in
gola chiedendo al pretaccio, o a qualcuno lì fuori, un bel bicchiere
di acquavite. Ma nessuno parve sentirlo. Urlò nuovamente con più
veemenza. Ma nessuno parve sentirlo. Così fece per uscire e si
incamminò. Dopo dieci minuti di cammino ininterrotto dentro
l'armadio, l'uomo non riusciva ancora a intravederne l'uscita e c'era
anche qualcosa di strano, di più strano: l'armadio stava respirando.
Appoggiò una mano ad una delle due pareti e poi la schiena sul fondo
del mobile. E per Dio, si muoveva. Si muoveva regolarmente avanti e
indietro, o su e giù, come se respirasse. Respirava. Adesso l'uomo,
abbastanza spaventato e in astinenza da liquori, cominciò a correre
a perdifiato, dentro l'armadio, verso l'uscita, che ora finalmente
intravedeva. Vedeva finalmente anche le sagome dei suoi compari
abbastanza stupiti, semplicemente da tutto, sentiva gli improperi del
pretaccio, che chiedeva dove Diavolo si fosse cacciato. Era a
pochissimi centimetri dall'uscire fuori e finalmente sentiva l'aria fresca
dal mondo esterno, quando d'improvviso le ante dell'armadio si richiusero
dinnanzi al suo naso con violenza e soprattutto senza che nessuno le
avesse toccate. E non si riaprirono che dopo diverse ore. Inutile
dire, che dopo tutto quel tempo, dell'infervoratissimo uomo non vi
era più la benchè minima traccia. Così come non ce n'era nemmeno
alcuna dello squarcio che questi aveva fatto nella parete sul fondo
dell'armadio.
venerdì 16 maggio 2014
Stasera sulla rai. Servizio palinsesto gratuito. Tanto mi prendo i rimborsi.
Buonasera a tutti. Visto che l'altra
volta avete apprezzato, così mi dicono, questa sera torna la rassegna
del palinsesto tv, per vedere ciò che di bello ci offre la nostra
cara vecchia tv italiana. Bene, abbiamo finito. Capita? Me lo auguro.
Altrimenti, vabbè.
Comunque non perdiamo ulteriore tempo
che abbiamo tutti il nostro bel da fare, io personalmente no dato che
sto facendo questa cosa utilissima, e vediamo immediatamente cosa ci
offre la programmazione di oggi, sabato 16 maggio 2014.
Su rai3, stasera partiamo dal terzo
perchè i primi due erano occupati, andrà in onda "Sfighe",
che normalmente si chiamerebbe "Sfide" ma, siccome la
puntata di stasera è presentata da Alex Zanardi, allora in via
Mazzini, dove c'è il cavallo sì, hanno deciso di cambiare il titolo
per l'occasione. Vabbè, forse un pò cinici, ma come dargli torto?
Ad ogni modo su rai3, c'è "Sfighe" con Alex Zanardi, dove
si parlerà, appunto, delle sfide numerose e sempre coinvolgenti, tra
Italia e Germania, dove i tedeschi hanno sempre perso i confronti
ufficiali con gli Italiani, come sappiamo, ex alleati. Non oso perciò
immaginare quando, dietro il loro classico sorriso e buonumore crucco, in realtà,
i tedeschi ci odino per tutto ciò.
Ma non è il tempo di stare a pensare
ai sentimenti tedeschi nei nostri confronti, o di Rimini e Riccione
in particolar modo. Anche perchè come tutti sanno i tedeschi non
hanno alcun sentimento nei confronti di nessuno. Perciò..ad ogni
modo, quanto mi piace scrivere ad ogni modo, proseguendo nella nostra
rassegna e rimanendo in rai, non trovando aihmè alcuna via per
fuggirvi, passiamo al secondo, dato che il primo è ancora occupato.
Dunque su rai 2 c'è Virus. Sottotitolo: speriamo stermini tutti. No,
si scherza. Sottotitolo: il contagio delle idee. Eh sì, no non sto
scherzando. Chissà di quali idee si parli, visto che tra gli ospiti
in studio ci sarà la Meloni, non è dato sapere. Chi guarderà ci
farà sapere, se non avrà, giustamente, deciso di farla finita. Magari iniettandosi un bel virus mortale, come il programma, sotto sotto, suggerisce. Vabbè
Per passare dalla padella alla brace,
come si fa secondo voi? Ve lo dico io. Prendete il telecomando e, se
avete ancora installato il tastino con il numero 1, premetelo
Premendo il tasto con l'1 verrete catapultati in una dimensione
triste e sconsolata, chiamata rai 1, dove regna e aleggia da decenni lo spirito
della Dc che continua a tormentare ancora il corpo del povere Bruno Vespa, su cui troverete, con vostro grande
rammarico, ad attendervi Carlo Conti. Se avete bambini piccoli,
mandateli a letto immediatamente. È scientificamente provato infatti
che il conduttore toscano conduce a danni cerebrali irreversibili.
Per chi fosse pronto a rischiare, o avesse già i problemi
sopracitati, per cui si spiegherebbe il fatto che non abbiate
immediatamente, non cambiato canale, ma ucciso il televisore, la
trasmissione che il Carlone nazionale, ma quando mai, condurrà si
intitola "Si può fare". Sottotitolo, penso sia facile da
immaginare. Potete scegliere, facciamo così, tanto per fare
diventare questo blog interattivo, "Ma anche no"; "Ma
perchè?"; oppure "Oh mio Dio, perchè ci hai abbandonati".
Boh, fine prima parte. Chissà se ci
sarà una seconda.
Le pecore di Oibath (parte 4)
Naturalmente c'era poi, come detto,
un'altra fazione, che purtroppo o per fortuna c'è sempre un'altra
fazione nella vita, e questo in quella sala, va detto, lo sapevano
tutti. Questa opposizione, si direbbe in campo politico, sosteneva,
opponendosi appunto alla posizione precedente, che non vi era alcuna
necessità di pubblica incolumità, e che loro avevano attentamente
controllato prima di stabilirlo, che giustificasse l'allontanamento
coatto dei mansueti ovini. Infatti le pecore si erano comportate, e
continuavano a comportarsi, molto tranquillamente nel loro soggiorno
nei pressi della cittadina di Oibath. Anzi, sostenevano in parecchi,
le pecore non si notavano praticamente nemmeno piazzate lì a brucare
l'erba e belare senza frenesia nel campo oramai da tempo non più
coltivato nei pressi della cittadina. Tant'è che, continuavano i
sostenitori del "non cacciamo le pecore", l'anziano
proprietario del campo coltivato, una volta avvisato dell'occupazione
del suo suolo privato da parte degli astuti ovini (dicevano quegli
altri), e giunto nei pressi della sua proprietà non aveva nemmeno
notato una singola pecora tra le centinaia e centinaia che
affollavano, belando e brucando mollemente l'erba del campo. Certo
c'era da dire che il pover'uomo era quasi completamente cieco oramai,
data l'età. Però questo, un pò colpevolmente, nessuno tra quanti
sostenevano di non disturbare gli ovini lo aveva fatto notare e anzi
lo avevano tutti abilmente sottaciuto. Comunque, a differenza di
quanto accadeva all'interno del gruppo di pecore, la discussione
ferveva ora animatamente, ed era bastato davvero un nonnulla affinchè
tutto ciò accadesse. Ora c'era gente che urlava di qua e di là,
sbraitava e si agitava ferocemente, e nessuno di loro, invece, belava
quietamente e brucava gentilmente l'erba. Di ciò certamente tutte le
pecore si sarebbero stupite. In mezzo a tutta quella confusione
tuttavia si poteva scorgere un fatto piuttosto bizzarro, anche se non
così insolito a dirla tutta. Mentre infatti, all'inizio della
riunione la gente nella sala sedeva in ordine sparso nei posti
allestiti per l'occasione, senza particolari criteri nella
distribuzione, quando poi la discussione aveva iniziato ad animarsi e
le due posizioni antagoniste erano venute sempre più alla luce,
invece, i presenti sembrarono iniziare a distribuirsi con un certo
criterio sottesso e occulto, e laddove, fino a poco prima, un ragazzino sedeva
accanto ad un'anziana signora, e un giovane uomo aveva alla sua
sinistra il proprio padre e alla destra la propria madre, ecco che
ora la maggior parte delle persone più giovani avevano occupato una
parte della sala, mentre i più tra gli uomini e le donne in età
maggiormente avanzata avevano preso posizione nella parte opposta. Ed
ora da una parte all'altra volavano urla confuse e accuse reciproche, e l'ostilità si poteva tagliare a fette. Peccato però non fosse
burro, pensò qualcuno che ancora non aveva digerito che si fosse
accantonata la possibilità del bollito di pecora.
Alla fine comunque, dopo ore e ore di
grida isteriche e di sguardi diffidenti lanciati da un'estremità
all'altra della sala come si trattasse di dardi infuocati, o di
palline di carta "insalivate" e lanciate con una cerbottana
improvvisata da una penna Bic, la gente stanca uscì per andarsene
finalmente a casa e non pensare per qualche ora alle pecore che
infestavano la cittadina di Oibath, standosene lì ferme a belare e
brucare come se niente fosse, nei pressi del campo coltivato. Uscendo
i due schieramenti si mantennero però per qualche metro oltre la
porta della sala e rimasero compatti ancora per qualche minuto, prima
di squagliarsi e spargersi nella folla: qualcuno notò, però, che chi sosteneva
che le pecore andassero cacciate, o bollite, quanto prima erano
perlopiù adulti e anziani; mentre dall'altra parte tra quanti
sostenevano che le pecore non dovessero essere allontanate da Oibath,
poichè non davano fastidio a nessuno, c'erano perlopiù giovani e
ragazzini. Una coincidenza, pensò un passante, piuttosto comune. Anche se non si diede la pena di farlo notare.
mercoledì 14 maggio 2014
Apertura ristorante più costoso del mondo a Ibiza
Se a qualcuno di voi è andata un pò meglio che a Renzi, che ieri ha trovato 20 euro per terra, e gli è capitato invece di rinvenire, per caso, circa 1500 euro dalla strada, allora, se non ha nulla di meglio da fare con quei soldi, potrebbe decidere di spenderli ad Ibiza.
Sicuramente pensare a Ibiza fa venire a tutti in mente l'isola del divertimento più sfrenato e trasgressivo, rispetto a qualche decennio fa ovviamente, d'Europa e tra le prime al mondo nel comparto dei locali notturni e delle discoteche, pure queste, esclusive. E invece in questo caso si deve abbandonare la visione stereotipata della più nota isola dell'arcipelago delle Baleari, ed è ciò che la stessa Ibiza intende fare con l'apertura del ristorante più caro del mondo.
Il ristorante, la cui inaugurazione è prevista per i primi di giugno, si chiamerà "SubliMotion", nome alquanto evocativo, che si propone di coniugare sostanzialmente tre cose: buon cibo, e ci mancherebbe dato il prezzo finale, l'arte e, ovviamente dati i tempi che corrono, la tecnologia. Il tutto, come anticipato, alla modica cifra di euro 1500 per circa venti portate. Lo chef sarà lo spagnolo Paco Roncero, premiato con due stelle Michelin.
Se vi sembra una follia, e in effetti pensandoci potrebbe anche sembrarlo, dovete però tenere presente che più che un pranzo, sarà "un'avventura gastro-sensoriale", in cui verranno stimolati tutti i sensi. Un pò come in una normalissima cena, verrebbe da pensare ad essere maliziosi. Ad ogni modo anche la sala, dove i clienti degusteranno la loro avventura, è del tutto inusuale, coperta da schermi, presenti anche sui tavoli. Il menù, a poche settimane dall'apertura, è ancora ovviamente top-secret. E sempre con malizia si potrebbe pensare che anche questo sia un bene. Tuttavia indiscrezioni confermano che sarà concepito all'insegna di immersività, multisensorialità e, come poteva mancare, molecolarità. Ma una carbonara, no?
martedì 6 maggio 2014
Le pecore di Oibath (parte 3)
Adesso, dopo circa una settimana, ma
c'era anche chi giurava di più, gli abitanti della cittadina di
Oibath iniziavano a domandarsi che cosa bolliva in pentola riguardo
quelle pecore belanti e brucanti (a quanti chiedessero se ci sarebbe
stato un pasto di bollito di pecora, si rispondeva in genere che si
trattava unicamente di una espressione di uso comune e che,
malauguratamente non c'era nulla di nulla che bollisse in pentola); e
che cosa si sarebbe dovuto fare con esse. Facciamoci un bel bollito,
visto che abbiamo una pentola sul fuoco. Era l'opinione più comune.
Tuttavia altri, indubbiamente più accorti, facevano presente che
fare un bollito con tutte quelle pecore si sarebbe alla fine rivelato
uno spreco. Così l'opinione fu accantonata subito. O quasi, data
l'ora di cena incombente. E dopo che si ebbero scartate altre
suggestive ipotesi, tra cui quella di pitturare le pecore tutte di un
colore diverso, idea suggerita da un bambino con una scatola di
pennarelli nuova di zecca in mano, invero abbastanza simpatica e divertente ma
forse non troppo per le pecorelle, si arrivò al delinearsi di due schieramenti sostanzialmente contrapposti. La prima delle due
fazioni riteneva, senza se e anche senza ma, che le pecore andassero
assolutamente allontanate dal campo coltivato nei pressi della
cittadina di Oibath e il motivo è presto detto: pubblica incolumità.
Sì, signore: pubblica incolumità. Le pecore belanti e brucanti,
seppure quasi completamente immobili fino a quel momento, avrebbero
potuto improvvisamente invadere l'arteria stradale che passava da lì
vicino e lambiva i limiti del campo dove le pecore brucavano e
belavano quasi senza sosta, ma invero senza mai dare fastidio, e causare un gravissimo e orribile incidente con tutto il corredo di morti, feriti e sciancati. A vita.
Oppure, era l'altro punto focale della teoria secondo cui le pecore
andavano cacciate poichè pericolose per l'incolumità pubblica (sì, signore: incolumità pubblica), gli
stessi ovini avrebbero potuto peggio ancora nuocere direttamente a qualche
individuo indifeso. Magari a qualche innocente bambino, data la vicinanza con
la scuola elementare e quella materna (dove i bambini peraltro
ammiravano stupefatti le pecore e qualcuno tra i più piccoli aveva
preso ad imitare i simpatici animali brucando a sua volta l'erba del
giardino e suscitando l'allarme delle maestre). E comunque il campo
coltivato ai limiti della città, benchè non coltivato in quel
particolare periodo dell'anno, era pur sempre di un brav'uomo che non
meritava di vedere la sua proprietà espropriata da un gruppo di
pecore (comuniste, insinuò qualcuno tra la folla). Sebbene in realtà
il brav'uomo era un anziano omettino di età indefinita ma
sicuramente inadeguata per il 90 per cento almeno dei giochi in
scatola (per non parlare di quelli non in scatola, o videogames) di
qualsiasi epoca. Il quale invero non coltivava il campo coltivato
oramai da diversi anni. Ed infatti lì, proprio su quel terreno, che
aveva continuato nonostante tutto a chiamarsi il campo coltivato nei
pressi della cittadina di Oibath, c'era stato poco tempo prima un
progetto di costruzione di un complesso di mastodontiche palazzine,
tra cui anche le sedi di alcune banche e multinazionali. Soltanto che
quel fatto, stranamente, nella discussione non saltò mai fuori. E se
per caso stava per saltare fuori, ecco che allora qualcuno incredibilmente se ne
accorgeva sempre, e stranamente proprio in quel momento era tutto un
attacco di incombenti e ruvidi colpi di tosse, e starnuti violenti e tentativi di
depistare il discorso con pretesti più o meno plausibili.
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