martedì 27 maggio 2014

Incipit ( tre)

I brutti sogni erano cominciati per caso e all'improvviso, in una notte d'estate in cui una curiosa brezza soffiava da qualche posto molto lontano e assolutamente sconosciuto, dove a lui però sembrava in qualche modo e in qualche tempo di essere già stato. E così nell'alito di quel vento gli pareva di sentire odori già provati e sensazioni già vissute. Tuttavia, lui lo sapeva bene, questa era solo una delle tante illusioni che la vita si inventa per riempire gli inevitabili spazi di vuoto che ognuno di noi colleziona nel corso della propria esistenza e che equivalgono a momenti sprecati, a volte deliberatamente, attimi di morte mentre ancora si respira e si è in vita. Quella sera era andato a letto piuttosto inquieto anche se non capiva bene per quale motivo. Solamente avvertiva una sorta di tremito e di agitazione lungo tutto il corpo, simile a una scossa elettrica, ma priva di energia, come se stesse scorrendo nel suo sangue, dentro le sue vene e le sue arterie, bruciando un pò di più quando passava dal cuore. Ci aveva messo del tempo ad addormentarsi, perchè non riusciva a smettere di pensare a ricordi confusi e lontani, ricordi quasi simili a nebulose consumate, una nebbia che avvolgeva la mente lasciando solo intravedere lievi barlumi in direzioni sconosciute e comunque non raggiungibili. Lo sforzo di fare chiarezza in certi momenti diventa tanto lancinante che la testa comincia a fare male e anzichè riordinare i nostri pensieri e le sensazioni, tutto diventa solo più indistinto come un'amalgama unica senza contorni precisi e definiti cui agganciarsi. Una massa inestricabile di dolore e senso di smarrimento. Alla fine non si può fare altro che chiudere gli occhi e lasciarsi sopraffare dal desiderio di morire. Anche se solo per poche ore, prima che la luce del giorno ci riporti alla realtà, anche se a nessun tipo di consolazione. Senza che questo tuttavia possa apportare un solo effetto positivo. Anzi, spesso invece è il contrario. Fu questo il suo ultimo pensiero prima di chiudere gli occhi, girarsi nel letto, assumere la sua posizione preferita e lasciarsi schiacciare dal peso della vita. Iniziò tutto in maniera inaspettata: all'improvviso nel cuore della notte si dovette alzare per andare al bagno e pisciare. Raramente gli capitava di svegliarsi la notte, ma se capitava di solito non riusciva più a riprendere sonno. Il più delle volte quindi andava a farsi un giro. Quella volta non fece eccezione. Si infilò i calzoni, mise le scarpe e indossò una maglietta leggera. Poi uscì di casa. Il giro che faceva lo aveva oramai ben inciso in mente, perchè era sempre lo stesso da quando aveva abitato lì. Lo percorreva quasi automaticamente, come sospinto da qualcosa o da qualcuno che in realtà ovviamente non c'era. Era solo come sempre o quasi. E quando non lo era, erano più le volte in cui avrebbe desiderato esserlo che quelle in cui era contento di essere in compagnia. Avrebbe perciò, come sempre, concluso la sua piccola passeggiata, spuntando dal solito angolo e, una volta svoltato, avrebbe preso il lungo viale che conduceva alla sua abitazione. Sempre deserto a quell'ora di notte, se si esclude la presenza di qualche raro, e forse nemmeno reale, essere umano. Avrebbe dovuto toccarli per sapere se esistevano davvero o se non erano solo fantasmi. Ma del resto, pensava, questa è una certezza che non si può possedere nemmeno su noi stessi. Stranamente quella notte però si perse e si ritrovò in una zona che non conosceva, nei pressi di un piccolo vicolo buio, stretto e freddo che non gli pareva di avere mai percorso nè notato in precedenza. Per qualche altro assurdo motivo gli venne infine in mente che avrebbe potuto tagliare da lì per ritornare a casa più presto. Adesso stranamente iniziava ad essere agitato per il fatto di non essere in casa. Si sorprese della cosa, ma cercò di mantenere freddo il suo sangue. Missione evidentemente fallita sul nascere dato che toccandosi la fronte si rese conto che scottava. Scottava come se la sua temperatura fosse stata di qualche migliaio di gradi. Perciò tolse la mano per evitare di ustionarsi. Ma come ebbe modo di constatare era troppo tardi. Senza accorgersene era ora entrato in quel vicolo misterioso e intorno a sè non vedeva altro che buio e spaventose immagini che però non esistevano e che scomparivano con la stessa velocità con cui apparivano. Poi all'improvviso si mise a correre senza una ragione, sperando di uscire da lì il prima possibile e di lasciarsi dietro quegli orribili mostri che però non erano nemmeno reali. Come se questo particolare però avesse in quel momento, e avesse mai avuto, una qualche minima importanza. Fu proprio mentre correva, ed era quasi arrivato alla fine di quello strano antro scuro, che un uomo senza occhi gli si parò davanti, estrasse un coltello e, senza dire nulla e senza nemmeno respirare e senza che il cuore gli battesse, glielo piantò con un colpo secco nel petto. Prima di morire ebbe modo di osservare come la lama fosse ben piantata e come l'arma stesse perfettamente in equilibrio spuntando fuori dal suo sterno. Quando si svegliò nel suo letto era immobile, incapace di respirare e madido di sudore. Nel momento in cui si riprese un attimo, e si rese conto che aveva solo sognato, si guardò il petto, per esserne sicuro, e vide che non c'era alcun segno di pugnalata. Tutto a posto, tutto normale. A parte l'inspiegabile fiatone, che di solito segue una lunga, disperata e impossibile fuga.

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