domenica 27 aprile 2014

Le pecore di Oibath (parte 2)


Ora le pecore che stavano così piantate sul campo ai margini della cittadina di Oibath da oramai una settimana, non si erano semplicemente bloccate lì, come per uno strano sortilegio che immobilizza le pecore. Assolutamente no. Esse stavano, in maniera flemmatica, come è loro costume, decidendo sul da farsi. Ovvero se fermarsi stabilmente in città oppure andarsene per sempre e stabilirsi altrove.
La discussione ferveva, per modo di dire, perchè come sapete le pecore sono animali piuttosto mansueti e raramente danno in escandescenze, limitandosi invece a brucare e belare, da diversi giorni oramai e non si era ancora trovato un accordo. Alcuni suggerivano fermamente di levare le tende. A quanti gli domandassero di quali tende si sarebbero dovute levare, essi rispondevano che si trattava unicamente di un modo di dire, anche piuttosto vecchio oggigiorno, e così le pecore capivano. E alcune di loro belavano e facevano di sì con la testa; altre invece belavano esprimendo così i loro dubbi circa questa strategia. Dall'altra parte c'era chi invece avanzava una proposta piuttosto antitetica, pur con modi comunque mai eccessivi come si usa tra questi nobili ovini, rispetto alla precedente. Ovvero di stabilirsi nella cittadina di Oibath in pianta stabile. A quanti gli domandassero a quale pianta si riferissero, questi rispondevano che era soltanto un'immagine, piuttosto suggestiva anche, per simboleggiare un radicamento definitivo ad un luogo. Così, una volta ricevuta tale utile spiegazione, alcune pecore belavano in segno di assenso; altre palesemente brucavano dell'erba essendo contrariati da una simile proposta.
Un fatto in un certo qual modo interessante era che la prima posizione, quella di spostarsi altrove e non rimanere nella cittadina, era sostenuta quasi totalmente dai soggetti più anziani del gregge, con il pelo bianco(più del normale per una pecora) e irto, interessati a mantenere lo status nomade del gruppo, grazie al quale potevano fare valere la loro esperienza durante gli spostamenti e la ricerca del cibo, con conseguenze chiare sulla scala del potere interno. Il secondo proposito invece, quello di restare a Oibath, era caldeggiato in larghissima parte dai membri più giovani e perciò idealisti, desiderosi di realizzare un sogno a lungo cullato da ogni pecora moderna, ovvero quello di riappropriarsi, con interessi, degli spazi che le erano stati tolti, elevando così il gregge a una nuova condizione mai raggiunta prima e innescando perciò una rivoluzione dei rapporti interni.

Insomma: alcune pecore erano stanche della loro vita di pecore nomadi e diseredate ed erano anche stufe di subire, contemporaneamente, la tortura di dovere essere in un certo sottile e invisibile, ma comunque inestricabile, modo sottomesse a una generazione di pecore che invece non aveva fatto altro che accettare supinamente la loro condizione di animali considerati dagli umani, quegli usurpatori, mansueti e un tantino stupidotti, e brucare e belare osservando le placide vite degli abitanti di tante cittadine tutte uguali.

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