mercoledì 15 gennaio 2014

storia del bosco incantato ( V)

Quando Carlos tornò finalmente al villaggio, era oramai notte inoltrata e tutti, a parte qualche troll particolarmente chiacchierone e qualche gnomo ancora occupato nelle sue faccende gnomesche, sarebbero già dovuti essere a dormire e a allietare la propria notte con dei bellissimi sogni ambientati nel bosco magico. Tuttavia, non appena si avvicinò abbastanza, Carlos potè comprendere immediatamente che non era così: nessuno stava dormendo e i bei sogni erano rimasti incredibilmente oltre gli alberi maestosi, questa notte. In compenso tutti sedevano da qualche parte, preoccupati, sconsolati e con la testa bassissima. Tutti senza dire una parola, qualcuno sospirando piano e tristemente come fa chi ha oramai perso ogni speranza e attende una qualche indefinita e imprecisata fine. Altri invece, semplicemente, sommessamente piangevano.
Era quella una scena che mai si era vista in quel luogo lieto e fantastico: e a Carlos venne subito un groppo alla gola che gli bloccò l' aria in entrata e in uscita. Era una sensazione che mai aveva provato in precedenza. E non gli piacque. In seguito qualcuno gli disse chiamarsi magone ( e a dispetto di quello che poteva essere il nome, non vi era nulla di magico e strabiliante in essa).
Carlos passò in mezzo a quella triste folla, fino a che non scorse il vecchio gnomo Anselmo e andò a sedersi vicino a lui su una pietra. Anselmo lo gnomo, ovvero il capo degli gnomi del bosco, essendo tra loro il più anziano, avendo raggiunto, ai tempi in cui questa storia è ambientata ( ovvero ieri pomeriggio alle 16. 23 ora locale), la venerabile, e difficile per i genitori, età di 345 anni e 15 mesi ( dovete sapere che il calendario gnomico ha 16 mesi. Tali mesi sono uguali ai nostri umani, che del resto dobbiamo il nostro attuale calendario proprio agli gnomi, da gennaio a dicembre. Mentre gli ultimi quattro sono undicembre, ovviamente, gnomaio, ovviamente, goù na rolt, che è un mese in lingua gnomica e che letteralmente significa " ma perchè fare sedici mesi e non dodici, che poi è un casino trovare quattro altri nomi plausibili, e infine c' era ultimo mese. Così chiamato perchè era l' ultimo mese, ovviamente), stava seduto come una statua di sale su una roccia e con la punta di un piede tracciava sulla terra delle linee confuse e senza compimento. Quelle linee e forme casuali e distratte così tipiche di chi cerca una risposta da qualche parte nel mondo e sembra voglia interrogare la terra stessa, nel tentativo di trovare in quelle linee e in quei segni astratti ciò che fortemente cerca.
Quando si accorse che qualcuno gli si era messo vicino, alzò un attimo lo sguardo con un gesto molto lento e svogliato che fece preoccupare Carlos non poco. Nonostante la venerandissima età, infatti, Anselmo era solitamente un individuo vispo e vivace, una molla impazzita, sempre brioso. Adesso invece sembrava quasi un involucro vuoto, un' immagine residua e che presto si sarebbe dissolta della sua persona. A carlos aumentò tantissimo il magone; tanto che gli sembrò che la gola gli si gonfiasse e che non riuscisse più a respirare.
Finalmente si riprese, dopo qualche secondo in cui il cuore spaventato, aveva iniziato a battere un ritmo irregolare e frenetico che gli faceva male dentro, e, sporgendo il petto in fuori come a volere assumere una dimensione maggiore e mostrare sicurezza e fiducia, con una voce profonda e solenne ( quasi autoritaria), annunciò: " voglio raccontare a tutti voi una storia, che mi raccontò due o trecento anni orsono il mio caro e vecchio nonno. ( Chiaramente potrei dimenticare, omettere, saltare, aggiungere, modificare qualche dettaglio della storia, essendo passati appunto almeno due secoli dall' ultima volta che l' ho sentita. Pensate che quasi, dopo tutti questi anni, non mi ricordavo nemmeno di avere avuto un nonno). Un tempo molto lontano, quando mio nonno era un giovane gnomo, in questa stessa foresta dove abitiamo oggi, vi fu un orribile e devastante incendio.
Esso si sviluppò, pare, per la colpevole disattenzione di qualche umano, e in pochi minuti arrivò, da quegli alberi che vedete lì in fondo, prima della casa di Vito il cinghiale, fino ai pressi del villaggio a minacciare alcune abitazioni. Il fuoco avanzava deciso e famelico, sospinto dal vento caldo estivo, e divorava senza pudore tutto ciò che trovava davanti e lo lasciava poi fumante e privo di vita. La sciagura sembrava incombere inevitabile e tutto sembrava perso a tutti. Le creature del villaggio, fatine, gnomi, nani, folletti, troll e quant' altro fuggivano in preda al panico, vittime della disperazione, mentre alcuni erano tanto sgomenti da non riuscire nemmeno a muoversi, nemmeno a emettere un suono sia pure di angoscia. Tutti concordavano su un unico fatto: siamo finiti, spacciati. Moriremo tutti e di noi non resterà nulla di nulla: solo cenere e polvere ( pensavano tutti). E già attendevano rassegnati l' Inevitabile. Tutti, sì, tranne uno: il troll Belfagor. Costui era un tipo strano e solitario, ma tutto sommato buono. Era senza dubbio una personalità particolare, ma non aveva mai fatto male a nessuno ( ci mancherebbe). E adesso aveva fatto capolino tra gli altri, cosa che raramente faceva e mai con troppo piacere, e stava avanzando deciso verso il fuoco. Che fai, Belfagor? Gli dicevano tutti gli altri. Se ti avvicini ancora morirai. Ma lui non gli dava retta. Sembrava guidato da una volontà superiore al suo interno e non distoglieva nemmeno mai lo sguardo dalle fiamme accecanti. Te ne prego, Belfagor, fatti indietro. Gli urlava ancora qualcuno. Scappa, non c' è speranza. Sentì poi. A quel punto tutti lo videro prendere una bella boccata d' aria e soffiare sul fuoco, evidentemente nel tentativo di spegnerlo, ma ottenendo solo ( come si sa, e come avrebbe saputo anche lui se avesse maggiormente seguito, ai tempi, le lezioni di scienze) di alimentare le fiamme. Aaahhh, urlarono tutti. Via via di quà, scappa anche tu Belfy: o morirai. Gli urlavano tutti preoccupati. Ma Belfy non si mosse di un unghia e, d' improvviso, chi era lì intorno a seguire la situazione, vide il troll che si abbassava prima i pantaloni, poi le mutande e tirava fuori il suo arnese da lavoro. A quel punto tutti rimasero a bocca aperta, increduli e a domandarsi cosa stesse succedendo in quella pazza notte. Belfagor, dal canto suo, semplicemente, atteso qualche secondo, tirò una pisciata che più che una normale pisciata sembrava una riproduzione in scala delle cascate del Niagara e di quelle del Lago Vittoria messe assieme ( il tutto sparato fuori a pressione vertiginosa, da un arnese dalle dimensioni diciamo di una mezza penna rigata N° ... oddio, ora non lo ricordo. Vabbè, guarderò..Bene, ho controllato or ora su internet: N° 70. Passo e chiudo). La faccia di Belfagor a questo punto tradiva una goduria ( classica di chi si sia trattenuto per troppo tempo e possa finalmente liberarsi) magistrale e il suo viso era finalmente più rilassato e meno teso. Tutti gli altri invece stavano lì con gli occhi letteralmente fuori dalle orbite ( qualcuno a chiedersi il numero delle mezze penne rigate o ripromettendosi di controllarlo una volta a casa). Già perchè grazie a Belfagor, per fortuna ora, c' era una possibilità concreta di tornare a casa, perchè, grazie alla pipì che tratteneva da tanto, il troll stava riuscendo facilmente a domare le fiamme pur gigantesche e a ridurle a un fuocherello, che poi spense definitivamente scatarrandoci sopra un paio di volte un catarro mucoso e appiccicoso che letteralmente intrappolava e soffocava le ultime residue fiamme. E questa storia, per quanto forse disgustosa nel finale", si accingeva a terminare il buon Carlos: " ci dimostra unicamente una cosa, anzi due. La prima: che talvolta è meglio tenere la pipì che poi potrebbe tornare utile in qualche modo. E la seconda, anche più importante ( e come può essere più importante? si domandarono tutti): che non bisogna mai darsi per vinti e smettere di lottare. Anche quando sembra che tutto sia finito, non ci sia speranza e che tutti si sia spacciati."
Sentite queste parole il pubblico stette per un attimo sospeso, incerto se credervi o no. Incerto se dare fiducia alla morale di una storia, se credere e dare una possibilità alla speranza, fino a che Carlos lo gnomo non domandò a voce alta e chiara, cristallina e limpida, potente: " allora abitanti del bosco incantato? Che volete fare? Volete arrendervi? O volete combattere tutti insieme e non mollare fino all' ultimo?"
Queste parole risuonarono nell' aria come cannonate, come esplosioni di energia primordiale e fulminee scariche di adrenalina, che raggiunsero in pieno i presenti e che entrarono sotto la loro pelle, nelle loro carni fino a piazzarsi e incastonarsi nel loro cuore a spingere il suo battito e a dargli la forza necessaria.
Allora i capi, che fino a quel momento erano stati quasi sempre chini e miseri, si rialzarono violentemente di scatto, mostrando tutta la fierezza di creature magiche millenarie e di un mondo che è sempre esistito e sempre esisterà. Questo lo avrebbero giurato sulla loro vita.
" Sìììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì": si udì per tutto il bosco e fino alle porte della città.








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