venerdì 6 giugno 2014

L'orso paffuto Stig

Ed ecco l'orso un pò grassoccio, non che fosse fuori forma ma aveva delle ossa davvero grosse e imponenti, che avanzava circospetto verso il retro del ristorante dove, per tutta la sera, incessantemente, i camerieri del locale avevano buttato tutti gli avanzi di cibo in grossi cassonetti metallici. E si parlava di un tale ben di Dio..a pensarci a quell'orso grassoccio veniva già l'acquolina in bocca e lo stomaco iniziava a farsi sentire con dei brontolii insistenti e continui che parevano come una lamentela sofferta e insieme un invocazione al suo grosso proprietario, affinchè vi infilasse all'interno, e al più presto, un buon bocconcino. E infatti quello era proprio ciò che l'orso grassoccio, le sue ossa più che altro erano molto grosse, stava andando a fare. Però non avrebbe dovuto farsi vedere da nessuno lì giù in città, perchè altrimenti sicuramente tutti si sarebbero allarmati, per non dire terrorizzati, nel vedere un tale bestione andarsene bellamente in giro per le loro strade pulite e sicure. Se lo avessero visto, sicuramente, avrebbero chiamato le autorità che probabilmente avrebbero sparato a vista al povero orsacchiotto, rischiando di fargli anche molto male. Indubbiamente la gente di quelle parti aveva un gran caratteraccio e, come se non bastasse, aveva l'incredibile abitudine di gettare via quantità enormi di cibo, a volte anche molto elaborato e costoso. Si stava quindi avvicinando così di soppiatto, a passi pesanti per via delle ossa robuste, ma felpati, grazie alla sua innata agilità, al suo gustoso e ricco, sperava, obiettivo, quando, a ciel sereno, un rumore spaventoso e repentino lo fece sobbalzare distogliendo la sua concentrazione sul compito di non fare troppo rumore nell'avvicinarsi al ristorante. Subito l'orso pensò a qualche guardia forestale ferma alle sue spalle pronta a fare fuoco. Ma quando si girò e non vide nessuno dietro di sè, allora si rese conto che quell'insolito rumore altro non era che il suo stomachino (si fa per dire) affamato. Dunque doveva assolutamente sbrigarsi se non voleva che il suo caro e fondamentale organo interno iniziasse a digerire se stesso, così, in barba al principio sacro di prudenza e di allerta continua, che sono fondamentali per un buon orso che voglia avvicinarsi tanto ai nervosissimi esseri umani e alle loro cittadine, fece l'ultimo tratto che gli mancava correndo, correndo veloce, mentre il suo stomaco adesso urlava a squarciagola il suo desiderio di ingurgitare qualcosa. Finalmente era arrivato dinnanzi i cassonetti, che per tutta la sera erano stati riempiti colmi di cibo, delizie di ogni tipo che le persone che si recavano in quei luoghi così strani, dove si cucinavano e vendevano alimenti, avevano l'insana abitudine di non ingurgitare intere e in un boccone, ma che addirittura, senza rispetto, lasciavano nel piatto. Il suo appetito adesso aveva raggiunto livelli incredibili anche per un orsacchiottone della sua stazza. Si sollevò perciò sulle due zampe posteriori, e le due anteriori, invece, le poggiò sul bordo del primo cassonetto di metallo. Lo spalancò e si chinò dentro ad occhi chiusi per annusare tutti gli aromi che venivano da lì dentro e che sarebbero stati quelli del suo banchetto della serata. Li aprì immediatamente, però, spaventato, e guardò, e quello che vide all'interno del cassonetto non gli piacque per niente. Anzi, quello che non vide, non gli piacque nemmeno un pò: vuoto. Il cassonetto era vuoto, completamente vacuo. Al suo interno c'era il vuoto cosmico, pensò l'orso esagerando un pò. Ma era comprensibile. Affannato e con lo stomaco impazzito si lanciò sul secondo cassonetto, lo ribaltò addirittura, e guardò dentro. Ma niente. Nulla anche lì. Ne restava uno, dove si buttò direttamente di testa sperando di atterrare su morbide bistecche, soffice purea di patate, fili sugosi di pasta, comode forme di formaggio fresco e verdi foglie di insalata. Ma l'unica cosa che toccò fu il fondo del cassonetto. Che era anche questo miserabilmente e totalmente vuoto. L'orso grassoccio perciò uscì fuori dal contenitore che ora non conteneva nulla, incredibilmente e senza alcuna causa plausibile, quando invece solitamente pullulava di squisitezze, e urlò. Urlò a perdifiato chiamando il suo amico Mathias, il proprietario del ristorante, suo unico amico, o quasi, sicuramente l'unico vero, tra gli umani. Me nessuno rispose, nemmeno dopo il quarto tentativo. Così fece una cosa pazzesca per un orso che si avventuri tra quei pazzi degli uomini: entrò nel ristorante, sbattendo anche la porta per di più. Non che volesse farlo, gli scappò solo dalle mani la maniglia, ma comunque oramai era fatta. E ad ogni modo all'interno del locale non c'era nessuno, le luci erano spente. La cucina chiusa. Il suo amico Mathias, quella sera, di certo non era stato lì. A questo punto l'orso paffutello si chiese cosa stesse succedendo, mentre il suo stomaco, al quale la risposta in fondo non importava più di tanto, sembrava stesse per implodere e faceva un chiasso tale da rimbombare tutto all'interno del ristorante e farne tremare letteralmente le pareti. Al povero orso veniva un pò da piangere. Ma per ora si trattene. Poi sentì un rumore di passi leggeri e rapidissimi dietro di sè. Sussultò e si voltò. "Oh, sei tu?", disse. Era il suo amico topolino, compagno di tanti pranzi e ancor più merende, per non dire delle cene, il buon Sigrid, che lo guardava con un'aria insolitamente sconsolata per un  tipo allegro ed espansivo come lui. Allora perfino lo stomaco di Stig, così si chiamava il nostro orso pacioccone, tacque per la preoccupazione, non prima però di avere lanciato un ultimo disperato verso d'aiuto. "Siediti, ti devo parlare": disse il topolino Sigrid. 

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