Pare che non esista, per
me, alcun mare dove possa sentirmi a casa.
Un pesce fuor d'acqua, mi
hanno sempre chiamato. E alla fine questo è ciò che sono diventato.
Un giorno, quindi, o
meglio, una notte, mi sono deciso: devo cambiare aria. O meglio: devo
cambiare acqua.
E così, di primo
mattino, prima ancora che i pescatori uscissero al largo,
all'improvviso e in silenzio, radunai le mie cose. E me ne andai.
E dal momento che, fin da
quando ero solo un piccolo avannotto, uno dei miei più grandi
desideri fu quello di volare, e siccome dentro di me non volevo
abbandonare per sempre il blu del mare e la sua enorme vastità,
decisi di andare a vivere nel cielo.
Ma anche lassù, pur in
quel luogo senza confini, vasto quanto il mondo stesso, presto finii
per sentirmi, di nuovo, come sempre era stato, un pesce fuor d'acqua.
O meglio: fuor di cielo, in questo caso.
Fatto sta, comunque, che
non riuscii mai ad ambientarmi come avrei voluto.
Nonostante tutti i
miei sinceri e interminabili sforzi.
E mentre tutti gli altri
volavano assieme, con le loro belle e grandi ali, verso calde lande
lontane, che io non avevo mai visto, dove svernare al sole africano,
io mi limitavo a guardarli, provando pena per le mie pinne senza
nemmeno una piuma, incapace di spiccare un balzo tra le nuvole, senza
schiantarmi al suolo.
E poi c'è da aggiungere che non riuscii mai nemmeno ad adattarmi al loro
modo di nutrirsi e presto mi resi anche conto che soffrivo di
vertigini.
Così, anche se a malincuore, decisi di scendere
dal cielo e cercare il mio posto da pesce fuor d'acqua sulla terra
emersa, piccola ma così apparentemente piena di possibilità,
assieme a tutti quegli altri bizzarri animali di cui avevo solo
sentito raccontare, talvolta, dai pesci più anziani, nelle notti di
luna piena, quando il mare è calmo e sereno come il cuore di un
bambino in una sera d'estate, quando la scuola è oramai finita, e quando la sua luce arrivava perfino
in fondo al mare, ad illuminare anche gli abissi più profondi.
Provai quindi, dapprima,
a sistemarmi sulle cime degli alberi dei boschi, e poi nel più fitto
mistero di foreste scure e leggendarie, inestricabili.
Per passare
poi alle savane sconfinate e selvagge e ai deserti sabbiosi e infiniti, oceani polverosi sulla terra. Ma decisamente troppo secchi e asciutti per un povero pesce
smarrito e fuor d'acqua come me.
Mi avventurai perciò
perfino nelle città, in mezzo agli esseri umani.
Inutile dire che
questo tentativo fu il più fallimentare tra tutti.
Quando non
rischiavo infatti di finire diritto in una padella, o sul banco di un qualche mercato rionale, in mezzo a cubetti di ghiaccio gelido, trovavo
comunque estrema difficoltà a socializzare con le altre persone.
E in men che non si dica
mi ritrovai ancor di più un pesce fuor d'acqua, sbattuto come un
reietto in mezzo ai rifiuti.
Assieme ad altri rifiuti con le
sembianze di uomo, che però gli altri non sembravano riconoscere
come tali.
Loro erano come me, invece. Pesci fuor d'acqua, anch'essi.
Con la differenza però
che almeno loro non dovevano temere giorno e notte l'attacco di
famelici gatti selvatici, che avrebbero voluto divorarmi dalla testa fino alla
coda.
Così decisi, alla fine, di tornare da dove ero venuto, al mio caro vecchio mare, dove sarei rimasto per sempre e inevitabilmente un
pesce fuor d'acqua.
Ma consapevole finalmente che questo era ciò che
ero e sarei sempre stato.
In qualunque tempo. E anche in qualunque luogo
fossi andato. Fiero di essere un pesce fuor d'acqua.
Nessun commento:
Posta un commento