giovedì 6 novembre 2014

Un pesce fuor d'acqua (dedicato a tutti i pesci che non troveranno mai il proprio mare)

Pare che non esista, per me, alcun mare dove possa sentirmi a casa.
Un pesce fuor d'acqua, mi hanno sempre chiamato. E alla fine questo è ciò che sono diventato.
Un giorno, quindi, o meglio, una notte, mi sono deciso: devo cambiare aria. O meglio: devo cambiare acqua.
E così, di primo mattino, prima ancora che i pescatori uscissero al largo, all'improvviso e in silenzio, radunai le mie cose. E me ne andai.
E dal momento che, fin da quando ero solo un piccolo avannotto, uno dei miei più grandi desideri fu quello di volare, e siccome dentro di me non volevo abbandonare per sempre il blu del mare e la sua enorme vastità, decisi di andare a vivere nel cielo.
Ma anche lassù, pur in quel luogo senza confini, vasto quanto il mondo stesso, presto finii per sentirmi, di nuovo, come sempre era stato, un pesce fuor d'acqua. O meglio: fuor di cielo, in questo caso.
Fatto sta, comunque, che non riuscii mai ad ambientarmi come avrei voluto.
Nonostante tutti i miei sinceri e interminabili sforzi.
E mentre tutti gli altri volavano assieme, con le loro belle e grandi ali, verso calde lande lontane, che io non avevo mai visto, dove svernare al sole africano, io mi limitavo a guardarli, provando pena per le mie pinne senza nemmeno una piuma, incapace di spiccare un balzo tra le nuvole, senza schiantarmi al suolo.
E poi c'è da aggiungere che non riuscii mai nemmeno ad adattarmi al loro modo di nutrirsi e presto mi resi anche conto che soffrivo di vertigini.
Così, anche se a malincuore, decisi di scendere dal cielo e cercare il mio posto da pesce fuor d'acqua sulla terra emersa, piccola ma così apparentemente piena di possibilità, assieme a tutti quegli altri bizzarri animali di cui avevo solo sentito raccontare, talvolta, dai pesci più anziani, nelle notti di luna piena, quando il mare è calmo e sereno come il cuore di un bambino in una sera d'estate, quando la scuola è oramai finita, e quando la sua luce arrivava perfino in fondo al mare, ad illuminare anche gli abissi più profondi.
Provai quindi, dapprima, a sistemarmi sulle cime degli alberi dei boschi, e poi nel più fitto mistero di foreste scure e leggendarie, inestricabili.
Per passare poi alle savane sconfinate e selvagge e ai deserti sabbiosi e infiniti, oceani polverosi sulla terra. Ma decisamente troppo secchi e asciutti per un povero pesce smarrito e fuor d'acqua come me.
Mi avventurai perciò perfino nelle città, in mezzo agli esseri umani.
Inutile dire che questo tentativo fu il più fallimentare tra tutti.
Quando non rischiavo infatti di finire diritto in una padella, o sul banco di un qualche mercato rionale, in mezzo a cubetti di ghiaccio gelido, trovavo comunque estrema difficoltà a socializzare con le altre persone.
E in men che non si dica mi ritrovai ancor di più un pesce fuor d'acqua, sbattuto come un reietto in mezzo ai rifiuti. 
Assieme ad altri rifiuti con le sembianze di uomo, che però gli altri non sembravano riconoscere come tali.
Loro erano come me, invece. Pesci fuor d'acqua, anch'essi.
Con la differenza però che almeno loro non dovevano temere giorno e notte l'attacco di famelici gatti selvatici, che avrebbero voluto divorarmi dalla testa fino alla coda.

Così decisi, alla fine, di tornare da dove ero venuto, al mio caro vecchio mare, dove sarei rimasto per sempre e inevitabilmente un pesce fuor d'acqua. 
Ma consapevole finalmente che questo era ciò che ero e sarei sempre stato.
In qualunque tempo. E anche in qualunque luogo fossi andato. Fiero di essere un pesce fuor d'acqua.

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