Ed ecco l'orso un pò
grassoccio, non che fosse fuori forma ma aveva delle ossa davvero
grosse e imponenti, che avanzava circospetto verso il retro del
ristorante dove, per tutta la sera, incessantemente, i camerieri del
locale avevano buttato tutti gli avanzi di cibo in grossi cassonetti
metallici. E si parlava di un tale ben di Dio..a pensarci a
quell'orso grassoccio veniva già l'acquolina in bocca e lo stomaco
iniziava a farsi sentire con dei brontolii insistenti e continui che
parevano come una lamentela sofferta e insieme un invocazione al suo
grosso proprietario, affinchè vi infilasse all'interno, e al più presto, un buon
bocconcino. E infatti quello era proprio ciò che l'orso grassoccio,
le sue ossa più che altro erano molto grosse, stava andando a fare.
Però non avrebbe dovuto farsi vedere da nessuno lì giù in città,
perchè altrimenti sicuramente tutti si sarebbero allarmati, per non
dire terrorizzati, nel vedere un tale bestione andarsene bellamente
in giro per le loro strade pulite e sicure. Se lo avessero visto, sicuramente, avrebbero chiamato le autorità che probabilmente
avrebbero sparato a vista al povero orsacchiotto, rischiando di
fargli anche molto male. Indubbiamente la gente di quelle parti aveva
un gran caratteraccio e, come se non bastasse, aveva l'incredibile
abitudine di gettare via quantità enormi di cibo, a volte anche
molto elaborato e costoso. Si stava quindi avvicinando così di
soppiatto, a passi pesanti per via delle ossa robuste, ma felpati,
grazie alla sua innata agilità, al suo gustoso e ricco, sperava,
obiettivo, quando, a ciel sereno, un rumore spaventoso e repentino lo
fece sobbalzare distogliendo la sua concentrazione sul compito di non
fare troppo rumore nell'avvicinarsi al ristorante. Subito l'orso
pensò a qualche guardia forestale ferma alle sue spalle pronta a fare
fuoco. Ma quando si girò e non vide nessuno dietro di sè, allora si
rese conto che quell'insolito rumore altro non era che il suo
stomachino (si fa per dire) affamato. Dunque doveva assolutamente
sbrigarsi se non voleva che il suo caro e fondamentale organo interno iniziasse
a digerire se stesso, così, in barba al principio sacro di prudenza
e di allerta continua, che sono fondamentali per un buon orso che
voglia avvicinarsi tanto ai nervosissimi esseri umani e alle loro
cittadine, fece l'ultimo tratto che gli mancava correndo, correndo
veloce, mentre il suo stomaco adesso urlava a squarciagola il suo
desiderio di ingurgitare qualcosa. Finalmente era arrivato dinnanzi i cassonetti, che per tutta la sera erano stati riempiti colmi di cibo,
delizie di ogni tipo che le persone che si recavano in quei luoghi così strani, dove si cucinavano e vendevano alimenti, avevano l'insana abitudine di
non ingurgitare intere e in un boccone, ma che addirittura, senza
rispetto, lasciavano nel piatto. Il suo appetito adesso aveva
raggiunto livelli incredibili anche per un orsacchiottone della sua
stazza. Si sollevò perciò sulle due zampe posteriori, e le due
anteriori, invece, le poggiò sul bordo del primo cassonetto di
metallo. Lo spalancò e si chinò dentro ad occhi chiusi per annusare
tutti gli aromi che venivano da lì dentro e che sarebbero stati quelli del suo banchetto della serata. Li aprì immediatamente, però, spaventato, e
guardò, e quello che vide all'interno del cassonetto non gli piacque
per niente. Anzi, quello che non vide, non gli piacque nemmeno un pò: vuoto. Il cassonetto era vuoto, completamente vacuo. Al
suo interno c'era il vuoto cosmico, pensò l'orso esagerando un pò.
Ma era comprensibile. Affannato e con lo stomaco impazzito si lanciò
sul secondo cassonetto, lo ribaltò addirittura, e guardò dentro. Ma
niente. Nulla anche lì. Ne restava uno, dove si buttò direttamente
di testa sperando di atterrare su morbide bistecche, soffice purea di
patate, fili sugosi di pasta, comode forme di formaggio fresco e verdi foglie di insalata. Ma l'unica
cosa che toccò fu il fondo del cassonetto. Che era anche questo
miserabilmente e totalmente vuoto. L'orso grassoccio perciò uscì
fuori dal contenitore che ora non conteneva nulla, incredibilmente e
senza alcuna causa plausibile, quando invece solitamente pullulava di squisitezze, e urlò. Urlò a perdifiato chiamando
il suo amico Mathias, il proprietario del ristorante, suo unico
amico, o quasi, sicuramente l'unico vero, tra gli umani. Me nessuno
rispose, nemmeno dopo il quarto tentativo. Così fece una cosa
pazzesca per un orso che si avventuri tra quei pazzi degli uomini:
entrò nel ristorante, sbattendo anche la porta per di più. Non che
volesse farlo, gli scappò solo dalle mani la maniglia, ma comunque oramai era
fatta. E ad ogni modo all'interno del locale non c'era nessuno, le
luci erano spente. La cucina chiusa. Il suo amico Mathias, quella
sera, di certo non era stato lì. A questo punto l'orso paffutello si
chiese cosa stesse succedendo, mentre il suo stomaco, al quale la
risposta in fondo non importava più di tanto, sembrava stesse per
implodere e faceva un chiasso tale da rimbombare tutto all'interno
del ristorante e farne tremare letteralmente le pareti. Al povero
orso veniva un pò da piangere. Ma per ora si trattene. Poi sentì un rumore di passi leggeri e rapidissimi dietro di sè. Sussultò e si voltò. "Oh, sei tu?", disse. Era il suo amico topolino, compagno di tanti pranzi e ancor più merende, per non dire delle cene, il buon Sigrid, che lo guardava con un'aria insolitamente sconsolata per un tipo allegro ed espansivo come lui. Allora perfino lo stomaco di Stig, così si chiamava il nostro orso pacioccone, tacque per la preoccupazione, non prima però di avere lanciato un ultimo disperato verso d'aiuto. "Siediti, ti devo parlare": disse il topolino Sigrid.
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