Buongiorno, mi chiamo..beh, forse è meglio che questo non ve lo dica ancora, date le circostanze. Tuttavia posso però dirvi cosa ero. Cosa sono. Cosa sarò. Anche se questo dipenderà molto dall'esito di questo colloquio e dall'evoluzione che subiranno le voci al mio riguardo e riguardo ciò che ero, ciò che sono e, forse, ciò che sarò. Chissà..?
Ebbene io sono un giornalista. Una professione affascinante, senza dubbio. Secondo molti il mio lavoro consisterebbe nel raccontare i fatti e nel dire la verità. Ma io direi invece che tutto ciò è riduttivo. Perchè ovviamente fatti e verità sono sempre e solo opinioni. L'abilità di una persona di scrivere e narrare, infatti, nonostante la presunta oggettività che molte cose potrebbero sembrare avere, potrebbe trasformare il più mansueto e docile degli esseri umani in una carogna feroce e senza cuore, e, invece, il peggiore dei criminali e dei depravati nel più misericordioso tra gli uomini. E questo, signori, come ben sapete è proprio ciò che io facevo, faccio e, forse, farò.
Vi sono diversi modi per fare del male, dunque, con una professione di per sè nobile e benigna. Si può ad esempio fare della cronaca nera e quindi rendere puro spettacolo e intrattenimento le sofferenze e i drammi umani. Oppure si può trasformare il mestiere del giornalista in uno totalmente vuoto e privo di ogni utilità, riferendo di fatti che davvero non hanno alcuna reale importanza e solo per potere liberamente tacere di altri fondamentali. O, infine, si può fare quello che facevo io: si può fare del giornalismo da antologia, riferendo sì i fatti oggettivi, ma selezionandoli e plasmandoli a proprio uso e consumo. E ad ogni modo a uso e consumo del proprio datore di lavoro.
Ebbene io sono un giornalista. Sono un giornalista però che lavora solo ed esclusivamente per dittatori e sovrani assoluti. E più folli e sanguinari essi sono, meglio è per me, poichè così il mio lavoro si fa sempre più interessante e stimolante. Sempre una sfida nuova, più dura della precedente.
E perciò, come forse già saprete, se mi avete convocato qui, ho servito presso i più grandi e temibili dittatori di tutto il globo su quattro dei cinque continenti abitati, uno solo me ne manca.
Iniziai la mia carriera, nella culla della civiltà, l'Africa, che ero poco più di un ragazzino, pieno di belle speranze, ma evidentemente non di valori, presso il sovrano di un paese di cui nemmeno ricordo il nome, e che del resto l'avrà oramai probabilmente cambiato, uno di quelli comunque retti da uno di quegli ex generali che non hanno alcuna considerazione della vita nè tantomeno della morte, in qualità di Capo Supremo e Assoluto della Stampa e, oh...come mi divertii. E che innata abilità scoprii di avere nel manipolare la realtà e renderla utile ai progetti di una persona. Ricordo ad esempio un buffo episodio in cui riuscii brillantemente a fare passare la distruzione totale di un villaggio, donne e bambini compresi, come un atto di eroismo supremo da parte delle forze armate del sovrano- tiranno, semplicemente adducendo come ragione il fatto che i capi di quel villaggio erano nient'altro che servitori di non meglio precisate potenze straniere che volevano usurpare la nazione dalle proprie risorse naturali. Fu facile convincere l'opinione pubblica. Terribilmente facile. Forse troppo, ebbi per il momento il dubbio. Così, in cerca di sfide sempre maggiori, scelsi dopo qualche anno di trasferirmi e di andare a lavorare per un dittatore asiatico che era da poco salito al potere. In quell'occasione imparai anche a creare la mitologia di un uomo. E così, da inetto cadetto di una importante famiglia che era, assolutamente senza alcun valore e talento da nessun punto di vista, lo trasformai in essere quasi sovrannaturale. Pertanto fu la cosa più semplice e banale del mondo fare passare le sue condanne a morte, come provvedimenti direttamente ispirati da Dio in persona. Che per inciso, decisi, era il suo vecchio zio. Il quale in realtà era solo un vecchio bacucco oramai fuori di testa.
La mia successiva esperienza, invece, il mio nome infatti si diffondeva sempre più negli ambienti dell'oppressione e della tirannia, fu quasi una vacanza. Mi trovai ad operare nel bel mezzo del Pacifico, su un piccolo atollo, dove, non lo sapevo nemmeno prima di andarci, vi era uno dei dittatori più crudeli e sanguinari, ma soprattutto longevi, di sempre. Ora costui, dopo decenni di controllo assoluto versava in sempre più nere acque poichè purtroppo, alla lunga, la verità viene sempre a galla. Perciò aveva bisogno dei miei servigi. Io non feci altro che annegare la Realtà e sostituirla con la realtà. L'effetto fu stupefacente: si adattava alla perfezione. Così mi congedai dal caro despota assoluto, poichè nel frattempo avevo ricevuto un'altra allettante offerta che mi portò nel penultimo continente che mi mancava da esplorare: andai in America. America del Sud, per la precisione. Ah, che continente fantastico. E che gente unica. Ebbene in quei meravigliosi luoghi, abitati da gente fantastica, che però io contribuivo a mantenere nel loro torbido incubo di sfruttamento e ingiustizia totale, ebbi anche modo di collaborare con un'importante agenzia dell'America del Nord. Non so se qualcuno di voi, signori, ne ha mai sentito parlare: posso solo dirvi che si chiamava CIA. La CIA, come tutti la chiamavano. Come se fosse una vecchia amica di lunga data. Bravi ragazzi quelli, certamente. Ma dilettanti puri rispetto al sottoscritto in quegli anni. Ciò che io facevo, durante il mio contratto presso questo paese del Sud America, retto da uno dei tanti ex-colonnelli ribelli e filofascisti che quelle terre da sempre sfornano, alla pari dei numerosi rivoluzionari, era in realtà piuttosto monotono, ma tuttavia stimolante. Si trattava in pratica di trasformare chiunque lottasse per libertà, giustizia e diritti in un facinoroso, egoista e, soprattutto, in un pericoloso nemico del popolo. Talvolta mi capitava anche di dovermi inventare storie di migrazioni di massa di individui che non avevano a cuore il proprio paese, per tacere di quelle che in realtà erano solo esecuzioni di massa. Ricorderete di avere sentito parlare di desaparecidos, no? No, infatti. Non in questi ultimi anni, ovvio. Ed il merito signori è mio, e solo mio.
Dunque questo è quanto, notabili della corte giudicante. Voi mi avete convocato qui e io mi rimetto alla vostra discrezione e alla vostra bontà ed attendo qui, mesto e silenzioso, che vi produciate nel vostro insindacabile verdetto e decidiate così, in base a ciò che vi ho raccontato e in base a ciò che effettivamente ho compiuto, dati i miei trascorsi, della mia sorte, del mio destino e del mio futuro. Sempre se ne avrò uno. Sono, o non sono, dunque, degno di offrire i miei servigi qui, nell'ultimo continente che ancora non mi ha visto all'opera, l'Europa della democrazia?
Nessun commento:
Posta un commento