lunedì 20 gennaio 2014

il bosco incantato ( VIII)

Quando il signor Giuliano rientrò nella sua bella casa sita in posizione tranquilla, ma niente affatto isolata, la moglie, signora Serena ( così si chiamava), era in cucina alle prese con la cena. Il signor Giuliano percepì immediatamente dall' odore che usciva fuori dalla porta e arrivava fin quasi al cancello d' ingresso oltre il giardino che ciò che bolliva in pentola ( non nel vero senso della parola in questo caso, perchè si parla di un piatto cucinato al forno. Ma, come sapete, è così che si dice) doveva essere quello che lui si azzardava spesso ( ma non sempre) a definire il suo piatto preferito. Immediatamente, non appena le narici furono inondate di tale aroma, il cervello del sig. Giuliano iniziò a rilasciare endorfine che gli procurarono un enorme piacere e un senso di gioia incondizionata e innata che solo il buon cibo e poche altre cose possono regalare. Tale sensazione fu poi aumentata nel cuore del sig. Giuliano dal pensiero della buona notizia che si apprestava a dare ai suoi cari: aveva vinto. Il suo progetto ( non quello di un altro, questo lo avrebbe sottolineato ben bene), ma il suo, era stato scelto come quello “ migliore e preferibile per il futuro della loro amata cittadina, che tenesse conto da una parte dell' esigenza di trovare e fornire nuovi spazi ai suoi abitanti, avendo ben chiaro l' obiettivo comunque prioritario, dall' altra, di salvaguardare il patrimonio naturale e ambientale e di agire sulla base di uno sviluppo che possa risultare su tutti i possibili livelli, in primo luogo sociale, sostenibile e responsabile”. Questa era la traccia del progetto, letta al momento della comunicazione del vincitore, dal sindaco in persona con voce impostata ma comunque leggermente vibrante e, a tratti, rotta per l'emozione inevitabile data dall' occasione unica e irripetibile per quella ridente cittadina. Traccia che non teneva evidentemente conto del fatto che si stava per distruggere, sia pure in maniera responsabile e sostenibile, gran parte di un bosco antichissimo. Il sig. Giuliano si impose immediatamente di tenere a bada quel pensiero nella sua mente,e anzi di cacciarlo via se possibile prima che gli rovinasse l' appetito ( cosa che invero sembrava al momento piuttosto ardua, data la fame e l' acquolina che aveva assalito il sig. Giuliano). Aveva imparato infatti negli anni che purtroppo spesso e volentieri gli ideali di gioventù sono un ostacolo per una carriera brillante e degna di nota, soprattutto in settori come il suo dove la concorrenza era spesso spietata e quasi sempre sleale. Così era stato e sarebbe sempre stato, in tanti, perfino il suo vecchio babbo, glielo avevano ripetuto con voce triste e rassegnata. Lui aveva provato a ignorarli, ma alla fine non aveva più potuto farlo. Soprattutto da quando era nato il suo primogenito, quel bellissimo bambino che rispondeva       ( non sempre in realtà, perchè era un gran testone e un monello di prima categoria se ci si metteva, pensò con affetto immenso il padre) al nome di Lucio. A quel punto le esigenze concrete di una vita di neo- sposo e neo- genitore, con un mutuo sulle spalle e una carriera ancora da avviare veramente, avevano vinto sulle convinzioni personali di un uomo, tutto sommato, ancora giovane e sognatore; ed egli si era dovuto, suo malgrado, rassegnare a ciò che tutti gli avevano detto per anni e a cui lui aveva sempre provato a non prestare fede alcuna. Si fermò un istante, che sembrò lunghissimo, davanti la porta d' ingresso dietro la quale la sua amata mogliettina stava preparando il suo piatto preferito, a pensare a quando era solo un bambino, dell' età che aveva suo figlio oggi, e a quanto amasse il bosco a quei tempi, quel luogo insieme così familiare e misterioso. Nient' altro che un insieme di alberi, foglie, erba e cespugli che diventava via via più fitto e arcano celando nel suo cuore chissà quale tipo di segreto. Ma in fondo che poteva esserci nel mezzo di un bosco se non ancora altri alberi, altre foglie e altra erba e nuovi cespugli? Qualche animaletto, certo. Ma null' altro. Comunque ricordava quanto e come ne fosse affascinato da bambino. Gli capitò perfino, se lo ricordava bene nonostante il tempo trascorso, una notte di tantissimi anni fa (qualche decennio fa, per essere precisi), di avere sognato di essersi inoltrato nel bosco fino al punto in cui non si poteva più vederne l' inizio e lì di essersi smarrito e di essere stato soccorso dai suoi piccoli abitanti: elfi, folletti, goblin, troll, fatine e quegli altri mostriciattoli vari ( mostriciattoli? A chi? Bisognerà capire a chi si riferisca il sig. Giuliano quando dice mostriciattoli. Il dibattito tra le creature del bosco incantato, intanto, è già in corso da tempo), che lo avevano aiutato a ritrovare la via di casa. Ma naturalmente quello non era altro che un sogno, uno bellissimo, senza dubbio, ma sempre e comunque irreale e perciò in fin dei conti triste. Lo realizzò che era un sogno quando la mattina si svegliò come sempre nel suo letto, abbracciando il solito orsacchiotto senza un occhio e con mezzo orecchio, che stringeva sempre a sé la notte. E poi lo sapevano tutti, e anche i suoi genitori glielo avevano confermato a più riprese, che certi esseri magici non esistono se non nella fantasia dei bambini dotati di più immaginazione, come era lui a quei tempi. E lui alla fine aveva creduto anche a questo. Anche se sentiva, in cuor suo, che non avrebbe voluto farlo. Ma questa è la vita in fin dei conti: dove sempre, volenti o nolenti, a un certo momento, i sogni e le fantasie devono lasciare il posto alla realtà e ai fatti. Anche se non è sempre una buona cosa. Faceva parte del crescere, essere adulti e diventare uomini. Che disdetta, pensò il sig. Giuliano, prima di entrare finalmente in casa e salutare la moglie alle prese con la cena e il figlioletto Lucio con il consueto buonumore e, anzi, con più allegria del solito. Almeno in apparenza.
“ Come è andata? Ho fatto bene a cucinare il tuo piatto preferito o dovrò buttare tutto nei rifiuti? ”: domandò la moglie, con un sorriso che faceva sempre impazzire il sig. Giuliano, dopo averlo baciato con affetto e dopo che il piccolo Lucio liberò il padre dal suo abbraccio.
“ Oh beh, sai..se è venuto così male da meritare di finire tra i rifiuti, non sarò io a impedirti di gettarlo”, fece a modi di burla il sig. Giuliano: “ altrimenti, se non hai perso la mano così tanto in cucina, credo che abbiamo qualcosa da festeggiare qui”. E mentre lo disse tirò anche fuori dalla sua borsa da lavoro una pregiata bottiglia di vino rosso.
“ Evviva!”: gridò la moglie, felice sia per la vittoria del marito che per l' ottima bottiglia tirata fuori inaspettatamente. E gli si buttò al collo baciandolo.
“ Yei!!” : urlò invece il piccolo Lucio felice per il padre, speranzoso in qualche dono inaspettato per lui ( ne aveva giusto in mente un paio), ma per nulla toccato dalla pregiata bottiglia di vino rosso ( ah..i bambini..). E gli si buttò alle gambe e gliele strinse forte anche se non riusciva, con le sue corte braccia da bambino, a cingerle completamente.
Così si sedettero a tavola e consumarono allegramente l' ottima cenetta. Ovviamente il sig. Giuliano ebbe un bis, e poi un tris. Bevvero la bottiglia di vino, a parte il piccolo Lucio naturalmente, che era ottimo a dir poco, e l' allegria aumentò esponenzialmente e come per un qualche strano sortilegio. Questo fatto lasciò il piccolo Lucio senza dubbio alquanto perplesso ( ah..i bambini..). Ma era giusto così e lo sarebbe rimasto ancora per almeno una decina d' anni. Poi avrebbe capito. Eccome se avrebbe capito.
Ad ogni modo la cena volgeva al termine tra battute, risate, scherzi e burle di ogni genere, che facevano ogni volta esplodere tutta la famiglia di gioia e di letizia ( peccato fosse già finito il vino, pensarono nello stesso momento il sig. Giuliano e la signora Serena).
L' atmosfera era dunque felice e rilassata e si avvertiva anche una certa fiducia in un avvenire roseo e limpido. Così il sig. Michele guardò la moglie negli occhi e le disse: “ Perchè non andiamo a vivere in una casa più grande di questa, in un quartiere più di classe?”
“ E dove vorresti andare? Questa casa l' hai sempre adorata.” : gli ricordò la signora Serena.
Il sig. Michele sorrise e annuì: “ sì, è vero: questa casa l' ho sempre amata. È bella e soprattutto sorge in una via tranquilla ma non isolata. Verissimo. Ma sai, il nuovo quartiere in costruzione sarà dotato di ogni servizio, di ogni modernità e di scuole eccelse e grandi parchi gioco dotati delle più recenti misure di sicurezza per il nostro piccolino. E poi potremmo ottenere una qualche agevolazione sul prezzo degli appartamenti che sorgeranno proprio sulla piazza principale ( che io ho progettato e farò nascere), che sono, mi hanno assicurato e ho visto i progetti, letteralmente enormi e di suprema classe, forniti di tutti gli standard di qualità più aggiornati. E di che vista godremmo lo sai già, no? D' altra parte hai visto anche tu il progetto vincente. E in anteprima.”
Sorrise il sig. Michele guardando i begli occhi della moglie che sempre lo mettevano di buon umore e le fece l' occhiolino e la signora Serena le sorrise di rimando.
“ Beh.. perchè no? Potremmo parlarne...d' altra parte ce lo meriteremmo anche”
“ Penso di sì”: confermò il sig. Michele carezzando la mano della moglie e sorridendogli con uno di quei sorrisi leggeri che hanno gli innamorati.
“ E di preciso..”, chiese poi la signora Serena: “ dove nascerebbe questo nuovo quartiere con la tua piazza?”
“ Beh..”, fece il sig. Michele improvvisamente titubante: “ sorgerà a nord- est della città, proprio dove ora c'è...il bosco, sai? Purtroppo..( il sig. Michele sembrava sempre più dubbioso) bisognerà abbattere gran parte del bosco che c'è oggi, ma non tutto: ne rimarrà una buona porzione che diventerà parte fondamentale del parco pubblico del nuovo quartiere residenziale”.
( Abbattere un bosco, per farne parte " fondamentale" di un parco pubblico. Ma quanto è geniale l' essere umano quando ci si mette?)
Il piccolo Lucio, nel frattempo, giocava poco lontano dai genitori con un nuovo giocattolo che, previdentemente, il padre gli aveva regalato per l' occasione e che il piccolo mostrava di gradire ( pur non essendo quella la sua prima scelta, se glielo avessero chiesto).
E nonostante fosse preso dal suo nuovo gioco, il piccolo Lucio ascoltava i discorsi dei genitori e pensava che sarebbe stato felice di trasferirsi in una casa più bella e più grande, affacciata sulla bellissima piazza progettata dal suo papone, in un nuovo quartiere che avrebbe anche avuto un grosso parco pubblico formato da quanto sarebbe rimasto dell' antico bosco incantato, e...e...
Il bosco incantato, pensò Lucio. Il bosco incantato è dove viveva quelle creatura meravigliosa e magica che aveva conosciuto quel giorno che era tanto triste e sconsolato e che si perse nel cuore del bosco. Quello gnometto, o quello che era, ( un goblin, Lucio. Era un Goblin) che lo aveva salvato, lo aveva consolato asciugandogli le lacrime e gli aveva mostrato la via per tornare a casa. Il bosco incantato era la casa di tutti quegli esseri gentili e meravigliosi. E sarebbe stata distrutta, per sempre.
“ Nooooooooooooooooo!”: urlò quindi, senza alcun preavviso, il piccolo Lucio facendo letteralmente venire un coccolone a entrambi i genitori che stavano lì a guardarsi negli occhi come due adolescenti in primavera e scuotendoli da tale idillio amoroso.
“ Che c'è, Tesoro? Ti sei fatto male giocando? Hai avuto un incubo a occhi aperti? Perchè quella faccia sconvolta? Perchè tremi? Dio, Lucio, ma che hai?” : chiedevano i genitori, che ora lo stringevano a loro, preoccupati e dubbiosi. Il piccolo Lucio era davvero turbato e letteralmente era scosso da un tremito inspiegabile come d' orrore, come se avesse appena visto la morte in faccia. Ed in effetti sarebbero tutte morte le creature magiche senza una casa, pensava Lucio, e le lacrime iniziarono a scendere dai suoi occhi per la tristezza.
“ Le creature del bosco incantato..”: piagnucolò poi in maniera quasi incomprensibile.
“ Il bosco incantato? Non esiste nessun bosco incantato.” : disse la madre baciandogli le guanciotte morbide.
“ Sì, invece. E le creature magiche abitano lì e le loro case verranno distrutte per fare posto al nuovo quartiere. E loro che faranno senza una casa? Moriranno! Moriranno!”: strillava senza remore il piccolo Lucio che non voleva saperne di calmarsi.
Allora il padre si chinò su di lui e gli accarezzo i morbidi capelli, lo sollevò e se lo mise in braccio. Poi gli asciugò le lacrime e gli disse con voce triste e rassegnata: “ purtroppo Lucio, non esiste nessun bosco incantato, là fuori, né nessuna creatura magica. Oramai sei grande ed è giusto che tu lo sappia. Perchè prima o poi la vita le sbatterà davanti tutte queste cose: e noi è meglio se ci arriviamo preparati”. Questo era più o meno il discorso che il suo vecchio, il nonno del piccolo Lucio, fece a lui, il sig. Giuliano, quando questi era ancora un bambino e non un sig, ed ebbe quello strano sogno in cui si addentrò nel bosco.
Era solo un sogno, così come lo era adesso quello del figlio, purtroppo, e tutto sommato ne fu felice: almeno il piccolo Lucio stava piangendo e si disperava per un fatto da bambino, per una preoccupazione fanciullesca, normale per l' età e di cui non c'era da temere davvero. Anche se il momento in cui i sogni infantili venivano trasformati in razionali realtà da adulti..beh, non era mai un bel momento, e questo il sig. Giuliano lo sapeva bene. Ma gli sarebbe sicuramente passato, crescendo. Come succede a tutti gli uomini nel corso della loro vita. È il destino, e come tale va accettato.
Così, sentendo quelle parole anche la signora Serena trasse un sospiro di sollievo e si rinfrancò dai suoi timori e in breve stava nuovamente scherzando con il marito alla maniera di due quindicenni.
Intanto il piccolo Lucio non aveva smesso di essere preoccupato e terrorizzato, anche se aveva smesso di piangere dopo che il padre lo aveva preso in braccia e aveva provato a consolarlo, ma continuava a ripetere che bisognava salvare le creature magiche del bosco incantato, che loro erano buone e non meritavano di fare quella fine, e che le loro case e le loro vite fossero distrutte così. Lo diceva saltellando e agitandosi, quasi con veemenza.

Ma a quel punto, oramai, i genitori non lo stavano più ascoltando.

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