venerdì 30 maggio 2014

Smart phones war (parte XVIII)

Con le mani che gli tremavano per l'emozione, dunque, Michele avvicinò la chiave alla fessura, lentamente, come se il tutto avvenisse al rallentatore, anche se in realtà era lui che si muoveva in quella maniera, volutamente, per dare maggiore effetto scenico alla situazione come se ci fosse stato qualcuno a guardarlo. Il tempo sembrò dunque essersi fermato e non passare mai, mentre Michele stava avvicinando la chiave alla serratura, in maniera quasi impercettibile (ora un eventuale pubblico avrebbe potuto iniziare ad annoiarsi per l'eccessiva lentezza della scena), fino a che non la inserì dentro per tutta la sua lunghezza e non la girò. Non successe nulla, con grande stupore, e delusione, del buon ragazzo. La piccola porticina della cassaforte non si aprì, nè fece alcuno scatto per segnalare che un qualche ingranaggio al suo interno avesse reagito alla sua azione. Si decise quindi, piuttosto interdetto, a fare retromarcia e tornare indietro a mani vuote, come spesso accade nella vita soprattutto quando le aspettative sono maggiormente alte. Quindi fece dietrofront e si diresse verso l'uscita dello store. Soltanto che, si ricordò improvvisamente, non poteva certo lasciare la chiave lì infilata in bella vista. Così tornò indietro e afferrò la chiave per tirarla fuori dalla fessura della piccola cassaforte. Nell'istante esatto in cui ritirò fuori la chiave, la cassa si aprì con uno scatto piuttosto netto: TAC! Il suo contenuto era reso occulto dalla poca luce che filtrava fino a lì, ed in realtà Michele faticava perfino a capire se c'era effettivamente qualcosa lì dentro. Avrebbe dovuto infirlarvici le mani e tastare per tutta la sua lunghezza, larghezza e profondità, col rischio, certamente, di incorrere, procedendo così alla cieca a tastoni, in una qualche trappola come ad esempio un serpente a sonagli celato nella cassaforte, che avrebbe sicuramente potuto, e dovuto in base al suo istinto animale, morderlo senza pietà, procurandogli dapprima un grandissimo male, e poi, fortunatamente, la morte. Tuttavia a Michele, per il momento, non andava di morire. Come il povero Hanson, pensò. Lo tirò nuovamente fuori dalla tasca della calzamaglia (quella senza tasche) e lo osservò, provando a chiamarlo con voce tenue: niente, era morto. Povero Hanson. Lo rimise nella tasca, e finalmente sembrò rendersi conto che la sua calzamaglia non aveva tasche, ma cacciò immediatamente via quel brutto e fastidioso pensiero. Era il momento di agire, finalmente. Inizò a tastare con la mano aperta, per coprire l'area più grande possibile, l'intera cassaforte, sperando certamente di non incontrare nessun serpente a sonagli. Tuttavia non gli parve di sentirne il tipico suono. Tastava e ritastava il nostro Michele e trovò: il tabellone di Risiko (ecco spiegato il mistero del carroarmato trovato poco prima), fogli e fogliacci senza alcuna utile informazione, il sacro Graal, una trappola per serpenti a sonagli (quindi ora fu più sicuro dell'assenza di pericolo di incorrere in quel tipo di bestia), una mappa del tesoro aggiornata all'inflazione attuale, e null'altro d'importante. Anzi sì, qualcos'altro c'era. Era uno scontrino di un famoso ipermercato, di cui per ovvie ragioni non farò il nome (le ovvie ragioni sono che non mi hanno pagato abbastanza per fare il loro nome, quindi che si fottano. Anzi, non andate a ...., non ci andate mai. Ecco, mi sono preso la mia rivincità, possiamo andare avanti). Nulla di importante, pensò Michele affranto e scoraggiato. Si passò un attimo lo scontrino da una mano all'altra, prima di accartocciarlo per buttarlo via e darlo alle fiamme. Tirò quindi fuori l'accendino e lo accese. Avvicinò la fiamma danzante al foglietto, ma si fermò di scatto quando si accorse, per caso, che dietro, in un angolino c'era scritto qualcosa, un piccolo appunto. Avvicinò lo scontrino agli occhi e lesse, lesse attentamente. Dopo che ebbe letto, ovviamente, non poteva credere ai propri occhi e si rese conto che le gambe gli tremavano per la paura. O per meglio dire per il terrore più grande che avesse mai provato. Adesso voleva solamente sparire via di lì. Così si girò su se stesso e iniziò a correre verso l'uscita dello store, quando a pochi passi dalla salvezza un corpicino esile e grazioso gli si parò davanti, urlando:"fermo!". E nonostante fosse molto più grande e robusto di quell'esile corpicino, il buon Michele si arrestò all'istante, sia per l'autorità di quel comando, che per il fatto di avere riconosciuto in quel piccolo corpicino quello della sua amata: l'odiata pearina Gianna. Sono nei guai, pensò subito Michele, che maledisse i suoi compagni idioti che non erano nemmeno in grado di fare la guardia per pochi minuti. Sentì le loro risate, mentre guardavano un video su Youtube, dal proprio smart phone, ovviamente, provenire da fuori e li maledisse anche di più. Loro e i loro cellulari del cazzo, pensò. Anche se poi se ne pentì subito. Sono spacciato, pensò. E fece per arrendersi alla sua acerrima nemica. "Ecco, arrestami pure": le disse avvicinando verso lei i suoi polsi. Lei prese i polsi, e lo guardò negli occhi fisso. Michele si dimenticò perfino il suo nome in quel frangente. Chiusero gli occhi e i loro corpi si avvicinarono, fino a che le loro labbra non si toccarono: a quel punto a Michele parve di sognare e di essere in paradiso. Di sognare in paradiso, perciò. Fu un brusco risveglio quando sentì l'allarme suonare, riaprì gli occhi e vide che la bella Gianna lo aveva attivato, mentre lui, assorto nella passione, la baciava con gli occhi chiusi, e che un paio di loschi personaggi gli si erano avvicinati accerchiandolo. Era in trappola, lo avevano fottuto alla grande. Pensò il solitamente composto Michele. "Portatelo via": fu l'ultima cosa che sentì Michele, dalla sua Gianna, la traditrice Gianna, prima che lo portassero via incappucciato. Era fottuto, ma a Michele adesso non importava nulla di tutta quella faccenda. Perchè era triste. Innamorato e triste. E non poteva farci niente.

1 commento:

  1. questa forse potrebbe essere la fine di un ideale capitolo primo. oppure uno.

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