Seduto in fondo al bar, a un tavolo esiliato in un angolo fetido e oscuro del locale, dove una striscia nera di polvere e sporco partendo da terra copriva tutta l'altezza del muro fino al soffitto, seduto sempre solo a quel consumato tavolo, con gli occhi fissi al suo schotch, il suo amico più fedele e riservato, stava il vecchio Larry. Sempre ben vestito e profumato con quel suo dopobarba da discount, ma che su di lui faceva tutto un altro effetto. Merito di una classe e di una nobiltà di portamento innata. Sempre ben rasato, anche quando aveva la barba lunga, creava un bel contrasto, col posto in cui si trovava, il caro vecchio Larry. Quale tipo di sventura lo ha condotto qui, a quel tavolo marcio e solitario a fissare nel vuoto e a deglutire amaro? Si sarebbe chiesto chi lo avesse scorto un attimo con lo sguardo. Ma nessuno lo scorgeva mai, di solito, il vecchio Larry.
Non era il tipo che si facesse molto notare, comunque, il vecchio Larry. Credetemi: MOLTO MEGLIO COSì.
Aveva ogni volta un'espressione un pò malinconica il vecchio larry. Quando osservava qualcosa sembrava sempre volesse trapassarla per coglierne l'essenza nascosta, quella che sorprende e meraviglia e non sei mai in grado di aspettarti o prevedere, arrivare al suo nucleo e possederlo. Sembrava guardare le cose, come se al loro interno avrebbe trovato il senso e la risposta a tutte quelle sue domande. Ma in fondo Larry sapeva bene che alle sue domande non c'era nessuna risposta. Perlomeno nessuna in grado di potere sollevarlo dal suo senso di smarrimento e di angoscia.
Larry era uno che di domande se ne faceva tante. Ma non ne faceva mai agli altri.
Sempre un pò triste il vecchio Larry, sempre con un' aria spaesata, come se d'improvviso si fosse svegliato ( non so dire se da un sogno o da incubo) e, riaprendo gli occhi, si fosse chiesto intimorito dove si trovasse, e come se la possibile risposta a tale banale domanda potesse essere semplicemente la più terribile di tutte, la più spaventosa e crudele. Meglio dunque non farne alcuna, di domanda, a nessuno, e tanto meno a se stessi, e accontentarsi invece di una rassicurante incertezza. Che perlomeno lascia un minimo spazio alla speranza di qualcosa di buono, forse anche alla possibilità di una qualche forma di felicità.
Non era un tipo di molte parole il vecchio Larry. Non le usava mai nel suo lavoro. Non ne avrebbe avuto bisogno.
Molta gente, mentre lui sedeva solo a quel tavolo, si avvicinava al vecchio Larry.
Lui non alzava mai lo sguardo. Si limitava ad ascoltare e ad annuire. Non guardava negli occhi chi veniva a chiedergli i suoi servizi: tutto ciò sarebbe stato semplicemente insostenibile.
Poi lasciava il suo sguardo vagare libero, almeno lui che poteva esserlo, attorno a sè, con quei suoi occhi grigi e taglienti come punte di diamante, che trapassavano l'anima della gente e sembravano pesare addosso come piombo, come un'accusa, o una preghiera impossibile da soddisfare.
Infine buttava giù il suo schotch ed usciva dal bar facendo attenzione unicamente al rumore solitario dei suoi passi, che, almeno quello, non lo abbandonava mai.
Usciva e scompariva come un fantasma, come un pensiero fugace, come un attimo di gioia che può durare solo il tempo di un battito di ciglia e poi scompare per l'eternità lasciando dietro di sè solo un ricordo, sempre più flebile, ma che continua sempre a bruciare come ghiaccio incandescente.
Quando conobbi il vecchio Larry ero arrivato in città da poche settimane. Entrai al bar all'angolo tra la stazione e la zona dei magazzini industriali. C'era odore di vomito, alcool, piscio e disperazione umana: un odore molto pungente. Il vecchio Larry mi fissava, me ne accorsi subito, ma era quasi come se non mi stesse nemmeno osservando.
La prima cosa che notai era che sembrava stesse per piangere, anche se ogni suo singolo muscolo era perfettamente immobile. Solo gli occhi brillavano, lanciando un bagliore molto leggero e impercettibile a momenti, ma del tutto impossibile da sostenere direttamente senza sentire una fitta al cuore data da chissà che cosa. Meglio prendere un drink.
Passai tutta la sera seduto al banco a bere whiskey e girando lo sguardo di tanto in tanto con ostentata, finta indifferenza verso il tavolo all'angolo.
Lui stava sempre nella stessa posizione. Gli occhi che si muovevano rapidi e assolutamente immobili come saette dal tavolo al bicchiere. Non mi guardava ovviamente, ma mi vedeva e sapeva che lo osservavo.
Il vecchio Larry si alzò, prese il suo impermeabile perfettamente lavato e stirato e uscì dal bar. Sempre fissando solo il rumore silenzioso dei suoi passi senza speranza.
Lo seguii con lo sguardo, fino a che non sparì.
Chi è quell' uomo? Domandavo a me stesso, mentre ordinavo un whiskey dopo l'altro.
"Perchè non glielo domandi direttamtente chi è?"
era la voce di Bill, il barista. Bill aveva un occhio sguercio e un pessimo carattere. Insomma, era senza dubbio il miglior barista del mondo.
"Ma che cazzo...? Mi hai letto nella mente?": domandai alquanto stupito, ma certamente non troppo.
"No,stronzo! Faccio il barista da quaranta anni."
"Capisco...'notte, Bill."
"Già, è notte!"
Me ne uscii.
Non è che l' aria di fuori odorasse di ciclamini, a causa delle frequenti ciminiere e dell' odore di ferrovia arrugginita, ma sempre meglio che stare in quel relittaio. Mi incamminai per la strada piena di pozze. In tutte si specchiava la luna ed io la calpestavo coi piedi. Lei tremava, forse per il terrore, ma poi restava sempre lì e dopo un pò riprendeva la sua forma eterna, come se nulla fosse mai successo, come se non fosse stata distrutta mille volte e come se tutta quella desolazione che illuminava ogni notte non fosse nemmeno reale e comunque non gli appartenesse. Ero triste. Colpa del vecchio Larry, certo, ma anche delle luna e della sua perfezione impossibile da intaccare. Ma ovviamente non potevo avercela con nessuno di loro: nè con la luna, nè con il vecchio Larry.
Il vecchio Larry cominciò a parlarmi, guardandomi come se non mi avesse davvero di fronte, come se tutto non fosse altro che un sogno. E probabilmente era ciò che desiderava dentro di sè. E forse è un pò quello che ognuno di noi vorrebbe dentro di sè. Che tutto non sia altro che un bel, o un brutto, sogno, ma che comunque alla fine ci si sveglierà e si inizierà finalmente a vivere la nostra vita reale, senza avere paura come adesso. Ogni tanto distoglieva lo sguardo da me e lo puntava a terra o lo sollevava sopra la mia testa come a seguire un filo invisibile, un pensiero passato, forse capace di condurre via da lì.
"Gli uomini uccidono per un sacco di motivi: si uccide per vendetta, si uccide per pazzia, si uccide per disperazione, si uccide perchè si è comandati. in ogni caso,si uccide sempre perchè si è in qualche modo costretti. E' sempre necessario, da un certo punto di vista.
E' come dicevano i greci: è la necessità che ci spinge. Soprannaturale, se vuoi, altrimenti naturalissima e propria in un certo qual modo della razionalità umana. Capisci? Chi uccide per vendetta, chi uccide per passione, chi uccide per follia, chi uccide per ordini superiori è sempre obbligato a farlo. Non c'è via d'uscita. Tu credi che un assassino sia cattivo? Vedo che mi fai segno di no. Ed è così: chi uccide non è cattivo, è solo schiavo. Capisci? Succube delle proprie passioni, della propria follia, del proprio stesso essere umano."
"E tu larry? Tu di cosa sei schiavo?"
"Io sono schiavo di me stesso. La peggiore schiavitù. Dalle altre si può fuggire. Quando sei schiavo della tua stessa vita, invece, non ti restano che due possibilità: o obbedirle (ed odiarla intanto) o...morire. Hai idea della sofferenza di vivere odiando la propria vita?"
"No, Larry...io...non lo so."
"Ho iniziato ad uccidere a pagamento, per non morire. Adesso vorrei essere morto, per non uccidere."
"Chi uccidi Larry?"
"Miei simili. Mi sono sempre rifiutato di uccidere innocenti, eppure me l'hanno chiesto. Io ho sempre rifiutato. Uccido solo miei simili: io uccido assassini."
"E chi ti chiede di ucciderli?"
"Me lo chiedono loro, quando sono stanchi di essere schiavi, di essere costretti ad uccidere."
"Capisco Larry, capisco."
Mi alzai dalla sedia. Presi la mia valigia di metallo nero, luccicante e freddo come la falce della morte nella stampa sopra il mio letto. Bellissima quella stampa, mi aiuta a tenere ben presente come tutto sarà destinato a finire un giorno, o forse una notte: non lo so. La presi tempo fa dalla casa di un mio cliente: a lui non sarebbe più servita, dato che era morto. L' avevo ucciso io, del resto, e quella stampa l'avevo notata immediatamente. Anche se non ne feci mai parola col mio cliente, prima che fosse morto.
Tirai fuori la mia pistola dalla valigia. Montai il silenziatore, inserii le pallottole, caricai e tolsi la sicura.
"Grazie..."
Vedevo gli occhi di Larry brillare, non il flebile bagliore di prima, ma l' esplosione di una supernova, finalmente felice, finalmente compiuta.
"Sei un brav' uomo Larry. Meriti la libertà". La libertà: noi tutti vi aspiriamo, pensai. Anche io vi aspiro, un giorno o l'altro.
Posi la mia mano sopra il suo capo e lo accarezzai (intanto avevo appoggiato la canna della pistola contro la sua tempia sinistra, quella più vicina al cuore).
Poi fu un lampo, un rumore sottile e filtrante e Larry fu libero e finalmente potè lasciarsi andare ad un sorriso rilassato. Sorrideva. Perchè era libero. Finalmente, almeno lui. E io? Non provai nemmeno a rispondere a quella domanda.
Richiusi accuratamente la porta di casa sua. Mi rimisi il soprabito e scesi in strada: un freddo fottuto, dentro e fuori, come al solito.
Larry ha ragione: si uccide per necessità, perchè non se ne può fare a meno.
Siamo schiavi, schiavi infelici. Bisogna solo sperare di trovare chi ci liberi. Qualcuno che abbia il coraggio di farlo, una volta che anche noi lo abbiamo trovato.
Guardai la luna, mentre veniva coperta dai fumi della città malata.
"Chi mi libererà?": mi chiesi, e chiesi alla luna mentre scompariva. Nessuna risposta, ovviamente. Per il momento.