mercoledì 16 aprile 2014

smart phones war ( parte XVI)

Dopo che fu sceso dalla metropolitana Michele si diresse verso casa. Aveva davvero voglia di riposare e di dormire, anche se era certo che non sarebbe stato semplice. Troppi pensieri per la testa: tanto per cominciare, che è sempre la parte più difficile, il piano era miseramente fallito e loro erano stati scoperti. Lui, addirittura, era stato portato via dai pearini ed interrogato per ore tramite l'applicazione "macchina della verità", dopodichè gli era stato fatto pensare ad un oggetto a caso, anche astratto, e questo era stato indovinato in venti domande dall'app. "Q20". Michele era davvero stupito che un'applicazione potesse leggere nel pensiero. E la cosa ancor più inquietante fu che uno dei commissari di polizia pearini, leggendo lo stupore sul suo volto, gli si rivolse con un ghigno avvisandolo che non aveva ancora visto nulla di quello che la ricerca della Pear avrebbe potuto fare. E fece un cenno al collega, che però, momentaneamente distratto da qualcosa, non colse immediatamente facendo sembrare tutta la sequenza molto meno fica di quanto avrebbe potuto essere. Peccato, pensò Michele, che apprezzava la teatralità quasi preparata di certi frangenti della vita. Poi c'era il fatto che i pearini, a meno che non stessero bluffando, e Michele sapeva che non avevano l'intelligenza e la capacità di pensiero astratto necessaria per farlo, erano molto più avanti di loro nella ricerca smartphonica. E Dio solo sa cosa sarebbe potuto succedere alla Sammy a quel punto. Il terrore scosse Michele lungo tutto il sistema circolatorio e gli fece sussultare il cuore. Il cuore l'altro problema di Michele, che non gli avrebbe fatto prendere sonno facilmente. Ed il suo amico Hanson in coma senza un motivo apparente. Michele senza il suo smart phone era tagliato fuori dal mondo, solo e senza nessuno con cui confidarsi. Più si avvicinava a casa, più Michele si sentiva preoccupato. Così pensò che era meglio non recarvisi, a casa, come aveva progettato inizialmente, ma di andare a fare una visitina ai vertici sammini, affinchè sapessero ciò che erano in diritto- dovere di sapere. Arrivò al quartier generale, che il sole stava tramontando. Citofonò e nessuno rispose. Citofonò di nuovo e la porta si aprì. Dietro di essa stava il fido Gerard, che ora fissava il nostro giovane Michele con aria interrogativa, il quale a sua volta guardava l'inserviente con un'espressione ugualmente interrogativa. Ma chi era venuto a citofonare in quel caso, non era certo l'inserviente Gerard, ma il buon Michele, e questo, il ragazzo lo sapeva benissimo. Perciò se c'era qualcuno autorizzato a fissare l'altro con fare questionante non era certo lui, il bravo Michele, ma l'altrettanto ottimo e fido inserviente Gerard. Che difatti da par suo continuava a guardare il giovine con aria ora fortemente interrogativa e avvicinando sempre di più il suo volto a quello del ragazzo, che ora sotto una tale pressione iniziava a sentirsi a disagio. "Ma che ci sono venuto a fare qui?": pensò Michele all'improvviso. Ma oramai che era lì, doveva comportarsi come se sapesse che fare, come se avesse un piano. Così domandò del direttore generale e del suo assistente, a cui avrebbe dovuto dare una brutta notizia. Il nostro inserviente Gerard che, come sapete se avete letto con attenzione o se conoscete Jerry di persona, era quasi del tutto sordo e non capì quindi quello che Michele gli aveva domandato. Tuttavia, essendo un grande uomo di mondo ed avendo oramai raggiunto quell'età che ti permette di avere abbastanza esperienza sulle cose della vita da poterle giudicare solo dall'odore o dal sapore o con un rapido sguardo al contesto, l'inserviente Gerard potè soddisfare tutte le richieste del giovane Michele. Così gli disse, nonostante fosse muto, di recarsi alla sala comandi, dove non avrebbe trovato nessuno. Michele così si incamminò, ma dopo pochi passi, tipo tre o quattro, si fermò di scatto. "Come sarebbe a dire che tanto non troverò nessuno? E poi lei non era muto e sordo?". L'inserviente fece segnò che non aveva sentito dato il suo handicap acustico, ma subito dopo confermò:" sarebbe a dire che non troverà nessuno. Fuggiti, tutti. Hanno saputo, mio caro amico. La sconfitta è ufficiale: meglio arrendersi, hanno detto fuggendo". 
A michele crollò improvvisamente il mondo addosso. Tutto ciò in cui aveva sempre creduto non c'era più, svanito per l'eternità. Il pensiero corse immediatamente ai tanti utenti fidelizzati al marchio sammy come lui, che ora non avrebbero più saputo che fare, che ora avevano perso ogni coordinata per muoversi tra la gente e ogni riferimento per stare al mondo. Fece presenti le sue preoccupazioni al saggio Gerard scandendo bene le parole e parlando ad alta voce. L'inserviente fece segno che aveva capito, e che non era mica sordo. Come no? Pensò Michele. Era chiaro che la situazione con Jerry non era delle più chiare, anche se comunque l'inserviente era una brava persona. Ad ogni modo il nostro sordomuto trovò il modo di rassicurare Michele anche su questo:" mmmm...mmmmm....mmmmm....mmmmm....mm...m.Capito?". Michele non voleva credere alle sue orecchie: "come sarebbe a dire che non frega nulla a nessuno e sono semplicemente andati tutti a comprare un Pear? Che razza di traditori": urlò Michele in un eccesso di ira che lo portò a scagliare il suo Hanson malato oltre la porta che non voleva saperne di stare chiusa (e che evidentemente era ancora rotta). L'inserviente Gerard invitò nuovamente Michele a non urlare per gentilezza per non urtare il suo sensibilissimo udito (ma se era sordo..si disse Michele tra sè e sè..mah..si rispose sempre tra sè e sè. Nonostante ciò l'inserviente riuscì a sentirlo) e lo invitò ad accettare l'ineluttabile destino e il fatto che le persone raramente credevano davvero ad una qualche idea e non solo per una qualche fortunosa circostanza momentanea. Ecco ciò che disse parola per parola:" mmmm...mmmm.mmmmm...mmmm...mmmmm. Mi spiace per te, oh giovine Michele". Le sue parole, mmmm...mmmm.. compresi, erano alquanto sincere e Michele lo capì e quasi si commosse. E gli venne voglia di abbracciare quell'anziano brav'uomo così sfortunato e che per tanti anni aveva sopportato quei due conigli fifoni del direttore generale e del suo assistente. Ah, se li avesse avuti sotto mano in quel momento, pensò Michele. Il direttore generale e il suo assistente furono quindi scossi dal terrore, ovunque si trovassero, al solo pensiero che il placido Michele potesse rimuginare su di loro. Naturalmente il direttore generale sussultò un poco di più ( eh, la gerarchia..). Comunque non c'era più nulla da fare, come constatò anche il savio Gerard, invitando il giovane ad andarsene a casa. Che lui ora lì avrebbe dovuto fare le pulizie e non voleva rompicoglioni (così disse) intorno. Gli chiese anche se sapesse dove si era cacciato il cestino dei rifiuti, ma Michele disse che non ne aveva idea. Così il nostro ragazzo uscì a testa bassa dalla sala: aveva pure perduto il suo unico amico che gli fosse restato, ovvero Hanson..e non c'era più possibilità di comprarne un altro. Si sedette in un angolo buio con le braccia conserte sulle ginocchia e lì chinò la testa cominciando a piangere come un poppante. Pensò anche alla ragazza dai riccioli biondi, e il dolore aumentò a dismisura divenendo per la prima volta, senza che se ne accorgese, qualcosa di reale e tangibile. Qualche minuto dopo si sentì picchiettare la spalla da una mano: sentì l'odore di fumo di sigaretta sotto il suo naso. Sollevò la testa e con gli occhi rossi e umidi guardò davanti a sè. C'era lì davanti a lui il cestino dei rifiuti. Fumava e lo guardava fisso (anche se non avendo gli occhi, non si capiva benissimo dove il cestino stesse guardando. Ma era bello supporre che lo stesse facendo negli occhi). "Smettila di frignare, ragazzo": lo invitò con voce ferma e priva di ogni emozione. Michele stette un pò in silenzio prima di dire: "l'inserviente ti cerca".
" Lo so, sto andando": rispose il cestino.
" Prima però voglio restituirti questo, prendi": continuò il cestino. Teneva in mano, anche se non ne aveva una, ma se ne avesse avuta una allora avrebbe tenuto lì la cosa che teneva in mano (quindi tecnicamente è corretto dire che..insomma fatevi i fatti vostri), uno smart phone. Michele lo riconobbe immediatamente: era il suo Hanson. Ma purtroppo era rotto. Lo fece presente anche al cestino dei rifiuti, che nonostante i modi e l'attitudine da duro, sembrava forse avere un cuore più grande di quello che mostrava: " purtroppo Hanson sta molto male. Forse è morto".

" Ah sì?": chiese semplicemente il cestino allontanandosi e dando una profonda boccata alla sigaretta che teneva..diciamo in bocca. Anche se non ne aveva una e bla bla bla, ma come al solito, se l'avesse avuta e bla bla bla. Michele dunque provò a pigiare su Hanson. Ed Hanson si svegliò e rispose.

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