Quando Carlos tornò
finalmente al villaggio, era oramai notte inoltrata e tutti, a parte
qualche troll particolarmente chiacchierone e qualche gnomo ancora
occupato nelle sue faccende gnomesche, sarebbero già dovuti essere a
dormire e a allietare la propria notte con dei bellissimi sogni
ambientati nel bosco magico. Tuttavia, non appena si avvicinò
abbastanza, Carlos potè comprendere immediatamente che non era così:
nessuno stava dormendo e i bei sogni erano rimasti incredibilmente
oltre gli alberi maestosi, questa notte. In compenso tutti sedevano
da qualche parte, preoccupati, sconsolati e con la testa bassissima.
Tutti senza dire una parola, qualcuno sospirando piano e tristemente
come fa chi ha oramai perso ogni speranza e attende una qualche
indefinita e imprecisata fine. Altri invece, semplicemente,
sommessamente piangevano.
Era quella una
scena che mai si era vista in quel luogo lieto e fantastico: e a
Carlos venne subito un groppo alla gola che gli bloccò l' aria in
entrata e in uscita. Era una sensazione che mai aveva provato in
precedenza. E non gli piacque. In seguito qualcuno gli disse
chiamarsi magone ( e a dispetto di quello che poteva essere il nome,
non vi era nulla di magico e strabiliante in essa).
Carlos passò in
mezzo a quella triste folla, fino a che non scorse il vecchio gnomo
Anselmo e andò a sedersi vicino a lui su una pietra. Anselmo lo
gnomo, ovvero il capo degli gnomi del bosco, essendo tra loro il più
anziano, avendo raggiunto, ai tempi in cui questa storia è
ambientata ( ovvero ieri pomeriggio alle 16. 23 ora locale), la
venerabile, e difficile per i genitori, età di 345 anni e 15 mesi (
dovete sapere che il calendario gnomico ha 16 mesi. Tali mesi sono
uguali ai nostri umani, che del resto dobbiamo il nostro attuale
calendario proprio agli gnomi, da gennaio a dicembre. Mentre gli
ultimi quattro sono undicembre, ovviamente, gnomaio, ovviamente, goù
na rolt, che è un mese in lingua gnomica e che letteralmente
significa " ma perchè fare sedici mesi e non dodici, che poi è
un casino trovare quattro altri nomi plausibili, e infine c' era
ultimo mese. Così chiamato perchè era l' ultimo mese, ovviamente),
stava seduto come una statua di sale su una roccia e con la punta di
un piede tracciava sulla terra delle linee confuse e senza
compimento. Quelle linee e forme casuali e distratte così tipiche di
chi cerca una risposta da qualche parte nel mondo e sembra voglia
interrogare la terra stessa, nel tentativo di trovare in quelle linee
e in quei segni astratti ciò che fortemente cerca.
Quando si accorse
che qualcuno gli si era messo vicino, alzò un attimo lo sguardo con
un gesto molto lento e svogliato che fece preoccupare Carlos non
poco. Nonostante la venerandissima età, infatti, Anselmo era
solitamente un individuo vispo e vivace, una molla impazzita, sempre
brioso. Adesso invece sembrava quasi un involucro vuoto, un' immagine
residua e che presto si sarebbe dissolta della sua persona. A carlos
aumentò tantissimo il magone; tanto che gli sembrò che la gola gli
si gonfiasse e che non riuscisse più a respirare.
Finalmente si
riprese, dopo qualche secondo in cui il cuore spaventato, aveva
iniziato a battere un ritmo irregolare e frenetico che gli faceva
male dentro, e, sporgendo il petto in fuori come a volere assumere
una dimensione maggiore e mostrare sicurezza e fiducia, con una voce
profonda e solenne ( quasi autoritaria), annunciò: " voglio
raccontare a tutti voi una storia, che mi raccontò due o trecento
anni orsono il mio caro e vecchio nonno. ( Chiaramente potrei
dimenticare, omettere, saltare, aggiungere, modificare qualche
dettaglio della storia, essendo passati appunto almeno due secoli
dall' ultima volta che l' ho sentita. Pensate che quasi, dopo tutti
questi anni, non mi ricordavo nemmeno di avere avuto un nonno). Un
tempo molto lontano, quando mio nonno era un giovane gnomo, in questa
stessa foresta dove abitiamo oggi, vi fu un orribile e devastante
incendio.
Esso si sviluppò,
pare, per la colpevole disattenzione di qualche umano, e in pochi
minuti arrivò, da quegli alberi che vedete lì in fondo, prima della
casa di Vito il cinghiale, fino ai pressi del villaggio a minacciare
alcune abitazioni. Il fuoco avanzava deciso e famelico, sospinto dal
vento caldo estivo, e divorava senza pudore tutto ciò che trovava
davanti e lo lasciava poi fumante e privo di vita. La sciagura
sembrava incombere inevitabile e tutto sembrava perso a tutti. Le
creature del villaggio, fatine, gnomi, nani, folletti, troll e quant'
altro fuggivano in preda al panico, vittime della disperazione,
mentre alcuni erano tanto sgomenti da non riuscire nemmeno a
muoversi, nemmeno a emettere un suono sia pure di angoscia. Tutti
concordavano su un unico fatto: siamo finiti, spacciati. Moriremo
tutti e di noi non resterà nulla di nulla: solo cenere e polvere (
pensavano tutti). E già attendevano rassegnati l' Inevitabile.
Tutti, sì, tranne uno: il troll Belfagor. Costui era un tipo strano
e solitario, ma tutto sommato buono. Era senza dubbio una personalità
particolare, ma non aveva mai fatto male a nessuno ( ci mancherebbe).
E adesso aveva fatto capolino tra gli altri, cosa che raramente
faceva e mai con troppo piacere, e stava avanzando deciso verso il
fuoco. Che fai, Belfagor? Gli dicevano tutti gli altri. Se ti
avvicini ancora morirai. Ma lui non gli dava retta. Sembrava guidato
da una volontà superiore al suo interno e non distoglieva nemmeno
mai lo sguardo dalle fiamme accecanti. Te ne prego, Belfagor, fatti
indietro. Gli urlava ancora qualcuno. Scappa, non c' è speranza.
Sentì poi. A quel punto tutti lo videro prendere una bella boccata
d' aria e soffiare sul fuoco, evidentemente nel tentativo di
spegnerlo, ma ottenendo solo ( come si sa, e come avrebbe saputo
anche lui se avesse maggiormente seguito, ai tempi, le lezioni di
scienze) di alimentare le fiamme. Aaahhh, urlarono tutti. Via via di
quà, scappa anche tu Belfy: o morirai. Gli urlavano tutti
preoccupati. Ma Belfy non si mosse di un unghia e, d' improvviso, chi
era lì intorno a seguire la situazione, vide il troll che si
abbassava prima i pantaloni, poi le mutande e tirava fuori il suo
arnese da lavoro. A quel punto tutti rimasero a bocca aperta,
increduli e a domandarsi cosa stesse succedendo in quella pazza
notte. Belfagor, dal canto suo, semplicemente, atteso qualche
secondo, tirò una pisciata che più che una normale pisciata
sembrava una riproduzione in scala delle cascate del Niagara e di
quelle del Lago Vittoria messe assieme ( il tutto sparato fuori a
pressione vertiginosa, da un arnese dalle dimensioni diciamo di una
mezza penna rigata N° ... oddio, ora non lo ricordo. Vabbè,
guarderò..Bene, ho controllato or ora su internet: N° 70. Passo e chiudo). La faccia di Belfagor a questo punto tradiva una goduria
( classica di chi si sia trattenuto per troppo tempo e possa
finalmente liberarsi) magistrale e il suo viso era finalmente più
rilassato e meno teso. Tutti gli altri invece stavano lì con gli
occhi letteralmente fuori dalle orbite ( qualcuno a chiedersi il
numero delle mezze penne rigate o ripromettendosi di controllarlo una
volta a casa). Già perchè grazie a Belfagor, per fortuna ora, c'
era una possibilità concreta di tornare a casa, perchè, grazie alla
pipì che tratteneva da tanto, il troll stava riuscendo facilmente a
domare le fiamme pur gigantesche e a ridurle a un fuocherello, che
poi spense definitivamente scatarrandoci sopra un paio di volte un
catarro mucoso e appiccicoso che letteralmente intrappolava e
soffocava le ultime residue fiamme. E questa storia, per quanto forse
disgustosa nel finale", si accingeva a terminare il buon Carlos:
" ci dimostra unicamente una cosa, anzi due. La prima: che
talvolta è meglio tenere la pipì che poi potrebbe tornare utile in
qualche modo. E la seconda, anche più importante ( e come può
essere più importante? si domandarono tutti): che non bisogna mai
darsi per vinti e smettere di lottare. Anche quando sembra che tutto
sia finito, non ci sia speranza e che tutti si sia spacciati."
Sentite queste
parole il pubblico stette per un attimo sospeso, incerto se credervi
o no. Incerto se dare fiducia alla morale di una storia, se credere e
dare una possibilità alla speranza, fino a che Carlos lo gnomo non
domandò a voce alta e chiara, cristallina e limpida, potente: "
allora abitanti del bosco incantato? Che volete fare? Volete
arrendervi? O volete combattere tutti insieme e non mollare fino all'
ultimo?"
Queste parole
risuonarono nell' aria come cannonate, come esplosioni di energia
primordiale e fulminee scariche di adrenalina, che raggiunsero in
pieno i presenti e che entrarono sotto la loro pelle, nelle loro
carni fino a piazzarsi e incastonarsi nel loro cuore a spingere il
suo battito e a dargli la forza necessaria.
Allora i capi, che
fino a quel momento erano stati quasi sempre chini e miseri, si
rialzarono violentemente di scatto, mostrando tutta la fierezza di
creature magiche millenarie e di un mondo che è sempre esistito e
sempre esisterà. Questo lo avrebbero giurato sulla loro vita.
"
Sìììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì":
si udì per tutto il bosco e fino alle porte della città.
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