mercoledì 30 aprile 2014

L'evoluzione delle manie (Dio abbia pietà di noi. Anzi no)



Le mode si sa, soprattutto ai tempi di internet e dei social network, sono destinate a non durare e a passare col tempo. È sottilissimo il confine anche tra ciò che è trend e ciò che invece è oramai inevitabilmente fuori voga, o "out". A questo destino vanno incontro tutte le manie nate, vissute e morte magari nel giro di qualche mese e poi consegnate all'oblio lungo il percorso della storia della cultura, la più bassa si spera, umana. E così, la nostra generazione ha avuto il grande privilegio, irripetibile, per fortuna, di assistere ad esempio alla nascita e alla morte di tormentoni, o semplicemente tormenti, come l' "Harlem Shake" o il geniale gioco del "Neknomination" impazzato, e impazzito, on- line.
Ma per alcune manie il discorso è diverso. Infatti alcune, biologicamente parlando, come i famosi "Pokemon" dei cartoni giapponesi, hanno la capacità di evolversi, di trasformarsi in qualcosa di al contempo simile e diverso rispetto a ciò che erano prima. Prendete ad esempio l'evoluzione del pokemon Bulbasaur. Così l'effetto fantasmagorico e allucinante che si ottiene, forse non proprio benefico, è quello di avere una nuova moda che è sia nuova che vecchia, segnando un continuum in questo genere di manifestazioni umane, invero, piuttosto inquietante.
Perciò saremo a breve tutti testimoni, che fortuna, dell'avvento di una nuova mania virale: il "dronie". E che cos'è un "dronie"? La domanda è lecita: la parola deriva dalla fusione, perciò in questo caso è "Dragon Ball" il riferimento da tenere a mente, di "selfie", la vecchia carissima moda del farsi le foto da sè, altrimenti definito autoscatto, prima che diventasse una cosa trendy; e "drone", ovvero i velivoli automatici che godono anche essi, oggi, di grande popolarità.
La nuova moda proviene dagli Stati Uniti. E forse un pò c'era da aspettarselo, no? E naturalmente va ben oltre la sua forma embrionale, si potrebbe dire, del selfie, poichè l'effetto che si ottiene dal farsi una foto con un drone è molto più suggestivo. E forse anche svilente, ma questo è giusto che lo decida ognuno di noi. Il responsabile della sciagura, ovvero del nuovo trend, come è anche possibile definirlo, è Amit Gupta da San Francisco, che ha avuto la brillante idea di postare su Vimeo un video di se stesso ripreso da un drone. Il suo è ufficialmente il primo "dronie" della storia. Pensate, signori, che tempi eccitanti stiamo vivendo. Ad ogni modo nell'attesa di comprare tutti un drone per partecipare alla festa collettiva on-line, speriamo che anche quest'altra sia acqua passata. A da passà a nuttata, dicono a Napoli. Ed è ciò che anche noi ci auguriamo.

Dentro l'armadio ( II)

I coniugi Philips si erano finalmente trasferiti nella casa che avevano visitato, verso la fine di maggio. In quel periodo il giardino che circondava l'abitazione era un unico rigoglire di fiori dai colori vivi e profumati. Gli odori che si spargevano tutt'intono e fino alla strada erano morbidi come seta. Insomma un ambiente idilliaco, ombreggiato e fresco in alcune zone e ricco di luce e raggi solari in altre, in tutti i sensi e per tutti i sensi. Peccato per le vespe e le api attratte dalla ricchezza della flora; e per il fatto che il sig. Phillips soffriva di un pò di allergia. Tuttavia quel bel giardino, sicuramente invidiato in tutto il vicinato, e forse anche oltre, pensò il sig. Philipps con una punta di vanità, valeva bene qualche starnuto, qualche prurito, qualche occhio lacrimante come una fontana, qualche arrossamento e una buona dose di antistaminici. Omeopatici, come voleva la moglie. Moglie che del resto non temeva affatto gli insetti e non era per nulla allergica. Quindi il sig. Phillips avrebbe dovuto fare buon viso a cattivo gioco. E munirsi di numerosi fazzoletti.
Ad ogni modo, adesso che erano arrivati i nuovi mobili, espressamente ed esclusivamente selezionati, visionati, decisi e acquistati dalla signora Phillips, senza avere consultato per un minimo parere il marito, che tuttavia non aveva mai avuto una gran voglia di essere consultato dalla signora Phillips per quel genere di cose, ma preferiva piuttosto lasciar fare al notorio buon gusto e giudizio della moglie, la casa appariva bellissima anche all'interno. La cucina aveva dei mobili al contempo moderni ma caldi e intimi come le cose di una volta. Il salotto era ben arredato con tre divani, i cui colori erano i preferiti della signora Phillips, una bella e ampia libreria ispirata alle più moderne concezioni del design degli interni, un lampadario che poteva variare automaticamente la graduazione della luce a seconda di quella che proveniva dall'esterno (ecosostenibilità aveva spiegato la signora al marito alquanto incredulo) e altri elementi ben piazzati dove serviva. La camera dei coniugi invece era la stessa della vecchia casa, poichè la signora Phillips ci era affezionata e non voleva cambiarla. Ad ogni modo anche essa ben si adattava alla nuova situazione. Purtroppo constatò il sig. Phillips che era un attento constatatore, se si eccettuano i capelli della moglie, la consorte aveva trasportato dalla vecchia casa anche la sua collezione di bambole di cera. Che al sig. Philipps mettevano i brividi fin da bambino. Del resto a chi non mettono i brividi le bambole di cera? È presto detto: alla moglie del sig. Philipps. Ecco.
Lo studio, che stava dinnanzi al bagno, era la stanza dove c'era quell'armadio enorme, che tanto aveva impressionato il sig. Phillips durante la sua prima visita, alla fine dell'inverno. L'armadio stava ancora lì, poichè era davvero troppo grosso per essere spostato, assieme alla scrivania dell' uomo, portata dalla vecchia casa e una delle poche cose di sua competenza nella cernita delle cose da trasferire, alla sedia di legno di ciliegio dell'uomo e a poche altre sue cose indispensabili. Dovete sapere che il sig. Phillips era un professore. E si dilettava nella scrittura. Comunque il nostro sig. Phillips era nello studio alla sua scrivania, quel pomeriggio di metà giugno. L'estate era alle porte, gli odori e i colori sempre più esplosivi, gli insetti sempre più eccitati e numerosi e l'allergia era praticamente diventata la sua fedele compagna. Il brav'uomo, tra uno starnuto e l'altro, esaminava degli elaborati dei suoi studenti. Il caldo era molto forte, e il sig. Phillips ad essere sincero si stava piuttosto annoiando. La moglie non era in casa. Si sollevò dalla sedia, si stiracchiò e si asciugò gli occhi in lacrime. Poi si decise a prendere un antistaminico da un cassetto della scrivania. Stette lì fermo in piedi per qualche minuto, dove starnutì più volte, in cui si accorse di non potere distogliere lo sguardo dal possente armadio (se si eccettuano gli starnuti). È davvero enorme, pensava. E sembra diventarlo sempre di più. Si rese conto che il pensiero era assurdo: il legno non è acciaio, pensò, e non si dilata col calore. Forse le termiti, azzardò. Ma l'armadio sembrava solido come roccia. Fece per risedersi alla scrivania e finire il lavoro prima che la moglie tornasse, forse con un nuovo taglio di capelli, e gli chiedesse di svolgere una qualche commissione per lei. Così prese in mano i fogli e cominciò a leggere e a correggere. All'improvviso un forte rumore, secco e sordo come una martellata improvvisa e detonante, lo fece sussultare. Un nuovo colpo, anche più secco e sordo. Il rumore proveniva dal grosso armadio, si rese conto il sig. Phillips, il quale non poteva fare a meno di chiedersi che stesse accadendo. Rimase a fissare l'armadio ancora per qualche secondo in cui tutto tacque di nuovo, eccetto per il ronzio di un'ape che si era intrufolata in casa dalle finestre aperte. Poi di scatto le ante dell'armadio si spalancarono dall'interno.


lunedì 28 aprile 2014

Stasera in TV (Ironico, nessuno si offenda)

PREMESSA (IN MAIUSCOLO PERCHè STO URLANDO). NO, NON STO URLANDO. SOLO CHE SE USI IL MAIUSCOLO, O CAP LOCK, EQUIVALE A URLARE E QUINDI PER QUESTA EQUAZIONE IO STAREI URLANDO. PERCIò FATE CONTO CHE URLI. OK? OK.
DI SOLITO NON PUBBLICO ROBE DEL GENERE SU QUESTO BLOG, CHE VUOLE ESSERE COME DICE IL SOTTOTITOLO, O PAY OFF, UNA RACCOLTA DI RACCONTI SURREALI SUL REALE. E SPERO CHE TUTTI ABBIANO NOTATO IL FINE GIOCO DI PAROLE. CARINO,NO? VABBè. NON è IMPORTANTE ORA.
QUELLO CHE è IMPORTANTE ORA, è CHIARIRE AL PUBBLICO, AMMESSO CHE CI SIA, PERCHè POSTO QUESTA COSA, UNA RECENSIONE DEL PALINSESTO TV DI QUESTA SERA. A QUESTO PUNTO SPERO CHE UN MINIMO DI PUBBLICO CI SIA, COSì MI RISPARMIEREI LA SPIEGAZIONE SEGUENTE. 
AD OGNI MODO, STO ANCORA URLANDO E NON CE LA FACCIO PIù, QUESTO VOLEVA ESSERE UN PEZZO PER UN SITO DI NEWS ON-LINE. SCRITTO SUL PALINSESTO TV PERCHè STE ROBE ATTIRANO MOLTI CLICK. QUINDI TRA ROBA PIù SERIA, OGNI TANTO CI BUTTO QUESTA ROBA ACCHIAPPACLICK, SPERANDO CHE ACCHIAPPI CLICK. VE LO FARò SAPERE. ERA MIA INTENZIONE, PERò, DARE UN TAGLIO COMICO-SARCASTICO ALLA SCRITTURA E ALLA DESCRIZIONE DI CIò CHE IL PALINSESTO OFFRIVA. CHE IN FIN DEI CONTI NON MERITA ALTRO CHE SARCASMO E IRONIA, MI PARE. TANTO PER SDRAMMATIZZARE. TUTTAVIA, SCRIVENDO IL PEZZO MI SONO DA SUBITO RESO CONTO CHE NON SAREBBE POTUTO USCIRNE FUORI QUALCOSA DI ADATTO AL TAGLIO DEL SITO DI NEWS ON-LINE, PERCHè PROBABILMENTE TROPPO SPINTA. ANCHE SE AVEVO CERCATO DI TRATTENERMI INIZIALMENTE. ALLA FINE MI SONO DECISO A SEGUIRE L'ISTINTO E HO FATTO UN PEZZO CHE HO DECISO COMUNQUE DI PUBBLICARE DA QUALCHE PARTE, NON FOSSE ALTRO PER GIUSTIFICARE IL TEMPO PERSO. QUINDI L'HO MESSO QUI. BUONA LETTURA E BUONA VISIONE. MA SPERO CHE NON CE NE SIA BISOGNO. 

Piatto ricco e per tutti i gusti, soprattutto i meno raffinati, quello di stasera in tv. 

Per chi, essendo lunedì sera, intendesse passare una serata all'insegna del divertimento e della comicità più surreale da non perdere, su La7, l'intervista esclusiva di Corrado Formigli a Berlusconi. Come sappiamo con il cavaliere in tv non ci si annoia mai: porterà qualche fazzoletto, questa sera, nel caso dovesse pulire uno sgabello? È ciò che tutti si chiedono in attesa di stasera. Non resta che guardare e scoprirlo: di sicuro ne sentiremo delle belle.

Per chi malauguratamente dovesse imbattersi su RaiUno, e non trovasse il telecomando da nessuna parte, andrà in onda, per il ciclo "Purchè Finisca Bene", sottotitolo "Evidentemente No",il film tv "La Tempesta". Non so se sia tratto dall' opera di Shakespeare. Quel che so è che ci sono tal Nicole Grimaudo e Nino Frassica. Boh, vabbè. Comunque vi consiglierei di ritrovare il telecomando nel frattempo, perchè dopo inizia Vespa. E lì, come dicono a Roma, "sò cazzi".

Canale 5. Cosa c'è su Canale 5? Sul quinto canale, partendo dall'alto (ma anche dal basso in realtà), insomma sul canale in mezzo, c'è una nuova puntata del "Grande Fratello", che invece so per certo non essere una riproduzione tv in puntate dell'opera "1984" di Orwell. Il programma segue invece le avventure, cagate da sempre meno gente che evidentemente si è perfino stufata del "Grande Fratello", di un manipolo di giovani e meno giovani, alle prese con il fatto di essere rinchiusi in una casa, spiati costantemente, mentre fanno nulla(se non cazzate) e pensano a niente(se non cazzate). Format super tirato per le lunghe, con momenti di suspence soporiferi, dove interi governi nel terzo mondo fanno in tempo a cadere, ma soprattutto tanto, tanto, tanto trash e volgarità di contenuti davvero disarmante al fine di proporre al pubblico la peggiore Italia possibile. Insomma, tra questo e RaiUno la scelta è ardua.

Se non avete ancora distrutto il televisore, potreste tornare indietro di due e andare su RaiTre. E qui potreste fare un affare, perchè troverete ad attendervi "Report", il programma d'inchiesta condotto da Milena Gabanelli, che si occuperà questa sera di una manifestazione di folklore tutta italiana: l'evasione fiscale. Perciò se finite su RaiTre il mio consiglio personale è di restarci e di seguire la puntata che verosimilmente offrirà una buona inchiesta sul fenomeno che ne prenda in analisi tutte le sue dimensioni e diverse problematiche.

Su RaiDue, sempre procedendo a ritroso, perchè così è più divertente, torna invece Rex, che non so affatto cosa sia. Con il grande Francesco Arca, che non so affatto chi sia. O se non sia una vera e propria arca chiamata Francesco, boh. Fatemi sapere, se questa sera deciderete di guardare RaiDue. Ma perchè poi dovreste farlo?

Rullo di tamburi. Signori e signori: Rete4, quella delle frequenze sì. Eh..Rete4..Dunque sulla quarta rete, partendo dall'alto e non dal basso questa volta, troviamo l'ex "Indignato Speciale" Paolo Del Debbio, lo ricorderete incazzatissimo con i vari supermercati ai tempi del Tg5. Il buon Paolone condurrà Quinta Colonna, che non ho mai visto se non a spezzoni, ma posso immaginare cosa sia. Gli ospiti di stasera comunque sono: Laura Ravetto di Forza Italia, Gianfranco Librandi di Scelta Civica, Anna Ascani del Pd, Ileana Piazzoni di Sel, Gianluca Buonanno della Lega Nord, l’attore Michele Placido e la “iena” Filippo Roma. Da guardare per il solo fatto che c'è quel caso clinico di Buonanno, che mostra in maniera scientifica e incontrovertibile gli abissi in cui può cadere la mente umana: che funga da monito a tutti. Classico talk politico di impronta puramente trash insomma: risate a volontà per gli amanti del genere.
(FINE PRIMA PARTE)


PS- Con Buonanno non si poteva fare altro che terminare la prima parte, perchè comunque parlare di Buonanno è molto stancante.

domenica 27 aprile 2014

Le pecore di Oibath (parte 2)


Ora le pecore che stavano così piantate sul campo ai margini della cittadina di Oibath da oramai una settimana, non si erano semplicemente bloccate lì, come per uno strano sortilegio che immobilizza le pecore. Assolutamente no. Esse stavano, in maniera flemmatica, come è loro costume, decidendo sul da farsi. Ovvero se fermarsi stabilmente in città oppure andarsene per sempre e stabilirsi altrove.
La discussione ferveva, per modo di dire, perchè come sapete le pecore sono animali piuttosto mansueti e raramente danno in escandescenze, limitandosi invece a brucare e belare, da diversi giorni oramai e non si era ancora trovato un accordo. Alcuni suggerivano fermamente di levare le tende. A quanti gli domandassero di quali tende si sarebbero dovute levare, essi rispondevano che si trattava unicamente di un modo di dire, anche piuttosto vecchio oggigiorno, e così le pecore capivano. E alcune di loro belavano e facevano di sì con la testa; altre invece belavano esprimendo così i loro dubbi circa questa strategia. Dall'altra parte c'era chi invece avanzava una proposta piuttosto antitetica, pur con modi comunque mai eccessivi come si usa tra questi nobili ovini, rispetto alla precedente. Ovvero di stabilirsi nella cittadina di Oibath in pianta stabile. A quanti gli domandassero a quale pianta si riferissero, questi rispondevano che era soltanto un'immagine, piuttosto suggestiva anche, per simboleggiare un radicamento definitivo ad un luogo. Così, una volta ricevuta tale utile spiegazione, alcune pecore belavano in segno di assenso; altre palesemente brucavano dell'erba essendo contrariati da una simile proposta.
Un fatto in un certo qual modo interessante era che la prima posizione, quella di spostarsi altrove e non rimanere nella cittadina, era sostenuta quasi totalmente dai soggetti più anziani del gregge, con il pelo bianco(più del normale per una pecora) e irto, interessati a mantenere lo status nomade del gruppo, grazie al quale potevano fare valere la loro esperienza durante gli spostamenti e la ricerca del cibo, con conseguenze chiare sulla scala del potere interno. Il secondo proposito invece, quello di restare a Oibath, era caldeggiato in larghissima parte dai membri più giovani e perciò idealisti, desiderosi di realizzare un sogno a lungo cullato da ogni pecora moderna, ovvero quello di riappropriarsi, con interessi, degli spazi che le erano stati tolti, elevando così il gregge a una nuova condizione mai raggiunta prima e innescando perciò una rivoluzione dei rapporti interni.

Insomma: alcune pecore erano stanche della loro vita di pecore nomadi e diseredate ed erano anche stufe di subire, contemporaneamente, la tortura di dovere essere in un certo sottile e invisibile, ma comunque inestricabile, modo sottomesse a una generazione di pecore che invece non aveva fatto altro che accettare supinamente la loro condizione di animali considerati dagli umani, quegli usurpatori, mansueti e un tantino stupidotti, e brucare e belare osservando le placide vite degli abitanti di tante cittadine tutte uguali.

sabato 26 aprile 2014

Le pecore di Oibath ( parte 1)

Quella mattina gli abitanti della cittadina di Oibath si svegliarono con una visione insolita. In un campo coltivato ai margini dell'abitato era comparso, come dalla brina mattutina, un gregge enorme di pecore belanti e brucanti, le quali sembravano come osservare da lontano la cittadina e i suoi placidi abitanti. Il fatto, benchè non così straordinario, costituiva comunque una certa novità in una cittadina sì piccola, o a misura d'uomo (che dir si voglia), ma di sicuro oramai definitivamente compromessa con un certo grado di industrializzazione e urbanizzazione, che aveva rubato progressivamente la scena a cose, appunto insolite, come un gregge di pecore belanti e brulicanti nei pressi della cittadina. Normale quindi che le persone ne fossero incuriosite, non tanto chi si recava di fretta come ogni mattina al lavoro in una città ancora più grande e con ancora meno pecore, ma soprattutto gli anziani e i bambini. I quali, i primi, ricordavano con nostalgia i tempi in cui le pecore nella cittadina di Oibath, molto tempo prima che si trasformasse in un posto dove la gente si recava a lavorare in una città più grossa, le pecore quasi scorrazzavano indisturbate tra la gente, sempre ovviamente brucando e belando. Invece i bambini erano particolarmente attratti da un animale che molti di loro conoscevano solo per essere presente come povera vittima di famelici lupi senza pietà in moltissime fiabe e favole e per essere anche una creatura piuttosto mansueta e un tantino stupidotta.
Tant'è che in effetti molte persone quella mattina, passando nei pressi del campo dove erano comparse tutte quelle pecore belanti e brucanti, si facevano una bella risata compiaciuta di superiorità, guardando il volto di quelle bestie così mansuete e stupidotte che brucavano e belavano in maniera così ridicola. "Ih,ih,ih,ih..": pensavano molti che passavano da lì e vedevano le pecore. E lo pensavano anche dopo, nel pomeriggio, altri che transitavano da quella zona vicina al campo: "che animali mansueti e stupidotti..ih,ih,ih,ih..". E lo pensavano naturalmente anche arrivata la sera, quando le persone uscivano per divertirsi, o almeno per provarci, dalle loro abitazioni, prima di prepararsi ad un'altra giornata di lavoro in una città più grossa, e passando dai pressi del campo vedevano il volto delle pecore. "Ih,ih,ih,ih..".
Fattasi notte, la gente andò a dormire, e quella sera davvero qualcuno avrebbe potuto letteralmente addormentarsi contando le pecore. Ma in pochi ci pensarono e nessuno lo fece veramente. Perchè tutti erano solo troppo stanchi. Quindi dormirono e basta.
La mattina seguente, nessuno nella cittadina di Oibath pensava più al gregge di pecore. Sicuramente se ne saranno andate a questo punto, era l'implicita opinione comune di tutti. Invece le pecore erano ancora lì, il mattino dopo, nei pressi del campo a belare e brucare, spuntate fuori come dall'umidità notturna. Insolito, sì. Ma di certo non straordinario. Anche per una cittadina come Oibath con un passato sì agricolo e contadino, ma oramai lontana dall'essere un luogo dove le pecore si vedessero con molta frequenza, se non dal macellaio o al supermercato in comode e pratiche vaschette.
Lo divenne, straordinario, comunque, quando dopo una settimana le pecore continuavano a permanere imperterrite, spuntate fuori come dalla nebbia della sera prima, ferme su quel campo dove semplicemente brucavano e belavano. E da lontano sembravano osservare la cittadina di Oibath e i suoi placidi abitanti.

mercoledì 16 aprile 2014

smart phones war ( parte XVI)

Dopo che fu sceso dalla metropolitana Michele si diresse verso casa. Aveva davvero voglia di riposare e di dormire, anche se era certo che non sarebbe stato semplice. Troppi pensieri per la testa: tanto per cominciare, che è sempre la parte più difficile, il piano era miseramente fallito e loro erano stati scoperti. Lui, addirittura, era stato portato via dai pearini ed interrogato per ore tramite l'applicazione "macchina della verità", dopodichè gli era stato fatto pensare ad un oggetto a caso, anche astratto, e questo era stato indovinato in venti domande dall'app. "Q20". Michele era davvero stupito che un'applicazione potesse leggere nel pensiero. E la cosa ancor più inquietante fu che uno dei commissari di polizia pearini, leggendo lo stupore sul suo volto, gli si rivolse con un ghigno avvisandolo che non aveva ancora visto nulla di quello che la ricerca della Pear avrebbe potuto fare. E fece un cenno al collega, che però, momentaneamente distratto da qualcosa, non colse immediatamente facendo sembrare tutta la sequenza molto meno fica di quanto avrebbe potuto essere. Peccato, pensò Michele, che apprezzava la teatralità quasi preparata di certi frangenti della vita. Poi c'era il fatto che i pearini, a meno che non stessero bluffando, e Michele sapeva che non avevano l'intelligenza e la capacità di pensiero astratto necessaria per farlo, erano molto più avanti di loro nella ricerca smartphonica. E Dio solo sa cosa sarebbe potuto succedere alla Sammy a quel punto. Il terrore scosse Michele lungo tutto il sistema circolatorio e gli fece sussultare il cuore. Il cuore l'altro problema di Michele, che non gli avrebbe fatto prendere sonno facilmente. Ed il suo amico Hanson in coma senza un motivo apparente. Michele senza il suo smart phone era tagliato fuori dal mondo, solo e senza nessuno con cui confidarsi. Più si avvicinava a casa, più Michele si sentiva preoccupato. Così pensò che era meglio non recarvisi, a casa, come aveva progettato inizialmente, ma di andare a fare una visitina ai vertici sammini, affinchè sapessero ciò che erano in diritto- dovere di sapere. Arrivò al quartier generale, che il sole stava tramontando. Citofonò e nessuno rispose. Citofonò di nuovo e la porta si aprì. Dietro di essa stava il fido Gerard, che ora fissava il nostro giovane Michele con aria interrogativa, il quale a sua volta guardava l'inserviente con un'espressione ugualmente interrogativa. Ma chi era venuto a citofonare in quel caso, non era certo l'inserviente Gerard, ma il buon Michele, e questo, il ragazzo lo sapeva benissimo. Perciò se c'era qualcuno autorizzato a fissare l'altro con fare questionante non era certo lui, il bravo Michele, ma l'altrettanto ottimo e fido inserviente Gerard. Che difatti da par suo continuava a guardare il giovine con aria ora fortemente interrogativa e avvicinando sempre di più il suo volto a quello del ragazzo, che ora sotto una tale pressione iniziava a sentirsi a disagio. "Ma che ci sono venuto a fare qui?": pensò Michele all'improvviso. Ma oramai che era lì, doveva comportarsi come se sapesse che fare, come se avesse un piano. Così domandò del direttore generale e del suo assistente, a cui avrebbe dovuto dare una brutta notizia. Il nostro inserviente Gerard che, come sapete se avete letto con attenzione o se conoscete Jerry di persona, era quasi del tutto sordo e non capì quindi quello che Michele gli aveva domandato. Tuttavia, essendo un grande uomo di mondo ed avendo oramai raggiunto quell'età che ti permette di avere abbastanza esperienza sulle cose della vita da poterle giudicare solo dall'odore o dal sapore o con un rapido sguardo al contesto, l'inserviente Gerard potè soddisfare tutte le richieste del giovane Michele. Così gli disse, nonostante fosse muto, di recarsi alla sala comandi, dove non avrebbe trovato nessuno. Michele così si incamminò, ma dopo pochi passi, tipo tre o quattro, si fermò di scatto. "Come sarebbe a dire che tanto non troverò nessuno? E poi lei non era muto e sordo?". L'inserviente fece segnò che non aveva sentito dato il suo handicap acustico, ma subito dopo confermò:" sarebbe a dire che non troverà nessuno. Fuggiti, tutti. Hanno saputo, mio caro amico. La sconfitta è ufficiale: meglio arrendersi, hanno detto fuggendo". 
A michele crollò improvvisamente il mondo addosso. Tutto ciò in cui aveva sempre creduto non c'era più, svanito per l'eternità. Il pensiero corse immediatamente ai tanti utenti fidelizzati al marchio sammy come lui, che ora non avrebbero più saputo che fare, che ora avevano perso ogni coordinata per muoversi tra la gente e ogni riferimento per stare al mondo. Fece presenti le sue preoccupazioni al saggio Gerard scandendo bene le parole e parlando ad alta voce. L'inserviente fece segno che aveva capito, e che non era mica sordo. Come no? Pensò Michele. Era chiaro che la situazione con Jerry non era delle più chiare, anche se comunque l'inserviente era una brava persona. Ad ogni modo il nostro sordomuto trovò il modo di rassicurare Michele anche su questo:" mmmm...mmmmm....mmmmm....mmmmm....mm...m.Capito?". Michele non voleva credere alle sue orecchie: "come sarebbe a dire che non frega nulla a nessuno e sono semplicemente andati tutti a comprare un Pear? Che razza di traditori": urlò Michele in un eccesso di ira che lo portò a scagliare il suo Hanson malato oltre la porta che non voleva saperne di stare chiusa (e che evidentemente era ancora rotta). L'inserviente Gerard invitò nuovamente Michele a non urlare per gentilezza per non urtare il suo sensibilissimo udito (ma se era sordo..si disse Michele tra sè e sè..mah..si rispose sempre tra sè e sè. Nonostante ciò l'inserviente riuscì a sentirlo) e lo invitò ad accettare l'ineluttabile destino e il fatto che le persone raramente credevano davvero ad una qualche idea e non solo per una qualche fortunosa circostanza momentanea. Ecco ciò che disse parola per parola:" mmmm...mmmm.mmmmm...mmmm...mmmmm. Mi spiace per te, oh giovine Michele". Le sue parole, mmmm...mmmm.. compresi, erano alquanto sincere e Michele lo capì e quasi si commosse. E gli venne voglia di abbracciare quell'anziano brav'uomo così sfortunato e che per tanti anni aveva sopportato quei due conigli fifoni del direttore generale e del suo assistente. Ah, se li avesse avuti sotto mano in quel momento, pensò Michele. Il direttore generale e il suo assistente furono quindi scossi dal terrore, ovunque si trovassero, al solo pensiero che il placido Michele potesse rimuginare su di loro. Naturalmente il direttore generale sussultò un poco di più ( eh, la gerarchia..). Comunque non c'era più nulla da fare, come constatò anche il savio Gerard, invitando il giovane ad andarsene a casa. Che lui ora lì avrebbe dovuto fare le pulizie e non voleva rompicoglioni (così disse) intorno. Gli chiese anche se sapesse dove si era cacciato il cestino dei rifiuti, ma Michele disse che non ne aveva idea. Così il nostro ragazzo uscì a testa bassa dalla sala: aveva pure perduto il suo unico amico che gli fosse restato, ovvero Hanson..e non c'era più possibilità di comprarne un altro. Si sedette in un angolo buio con le braccia conserte sulle ginocchia e lì chinò la testa cominciando a piangere come un poppante. Pensò anche alla ragazza dai riccioli biondi, e il dolore aumentò a dismisura divenendo per la prima volta, senza che se ne accorgese, qualcosa di reale e tangibile. Qualche minuto dopo si sentì picchiettare la spalla da una mano: sentì l'odore di fumo di sigaretta sotto il suo naso. Sollevò la testa e con gli occhi rossi e umidi guardò davanti a sè. C'era lì davanti a lui il cestino dei rifiuti. Fumava e lo guardava fisso (anche se non avendo gli occhi, non si capiva benissimo dove il cestino stesse guardando. Ma era bello supporre che lo stesse facendo negli occhi). "Smettila di frignare, ragazzo": lo invitò con voce ferma e priva di ogni emozione. Michele stette un pò in silenzio prima di dire: "l'inserviente ti cerca".
" Lo so, sto andando": rispose il cestino.
" Prima però voglio restituirti questo, prendi": continuò il cestino. Teneva in mano, anche se non ne aveva una, ma se ne avesse avuta una allora avrebbe tenuto lì la cosa che teneva in mano (quindi tecnicamente è corretto dire che..insomma fatevi i fatti vostri), uno smart phone. Michele lo riconobbe immediatamente: era il suo Hanson. Ma purtroppo era rotto. Lo fece presente anche al cestino dei rifiuti, che nonostante i modi e l'attitudine da duro, sembrava forse avere un cuore più grande di quello che mostrava: " purtroppo Hanson sta molto male. Forse è morto".

" Ah sì?": chiese semplicemente il cestino allontanandosi e dando una profonda boccata alla sigaretta che teneva..diciamo in bocca. Anche se non ne aveva una e bla bla bla, ma come al solito, se l'avesse avuta e bla bla bla. Michele dunque provò a pigiare su Hanson. Ed Hanson si svegliò e rispose.

martedì 15 aprile 2014

il passante e l'aspirante suicida

Un uomo stava in piedi sul parapetto di un ponte con l'aria sconsolata guardando il sole tramontare. Quello sarebbe stato l'ultimo tramonto che avrebbe mai veduto. L'uomo sul parapetto infatti stava per buttarsi giù (altrimenti perchè salire su un parapetto? ), nel turbinare delle acque del fiume sottostante che lo avrebbero in poco tempo inghiottito e strappato alla sua penosa esistenza. Perlomeno così aveva progettato. Era dunque pronto a saltare e già si era piegato leggermente sulle ginocchia per spiccare un miglior salto e morire con più dignità e stile. In passato aveva anche partecipato a diverse gare di tuffi e pertanto ci teneva a non sfigurare in quella che avrebbe potuto ritenersi, in tutto e per tutto, la sua ultima esibizione.
Fu proprio in quel momento che un uomo si avvicinò. Passando accanto all'aspirante suicida sembrò non notarlo nemmeno. Si fermò poco distante da lui e si voltò verso l'orizzonte e il tramonto.
"Che bei colori, eh?": commentò. L'aspirante suicida allora si girò per un attimo verso lo sconosciuto, e dopo uno stucchevole sospiro rispose: "Colori, già. Colori..Beh, non mi importa. Non mi importa più di nulla oramai".
" Resta il fatto che sono proprio dei bei colori. Indipendentemente dal fatto che le importi o
meno": rispose l'uomo quasi che non fosse nemmeno interessato al suo giudizio.
L'aspirante suicida a quel punto si sentì piuttosto interdetto. Per come la pensava lui, infatti, lo sconosciuto amante dei tramonti e dei loro colori non avrebbe mai dovuto disturbarlo, se non per tentare di dissuaderlo in extremis dal suo folle proposito come è buona creanza fare e come si vede anche fare nelle scene di tutti i film, nonchè dei telefilm, che implichino o prevedano scene di suicidio tentato (indipendentemente dal fatto che poi questo vada a buon fine, come tutti si augurano, oppure no). Insomma: quale aspirante suicida degno di questo nome e che non sia unicamente in cerca di attenzioni non vorrebbe qualcuno che provasse a salvarlo all'ultimo minuto, o giù di lì, con parole banali e scontate, ma per qualche motivo estremamente convincenti? Insomma: chi è che non desidera il classico lieto fine là fuori? Così dopo un breve e inteso silenzio, in cui il passante continuava a contemplare con aria rapita i bellissimi colori di quel tramonto ( e l'aspirante suicida iniziava a pensare che avrebbe dovuto scegliere un giorno di pioggia e nuvole per suicidarsi in santa pace), l'uomo sul parapetto se ne uscì fuori dicendo, come in risposta ad una qualche inesistente richiesta:" no, non provi nemmeno a dissuadermi dal mio malsano proposito".
Il passante distolse allora lo sguardo dal sublime e liquido crepuscolo per posarlo sull'aspirante suicida, che intato sperava che la sua azione avesse sortito un qualche effetto e lo guardava con occhi al contempo incerti e speranzosi in attesa che l'altro parlasse. " Dice a me scusi"? L'aspirante suicida annuì per segnalare che sì: in effetti diceva a lui. " Dissuaderla? Mi creda, non è affatto mia intenzione, ci mancherebbe. Si butti pure, per carità. Non mi disturba per niente. Anzi, se ha bisogno di aiuto non esiti a chiedere": disse lo sconosciuto terminando il suo discorso con un cordiale sorriso. Gentile e ben educato comunque lo era, pensò l'aspirante suicida. Non c'era nulla da dire a proposito. Subito dopo aver detto queste parole, l'uomo riprese a guardare il tramonto e a commentarne l'indiscutibile, così disse, bellezza. A questo punto, dopo l'ennesimo affronto, al nostro aspirante suicida venne quasi voglia di scendere dal parapetto e di non suicidarsi più. La gente sgarbata, anche se educatamente sgarbata, a volte riusciva a spingerti perfino a questo. Dopo tutta la fatica di lasciare i vari biglietti di addio (che aveva ordinato ad una copisteria che praticava tariffe piuttosto elevate e nessuno sconto aspiranti suicidi, come constatò con amarezza, appunto, il nostro aspirante suicida). Non poteva davvero credere a ciò che le sue orecchie sentivano (anche se ancora per poco ovviamente. O così perlomeno sperava). "Come sarebbe a dire, faccia pure? Abbia pazienza. Lei, mi permetta di dirlo, ha il preciso dovere morale di dissuadermi. Insomma: dove andremo a finire di questo passo? Intendo dire: io non voglio vivere, come avrà capito, in generale; ma ancora meno lo voglio fare in un mondo dove nemmeno le più basilari convenzioni sociali vengono rispettate". Il passante allora sospirò, ma bonariamente, si sistemò gli occhiali sul naso e disse:" Lei ha assolutamente ragione signore. Ma a me non interessa affatto nè di lei (tantomeno dei suoi biglietti di addio), nè della sua presupposta morale. Dunque prego: si butti pure. Io ho qui un magnifico tramonto cui badare. E le ripeto che non mi disturba affatto". E ciò detto continuò a contemplare il tramonto e i suoi colori. L'aspirante suicida stette in piedi sul parapetto girato a guardare lo sconosciuto che invece era unicamente assorto nella visione del tramonto.
"No, mi perdoni. Ma proprio così non ci siamo": disse infine scendendo dal parapetto e accennando ad andarsene via. "Ma che le prende ora?": fece lo sconosciuto non poco sorpreso dal bizzarro atteggiamento dell'aspirante suicida."Dove va? Torni qua, sù.": lo invitò lo sconosciuto. L'aspirante suicida dunque si fermò e si mise a braccia conserte dando le spalle al passante che adesso stava finalmente voltato verso l'offeso prossimo suicida. Seguì qualche secondo in cui nessuno dei due fece nè disse nulla. Poi rompendo improvvisamente il silenzio che si era creato, e che in effetti ben si sposava con il languido tramonto e i suoi colori di pastello, il passante disse, dopo averci pensato ancora su per qualche istante: " senta..il punto è che mi prende in contropiede: non sono bravo con i discorsi, proprio non ci so fare: da quando alle celebrazioni per il mio matrimonio dopo il mio discorso di rito, la mia novella moglie chiese il divorzio e l'affidamento dei figli che ancora non avevamo, a quella volta in cui pregai un vigile, con un discorso strappalacrime, di non procedere, per cortesia, col fermo amministrativo del veicolo e di chiudere, di grazia, un occhio per quella e quella sola volta. E invece oltre al fermo amministrativo procedette anche con la distruzione del veicolo. Cosa pure non prevista da alcuna norma. E quando protestai col giudice per questo fatto indecorose, usando parole che, pensavo, avrebbero dovuto muovere a compassione anche una pietra, e costui si rivolse al legislatore affinchè procedesse ad elaborare una nuova norma che sancisse la correttezza e la legittimità dell'ingiustizia che avevo subito. Quindi non me la sento proprio, in questo frangente di rovinare tutto con un discorso che non saprei tenere". Non c'era che dire: lo sconosciuto passante si era decisamente svuotato il cuore ed ora si sentiva decisamente meglio. L'aspirante suicida dunque lo guardò negli occhi e gli sorrise benevolo, dicendogli di non arrendersi (ironico che dicesse ciò da aspirante omicida di se stesso) ed esortandolo a provare un discorso con lui al fine di dissuaderlo dal suo insano proposito. "Non preoccuparti: questa volta nulla potrà andare storto": promise il suicida venturo. Così il passante prese coraggio e si affidò completamente all'aspirante suicida. Prima però volle sapere, per preparare un discorso meglio impostato e più centrato sulla situazione attuale concreta, i motivi che avevano portato l'aspirante suicida a scegliere appunto quella svolta per la sua vita. O la sua morte. "Beh, ecco"gli rispose semplicemente costui:" ho perso il lavoro su cui avevo investito tutti i miei risparmi e le mie energie, la donna che avrei dovuto sposare mi ha abbandonato senza nemmeno lasciarmi una pizza surgelata nel congelatore per la cena, il mio cane è scappato con una gatta e mi ha portato via l'automobile: era l'amore della sua vita mi ha scritto. Sono contento per lui, ma mi manca molto. Ma soprattutto non voglio vivere in un mondo dove la gente fa foto di se stessa, poi la posta su internet e non riceve commenti di insulti e di biasimo. Insomma, non ce la faccio e non sono più disposto". "Ragioni più che valide. L'ultima soprattutto": constatò il passante che oramai si limitava a sbirciare il tramonto forse in cerca di ispirazione. Ci pensò per qualche minuto, poi disse che si sentiva pronto. L'aspirante suicida tornò sul parapetto tutto contento e soddisfatto. Poi scese repentinamente quanto era risalito e annunciò che mancava qualcosa. "Mi aspetti qui, torno subito": disse al passante che restò lì a chiedersi dove cavolo andasse così d'improvviso l'aspirante suicida (forse a cercare un altro ponte dove buttarsi? Si chiese preoccupato il passante). Passò qualche minutò quando il brav'uomo vide tornare l'aspirante suicida, se possibile anche più allegro di prima.
Recava con sè tra le mani una grossa pietra che trasportava con fatica, ma con grande lena.
"Mi aiuti sù": esortò l'aspirante suicida e porse al passante una corda che insieme legarono alla roccia da un capo e dall'altro l' assicurarono alla gamba destra dell'aspirante suicida. "Servirà affinchè io affondi con ancor più agio": spiegò l'aspirante suicida pieno di ritrovato entusiasmo. "Ora sù, mio nuovo amico, non esiti oltre e proceda col suo discorso che, ne sono certo, sarà il miglior discorso per fare desistere un aspirante suicida dal suo folle e sconsiderato proposito mai sentito": invitò l'uomo che stava con una pietra legata al piede tramite una corda. Dunque il passante pensò tra sè assorto ancora per qualche interminabile secondo, poi si convinse e iniziò finalmente con la sua orazione. Quando la ebbe terminata, stette in silenzio fremente in attesa. L'aspirante suicida che per tutto il tempo in cui il passante aveva parlato, invitandolo a desistere dal suo poco salutare piano, lo aveva fissato senza muovere un muscolo, potè finalmente liberarsi ed esprimere ciò che stava provando con estrema e inusitata intensità dentro di sè: " ma che cazzo!": fu ciò che esclamò.
" Mi perdoni? ": chiese il passante che timidamente aveva ripreso a guardare il tramonto che ora stava definitivamente per lasciare spazio allo scuro del cielo notturno.
"Ma che cazzo di discorso è mai questo, per Dio?! ": insistette l'aspirante suicida.
"Gliel'ho detto: non sono bravo con i discorsi".
"No, lei fa schifo con i discorsi, che è molto diverso. Dico io, ma dove ha imparato?".
"Ma non si impara a fare i discorsi".
" Appunto, lei di certo non l'ha fatto".
" Guardi", continuò dopo una breve pausa l'aspirante suicida: " non solo il suo discorso faceva cagare, ma mi ha anche convinto a non suicidarmi, pensi lei..".
"Davvero? Mi spiace davvero tanto..io non so cosa dire, sono assolutamente mortificato. Non volevo proprio. Dai, non faccia così. Non può farmi questo la prego, si suicidi. Guardi le tengo la corda, se vuole le darò una bella spintarella e...".
"E.. niente", lo interruppe un pò bruscamente l'ex aspirante suicida, ora aspirante attivista per la vita: "me ne vado a casa, non mi suicido più. Grazie mille eh..". E se ne andò nero in volto e triste e depresso molto ma molto di più di quando era arrivato, ma senza la benchè minima voglia di ammazzarsi. Che disdetta.

Così adesso, il passante, colui che voleva restare semplicemente un comune passante che si fermava ad osservare un bel tramonto e che suo malgrado era stato coinvolto in qualcosa che non aveva cercato come accade talvolta nella vita, stava lì, immobile, senza nemmeno un tramonto da guardare oramai, e pensando a come ancora una volta aveva rovinato tutto con uno dei suoi tipici disastrosi discorsi.

martedì 1 aprile 2014

il bosco incantato ( XVI)

Raramente il nostro giovane ragazzo aveva avuto tanta paura dello sguardo irato del padre. Di solito era più che altro una finta e dietro ogni espressione contrariata del suo genitore, il piccolo Lucio aveva imparato a intravedere un raggio di benevolenza e di leggerezza che gli faceva capire che egli non era davvero arrabbiato, o perlomeno non così come pretendeva di fare credere. Quella volta invece era diverso: il sig. Giuliano aveva un viso scuro come il carbone e da dietro quell'espressione così contrita non traspariva nulla se non altra rabbia e irritazione verso il figlioletto. Il bambino terrorizzato si girò verso il suo amico Goblin che nel frattempo da vero cuor di leone aveva cercato un nascondiglio di fortuna dietro una piccola pietra, desiderando ardentemente una sigaretta. Il piccolo Lucio intanto stava immobile come quella volta tanti anni prima davanti al fantasma della vecchia signora con quella vestaglia di così pessimo gusto che avrebbe raggelato il sangue nelle vene perfino al demonio.
"Papà..": azzardò il piccolo Lucio, il cui piccolo mento già aveva iniziato a tremare visibilmente mentre gli occhi iniziavano a gonfiarsi di lacrime e ad arrossarsi.
" Oh no, ecco che ricomincia a frignare": pensò intanto Sgruntutur dal suo nascondiglio di fortuna.
Ma fu costretto a interrompersi subito, dal momento in cui il viso del padre si era fatto immediatamente ancora più nero e duro.
" Ti consiglio vivamente di non fiatare fino a casa, figliolo. E non pensare nemmeno di metterti a piagnuccolare che non attacca": sentenziò chiaramente il padre. Bene: su questo siamo d'accordo, pensò il goblin sentendo la seconda parte della frase: non aveva davvero alcuna intenzione di sorbirsi un altro pianto chiassoso.
Il signor Giuliano prese dunque il figlioletto per un polso e lo sollevò praticamente da terra portandoselo dietro con passo lungo e ben disteso che sembrava come falciare la fresca e verde erba del prato. Questo modo di incedere non piaceva certo al piccolo Lucio che continuava a implorare il padre, a implorare di ascoltarlo e starlo a sentire e guardare con i suoi occhi:" ti prego papà, papino, ti prego ascoltami". Come era difficile farsi ascoltare dagli adulti: la vita del bambino era senza dubbio la più dura, poichè è arduo far valere le proprie ragioni senza essere creduto anche quando l'evidenza è sotto gli occhi, magari nascosta malamente dietro una roccia. Ecco. Forse se gli avesse mostrato con chi stava parlando, se gli avesse fatto vedere il goblin suo amico, il padre allora ci avrebbe creduto per forza. Così provò a chiamare, sapendo però di non potere fare affidamento sul cuore impavido della piccola e fantastica creatura. " Esci fuori, gnometto..ehm..goblin, amico mio. Esci fuori, fatti vedere dal mio papà. Lui ti aiuterà se tu ti fai vedere, suvvia!!" Urlava il piccolo Lucio mentre praticamente fluttuava sul terreno tenuto in alto dalla stretta del padre e dal suo incedere fulmineo.
Il signor Giuliano dunque, che sordo non era, ma solo leggermente miope (e comunque portava un bel paio di occhiali), sentì il figlio urlare queste cose a gran voce e chiamare uno gnomo, o un goblin. Che poi è la stessa cosa, pensò il signor Giuliano. Cosa? Come tu sei lo stesso di un cavallo, diamine: pensò in tutta risposta lo gnomo o goblin che dir si voglia. Che dir si voglia? Disse dunque Sgruntutur all'autore? Ovviamente scherzavo Sgrunty, non ti preoccupare. Ecco, dicevo io: concluse il goblin che mai e poi mai avrebbe potuto essere scambiato per uno gnomo (anche se si vestiva un pò come tale). Il genitore del piccolo Lucio si arrestò dunque improvvisamente facendo sbattere il figlioletto contro una delle sue robuste gambe d'adulto tanto fu subitanea la frenata.         "Che dici? Con chi parli?"
"Auch..": rispose il piccolo Lucio.
Guardava suo padre con l'espressione mogia e la boccuccia contratta a modi arco rivolto verso il basso e il mento tremulo il che voleva dire una sola cosa, che sia il signor Giuliano, che soprattutto il Goblin Sgruntutur e le sue delicate orecchie volevano evitare: una crisi di pianto infantile.
Così il padre si chinò su di lui, improvvisamente rabbonito, e gli posò una mano sulla testolina calda e sui suoi morbidi capelli, parlandogli con ritrovata dolcezza:" Perchè sei venuto fino a qui, Lucio senza dire nulla, a quest'ora di notte? Io e tua madre stavamo per morire dallo spavento".
Il bambino capì che suo padre aveva ragione e si mise nei panni della povera madre che doveva essere terrorizzata, così chinò il capo per la tristezza chiedendosi perchè lo avesse fatto e rispondendosi che non avrebbe potuto fare diversamente, che si era mosso come controllato da una forza superiore. Ma al padre, che finalmente sembrava essersi calmato disse solo:" non lo so".
Il signor Giuliano prese dunque in braccio il figlioletto e gli disse che ora andava tutto bene, ma che non avrebbe più dovuto farlo se non voleva che i suoi genitori morissero di paura. Il piccolo Lucio perciò pensò che non voleva certo che i suoi genitori morissero di paura e promise quindi di non farlo più. Poi chiese al padre con autentica curiosità: "ma tu come hai fatto a trovarmi papà?".
Quella domanda in effetti colpì il signor Giuliano che d'improvviso si fece rigido come se fosse stato vittima di un fulmine a ciel sereno. Lasciò per un attimo la mano del bambino e alzò gli occhi al cielo come in cerca di qualche ispirazione divina. Poi sorrise con un sorriso strano che il piccolo Lucio non aveva mai visto in volto a suo padre e che sembrava non appartenergli nemmeno: "non lo so, in realtà", disse semplicemente in un tono molto basso.
"Ora andiamo a casa, però. Tua madre sarà preoccupatissima, se non è già morta poveretta".
Il piccolo Lucio non voleva certo che la madre morisse, poveretta. Perciò accondiscese alla richiesta del padre e gli strinse forte la mano. Il signor Giuliano sorrise al figlioletto e si incamminarono verso la città. Ad un tratto il piccolo Lucio si bloccò. E si fermò con tale vemenza che riuscì a frenare anche il padre e a provocare la sua sorpresa.
"Che c'è piccoletto? Andiamo a casa sù".
Il piccolo Lucio però non guardava il padre, ma guardava verso il bosco incantato. Per essere precisi guardava verso una roccia a pochi metri dalle fitte fronde.
"Non voglio mentirti papà. Sono venuto qui per aiutare gli gnomi e le altre creature del bosco incantato, tra cui anche i permalosissimi goblin, che se verrà costruito il nuovo quartiere residenziale perderanno la loro casa".
Il signor Giuliano a quel punto non sapeva che dire. Era ovvio che il figlioletto lavorasse di fantasia e che nessuna creatura magica abitava e aveva mai abitato quel bosco. Del resto però il piccolo Lucio era solo un bambino. E un bambino della sua età ha tutto il diritto di sognare e fantasticare anche ad occhi aperti. Anzi è bene che lo faccia il più possibile, perchè poi crescendo arriva irrimediabilmente il risveglio e tutto inizia a farsi fin troppo chiaro ed evidente per quello che è, e allora sognare e immaginare è molto più difficile e ci si sente come in una prigione senza sbarre, ma comunque opprimente e oppressiva. Perciò non poteva nè voleva rimproverare il piccolo Lucio per il fatto di essere e comportarsi come un bambino con una grandissima immaginazione. Del resto anche lui alla sua età era così, forse anche di più. Lui addirittura ricordava quelli che poi comprese essere dei sogni ( non potevano che essere sogni), dove giocava con creature magiche come quelle di cui parlava adesso il figlio proprio nei pressi del bosco dove si trovavano ora. Ma certamente non poteva nemmeno permettere al figlioletto di scappare così di casa e di recarsi in un posto così pericoloso dove era anche facile smarrirsi. Così chiuse gli occhi, si chinò per potere guardare in viso il piccolo Lucio e quando ebbe trovato il coraggio e la forza per dire quello che avrebbe dovuto dire, riaprì gli occhi e guardò il figlio nei suoi: "ascolta piccolino, non avrei mai voluto essere io a darti questa notizia, ma è giusto che tu lo scopra prima o poi. Non esistono gnomi, o troll, o goblin o altro" (e la voce gli tremava per il dispiacere, di tanto in tanto chinava lo sguardo) "la fantasia purtroppo è solo frutto di immaginazione, figliolo. E nel mondo reale non c'è spazio per essa. Non verrà mai accettata, e chi crede in essa verrà isolato nel peggiore dei modi e come il peggiore degli infami, poichè lui ha un potere invidiato dal resto degli uomini che hanno perso questa capacità". E quella che sembrava una lacrima iniziò lentamente a colare da un occhio del signor Giuliano.
Il piccolo Lucio vide quella goccia farsi largo e scendere lungo la guancia del padre, ma non poteva capire cosa stesse accadendo perchè lui sapeva che gli adulti non piangono mica. Non piangono perchè a loro non si sbucciano mai le ginocchia, nè gli capita che i loro giocattoli preferiti si rompano. Comunque il bambino, pur non capendo perchè il padre sembrava piangere, volle lo stesso provare a consolarlo. E quale modo migliore di farlo, se non mostrandogli che lui e gli altri grandi si sbagliavano e che non dovevano essere tristi, poichè invece gli gnomi, le fatine e i nani esistono eccome, così come esiste Babbo Natale. Beh forse Babbo Natale era solo una storia per bambini, pensò Lucio (che in realtà una volta scoprì la madre intenta a nascondere un dono che avrebbe poi ricevuto per natale nel doppiofondo di un armadio), ma sicuramente lo erano i goblin. Tanto più che ce ne era uno nascosto proprio a pochi passi da loro. Così pensò di consolare il padre e dirgli tutta la verità: che i suoi amici adulti gli avevano mentito.
" In realtà, papà, le creature fantastiche del mondo incantato esistono. Guarda tu stesso se non ci credi..": annunciò il piccolo e tenero Lucio con un bellissimo sorriso. E corse verso la pietra dove stava nascosto malamente il goblin Sgruntutur. Il nostro amico stava ancora nascosto, accovacciato e chiuso a riccio con le mani a proteggere le orecchie e la parte posteriore della testa. Tremava anche un pò. Naturalmente non si accorse del piccolo Lucio che stava alle sue spalle. Per la paura si lasciò anche andare a una flatulenza.
" Mi scusi signor goblin..hey signor goblin": il piccolo Lucio tirò una pedata al goblin quando vide che questi non rispondeva affatto. Sgruntutur si girò di scatto:" allora: se ne è andato?"
" Ma è il mio papà, non devi avere paura: è un uomo buono."
" Non importa, ragazzo": rispose il goblin seccamente.
Questa affermazione non piacque al piccolo Lucio che riteneva, e non a torto, essere suo padre un adulto alquanto atipico e diverso da tutti gli altri: era come un bambino più grosso e con più peli. Ecco quello che era agli occhi del bimbo: un compagno di giochi un pò cresciutello.
Dunque il piccolo Lucio si girò verso il padre che stava a pochi metri da lui domandandosi che avesse in mente il figlioletto. E siccome era difficile darsi una risposta in assenza del minimo indizio, lo chiese direttamente al piccolo Lucio: " che hai in mente figliolo? Perchè stai lì fermo davanti quella roccia?"
" Vieni papà, voglio presentarti un amico": disse il piccolo Lucio contento di dimostrare al padre che si sbagliava e che per fortuna il mondo della fantasia è reale e concreto. Forse anche più e reale e concreto di quello in cui ci affanniamo a combattere ogni minuto in cui viviamo, pensò di sfuggita il bambino.
" Che c'è Lucio? Hai trovato un animaletto dietro quella roccia? Su dai, andiamo a casa ora. La mamma sarà così felice di vedere che stai bene": disse il padre che sembrava ancora triste nel tono di voce. Il piccolo Lucio lo notò e si sentì felice pensando che presto avrebbe aiutato il padre a ritrovare la serenità e i suoi sogni da bambino.
"Voglio mostrati una cosa papà, vedrai": oramai il piccolo Lucio era dilaniato dall'eccitazione.
" Lascia stare è tutto inutile": disse intanto di sfuggito il goblin Sgruntutur cercando nel taschino della giacca una sigaretta che non c'era più. "Cazzo", pensò. Ma non lo disse perchè c'era un bambino lì con lui.
"Allora Lucio, vediamo che c'è, poi torniamo a casa": disse accondiscendente nonostante tutto il sig. Giuliano.
"Ecco papà, guarda. Vedi che esistono le creature magiche? Non potete abbattere le loro case, papà, ti prego": iniziò a urlare il piccolo Lucio saltellando sul posto e indicando il goblin che adesso stava in piedi con aria insolitamente dubbiosa e un pò sconsolata.
" Piccolino", cominciò il signor Giuliano, chinandosi sul figlio e poggiandoli le mani sulle piccole spalle: "che stai indicando? Lì non c'è nulla, non c'è nessuno. Oh che bella cosa l'immaginazione dei bambini, magari anche noi adulti..ma purtruppo..oh quanto mi piacerebbe..e che triste sorte..ma è la vita capisci?"
No. Il piccolo Lucio non capiva per nulla. Che stava dicendo il padre? Che blaterava in modo così sconnesso? Ed era forse divenuto cieco? Come poteva non vedere il goblin lì in piedi di fianco a lui.
Il piccolo Lucio si sentì pervaso da troppa tristezza e sconforto per il suo piccolo corpicino. E scoppiò in lacrime.
Il goblin Sgruntutur, che sperava con tutto il cuore che questo non avvenisse, quando successe che il bambino iniziò a piangere con veemenza, non scappò via come era tentato di fare per andare a cercare delle sigarette e magari un cicchetto. Ma stette lì e prima che il padre prendesse in braccio il piccolo Lucio per calmarlo e riportarlo a casa gli rivelò un segreto: "spiacente piccolino, gli adulti non possono vederci. Non possono farlo più, perchè hanno perso la capacità di guardare le cose come veramente sono. Mi spiace, piccolino: tuo padre, per quanto sia un uomo buono, non potrà mai vederci ne aiutarci".
Naturalmente il signor Giuliano non sentì la voce rauca del goblin parlare col figlio e dirgli quel terribile segreto, ma comunque, nonostante avesse ritrovato sano e salvo il figlioletto, era triste come se fosse successo qualcosa. Qualcosa di irreparabile. Ma non allora:in un altro tempo, lontano. Anche il piccolo Lucio era ovviamente triste, e così anche il goblin. E non solo per il fatto di avere finito le sigarette.
"Mi spiace figliolo": sussurò infine il padre alle orecchie del figlioletto quando questi si era oramai calmato e dormiva ora nel suo letto coccolato dolcemente dalla madre ora finalmente sollevata.

" Mi spiace piccolino": disse il goblin Sgruntutur tornando a casa e frugando nel taschino. In cerca, anche lui, di qualcosa che oramai non c'era più.