giovedì 26 marzo 2015

La guerra come la farebbero i bambini

Il soldato era acquattato dietro l'ultimo frammento di ciò che un tempo doveva essere stato un muro di un abitazione.
Un' abitazione dove forse aveva abitato una famiglia, che probabilmente doveva anche essere una felice. Se non sempre perlomeno qualche volta. Ora era solo un luogo vuoto e spettrale, in completa rovina, con i ricordi di una vita sparsi per terra su ciò che restava di quello che doveva essere stato il pavimento. Un tempo.
Intorno a lui i colpi esplodevano come i fuochi pirotecnici la notte di san Silvestro. Solo che qui e ora non c'era nulla da festeggiare. C'era la guerra. E quando c'è la guerra l'unica attività prevista e consentita è proprio la guerra. La guerra e niente altro che la guerra. Il soldato pensava alla notte di san Silvestro. Non ad una in particolare. A tutte, in un unico grande mosaico. 
E intanto intorno a lui i colpi continuavano a susseguirsi e sembravano provenissero da ogni luogo là fuori. Ma sembravano in realtà venire anche da dentro, dall'anima e dal cuore. Anzi, soprattutto da dentro. Soprattutto dall'anima e dal cuore. Tant'è che se provava a tapparsi le orecchie, li sentiva anche più forti e decisi quei colpi. Quella doveva essere la guerra. E quando c'è la guerra, essa non è solo fuori ma è anche dentro. Forse è soprattutto dentro.
Stava acquattato il soldato e pensava a tutte queste cose, mentre ovunque i proiettili volavano spediti come uccelli alla ricerca di una preda. Qualunque preda. Essi erano come uccelli senza occhi, estremamente famelici. 
Un compagno gli si fece davanti d'improvviso. Nemmeno lo aveva visto arrivare sovrappensiero com'era. In guerra tutti pensano si debba stare concentrati e assolutamente focalizzati su ciò che succede attorno. Ovvero la guerra. In realtà, pensava il soldato, non è affatto così. Anzi, è tutto l'opposto di così. In guerra è meglio pensare il meno possibile alla guerra. Fingere di essere da un'altra parte. Questa è l'unica via possibile di fuga dalla guerra, quando ci sei dentro. Pensava queste cose, e pensava anche che era un peccato non poterne parlare con nessuno. Perchè tanto anche gli altri che erano lì con lui sapevano benissimo tutto ciò.
Guardò il compagno che gli stava di fronte, anche lui accucciato, e lo guardava senza parlare. Dal momento che non c'era alcun bisogno di parlare. Del resto di che cosa si potrebbe parlare nel bel mezzo di un combattimento? Di tutto, gli venne da pensare. Fuorchè del combattimento, pensò anche. Distrarsi è sempre opportuno in situazioni simili, nonostante ciò che potrebbe pensare chi non ci si è mai trovato in situazioni simili. Distrarsi, certo. Ma non perdere mai la concentrazione. E infatti lui era distratto. Ma concentrato fino al midollo.
Guardò ancora il compagno di fronte a lui, anche egli acquattato dietro quel pezzo di muro che un tempo era parte di un'abitazione. Naturalmente non disse niente, e il compagno fece lo stesso. Annuì soltanto, e il compagno ovviamente fece lo stesso mentre tutto attorno i colpi si susseguivano senza freno e riempivano ogni luogo possibile. Reale o immaginario che fosse. 
Poi il compagno uscì, fucile alla mano, fece qualche decina di metri sparando senza ragione, semplicemente perchè non c'era altro di possibile da fare. Sparando quasi come se non stesse sparando e gettandosi contro il nemico come se non stesse nemmeno gettandosi contro il nemico. E contro i suoi colpi incessanti. 
Poi si accasciò e non si mosse più. Era stato colpito. Il soldato aveva visto tutto. Fu sorpreso di sentire come oramai la cosa non gli facesse quasi più effetto. Stava pensando ad altro in realtà. Non certo alla guerra, dato che la guerra era lì che incombeva e non c'era affatto bisogno di pensare ad essa per sentire la sua presenza. 
"Soldato": un urlo lo ridestò dai suoi pensieri e lo riportò alla situazione contingente. Era il suo superiore in comando, gli si era fatto vicino e di nuovo il soldato non se ne era nemmeno reso conto. Del resto in guerra passava così tanta gente, che poi spariva con altrettanta rapidità, che era facile e normale non realizzare nemmeno che si aveva qualcuno accanto. Del resto in guerra non si ha mai nessuno realmente accanto. Sono tutti lontani. Anni luce. Tutti nella stessa guerra, ma ognuno dentro la propria. Pensò.
Poi il superiore parlò e diede istruzioni a tutto il battaglione. L'attacco partì in maniera naturale, come una partita di calcio ai campetti. Anche se qui l'erba aveva smesso di crescere molto tempo fa. E non certo per le corse allegre di un gruppo di ragazzini. Anche se di ragazzini ancora si trattava. Però ora non era più un gioco, era la guerra. Che è comunque un gioco, ma solo per pochi e chi ci gioca lo fa spesso suo malgrado.
Pensò queste cose, mentre gli venne una gran voglia di fare una partita a pallone, e mentre numerosi dei suoi compagni cadevano sotto i colpi nemici e restavano lì immobili.
Il soldato guardò ancora tutta la scena, quasi come se si trattasse di un film anche se era tutto vero. Anche se in quella situazione era difficile distinguere realtà e finzione. Del resto non è mai così facile, pensò.
Il suo migliore amico avanzò verso di lui strisciando, poi si accovacciò al suo fianco sistemandosi l'elmetto. Il soldato lo salutò come se lo stesse incontrando in piazza in paese. L'amico rispose. Allo stesso modo.
"E' il nostro momento": disse poi l'amico del soldato.
"Sì": confermò il soldato come se non si rendesse conto di cosa significasse. Comunque, pensò, non era certo lui lì che non si rendeva conto di cosa significasse. Mandare gente a fare la guerra. Non se ne erano mai resi conto. 
"E allora andiamo. Ti apro la strada, tu vienimi dietro".
"Ok": rispose ancora il soldato, ignorando ancora una volta la realtà.
"Bene": disse l'amico. E partì.
Il soldato si alzò in piedi di scatto, sempre restando coperto dal muro in rovina di quella che un tempo doveva essere un'abitazione. Mentre adesso non era più nulla. 
Sparò alcuni colpi, coprendo le spalle all'amico che avanzava in mezzo all'inferno sibilante, e colpendo anche alcuni nemici che caddero al suolo e non si rialzarono più. Per un attimo provò invidia per loro. Poi continuò a sparare e a colpire nemici. Quello era il suo gioco in quel momento. Non è detto che avesse voglia di giocare, ma non aveva scelta. Perciò sparava. Sparava senza nemmeno guardare e senza nemmeno pensare a ciò che faceva. Del resto non ce ne era alcuna necessità. E il rischio era anzi di comprendere ciò che stava succedendo. E questo sarebbe stato meglio evitarlo ad ogni costo.
Poi il suo amico fu colpito a sua volta. Alla testa. Si fermò sul colpo e diventò anche lui parte del suolo. 
A quel punto il soldato non potè più trattenersi. Lasciò il suo nascondiglio, mentre i proiettili gli fischiavano a pochi millimetri dalle orecchie. Ma lui tanto non sentiva nulla. Si era oramai abituato a quel suono e lo sentiva sempre, giorno e notte, e lo avrebbe poi sentito per anni. Giorno e notte, notte e giorno. Una guerra infinita, dentro di lui. Contro il nemico più temibile e più difficile da battere. 
Si lanciò in campo aperto come un folle, facendo lo slalom tra i compagni e i nemici a terra, immobili. Sparò all'impazzata e abbattè altri diversi nemici. 
Poi se ne trovò uno davanti, uscito da chissà dove, all'improvviso. Come un pensiero fugace. Come un attimo di felicità.
Il soldato, col fucile stretto tra le mani, tentò di fare fuoco, ma il nemico fu più lesto. Sparò per primo e lo colpi. Al petto. In pieno. 
Il soldato abbassò la testa e guardò il punto in cui era stato centrato. Non c'era possibilità di scampo. Nessuna. Era finita. Era finito.
Osservò l'uniforme sporca di rosso. Si toccò il petto, dove era stato colpito.
"Cazzo": esclamò. 
"Sono stato colpito": disse.
E si accasciò a terra, restando immobile e finalmente senza pensieri. Come altri centinaia, migliaia di giovani ragazzi come lui. Tutti impegnati nel gioco della guerra. Intanto il nemico lo scavalcò, quasi come se non esistesse e continuò a correre. Anche se non aveva idea nemmeno lui di dove corresse. Fatto sta che si doveva correre. Capire il perchè sarebbe venuto dopo. Forse.
Qualche ora dopo si rialzò in piedi. Il campo di battaglia si era svuotato.
La vernice era ancora fresca. Lui era stato eliminato. Poteva finalmente tornare a casa. 
Si incamminò e lungo il cammino si fermo dinnanzi alla statua che campeggiava trionfante sul campo di battaglia. Su tutti i campi di battaglia esistenti a quel tempo.
Era la statua dell'ultimo premio Nobel per la pace. L'ultimo che fosse mai stato assegnato. 
L'uomo che lo aveva vinto non aveva fatto assolutamente nulla per fare in modo che la pace trionfasse per sempre sulla guerra. 
Semplicemente comprese. Comprese e propose una soluzione di conseguenza. Capì che l'uomo non è in grado di vivere in pace, e che la guerra è nella sua natura più intima. Comprese che l'uomo non è buono e mansueto, ma feroce e violento. Intuì che le guerre non sarebbero mai finite. Perlomeno fino a che gli interessi dietro di essa non sarebbero più esistiti. Ma quella era solo una chimera, una utopia.
Così propose semplicemente una soluzione. Ovvero un modo nuovo di fare la guerra. La guerra ci sarebbe ancora stata, per i secoli dei secoli, come era sempre stato. Per i secoli dei secoli.
E così la sete di sangue costitutiva dell'essere umano sarebbe ancora stata placata a lungo e l'assurda logica degli interessi che facevano sì che ci fosse necessità di combattere, non sarebbero mai stati intaccati. Con buona pace di tutti.
Semplicemente, propose, bisogna fare la guerra come la fanno i bambini. Come se fosse un gioco.
Così tutti gli eserciti furono dotati di armi giocattolo, fucili senza proiettili ma che sparavano sacchi di vernice. Chi veniva colpito, veniva eliminato e doveva accasciarsi al suolo come se fosse morto. Dopodichè poteva tornare a casa. Come un bambino che avesse appena finito di giocare e che stesse tornando a casa per la cena. 
La guerra come la farebbero i bambini, appunto.

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