martedì 30 settembre 2014

Poesiola al momento senza titolo

Le cose della vita hanno talvolta una coda, come le stelle comete.
Per lungo tempo, dopo che sono passate, si può vederne e sentirne la scia. 
fino a che, ad un tratto, non rimane altro che polvere.

domenica 28 settembre 2014

La virulenta diffusione del contagio

Assisto impotente al dilagare delle mode. Un bel giorno, ma forse dovrei dire brutto, esco di casa ed ecco che davanti agli occhi mi si para uno scenario degno della peggiore delle apocalissi nucleari cinematografiche. Decine e decine, per non dire centinaia o addirittura migliaia, di individui si aggirano per le vie delle città, soprattutto alcune di esse, in preda ad una sorta di possessione maligna, che annulla e cancella le loro personalità, o ciò che stava per esse, per sostituirle con uno standard preconfezionato, pre-imballato e diffuso così, come si diffonde un virus letale in una guerra batteriologica, ma senza tuttavia i nobili intenti distruttivi insiti in essa.
Miriadi, come insetti, di individui tutti uguali, ovviamente ognuno con il proprio stile personale (sì, come no..), mi circondano improvvisamente e mi si stringono minacciosi attorno, mentre io cerco una qualsivoglia via di fuga dalle loro apparentemente ispide e trasandate barbe ma terribilmente morbide e impomatate, e dai loro enormi occhialoni a montatura nera, tipici dei nerd, che oggi sembrano essere diventati un must, nonchè il simbolo distintivo di questa terribile epidemia, che pare non lasciare via di scampo alla maggior parte dei giovani, nonchè delle giovani, dai 25 ai 40 anni. Terribile. Comunque riesco a salvarmi per un pelo; che queste strane creature invece si depilano con ammirevole devozione. 
Non c'è scampo al contagio. Proprio mentre scrivo, il conduttore del tg, il quale indossa jeans molto molto stretti, tanto da rischiare di essere reso sterile, e forse sarebbe meglio così, con risvolti molto buffi e privi di ogni ragion d'essere, annuncia che i locali che offrono aperitivi irragionevolmente costosi, caratterizzati da scarsità di cibo e contornati da una musichetta tanto soffusa quanto irritante, esplodono letteralmente, invasi da bizzarre creature, probabilmente crononauti, che paiono i loro nonni, usciti direttamente da una triste realtà parallela dove gli anni 50 sono improvvisamente ancora in voga, tanto per ribadire il concetto di fantasia e originalità. Ma poveretti, questi sono individui malati, contagiati, infetti e meritano perciò tutta la nostra solidarietà e comprensione. O forse no?
Io stesso ho visto diversi amici mutarsi proprio sotto i miei attoniti occhi: fino a ieri erano persone assolutamente normali, anche rispettabili in parte, con i loro gusti, i loro vezzi, le loro preferenze. Ora, dopo la diffusione globale del morbo, si sono trasformati unicamente in una mera ripetizione, di null'altro che di altre migliaia di ripetizioni, a loro volta riproduzioni di altre infinite ripetizioni di un unico fottuto e stupido modello. Ma questo è stile, signori miei. Che volete farci? Purtroppo io non paio essere in grado di averne, signori cari. Che volete farci? 
Cosa abbiamo fatto, oh mio Dio, per meritare ciò? Cosa? Nessuna risposta, ovviamente. Del resto anche Dio ha la barba lunga e folta, fintamente non curata, indossa sandali e tiene le caviglie scoperte, anche se non porta alcun risvolto evidente. Ma è solo questione di tempo, immagino. 
Le strade pullulano, nella confusione generale, di cloni di altri cloni, che si muovono all'unisono, su note tutte identiche, sorseggiando, con stupida allegria, drink tutti uguali. Eppure, pare che si divertano. La speranza sembra averci oramai abbandonato, per sempre. L'omologazione coatta del genere umano avanza senza tregua, lanciata da voghe e contenuti virali. Ma oggi sono fiducioso: sfilo dinnanzi a comitive di ragazzi che insieme non si cagano nemmeno di striscio, mentre fissano intontiti i loro cellulari intelligenti. Sicuramente più di loro, sì. Tutto questo, un giorno, finirà. Finalmente verrà trovato un vaccino, una cura, anche se oggi ovviamente le grandi case farmaceutiche non hanno alcun interesse a farlo, perchè questi strani esseri sono sì pericolosi per gli individui ancora sani, e per la società nel suo complesso, ma diamine: fanno guadagnare soldoni a chi sa come si fanno i soldoni. Ad ogni modo, prima o poi, questo terribile contagio, che ha già mietuto troppe vittime, si dissolverà in una bolla di sapone, proprio come si è creato. Presto o tardi, anche questo trend virulento se ne andrà a fare in culo, che è il luogo che veramente gli appartiene. 
E tutta questa povera gente, semplicemente, inizierà a seguire un'altra stupida e inutile moda, a sentirsi parte di un altro gruppo, o per meglio dire, un altro misero gregge. Ovviamente ognuno col proprio stile personale, unico e inimitabile. Sì, come no...

mercoledì 24 settembre 2014

Voglio fare lo scrittore 2

Devo scrivere. Devo scrivere, per diventare il più bravo scrittore al mondo. Devo buttar giù qualcosa, qualsiasi cosa. Non importa il genere o l' argomento, l' importante è che sia, come si dice in gergo, roba forte. È per questo che mi alzo nottetempo, talvolta interrompendo languidi sogni caldi, e mi butto alla scrivania. Cerco l'ispirazione. L' aspetto come un amante attende la propria amata: pieno di speranze. Ma lei non arriverà mai, e lui starà lì insonne invano. Talvolta pare che qualcosa sorga dal profondo dell' animo, ma poi: o è una cazzata, o è troppo poco perfino per tirarci fuori, per dire, una poesia ermetica. Vergo pagine su pagine, che a loro volta stanno sopra altre pagine. Poi immancabilmente le accartoccio e le butto via. Dopo qualche ora ho le ginocchia che affondano nella carta e rischio di annegare in questo mare di fumose parole al vento, le quali sono peraltro, come mi è stato detto e ripetuto, prive di ogni interesse e potenziale. Potenziale: ecco cosa serve ad uno scrittore che intenda elevarsi al di sopra di centinaia di altri suoi poveri simili, che ogni anno, ogni mese, e ogni giorno, danno alle stampe, o perlomeno ci provano, e offrono al duro e spietato giudizio del mercato, le loro opere, sperando nella benevolenza di tanti sconosciuti lettori potenziali. Potenziale, appunto. Ecco ciò che serve.
Da bambino volevo fare lo scrittore, convinto che sarebbe stato un lavoro dove non avrei dovuto faticare poi molto, avrei potuto vivere una vita da esteta, circondato da piaceri, di certo non solo spirituali, di ogni tipo (ma perlopiù di genere femminile), mentre in cambio, avrei ricevuto onori e laute ricchezze, nonchè la stima eterna di tanti comuni mortali (soprattutto, mi auguravo, di genere femminile). Ora so, inequivocabilmente, che non è così, soprattutto per ciò che concerne, purtroppo, il genere femminile. Inoltre, a dispetto delle aspettative e delle dicerie comuni, mi sento stanco, non solo fisicamente, ma anche mentalmente. E degli onori e delle laute ricchezze non ne vedo traccia alcuna in questo monolocale spoglio, freddo e...ma che è questo odore? Stavo per dire puzzoso, ma non importa. Forse domani mi troverò un nuovo lavoro, un vero lavoro. Scriverò un CV come mai se ne sono visti, da grande scrittore, da par mio. Compilo il primo, utilizzando tutta la mia arte e la mia perizia. Lo rileggo, non mi piace: fa schifo. Lo accartoccio e ne preparo un altro, che poi rileggo. E accartoccio, perchè non mi piace e fa schifo: non ha trama, è scontato e prevedibile, e poi non ha mordente e non ha alcun potenziale. Proprio come me.

Il mio amico uccelletto

Tempo fa c'era un uccelletto che si veniva sempre a posare sul mio davanzale. All'inizio ero incerto e dubbioso su come comportarmi, anche perchè sono un tipo molto timido e fatico un pò a relazionarmi con gli altri. Ma poi col tempo diventammo ottimi amici, perchè era un bravo uccelletto e mi faceva sentire a mio agio e sicuro come non mi capitava spesso con la maggior parte degli altri uccelletti. Passavamo molto tempo insieme, che scorreva così, naturale e placido, come scorre l'acqua di un fiume. Quando l'uccelletto veniva a trovarmi, spesso e volentieri cinguettava per me, e con me, ed era un vero diletto sentire la sua delicata voce e ammirare il suo tenero sorriso quando smetteva e mi guardava con aria complice. Io gli sorridevo di rimando e stavo bene con lui sul mio davanzale. Talvolta gli davo delle bricioline di pane, o di focaccia alle olive, che lui amava moltissimo. All'inzio era lui a dovermele chiedere, ma poi, man mano che ci conoscevamo e capivamo meglio, non c'era più bisogno che parlasse che io andavo di mia iniziativa a prendere del pane da sbriciolargli affinchè lo gustasse insieme a me. Altre volte invece si posava sulla mia spalla, e insieme andavamo a fare dei lunghi giri nei boschi, circondati dalla bellezza e dalla natura. Il sole splendeva e riscaldava tutto, illuminandolo di una luce nuova. Era tutto tanto semplice e perfetto da sembrare finto, irreale: da sembrare un incantesimo. Così quando mi resi conto di ciò ebbi subito molta paura, perchè come lessi nei libri di fiabe tanto tanto tempo fa, gli incantesimi a volte si spezzano e quando ciò accade non è più possibile tornare indietro. Non si può mai tornare indietro. 
Poi un pomeriggio, dal mio terrazzo, dove stavo col mio amico uccelletto a trascorrere qualche ora spensierata, notai all'orizzonte delle nuvole comparire ed ingrossarsi e farsi nere, nerissime e poi coprire anche il sole e preannunciare un diluvio coi fiocchi. Guardai subito il mio amico uccelletto e mi sembrò d'improvviso preoccupato, molto preoccupato. Così, senza capire bene il perchè, anche io mi sentì tale e un qualche non so che mi diceva che presto qualcosa sarebbe accaduto. Qualcosa di non bello. Era il vento gelido che si era alzato, mentre io guardavo triste l'uccelletto e lui guardava triste me, a darmi questa impressione. Nessuno parlava, ma ognuno di noi, inconsciamente, aveva già capito tutto ciò che c'era da comprendere, pur senza sapere bene cosa.
"Devo volare via, oppure mi bagnerò tutto. Ma tornerò, non ti preoccupare, non appena la tempesta sarà finita": mi disse l'uccelletto, facendomi un sorriso che mi provocò un oscuro sussulto interiore.
"Ok...": risposi cercando di credergli con tutto me stesso, e anche qualcosa in più, e sforzandomi di sorridere a mia volta, ma riuscendo solo a farmi salire un magone che poi divenne un groppo al cuore, perchè dentro di me pioveva già a dirotto e io non potevo fingere che non mi stessi bagnando, perchè non sono mai stato in grado di farlo.
L'uccelletto così volò via e si voltò anche a salutarmi e mi diede appuntamento a presto, io lo salutai e intanto il temporale stava arrivando e il vento fischiava con violenza inaudita, così io dovetti tornare dentro e osservare il mio amico uccelletto che scompariva lontano.

Il mattino dopo il sole tornò a risplendere, ma io non mi sentivo felice. Il mio amico uccelletto non tornò mai più. Io lo aspettai per giorni, ma come sapevo, lui non sarebbe tornato mai più, benchè preparassi sempre del pane, o della focaccia con le olive, che tanto gli piaceva, e benchè a volte lo lasciassi lì, dove lui si posava, e stavo per ore a guardare e a sperare in silenzio, fino a che, a un certo punto, non riuscivo più a stare immobile, osservando il posto dove il mio amico uccelletto stava sempre e quindi rientravo dentro, chiudendo tutto alle mie spalle. Ora il mio davanzale è vuoto, talvolta sento altri uccelletti fischiare e canticchiare, e li scambio per il mio vecchio amico. Ma quando corro fuori, il davanzale è vuoto e non c'è più nessuno lì per me, nessuno che mi aspetti per salirmi in spalla e andare a fare un giro nei boschi. Talvolta lo guardo, quel davanzale spoglio, con solo delle briciole di pane che nessuno mangia più e che il vento spazza via crudelmente alla sera, e ho molta nostalgia del mio uccelletto, che se ne è andato e, per quanto io possa aspettarlo, non tornerà più.  

lunedì 22 settembre 2014

Ottobre (dedica al mese in cui sono nato)

C'è sempre qualcosa, nell' atmosfera di ottobre, a metà strada tra la promessa e l' illusione. Non si può sapere se qualcosa stia per cominciare oppure se tutto sia ineluttabilmente finito ad ottobre. Una luce fioca e debole, ma ancora in grado di scaldare: ottobre è un mese così ambiguo. Anche noi siamo un pò come è ottobre. Pare che tutto possa accadere in ottobre. Ottobre è come un intermezzo, qualcosa di sospeso e indefinito. Ottobre passa solo una volta l'anno. E poi non torna mai più.

L' ultimo uomo al mondo (Rehearsal)



Un uomo, un giorno, stava passeggiando per una strada della sua città. In giro non c' era nessuno ed il sole stava tramontando placidamente all' orizzonte, come è solito fare ogni giorno da tempi oramai immemori. Si fermò un attimo ad osservarlo, finchè non sentì che la nostalgia di qualcosa, un qualcosa di imprecisato, stava per catturarlo. Allora l'uomo riprese saggiamente a camminare lungo il marciapiede senza voltarsi, per cercare di tenerla indietro. Ad un tratto arrivò davanti un negozio di animali, chiuso oramai da tempo. Si fermò a guardarne la vetrina, che presentava ancora delle gabbie vuote e, qua e là, buttati alla rinfusa, articoli classici come guinzagli, cibo per animali e ruote per criceti. Ancora la nostalgia per il suo amato cane, che non c'era più, non si sa se morto o fuggito, questo non mi è stato riferito da nessuno, lo stava per travolgere, come il suo vecchio cane lo travolgeva ai tempi di leccate e feste sfrenate con una coda letteralmente impazzita. Così riprese a camminare lungo quella strada deserta. Chissà dove sono andati tutti, si ritrovò a pensare. Sentì un rumore, come di una voce in lontananza: si voltò da quella parte e rimase immobile per qualche secondo, rizzando le orecchie, certamente in senso metaforico ma nemmeno troppo. Poi realizzò che era solo il vento ad averlo tratto in inganno. Rimase fermo ancora per qualche istante, come indeciso sul da farsi, se aspettare un'altra folata di vento oppure no, finchè non si scrollò e ricominciò a camminare, non appena sentì la nostalgia arrampicarsi su per la sua schiena come un innocente ragnetto. Camminava mesto e sconsolato, quindi, pensando a quando quella era la strada più affollata della città, piena di odori, rumori, sapori, persone, automobili..
Automobili? Era convinto di averne sentita una alle sue spalle sopraggiungere velocemente. Ma quando si fu fermato e poi voltato, potè constatare immediatamente,che la carreggiata era vuota: nessuna auto, sicuramente, ma nemmeno un calesse.
Rimase per qualche secondo a pensare: poi la nostalgia per l'odore di benzina. E riprese a camminare.
Era quasi giunto alla fine della via, che gli era venuta una gran sete. Pensò di farsi una birra, e accanto a lui, come per un caso del fato, c' era la porta di un bar. L'aprì ,ma il bar era completamente vuoto, in disordine e polveroso. La birra, che un tempo aveva riempito il locale dei suoi odori, delle sue grasse risate e delle urla concitate delle discussioni alcoliche di uomini e donne, anziani, giovani e di mezza età, non scorreva più dalla spina e i tavoli di legno del bar erano, tristemente, vuoti. Rimase dentro il locale un pò. Ne uscì non appena vide la nostalgia avvicinarsi al suo braccio e tentare di afferrarlo come fa un vecchio ubriacone molesto quando reclama attenzioni da sconosciuti. Ah, vecchi cari ubriaconi molesti.
Appena fuori, riprese a camminare, sempre verso il sole tramontante. Era quasi buio e un venticello leggero si era sollevato con discrezione. Un volantino svolazzante gli arrivò diritto sul volto, coprendogli per un attimo gli occhi e quindi la sua visuale sul mondo. Se lo levò di dosso e lo lesse.
Reclamizzava un gran raduno, con migliaia di persone festanti, musica e divertimento. Lo guardò attentamente, rendendosi conto che una certa nostalgia tornava prepotente, benchè lui avesse tentato di ingannarla al bar, dicendole che andava in bagno e scappando poi da una delle finestre dal retro del locale: a lui piacevano le feste, la gente e la musica. Anche se non necessariamente in quest'ordine.
Restituì il volantino al vento, che lo portò con sè per qualche metro, prima di abbandonarlo al suolo. Quando vide quella scena, si sentì come quel pezzo di carta e la nostalgia lo brandiva da ogni parte.
Si girò e ripartì per la sua via, lungo quella strada ventosa e vuota ad esclusione di lui e un volantino di carta. Maledetta nostalgia, si ritrovò a pensare.
Poco dopo si ritrovò a girare l' angolo di quella strada, sconsolato, e giunse ad una piazzetta. Lì sentì delle voci confuse che si sovrapponevano, il rumore di mille motori e il puzzo di benzina. Sentì l'odore del cibo uscire dai ristoranti,e dovette arrestarsi di scatto nei pressi dell' entrata di un locale, per l' andirivieni caotico e privo di armonia di persone, che gli ostacolava il passo in ogni direzione in cui lui tentava di spostarsi. Alla sua destra un cane abbaiava, mentre alla sua sinistra si sentiva della musica ad alto volume, troppo alto .Davanti a lui il mondo intero con la sua freneticità incontrollata.
Che fastidio la folla e i suoi rumori, si ritrovò a pensare il pover' uomo, mentre finalmente riprendeva il cammino interrotto, verso quella strada vuota da cui era venuto solo: lui, il sole tramontante, il vento, il volantino svolazzante e la sua dolce compagna nostalgia che ci aveva decisamente dato dentro con l'alcol al bar, e adesso stava vomitando.

domenica 21 settembre 2014

La storia del vecchio Larry (Rehearsal)

Seduto in fondo al bar, a un tavolo esiliato in un angolo fetido e oscuro del locale, dove una striscia nera di polvere e sporco partendo da terra copriva tutta l'altezza del muro fino al soffitto, seduto sempre solo a quel consumato tavolo, con gli occhi fissi al suo schotch, il suo amico più fedele e riservato, stava il vecchio Larry. Sempre ben vestito e  profumato con quel suo dopobarba da discount, ma che su di lui faceva tutto un altro effetto. Merito di una classe e di una nobiltà di portamento innata. Sempre ben rasato, anche quando aveva la barba lunga, creava un bel contrasto, col posto in cui si trovava, il caro vecchio Larry. Quale tipo di sventura lo ha condotto qui, a quel tavolo marcio e solitario a fissare nel vuoto e a deglutire amaro? Si sarebbe chiesto chi lo avesse scorto un attimo con lo sguardo. Ma nessuno lo scorgeva mai, di solito, il vecchio Larry.
Non era il tipo che si facesse molto notare, comunque, il vecchio Larry. Credetemi: MOLTO MEGLIO COSì.
Aveva ogni volta un'espressione un pò malinconica il vecchio larry. Quando osservava qualcosa sembrava sempre volesse trapassarla per coglierne l'essenza nascosta, quella che sorprende e meraviglia e non sei mai in grado di aspettarti o prevedere, arrivare al suo nucleo e possederlo. Sembrava guardare le cose, come se al loro interno avrebbe trovato il senso e la risposta a tutte quelle sue domande. Ma in fondo Larry sapeva bene che alle sue domande non c'era nessuna risposta. Perlomeno nessuna in grado di potere sollevarlo dal suo senso di smarrimento e di angoscia.
Larry era uno che di domande se ne faceva tante. Ma non ne faceva mai agli altri.
Sempre un pò triste il vecchio Larry, sempre con un' aria spaesata, come se d'improvviso si fosse svegliato ( non so dire se da un sogno o da incubo) e, riaprendo gli occhi, si fosse chiesto intimorito dove si trovasse, e come se la possibile risposta a tale banale domanda potesse essere semplicemente la più terribile di tutte, la più spaventosa e crudele. Meglio dunque non farne alcuna, di domanda, a nessuno, e tanto meno a se stessi, e accontentarsi invece di una rassicurante incertezza. Che perlomeno lascia un minimo spazio alla speranza di qualcosa di buono, forse anche alla possibilità di una qualche forma di felicità.
Non era un tipo di molte parole il vecchio Larry. Non le usava mai nel suo lavoro. Non ne avrebbe avuto bisogno.
Molta gente, mentre lui sedeva solo a quel tavolo, si avvicinava al vecchio Larry.
Lui non alzava mai lo sguardo. Si limitava ad ascoltare e ad annuire. Non guardava negli occhi chi veniva a chiedergli i suoi servizi: tutto ciò sarebbe stato semplicemente insostenibile.
Poi lasciava il suo sguardo vagare libero, almeno lui che poteva esserlo, attorno a sè, con quei suoi occhi grigi e taglienti come punte di diamante, che trapassavano l'anima della gente e sembravano pesare addosso come piombo, come un'accusa, o una preghiera impossibile da soddisfare.
Infine buttava giù il suo schotch ed usciva dal bar facendo attenzione unicamente al rumore solitario dei suoi passi, che, almeno quello, non lo abbandonava mai.
Usciva e scompariva come un fantasma, come un pensiero fugace, come un attimo di gioia che può durare solo il tempo di un battito di ciglia e poi scompare per l'eternità lasciando dietro di sè solo un ricordo, sempre più flebile, ma che continua sempre a bruciare come ghiaccio incandescente.

Quando conobbi il vecchio Larry ero arrivato in città da poche settimane. Entrai al bar all'angolo tra la stazione e la zona dei magazzini industriali. C'era odore di vomito, alcool, piscio e disperazione umana: un odore molto pungente. Il vecchio Larry mi fissava, me ne accorsi subito, ma era quasi come se non mi stesse nemmeno osservando.
La prima cosa che notai era che sembrava stesse per piangere, anche se ogni suo singolo muscolo era perfettamente immobile. Solo gli occhi brillavano, lanciando un bagliore molto leggero e impercettibile a momenti, ma del tutto impossibile da sostenere direttamente senza sentire una fitta al cuore data da chissà che cosa. Meglio prendere un drink.
Passai tutta la sera seduto al banco a bere whiskey e girando lo sguardo di tanto in tanto con ostentata, finta indifferenza verso il tavolo all'angolo.
Lui stava sempre nella stessa posizione. Gli occhi che si muovevano rapidi e assolutamente immobili come saette dal tavolo al bicchiere. Non mi guardava ovviamente, ma mi vedeva e sapeva che lo osservavo.
Il vecchio Larry si alzò, prese il suo impermeabile perfettamente lavato e stirato e uscì dal bar. Sempre fissando solo il rumore silenzioso dei suoi passi senza speranza.
Lo seguii con lo sguardo, fino a che non sparì.
Chi è quell' uomo? Domandavo a me stesso, mentre ordinavo un whiskey dopo l'altro.
"Perchè non glielo domandi direttamtente chi è?"
era la voce di Bill, il barista. Bill aveva un occhio sguercio e un pessimo carattere. Insomma, era senza dubbio il miglior barista del mondo.
"Ma che cazzo...? Mi hai letto nella mente?": domandai alquanto stupito, ma certamente non troppo.
"No,stronzo! Faccio il barista da quaranta anni."
"Capisco...'notte, Bill."
"Già, è notte!"
Me ne uscii.
Non è che l' aria di fuori odorasse di ciclamini, a causa delle frequenti ciminiere e dell' odore di ferrovia arrugginita, ma sempre meglio che stare in quel relittaio. Mi incamminai per la strada piena di pozze. In tutte si specchiava la luna ed io la calpestavo coi piedi. Lei tremava, forse per il terrore, ma poi restava sempre lì e dopo un pò riprendeva la sua forma eterna, come se nulla fosse mai successo, come se non fosse stata distrutta mille volte e come se tutta quella desolazione che illuminava ogni notte non fosse nemmeno reale e comunque non gli appartenesse. Ero triste. Colpa del vecchio Larry, certo, ma anche delle luna e della sua perfezione impossibile da intaccare. Ma ovviamente non potevo avercela con nessuno di loro: nè con la luna, nè con il vecchio Larry.

Il vecchio Larry cominciò a parlarmi, guardandomi come se non mi avesse davvero di fronte, come se tutto non fosse altro che un sogno. E probabilmente era ciò che desiderava dentro di sè. E forse è un pò quello che ognuno di noi vorrebbe dentro di sè. Che tutto non sia altro che un bel, o un brutto, sogno, ma che comunque alla fine ci si sveglierà e si inizierà finalmente a vivere la nostra vita reale, senza avere paura come adesso. Ogni tanto distoglieva lo sguardo da me e lo puntava a terra o lo sollevava sopra la mia testa come a seguire un filo invisibile, un pensiero passato, forse capace di condurre via da lì.
"Gli uomini uccidono per un sacco di motivi: si uccide per vendetta, si uccide per pazzia, si uccide per disperazione, si uccide perchè si è comandati. in ogni caso,si uccide sempre perchè si è in qualche modo costretti. E' sempre necessario, da un certo punto di vista.
E' come dicevano i greci: è la necessità che ci spinge. Soprannaturale, se vuoi, altrimenti naturalissima e propria in un certo qual modo della razionalità umana. Capisci? Chi uccide per vendetta, chi uccide per passione, chi uccide per follia, chi uccide per ordini superiori è sempre obbligato a farlo. Non c'è via d'uscita. Tu credi che un assassino sia cattivo? Vedo che mi fai segno di no. Ed è così: chi uccide non è cattivo, è solo schiavo. Capisci? Succube delle proprie passioni, della propria follia, del proprio stesso essere umano."
"E tu larry? Tu di cosa sei schiavo?"
"Io sono schiavo di me stesso. La peggiore schiavitù. Dalle altre si può fuggire. Quando sei schiavo della tua stessa vita, invece, non ti restano che due possibilità: o obbedirle (ed odiarla intanto) o...morire. Hai idea della sofferenza di vivere odiando la propria vita?"
"No, Larry...io...non lo so."
"Ho iniziato ad uccidere a pagamento, per non morire. Adesso vorrei essere morto, per non uccidere."
"Chi uccidi Larry?"
"Miei simili. Mi sono sempre rifiutato di uccidere innocenti, eppure me l'hanno chiesto. Io ho sempre rifiutato. Uccido solo miei simili: io uccido assassini."
"E chi ti chiede di ucciderli?"
"Me lo chiedono loro, quando sono stanchi di essere schiavi, di essere costretti ad uccidere."
"Capisco Larry, capisco."
Mi alzai dalla sedia. Presi la mia valigia di metallo nero, luccicante e freddo come la falce della morte nella stampa sopra il mio letto. Bellissima quella stampa, mi aiuta a tenere ben presente come tutto sarà destinato a finire un giorno, o forse una notte: non lo so. La presi tempo fa dalla casa di un mio cliente: a lui non sarebbe più servita, dato che era morto. L' avevo ucciso io, del resto, e quella stampa l'avevo notata immediatamente. Anche se non ne feci mai parola col mio cliente, prima che fosse morto.
Tirai fuori la mia pistola dalla valigia. Montai il silenziatore, inserii le pallottole, caricai e tolsi la sicura.
"Grazie..."
Vedevo gli occhi di Larry brillare, non il flebile bagliore di prima, ma l' esplosione di una supernova, finalmente felice, finalmente compiuta.
"Sei un brav' uomo Larry. Meriti la libertà". La libertà: noi tutti vi aspiriamo, pensai. Anche io vi aspiro, un giorno o l'altro.
Posi la mia mano sopra il suo capo e lo accarezzai (intanto avevo appoggiato la canna della pistola contro la sua tempia sinistra, quella più vicina al cuore).
Poi fu un lampo, un rumore sottile e filtrante e Larry fu libero e finalmente potè lasciarsi andare ad un sorriso rilassato. Sorrideva. Perchè era libero. Finalmente, almeno lui. E io? Non provai nemmeno a rispondere a quella domanda.
Richiusi accuratamente la porta di casa sua. Mi rimisi il soprabito e scesi in strada: un freddo fottuto, dentro e fuori, come al solito.
Larry ha ragione: si uccide per necessità, perchè non se ne può fare a meno.
Siamo schiavi, schiavi infelici. Bisogna solo sperare di trovare chi ci liberi. Qualcuno che abbia il coraggio di farlo, una volta che anche noi lo abbiamo trovato.
Guardai la luna, mentre veniva coperta dai fumi della città malata.
"Chi mi libererà?": mi chiesi, e chiesi alla luna mentre scompariva. Nessuna risposta, ovviamente. Per il momento.

sabato 20 settembre 2014

Sms di crisi di quasi mezza età

Ho quasi 40 anni e la mia vita sembra essere una merda. Questo fu il testo esatto dell' sms che inviai quella sera, quando capii, seduto a quel tavolo, come stavano effettivamente le cose. La risposta, come mi aspettavo, non si fece attendere: biiiip. Schiacciai il tasto che corrispondeva al comando leggi, sotto la dicitura 1 nuovo messaggio ricevuto. Non preoccuparti: tra dieci anni riderai di questa tua affermazione. Già, come da bambino, quando avrei dovuto ridere di tutta quella mia insicurezza, di quel senso di essere inadeguato e fuori luogo, una volta che fossi cresciuto. E come a trenta anni avrei dovuto ridere dell' adolescente impacciato e timido che ero quando avevo quindici anni. La promessa di una felicità e di un senso di soddisfazione e appagamento di se stessi che sembra sia possibile sempre e solo rimandare, tra dieci anni, tra venti o tra trenta, e mai vivere. Qualcosa di simile alla gioia eterna dopo la morte, in paradiso, mentre per tutto il tempo in cui siamo carne, ossa e sangue rimaniamo, in attesa, a bruciarci lentamente in questo inferno, mentre il cappio al nostro collo si stringe e ci soffoca sempre più, ma in maniera impercettibile e quasi soffice. Tra dieci anni riderai di questa affermazione. Rilessi la risposta al mio messaggio e l'unica cosa che potei fare fu sperare, ma sconsolato e stanco di sperare, che ciò fosse finalmente la realtà, e quello l'ultimo sms che avrei scritto. 

martedì 16 settembre 2014

Il giornalista dei dittatori

Buongiorno, mi chiamo..beh, forse è meglio che questo non ve lo dica ancora, date le circostanze. Tuttavia posso però dirvi cosa ero. Cosa sono. Cosa sarò. Anche se questo dipenderà molto dall'esito di questo colloquio e dall'evoluzione che subiranno le voci al mio riguardo e riguardo ciò che ero, ciò che sono e, forse, ciò che sarò. Chissà..?
Ebbene io sono un giornalista. Una professione affascinante, senza dubbio. Secondo molti il mio lavoro consisterebbe nel raccontare i fatti e nel dire la verità.  Ma io direi invece che tutto ciò è riduttivo. Perchè ovviamente fatti e verità sono sempre e solo opinioni. L'abilità di una persona di scrivere e narrare, infatti, nonostante la presunta oggettività che molte cose potrebbero sembrare avere, potrebbe trasformare il più mansueto e docile degli esseri umani in una carogna feroce e senza cuore, e, invece, il peggiore dei criminali e dei depravati nel più misericordioso tra gli uomini. E questo, signori, come ben sapete è proprio ciò che io facevo, faccio e, forse, farò.
Vi sono diversi modi per fare del male, dunque, con una professione di per sè nobile e benigna. Si può ad esempio fare della cronaca nera e quindi rendere puro spettacolo e intrattenimento le sofferenze e i drammi umani. Oppure si può trasformare il mestiere del giornalista in uno totalmente vuoto e privo di ogni utilità, riferendo di fatti che davvero non hanno alcuna reale importanza e solo per potere liberamente tacere di altri fondamentali. O, infine, si può fare quello che facevo io: si può fare del giornalismo da antologia, riferendo sì i fatti oggettivi, ma selezionandoli e plasmandoli a proprio uso e consumo. E ad ogni modo a uso e consumo del proprio datore di lavoro.
Ebbene io sono un giornalista. Sono un giornalista però che lavora solo ed esclusivamente per dittatori e sovrani assoluti. E più folli e sanguinari essi sono, meglio è per me, poichè così il mio lavoro si fa sempre più interessante e stimolante. Sempre una sfida nuova, più dura della precedente.
E perciò, come forse già saprete, se mi avete convocato qui, ho servito presso i più grandi e temibili dittatori di tutto il globo su quattro dei cinque continenti abitati, uno solo me ne manca.
Iniziai la mia carriera, nella culla della civiltà, l'Africa, che ero poco più di un ragazzino, pieno di belle speranze, ma evidentemente non di valori, presso il sovrano di un paese di cui nemmeno ricordo il nome, e che del resto l'avrà oramai probabilmente cambiato, uno di quelli comunque retti da uno di quegli ex generali che non hanno alcuna considerazione della vita nè tantomeno della morte, in qualità di Capo Supremo e Assoluto della Stampa e, oh...come mi divertii. E che innata abilità scoprii di avere nel manipolare la realtà e renderla utile ai progetti di una persona. Ricordo ad esempio un buffo episodio in cui riuscii brillantemente a fare passare la distruzione totale di un villaggio, donne e bambini compresi, come un atto di eroismo supremo da parte delle forze armate del sovrano- tiranno, semplicemente adducendo come ragione il fatto che i capi di quel villaggio erano nient'altro che servitori di non meglio precisate potenze straniere che volevano usurpare la nazione dalle proprie risorse naturali. Fu facile convincere l'opinione pubblica. Terribilmente facile. Forse troppo, ebbi per il momento il dubbio. Così, in cerca di sfide sempre maggiori, scelsi dopo qualche anno di trasferirmi e di andare a lavorare per un dittatore asiatico che era da poco salito al potere. In quell'occasione imparai anche a creare la mitologia di un uomo. E così, da inetto cadetto di una importante famiglia che era, assolutamente senza alcun valore e talento da nessun punto di vista, lo trasformai in essere quasi sovrannaturale. Pertanto fu la cosa più semplice e banale del mondo fare passare le sue condanne a morte, come provvedimenti direttamente ispirati da Dio in persona. Che per inciso, decisi, era il suo vecchio zio. Il quale in realtà era solo un vecchio bacucco oramai fuori di testa.
La mia successiva esperienza, invece, il mio nome infatti si diffondeva sempre più negli ambienti dell'oppressione e della tirannia, fu quasi una vacanza. Mi trovai ad operare nel bel mezzo del Pacifico, su un piccolo atollo, dove, non lo sapevo nemmeno prima di andarci, vi era uno dei dittatori più crudeli e sanguinari, ma soprattutto longevi, di sempre. Ora costui, dopo decenni di controllo assoluto versava in sempre più nere acque poichè purtroppo, alla lunga, la verità viene sempre a galla. Perciò aveva bisogno dei miei servigi. Io non feci altro che annegare la Realtà e sostituirla con la realtà. L'effetto fu stupefacente: si adattava alla perfezione. Così mi congedai dal caro despota assoluto, poichè nel frattempo avevo ricevuto un'altra allettante offerta che mi portò nel penultimo continente che mi mancava da esplorare: andai in America. America del Sud, per la precisione. Ah, che continente fantastico. E che gente unica. Ebbene in quei meravigliosi luoghi, abitati da gente fantastica, che però io contribuivo a mantenere nel loro torbido incubo di sfruttamento e ingiustizia totale, ebbi anche modo di collaborare con un'importante agenzia dell'America del Nord. Non so se qualcuno di voi, signori, ne ha mai sentito parlare: posso solo dirvi che si chiamava CIA. La CIA, come tutti la chiamavano. Come se fosse una vecchia amica di lunga data. Bravi ragazzi quelli, certamente. Ma dilettanti puri rispetto al sottoscritto in quegli anni. Ciò che io facevo, durante il mio contratto presso questo paese del Sud America, retto da uno dei tanti ex-colonnelli ribelli e filofascisti che quelle terre da sempre sfornano, alla pari dei numerosi rivoluzionari, era in realtà piuttosto monotono, ma tuttavia stimolante. Si trattava in pratica di trasformare chiunque lottasse per libertà, giustizia e diritti in un facinoroso, egoista e, soprattutto, in un pericoloso nemico del popolo. Talvolta mi capitava anche di dovermi inventare storie di migrazioni di massa di individui che non avevano a cuore il proprio paese, per tacere di quelle che in realtà erano solo esecuzioni di massa. Ricorderete di avere sentito parlare di desaparecidos, no? No, infatti. Non in questi ultimi anni, ovvio. Ed il merito signori è mio, e solo mio.
Dunque questo è quanto, notabili della corte giudicante. Voi mi avete convocato qui e io mi rimetto alla vostra discrezione e alla vostra bontà ed attendo qui, mesto e silenzioso, che vi produciate nel vostro insindacabile verdetto e decidiate così, in base a ciò che vi ho raccontato e in base a ciò che effettivamente ho compiuto, dati i miei trascorsi, della mia sorte, del mio destino e del mio futuro. Sempre se ne avrò uno. Sono, o non sono, dunque, degno di offrire i miei servigi qui, nell'ultimo continente che ancora non mi ha visto all'opera, l'Europa della democrazia? 

venerdì 12 settembre 2014

L' ispirazione

L' ispirazione ti prende sempre nei momenti peggiori. E comunque in quelli indubbiamente meno opportuni. Sempre e comunque quando non hai tra le mani un pezzo di carta e una fida penna con cui vergare pagine su pagine di pensieri color inchiostro, che scorgano come acqua di sorgente da una florida fonte. Sarebbe sicuramente un mondo ideale se, posati gli occhi su una pagina bianca, la vostra mente partorisse riflessioni e idee, tanto da riempirvi tutto il mondo. Ma ovviamente ciò non avviene mai, o quasi. Ciò che invece accade, sempre o quasi, non è che l'ispirazione non arrivi affatto, ma, e questo è un fatto ben peggiore, che vi raggiunga d'improvviso in quei momenti e nelle situazioni in cui vi sia proprio impossibile imprimere i vostri pensieri per l'eternità. Ah, che rammarico! Ah, che rancore, mentre state al bagno e cercate intorno a voi qualcosa e sì, c'è della carta igienica ma non una matita, o una penna, fosse anche quella di un volatile (e in ogni caso dovreste trovare un calamaio). E così dovete rassegnarvi a sentire scorrere via i vostri pensieri e le vostre idee, così: un pò come l'acqua del water e poi quella del bidet. Fluuuush....via, per sempre.
E dopo un'intera giornata in cui state cercando ovunque l'ispirazione e vi spremete le meningi fino a farvi dolere la testa e vagate di luogo ameno in luogo ameno, verso un contatto con la natura più originale e primordiale che possa risvegliare in voi antichi sentimenti, affinchè vi possa capitare di avere un magnifico incontro ravvicinato con una (o con tutte) delle muse della creatività, e chiudete gli occhi e cercate di trovare e tirar fuori il vostro Io più interiore e intimo e segreto, e...niente. Nulla. Neppure il più misero e sterile dei pensieri. Neanche una storiellina di porcellini e capretti e lupi parlanti: niente. E solo dopo, alla fine di questa lunga e sfibrante giornata, quando siete coricati nel vostro letto, già sotto le coperte, con il sonno che lentamente inizia a pesarvi sugli occhi e vi costringe a chiuderli e ad abbandonarvi all'oblio della notte, mentre i muscoli si sciolgono e si rilassano e il respiro rallenta sempre più, impedendovi quasi di potervi muovere. E nel momento in cui ogni pensiero pare essere sul punto di lasciarvi, ecco che, repentina, come un fulmine a ciel sereno, come un lampo nella notte, arriva! Arriva l'ispirazione. E non una semplice e normale ispirazione, buona sì e no per un piccolo ma simpatico racconto. No. Arriva quella del capolavoro e che vi potrebbe facilmente consegnare all'immortalità imperitura, lo scritto che vi ascriverebbe presso i posteri alla gloria eterna. Ma in quel momento è oramai troppo tardi. Troppo. Il sonno vi ha già incatenato al letto e condannato la vostra ispirazione a dissolversi come fanno i sogni al mattino, senza quasi lasciare traccia alcuna. Puuufff..svanita. Come l'acqua del water e del bidet. Fluuuushhh..via. Domattina sarà la prima cosa che farò; recuperare quel pensiero geniale e tradurlo su carta. Ma al mattino l'ispirazione è andata per sempre, perduta. Come un amore di una sola notte. Potete vedere i vestiti che ha dimenticato, per la fretta, sul comò, nella sua rocambolesca fuga notturna. Potete quasi sentirne ancora l'odore, ma l'ispirazione non c'è più. Non vi ha nemmeno lasciato un numero di telefono o qualsivoglia altro contatto. L'ispirazione è persa, per sempre, come un'occasione non colta, come quel treno che passa, una volta, e poi basta. Sì, avevate il biglietto in mano, ma non siete usciti per tempo. Quindi ora, non so..
E così vi ritrovate a fissare persi un foglio bianco e triste, con una penna stretta in mano, aspettando che inizi a muoversi, come di sua sponte, spinta da una forza invisibile: quella dell'ispirazione. Ed invece Ella se ne è andata, e voi temete che non tornerà mai più, come un amore che vien meno, mentre da lontano vi lancia un'occhiata furtiva e ride dispettosa.

venerdì 5 settembre 2014

L'ultimo dei solitari

Sono l'ultimo dei solitari. E non soltanto per ciò che riguarda gli esseri umani, ma anche per quanto concerne tutti gli altri esseri: viventi e non; siano essi senzienti o meno. Cammino per la strada e tutto ciò che vedo è che ognuno ha la sua anima gemella, io unicamente sono solo. Perciò, forse un pò rattristito, vado a sedermi su una panchina, la quale essa stessa è accoppiata ad un'altra panchina che le sta accanto fedelmente. Dinnanzi a me noto che si avvicina un piccione. Anzi no, non è uno, ma sono due: una coppia di piccioni. Tubano e girano attorno ai miei piedi insieme, senza mai allontanarsi troppo l'uno dall'altro. Gli lancio un pezzetto di pane e mi alzo, e me ne vado. Da solo.
Sono in un parco, a passeggiare, come mi piace fare di solito, soprattutto quando mi rendo conto di essere rimasto l'ultimo dei solitari al mondo. Sia tra gli esseri viventi che tra quelli che invece non vivono affatto. Anche quei due alberi sono vicini e sono accoppiati. Sono uguali e le loro due cime ondeggiano insieme quando il vento soffia e, allo stesso modo, all'unisono si fermano quando la brezza cessa. Sono lì, mi pare, da almeno cento anni. E sono stati sempre accanto, l'uno all'altro.
Avanzo lungo una strada che possiede vetrine su entrambi i suoi lati: i lati sono due e le vetrine, a ben guardare, stanno una di fronte all'altra, accoppiate. Speculari. E la gente che mi passa accanto: vi sono coppie ad ogni dove e di ogni età e di ogni tipo: fidanzate, sposate, vecchie e giovani. Io solo sono l'ultimo dei solitari e perciò avanzo come si conviene ad un solitario: da solo.
Poi mi fermo, solo per un istante, perchè vedo un sasso e lo raccolgo. E un sasso come tanti altri, di forma circolare con una certa concavità però che sembra dividerlo in due. Due metà, perfettamente identiche. Anche quell'unica pietra sembra formata quindi da una coppia. Una coppia di due parti unite. Forse per la vita: chi lo sa?
Continuo quindi per la mia strada passando tra coppie, sia di esseri viventi che non viventi. Sia costituite da materia organica, che da materia inorganica. Coppie, coppie, coppie e naturalmente ancora coppie. Chiaro no?
Dovrei forse essere triste, mi viene in mente. Ma poi mi fermo a pensare e mi sovvengono in testa alcune cose, alcuni fatti incontrovertibili. Quei piccioni, quella coppia così bella di piccioni, quando io gli ho lanciato il pezzetto di pane, ha immediatamente cominciato a sfidarsi e a combattere per stabilire a chi dovesse spettare quel prelibato bocconcino. E quegli alberi al parco, quei due bellissimi alberi che si muovevano e si fermavano all'unisono. Mi sono reso conto però che, inevitabilmente, una delle due fronde finiva e sempre finirà per rubare la luce vitale all'altra. Non sono quindi una coppia, ma due contendenti. E le panchine, nello stesso parco, da sempre e per sempre insieme. Sì, peccato che le panchine non possano fare altro che guardare unicamente e solo davanti a sè. E mai voltarsi di lato, per vedere chi fa loro compagnia. No, non possono. O povere panchine, condannate a sentirsi sempre sole anche quando non lo sono affatto. E che dire della gente? Delle coppie di esseri umane? Oh; quanti segreti e quante cose non dette, nell'illusione disperata di essere come un solo individuo, legato indissolubilmente da un qualche inesistente legame solido. E anche le vetrine, che sembrano accoppiate con quelle all'altro lato della strada. Ho scoperto che in realtà non si guardano con affetto, ma si fronteggiano. Con odio e rancore, su quale sia la più bella.
Solo il sasso, unico, potrebbe essere davvero felice e realizzato nella completezza perfetta delle sue due parti. Ma un sasso, mi pare, non può avvertire sentimenti nè provare emozioni. Non è in grado quindi di comprendere la sua fortuna. Misero e povero sasso.

Io perlomeno, questa sera, nella mia unica solitudine, non avrò segreti da mantenere, nè illusioni da portare avanti con ansia e preoccupazione. Non avrò nessuno con cui mangiare, è vero. Ma nemmeno ci sarà nessuno a contendermi un piccolo pezzo di pane e la luce del sole sarà tutta mia. Non dovrò confrontarmi con qualcuno per stabilire chi è il migliore e chi ha più o meno colpe. E soprattutto, una volta sul divano, potrò stare comodo e largo e, cosa non da poco, decidere senza patemi, ed eventuali litigi, quale film guardare questa sera.