mercoledì 20 aprile 2016

Il Desiderio

Ho un desiderio da realizzare.
Ci ho provato in tutti i modi. Ho guardato le stelle, tantissime notti col naso all' insù, fino a che ne ho vista una che cadeva e alla sua luce abbagliante ho affidato la mia speranza più profonda. 
Un giorno una ciglia si è staccata dalla mia palpebra. L' ho presa tra l' indice e il pollice esprimendo il mio desiderio, poi l' ho soffiata via sperando che il vento potesse realizzare il mio sogno.
Per essere più sicuro, pure, il giorno del mio compleanno davanti a tutte le candele illuminate ho chiuso gli occhi e ho espresso il mio desiderio, prima di spegnerle all' unisono con un unico soffio, aspettando fiducioso tra gli applausi di tutti gli invitati. In una fontana ho buttato una monetina, voltandomi di spalle. Per sicurezza ne ho buttate due e poi tre, perchè si sa la tradizione vuole un numero dispari per soddisfare la nostra volontà segreta.
Alla fine ho pure scritto una lettera a Babbo Natale per andare sul sicuro. Ho chiesto un solo dono e quel dono eri tu.
Ma ora Natale è passato, e anche Capodanno con la sua mezzanotte piena di speranze per l' avvenire. Ma io ho solo un anno in più.
Le monetine sono in fondo alla fontana e l' altro giorno al lavoro mi avrebbero fatto molto comodo per prendere un caffè. Ma io le ho spese tutte per te.
Le candeline sono spente e fumano tristi. Ho provato a riaccenderle, ma lo stoppino è ormai completamente bruciato e anche l' accendino è scarico
La ciglia è caduta per terra, ne ho staccata un' altra, e mi sono fatto anche male, ma questa volta non vuol saperne di andar via dal mio dito, per quanto soffi forte. Anche il cielo ora ha una stella in meno e a furia di stare con la testa verso l'alto mi è venuto il torcicollo. 
Ma nonostante tutto il mio desiderio rimane irrealizzato e probabilmente tale resterà per sempre. Ma forse è giusto così, perchè se si realizzasse poi che cosa avrei ancora da sperare?

domenica 14 febbraio 2016

Voglio fare lo scrittore (III)

Ed eccomi ancora qui. Sempre allo stesso posto di prima, che finirà per essere anche il medesimo di poi. Attorno a me nulla è differente da come era ieri e a come lo sarà domani. Il tempo ovunque si è fermato. Solo io sono più vecchio di ieri. E la cosa peggiore è che dopodomani lo sarò ancora di più. Mentre attorno a me nulla, e dico nulla, sarà cambiato.
Anche questi fogli qui, sulla scrivania, ordinati, beh forse ordinati proprio no, alla rinfusa, mescolati tra loro, uno sopra l'altro... E questo che cazzo è? Guardo e rigiro il foglio tra le mani, leggo le prime righe: no, non c'entra nulla. Buttare.
Dicevo comunque, ammesso che qualcuno mi stia pur ascoltando, che anche questi fogli sulla mia scrivania, che dovrebbero essere gli incipit e alcuni brani intermedi di certe opere che starei scrivendo, siccome vorrei fare lo scrittore, sono gli stessi da mesi, sempre uguali a loro stessi e invariati. In verità potrebbe sembrare la stanza e la scrivania di un aspirante scrittore, sì. Però deceduto. Anche queste candele, che nelle mie intenzioni avrebbero dovuto contribuire a rendere l'ambiente più ispiratore e, in un certo qual modo, solenne, in realtà fanno sembrare tutto come parte di una camera ardente. Sì, potrei anche sdraiarmi sulla mia brandina e fingere di essere morto, con le mani incrociate sul petto, provando ad annullare ogni pensiero, come farebbe un cadavere in carne e ossa, sperando che da tanto annientamento possa nascere, come per contrasto, un nuovo parto di idee, una nuova vita da scrittore ispirato e produttivo. Ci provo. Mi sdraio e muoio. Sto morto per qualche minuto, ma nulla.
Ho provato, Dio se ho provato, in ogni modo, come ben sapete, a stimolare la mia creatività. Ma è tutto più o meno inutile, e quindi totalmente inutile. La verità, come già detto, è che non si può controllare, o incanalare in qualche modo, l'ispirazione, poichè infatti essa è più simile a un fiume in piena che a un torrente che scorre lento e costante. No, la piena invece quando passa passa e per quanto devastante, per fortuna, non dura molto. Quindi se non sei lì al momento opportuno, nisba. Diciamo anche che l'ispirazione è come un dannatissimo treno. Se passa dalla stazione, e si ferma solo un attimo, quando tu non ci sei..ti attacchi. Aspetterò quello dopo, pensi come prima cosa. Solo che quello dopo non passerà. Non perchè ci sia un qualche sciopero, ma perchè quello dopo semplicemente non esiste. Non ti rimane che sederti sulla banchina, ad attendere invano. Arriva anche il capostazione: "che combina signore, lì seduto? Serve una mano?", mi domanda gentilmente.
"Sì, io starei aspettando il prossimo treno..": rispondo pieno di speranza. Ma lui mi interrompe, quasi deridendomi, ma senza volermi umiliare, quasi addolorato a sua volta: "ma signore, non passerà più alcun treno da qui ". Quindi mi volta le spalle e se ne va, così come era venuto, e io non sono riuscito a tenerlo con me. Proprio come con te. E proprio come con l'ispirazione.
Quindi ho provato anche a tenere taccuino e penna sempre a portata di mano. Anche di notte, accanto al letto. Già, perchè è sempre lì, quando meno te lo aspetti e quando più sei vulnerabile, che nascono dal buio le cose migliori. Bella fregatura, se ci si pensa. Sì. Perchè, vuoi la pigrizia, vuoi il sonno oramai padrone del mio corpo, vuoi uno stato psico-fisico troppo alterato..e tutto viene rimandato al mattino dopo. Soltanto che il sole illumina troppo, e sbiadisce così tutto ciò che si nascondeva nell'invisibile, e che, paradossalmente, nella piena oscurità, era così chiaro.
Quattro, ben quattro idee, ben quattro partenze, quattro diversi sentieri iniziati e percorsi con fiducia e speranza, senza ben sapere dove portino e in che modo, ma solo per ritrovarsi poi smarrito nel bosco. E con la sera che inizia a calare e con il sole che mi saluta, non riesco a capire se con fare dispettoso o no.
Quindi mi guardo intorno spaesato, non ancora nel mezzo del cammin della mia vita, ma con passo deciso e ineludibile verso essa, cercando una qualche buona guida che possa condurmi fuori da questo confuso groviglio, dove si agitano fantasmi che mi dicono parole, che io però non riesco a capire e mi mostrano cose che io però non posso afferrare, verso la possibilità di rivedere finalmente chiare, nel cielo, le stelle.
Già le stelle. Del resto è già notte, sono seduto qui da ore e non riesco a dormire nè tantomeno a scrivere. Forse vale davvero la pena di uscire e contemplare il mistero degli astri. Anche se ciò significa ineluttabilmente che nemmeno questa sera riuscirò a diventare uno scrittore.

sabato 1 agosto 2015

La Bici

Stava lì legata, in una giornata di sole estivo, che guardava l'andirivieni di gente che passava in tutte le direzioni e poi andava via senza nemmeno notarla o salutarla. Era una giornata come tante, poche in realtà, perchè era una bici giovane, e stava al suo solito posto, chiusa con un catenaccio alla solita ringhiera. Apparentemente serena e tranquilla. In pace con se stessa e col mondo. E non era affatto infelice perchè stava lì legata, ma anzi si sentiva sicura. Ed era felice.
La gente andava e veniva come ogni mattina e tutto sembrava normale. Aspettava solo che tornasse il suo proprietario a portarla via da lì, a slegarla e a saltarle in "groppa" e a ritornate a casa insieme, in perfetta armonia e sintonia.
Chissà se avrà voglia di fare un giro assieme questa sera dopo cena, pensava la bici. Spero solo non sia troppo stanco. Io avrei così voglia di sgranchirmi le gambe..ovvero le ruote, immaginava la bici mentre attendeva paziente e aspettava che le ore passassero e di vederlo arrivare dall'altra parte della strada.
Ma proprio mentre le ore passavano, è che avvenne una cosa strana e molto brutta. Due persone si avvicinavano da lontano guardandosi attorno con un fare che alla bici non parve normale. E che a lei non piacque per niente. Poi girarono gli sguardi verso di lei, la videro e la bici vide, dal canto suo, che uno faceva un cenno all'altro, ma un cenno sommesso come per non farsi notare, e quel gesto era rivolto proprio verso di lei.
Allungarono d'improvviso il passo, guardandosi ancora attorno ma con meno frequenza, e puntarono decisamente verso la povera bici, che ora sentiva tremare i fili dei suoi freni per la paura.
Quei tizi infatti non erano, o perlomeno non le sembravano, come tutte le altre persone. Sembravano maliziosi e malintenzionati, maldisposti e potenzialmente irritabili e scontrose.
La bici vide che uno dei due, quello che aveva ricevuto il cenno, tirava fuori qualcosa da una tasca. Era una cesoia. Gli ingranaggi del cambio della bici sussultarono per lo spavento. Il rumore che ne venne fuori fu agghiacciante.
L'altro ladruncolo si mise di spalle alla bici e osservava la strada, a quell'ora, purtroppo, piuttosto vuota. O comunque in tutt'altre faccende affaccendata.
Avrebbe voluto scappare, biciclettare via sulle sue alte ruote e lasciare quei brutti ceffi a mangiarsi la polvere e il fango dai suoi pneumatici. Ma purtroppo era legata. Non aveva alcuna via di fuga. Il suo destino era segnato.
La bici urlò, ma nessuno la sentì, o se la sentirono non ci fecero caso. Se avesse avuto uno di quei campanellini, che alcune bici più anziane hanno, lo avrebbe fatto suonare all'impazzata, che si sarebbe avvertito in tutta la città, e tutte le altre bici sarebbero accorse in suo aiuto. E anche qualche cugino ciclomotore. E avrebbero cacciato via i ladri a calci in culo. Ma purtroppo non lo aveva. E il suo destino era segnato.
Tagliarono con un colpo secco e spietato il catenaccio che la teneva ancorata a quell'ultimo residuo di salvezza. Poi gli salirono indelicatamente sopra, tutti e due insieme. Uno sulla sella e l'altro in canna. E pesavano e la povera bici soffriva. Provò, in un disperato e orgoglioso tentativo, a rompersi. Ma non ce la fece. I ladri scapparono via con lei e la sua angoscia era indescrivibile.
Povera bici.
Mentre il vagone della metropolitana si avvicinava al capolinea, il ragazzo seduto al suo interno aveva una brutta e strana sensazione. Non immaginava di cosa potesse trattarsi.
Scese dal vagone e percorse la banchina verso l'uscita della stazione. Poi, ad un tratto, girò lo sguardo, come per caso, verso il posto dove lasciava la sua bici ogni giorno. Da poco tempo ne aveva una nuova. Una giovane mountain bike con la quale stavano diventando amici. Gli parve di non vederla, perciò guardò meglio e con più attenzione e ancora non la vide. Accelerò il passo, non volendo credere a ciò che aveva visto. O meglio: a ciò che non aveva visto. Sperò che si stesse sbagliando, che era il solito pessimista e che semplicemente una della macchine parcheggiate gli ostruisse la vista della sua amica bici.
Ma quando finalmente uscì in strada e arrivò dall'altro lato, dove solitamente legava la sua bici, le sue paure vennero tutte confermate, una dopo l'altra e nello stesso istante.
La sua bici era sparita. Portata via da qualcuno di irrispettoso. E il ragazzo, anche se erano stati poco insieme, fu molto triste per la sua giovane bici.

giovedì 26 marzo 2015

La guerra come la farebbero i bambini

Il soldato era acquattato dietro l'ultimo frammento di ciò che un tempo doveva essere stato un muro di un abitazione.
Un' abitazione dove forse aveva abitato una famiglia, che probabilmente doveva anche essere una felice. Se non sempre perlomeno qualche volta. Ora era solo un luogo vuoto e spettrale, in completa rovina, con i ricordi di una vita sparsi per terra su ciò che restava di quello che doveva essere stato il pavimento. Un tempo.
Intorno a lui i colpi esplodevano come i fuochi pirotecnici la notte di san Silvestro. Solo che qui e ora non c'era nulla da festeggiare. C'era la guerra. E quando c'è la guerra l'unica attività prevista e consentita è proprio la guerra. La guerra e niente altro che la guerra. Il soldato pensava alla notte di san Silvestro. Non ad una in particolare. A tutte, in un unico grande mosaico. 
E intanto intorno a lui i colpi continuavano a susseguirsi e sembravano provenissero da ogni luogo là fuori. Ma sembravano in realtà venire anche da dentro, dall'anima e dal cuore. Anzi, soprattutto da dentro. Soprattutto dall'anima e dal cuore. Tant'è che se provava a tapparsi le orecchie, li sentiva anche più forti e decisi quei colpi. Quella doveva essere la guerra. E quando c'è la guerra, essa non è solo fuori ma è anche dentro. Forse è soprattutto dentro.
Stava acquattato il soldato e pensava a tutte queste cose, mentre ovunque i proiettili volavano spediti come uccelli alla ricerca di una preda. Qualunque preda. Essi erano come uccelli senza occhi, estremamente famelici. 
Un compagno gli si fece davanti d'improvviso. Nemmeno lo aveva visto arrivare sovrappensiero com'era. In guerra tutti pensano si debba stare concentrati e assolutamente focalizzati su ciò che succede attorno. Ovvero la guerra. In realtà, pensava il soldato, non è affatto così. Anzi, è tutto l'opposto di così. In guerra è meglio pensare il meno possibile alla guerra. Fingere di essere da un'altra parte. Questa è l'unica via possibile di fuga dalla guerra, quando ci sei dentro. Pensava queste cose, e pensava anche che era un peccato non poterne parlare con nessuno. Perchè tanto anche gli altri che erano lì con lui sapevano benissimo tutto ciò.
Guardò il compagno che gli stava di fronte, anche lui accucciato, e lo guardava senza parlare. Dal momento che non c'era alcun bisogno di parlare. Del resto di che cosa si potrebbe parlare nel bel mezzo di un combattimento? Di tutto, gli venne da pensare. Fuorchè del combattimento, pensò anche. Distrarsi è sempre opportuno in situazioni simili, nonostante ciò che potrebbe pensare chi non ci si è mai trovato in situazioni simili. Distrarsi, certo. Ma non perdere mai la concentrazione. E infatti lui era distratto. Ma concentrato fino al midollo.
Guardò ancora il compagno di fronte a lui, anche egli acquattato dietro quel pezzo di muro che un tempo era parte di un'abitazione. Naturalmente non disse niente, e il compagno fece lo stesso. Annuì soltanto, e il compagno ovviamente fece lo stesso mentre tutto attorno i colpi si susseguivano senza freno e riempivano ogni luogo possibile. Reale o immaginario che fosse. 
Poi il compagno uscì, fucile alla mano, fece qualche decina di metri sparando senza ragione, semplicemente perchè non c'era altro di possibile da fare. Sparando quasi come se non stesse sparando e gettandosi contro il nemico come se non stesse nemmeno gettandosi contro il nemico. E contro i suoi colpi incessanti. 
Poi si accasciò e non si mosse più. Era stato colpito. Il soldato aveva visto tutto. Fu sorpreso di sentire come oramai la cosa non gli facesse quasi più effetto. Stava pensando ad altro in realtà. Non certo alla guerra, dato che la guerra era lì che incombeva e non c'era affatto bisogno di pensare ad essa per sentire la sua presenza. 
"Soldato": un urlo lo ridestò dai suoi pensieri e lo riportò alla situazione contingente. Era il suo superiore in comando, gli si era fatto vicino e di nuovo il soldato non se ne era nemmeno reso conto. Del resto in guerra passava così tanta gente, che poi spariva con altrettanta rapidità, che era facile e normale non realizzare nemmeno che si aveva qualcuno accanto. Del resto in guerra non si ha mai nessuno realmente accanto. Sono tutti lontani. Anni luce. Tutti nella stessa guerra, ma ognuno dentro la propria. Pensò.
Poi il superiore parlò e diede istruzioni a tutto il battaglione. L'attacco partì in maniera naturale, come una partita di calcio ai campetti. Anche se qui l'erba aveva smesso di crescere molto tempo fa. E non certo per le corse allegre di un gruppo di ragazzini. Anche se di ragazzini ancora si trattava. Però ora non era più un gioco, era la guerra. Che è comunque un gioco, ma solo per pochi e chi ci gioca lo fa spesso suo malgrado.
Pensò queste cose, mentre gli venne una gran voglia di fare una partita a pallone, e mentre numerosi dei suoi compagni cadevano sotto i colpi nemici e restavano lì immobili.
Il soldato guardò ancora tutta la scena, quasi come se si trattasse di un film anche se era tutto vero. Anche se in quella situazione era difficile distinguere realtà e finzione. Del resto non è mai così facile, pensò.
Il suo migliore amico avanzò verso di lui strisciando, poi si accovacciò al suo fianco sistemandosi l'elmetto. Il soldato lo salutò come se lo stesse incontrando in piazza in paese. L'amico rispose. Allo stesso modo.
"E' il nostro momento": disse poi l'amico del soldato.
"Sì": confermò il soldato come se non si rendesse conto di cosa significasse. Comunque, pensò, non era certo lui lì che non si rendeva conto di cosa significasse. Mandare gente a fare la guerra. Non se ne erano mai resi conto. 
"E allora andiamo. Ti apro la strada, tu vienimi dietro".
"Ok": rispose ancora il soldato, ignorando ancora una volta la realtà.
"Bene": disse l'amico. E partì.
Il soldato si alzò in piedi di scatto, sempre restando coperto dal muro in rovina di quella che un tempo doveva essere un'abitazione. Mentre adesso non era più nulla. 
Sparò alcuni colpi, coprendo le spalle all'amico che avanzava in mezzo all'inferno sibilante, e colpendo anche alcuni nemici che caddero al suolo e non si rialzarono più. Per un attimo provò invidia per loro. Poi continuò a sparare e a colpire nemici. Quello era il suo gioco in quel momento. Non è detto che avesse voglia di giocare, ma non aveva scelta. Perciò sparava. Sparava senza nemmeno guardare e senza nemmeno pensare a ciò che faceva. Del resto non ce ne era alcuna necessità. E il rischio era anzi di comprendere ciò che stava succedendo. E questo sarebbe stato meglio evitarlo ad ogni costo.
Poi il suo amico fu colpito a sua volta. Alla testa. Si fermò sul colpo e diventò anche lui parte del suolo. 
A quel punto il soldato non potè più trattenersi. Lasciò il suo nascondiglio, mentre i proiettili gli fischiavano a pochi millimetri dalle orecchie. Ma lui tanto non sentiva nulla. Si era oramai abituato a quel suono e lo sentiva sempre, giorno e notte, e lo avrebbe poi sentito per anni. Giorno e notte, notte e giorno. Una guerra infinita, dentro di lui. Contro il nemico più temibile e più difficile da battere. 
Si lanciò in campo aperto come un folle, facendo lo slalom tra i compagni e i nemici a terra, immobili. Sparò all'impazzata e abbattè altri diversi nemici. 
Poi se ne trovò uno davanti, uscito da chissà dove, all'improvviso. Come un pensiero fugace. Come un attimo di felicità.
Il soldato, col fucile stretto tra le mani, tentò di fare fuoco, ma il nemico fu più lesto. Sparò per primo e lo colpi. Al petto. In pieno. 
Il soldato abbassò la testa e guardò il punto in cui era stato centrato. Non c'era possibilità di scampo. Nessuna. Era finita. Era finito.
Osservò l'uniforme sporca di rosso. Si toccò il petto, dove era stato colpito.
"Cazzo": esclamò. 
"Sono stato colpito": disse.
E si accasciò a terra, restando immobile e finalmente senza pensieri. Come altri centinaia, migliaia di giovani ragazzi come lui. Tutti impegnati nel gioco della guerra. Intanto il nemico lo scavalcò, quasi come se non esistesse e continuò a correre. Anche se non aveva idea nemmeno lui di dove corresse. Fatto sta che si doveva correre. Capire il perchè sarebbe venuto dopo. Forse.
Qualche ora dopo si rialzò in piedi. Il campo di battaglia si era svuotato.
La vernice era ancora fresca. Lui era stato eliminato. Poteva finalmente tornare a casa. 
Si incamminò e lungo il cammino si fermo dinnanzi alla statua che campeggiava trionfante sul campo di battaglia. Su tutti i campi di battaglia esistenti a quel tempo.
Era la statua dell'ultimo premio Nobel per la pace. L'ultimo che fosse mai stato assegnato. 
L'uomo che lo aveva vinto non aveva fatto assolutamente nulla per fare in modo che la pace trionfasse per sempre sulla guerra. 
Semplicemente comprese. Comprese e propose una soluzione di conseguenza. Capì che l'uomo non è in grado di vivere in pace, e che la guerra è nella sua natura più intima. Comprese che l'uomo non è buono e mansueto, ma feroce e violento. Intuì che le guerre non sarebbero mai finite. Perlomeno fino a che gli interessi dietro di essa non sarebbero più esistiti. Ma quella era solo una chimera, una utopia.
Così propose semplicemente una soluzione. Ovvero un modo nuovo di fare la guerra. La guerra ci sarebbe ancora stata, per i secoli dei secoli, come era sempre stato. Per i secoli dei secoli.
E così la sete di sangue costitutiva dell'essere umano sarebbe ancora stata placata a lungo e l'assurda logica degli interessi che facevano sì che ci fosse necessità di combattere, non sarebbero mai stati intaccati. Con buona pace di tutti.
Semplicemente, propose, bisogna fare la guerra come la fanno i bambini. Come se fosse un gioco.
Così tutti gli eserciti furono dotati di armi giocattolo, fucili senza proiettili ma che sparavano sacchi di vernice. Chi veniva colpito, veniva eliminato e doveva accasciarsi al suolo come se fosse morto. Dopodichè poteva tornare a casa. Come un bambino che avesse appena finito di giocare e che stesse tornando a casa per la cena. 
La guerra come la farebbero i bambini, appunto.

giovedì 19 marzo 2015

La Seconda Venuta di Cristo



Gesù è tornato sulla terra. Ma lo hanno ammazzato. Di nuovo.
È evidente che non aveva imparato nulla dalla sua prima venuta. La prudenza, la diffidenza verso l'uomo. E soprattutto a farsi gli affari suoi e non tentare di cambiare le persone che, nella maggior parte dei casi, non possono essere cambiate. E spesso non lo meritano nemmeno.
All'inizio, non appena ebbe rimesso piede sulla terra, la gente era alquanto stupita di rivedere Gesù e sicuramente ne era anche felice e lieta. Finalmente la buona novella poteva essere sparsa. Di nuovo. Un clima di fiducia e di speranza rinnovata si era diffusa su tutta la Terra. E questa era sicuramente cosa buona.
Ma non durò affatto molto, però. Una volta che ebbe terminato i convenevoli e che si fu ambientato nuovamente sulla Terra, che nel frattempo, come ebbe modo di notare lo stesso salvatore, era cambiata e non poco, Gesù cominciò a parlare e a dettare all'umanità i suoi insegnamenti.
Ora tutti conoscono, e conoscevano da prima della sua ridiscesa, le parole del Cristo e la sostanza del suo insegnamento. E all'apparenza non sono nemmeno pochi coloro che si richiamano attivamente al suo sommo esempio morale. Tuttavia una cosa è leggere e apprendere indirettamente la dottrina di Gesù, tutt'altra è sentirla dalla viva voce del profeta. Vedersela, per così dire, sbattuta in faccia in tutta la sua enorme evidenza e dirompente portata.
E fu subito evidente che, beh.., l'umanità non era ancora pronta a sentirsi dire tutto ciò e soprattutto a condurre le proprie vite secondo quei retti insegnamenti.
Dapprima, quando capitava che Gesù incrociasse qualcuno, cominciava a parlare e a dire tutte le sue cose, tutte quelle che lo hanno reso famoso fino ai giorni nostri. Roba forte. La gente lo osservava. Lo stava anche a sentire, faceva sì-sì con la testa. Qualcuno si commuoveva anche e abbracciava Gesù. Ma poi la cosa durava poco, e dopo meno di dieci minuti, in genere, tutto sembrava essere scordato per sempre.
Ma Gesù, e la sua storia personale lo dimostra, è sempre stato un tipo determinato, e perfino cocciuto,. E perciò non poteva certo arrendersi dinnanzi all'indifferenza e al finto sentimento cristiano della gente, e decise quindi, anzichè lasciare perdere definitivamente e ricollocarsi in paradiso alla destra del Padre, dove non gli mancava niente, di impegnarsi ancora di più nella sua missione.
Come già abbiamo detto infatti Gesù non aveva evidentemente imparato nulla dalla sua prima venuta.
E figuriamoci quindi se gli esseri umani avessero imparato qualcosa.
Dunque Gesù non si perse d'animo e continuò, come ai cari vecchi tempi, a vagare tra la gente, diffondendo, o almeno provandoci, quell'amore supremo per cui sacrificò la sua stessa vita diversi anni prima.
Però adesso la maggior parte di chi lo incrociava, lo ascoltava, certamente, ma con evidente minor interesse. Un pò come si ascolta qualcuno di cui non ci frega nulla. Con un orecchio lo ascoltavano parlare, o quantomeno fingevano di farlo, intanto però si guardavano attorno e pensavano ai cazzi loro, al brulicante mondo materiale e carnale tutt'attorno e ai suoi meravigliosi e molteplici peccati, che si offrivano loro come tante caramelle a dei bambini in un negozio lasciato incustodito. Lo ascoltavano. E intaNto cercavano qualche scusa per lasciarlo lì. Da solo. Con i suoi insegnamenti e la sua fede nella misericordia di Dio. Gesù era triste di ciò, molto triste. E la notte piangeva da solo.
Ma Gesù, se ben riflettete ricorderete che lo abbiamo già sottolineato, era uno che se si metteva in testa una cosa...beh..sarebbe stato disposto a finire su una croce per le sue convinzioni.
Così organizzò un grande evento, deciso a mediare con i tempi moderni, con tanto di buffet, luci della ribalta, orchestra di numerosissimi elementi, ospiti internazionali, ricchi premi e cotillons e chi più ne ha più ne metta. Ovviamente l'intento era quello di riconquistare, o forse conquistare per la prima volta l'umanità, e potere diffondere così quella fede che gli costò la vita nel fiore degli anni.
Naturalmente il buon Cristo si offrì per pagare tutto lui, di sua tasca, ben sapendo che gli sarebbe costato caro e che, letteralmente, ci avrebbe rimesso un pezzo di paradiso.
Invitò poi un pò di persone: tutta l'umanità. L'evento si tenne al Madison Square Garden e ovviamente diversi maxischermi furono installati nelle maggiori piazze mondiali, nonchè nei più vasti deserti e nelle più intrigate foreste, fino alle più alte montagne.
Oramai non si aspettava altro, il mondo fremeva nell'attesa di ascoltare di nuovo la splendida parola di Gesù che si esprimeva nientemeno che per volontà di Dio onnipotente.
Così quando venne la sera fatidica, Gesù fece il suo ingresso trionfale sul palco del Madison Square Garden, osservò la platea e...non c'era nessuno. Nulla, vuoto. Come nel bel mezzo del cosmo. Non c'era nemmeno l'orchestra annunciata e dei ricchi premi e dei cotillons..beh...meglio non parlarne nemmeno. Osservò con i suoi poteri magici da figlio di Dio, se c'era qualcuno incollato ai maxischermi che aveva fatto piazzare ai quattro angoli del pianeta e sulle diagonali. Nessuno.
Gesù chinò il capo e scese dal palco, mentre le luci della ribalta si spegnano e il sipario mestamente veniva chiuso da un inserviente annoiato e con una sigaretta mezza spenta in bocca.
Così Gesù, dopo quella triste esperienza, ci rimise la vita per la seconda volta. E stavolta non fu ucciso. Nessuno lo venne a prendere preoccupato per la rivoluzione che le sue parole avevano suscitato nel cuore di alcuni uomini, per metterlo su una croce dopo avergli inflitto innumerevoli dolori e umiliazioni. No, questa volta anzi il Cristo fu totalmente ignorato. Nessuno diede peso alle sue parole. L'umanità aveva altro cui pensare e non aveva nè tempo, nè voglia per discorsi sull'amore, sulla fratellanza, la pace, la condivisione e la misericordia. E dov'è il denaro? Tutti chiedevano, spingendo via Gesù quando si poneva loro innanzi col suo sorriso buono e la sua voce dolce e melodiosa.
Gesù semplicemente perse il suo scopo nella vita e divenne un alcolizzato. Lo si poteva incontrare nei peggiori bar completamente ubriaca mentre blaterava qualcosa di incomprensibile. Capelli e barba incolti, vesti lacere e sporche. Un fiato che puzzava di inferno.
Poi una mattina lo ritrovarono morto, per un'overdose di alcol e barbiturici, steso per terra sul pavimento di una topaia che aveva in affitto. Il suo funerale fu pieno di gente. Tutti coloro che non lo avevano ascoltato e lo avevano spinto via, quando era ritornato, per la seconda volta, sulla Terra a tentare di salvare l'umanità, ma finendo solo per consumare se stesso.
Speriamo solo che questa volta abbia imparato la lezione. Sull'umanità invece nessuno nutre alcuna speranza.

sabato 14 febbraio 2015

Morte di Valentino (San)

Quest'anno San Valentino non volerà a toccare i cuori degli innamorati con le sue frecce d'oro. No, quest' anno un pennuto in meno farà concorrenza ai piccioni in piazza del Duomo a Milano e in tutte le altre piazze del Duomo d'Italia. Questo annunciava nell'edizione mattutina del telegiornale un contrito presentatore, che a quel punto aveva già pianificato tutta la sua giornata in compagnia dell'amata e ora avrebbe smenato giorni di sbattimenti e una sommetta non indifferente per tutto quello che aveva prenotato.
E tutto perchè San Valentino è morto, essendo stato scambiato per una quaglia da una coppia di anziani cacciatori ciechi e per giunta affetti dal morbo di Parkinson a tutti e quattro gli arti, nonchè in stato di Alzhaimer avanzato. 
Gli anziani passeggiavano, armi in pugno, nel parco cittadino, quando uno dei due, notando la quaglia, cioè..notando San Valentino, e scambiandolo per della semplice cacciagione, disse a l'altro, che era pure in parte sordo, spara a quel bel tacchino! Ma no, rispose il socio, quello è un fagiano. E chi se ne frega, spara!, continuò l'altro. E il vecchio sparò, in mezzo al parco, uccidendo sul colpo il fagiano, ehm...la quaglia..cioè..San Valentino.
Si sospetta ad ogni modo, prosegue il presentatore contrito che voleva proprio avere qualcosa da festeggiare, e forse anche ricordare per un giorno di essere innamorato, che l'omicidio sia stato premeditato. Per quanto due anziani in quelle condizioni possano meditare, e soprattutto ricordare in seguito, qualunque cosa.
Comunque risultò, ad una successiva indagine, condotta dal poliziotto dei Village People, che è indubbiamente, anche secondo la commissione di inchiesta creata ad hoc, l'unico poliziotto, o comunque il più adatto, a risolvere il caso della tragica, anche se non prematura, dipartita della festa di San Valentino, e nonchè del pennuto stesso, che i due anziani, esperti cacciatori, benchè alla loro prima battuta di caccia con armi vere (dopo essersi allenati tra loro con dei bastoni per diversi anni), non erano mai stati in vita loro innamorati. 
Inoltre risultò il loro coinvolgimento in attentati dinamitardi compiuti in diversi ristoranti romantici la sera di san valentino del 1982 e addirittura nel massacro di San Valentino compiuto dagli uomini di Al Capone. Anche se a ripensarci oggi, dovettero ammettere i due anziani, quell'ultima manifestazione fu forse un pò troppo truce. Anche per il giorno di San Valentino.
I due anziani non si sono opposti all'arresto (anche perchè non hanno capito, probabilmente), ma hanno comunque chiesto di poter mangiare la quaglia da loro abbattuta. 
Il permesso è stato ovviamente concesso. San Valentino fu quindi cotto alla griglia con delle patate novelle preparate al forno con il rosmarino. Il sapore era fantastico.

venerdì 6 febbraio 2015

La pressa del lavoro

E' ovvio che troppo lavoro stressi. Ma devo per forza finire entro quest'oggi.
Sono le ventidue e trenta quasi. E pare proprio che io dovrò passare la notte al lavoro, qui, su questa cazzo di scrivania, dove anche i tarli stanno dormendo, dopo essersi divorati una buona parte di gamba.
Io non ho ancora mangiato invece e ho sonno. Le lancette vanno avanti lente..lente..lente. Talvolta si fermano, tornano indietro e poi ripartono lente...lente...lente. Quella delle ore si sta staccando. Vuole scappare, almeno lei che può.
E' ovvio che troppo lavoro stressi. Ma devo finire per forza entro quest'oggi. Entro questa sera, questa notte, o quel bastardo del capo mi licenzierà.
Però una pausa mi ci vuole proprio, perchè non riesco più a tenere gli occhi aperti. E' l'una di notte in punto, quando la lancetta delle ore si stacca definitivamente. Ho assolutamente bisogno di una piccola pausa, ora.
Mi alzo e vado a prendere un caffè. Lo bevo in un sorso, ed è amaro come la morte. No, come la vita. Ma un caffè non basta. Ne prendo un altro, ancora più amaro.
Mi ci vuole una pausa vera, un pò di aria aperta, un pò di attività per risvegliarmi. 
Un pò di caccia è l'ideale. Dell'esercizio fisico. Mi piace la caccia, è una delle mie passioni più durature.
Io caccio esseri umani, quando sono molto stanco e mi serve concentrazione. Bevo l'ultimo caffè e vado. Amarissimo.
Il parco è pieno di coppiette in amore. 
Iniziamo, suvvia. Non ho molto tempo per svagarmi, presto dovrò tornare in ufficio, alla mia scrivania, al lavoro. 
Il primo colpo è sempre in aria, a vuoto. Loro lo sentono e iniziano a correre, terrorizzati. Se scappano è anche più bello.
Io mi nascondo in mezzo agli alberi con il mio "cecchino" e aspetto solo che mi capitino a segno. Corrono come gazzelle inseguite da un leone. 
Ma non si può pensare di fuggire da un leone di piombo, veloce come il vento e letale come la morte.
Giù uno. 
Giù due.
Giù tre.
Oh no!!! Sono già le tre!! Quando mi diverto non considero il tempo che passa. Devo ritornare in ufficio, ma prima...
Giù quattro.
Merda... sono quasi le quattro. Devo correre io adesso, devo tornare al lavoro, alla mia scrivania.
Rientro in ufficio visibilmente più rilassato. Forse troppo, e mi addormento.
Mi sveglio che il sole mi schiaffeggia la faccia. Tra un pò arriverà il capo e verrà subito da me e io non ho ancora finito il mio lavoro. Si arrabbierà, urlerà e mi licenzierà.
Meglio non pensarci. Meglio un pò di svago. Aspetto che arrivi.
Arriva ed entra, spalancando la porta, e urla il mio nome, seguito da un paio di imprecazioni, insulti e minacce. Le solite, oramai ci sono abituato. 
Esco fuori dall'angolino.
Giù cinque.
Torno alla scrivania, mi siedo. Adesso è davvero meglio che mi rimetta a finire il mio lavoro.