Dopo
essersi scosso un attimo, dunque, e dopo avere sbadigliato tanto da
slogarsi quasi la mascella, il vecchio folletto fu pronto per il suo
discorso. Ora invece il silenzio regnava sul bosco incantato, in ogni
suo angolo e anfratto, dove anche tutti gli animali, e perfino il
vento, sembravano avere smesso ogni movimento e stare trattenendo
ansiosi il respiro, e naturalmente sulle tante teste delle creature
che si sentivano adesso quasi sospese a mezz'aria in una qualche
dimensione ancora più surreale della loro e attendevano frementi, ma
senza il minimo sospiro, che Gancanagh iniziasse a parlare. Aprì
quindi la bocca sdentata, e il mondo sembrò rallentare per un
momento il suo vorticare incessante, forse anche per via dell'alito del folletto. Ma era solo per starnutire, cosa
che fece senza ritegno alcuno e anzi bagnando quasi completamente le
prime tre file di ascoltatori. I quali però, visto da chi proveniva
cotanto muco, non si arrabbiarono più di un poco, sperando, inoltre,
di potere ereditare da lì almeno una parte della saggezza, forza
d'animo e vigore fisico, ma non la sinusite, del vecchio eroe.
Tuttavia una piccola fatina rischiò seriamente di affogare, perciò
si disse, sempre con rispetto sommo, all'eroico Gancanagh, la
prossima volta, per favore, di fare attenzione. Gancanagh rispose che
lo avrebbe fatto, ma subito dopo si sorprese a chiedersi tra sè e
sè: "Fare cosa..?". Finalmente fu pronto per parlare, e di
nuovo, di colpo, tutto tacque. E nel cielo, le stelle e la luna
sembravano essere state disegnate a pastello. "Sabotaggio":
disse dunque. Ma lo disse con un tono di voce troppo basso,
nonostante nella sua mente avesse provato così tante volte a
pronunciare la parola in modo incisivo, tanto che nelle ultime file
in molti non sentirono affatto e chi sentì, invece, non riuscì a
capire bene cosa avesse detto. Formaggio? Ci si domandava. Come può
pensare ora a del formaggio? Si chiedeva qualcuno. Serve del
foraggio, presto. Urlò qualcun altro. Certo, senza coraggio non si
va da nessuna parte, affermavano altri con il viso contratto dalla
tensione. Siamo ad aprile, non ancora a maggio. Fece notare qualcuno
dei più distanti dall'oratore. Perciò ci si mise d'accordo, prima
di procedere, perchè coloro che stavano nelle file più avanzate riportassero, come nel gioco del telefono senza fili, a quelli che
stavano dietro, il discorso del folletto condottiero, che poi sarebbe
arrivato di fila in fila, fino a chi stava più in fondo. Dunque ci
si accordò su questo e Gancanagh, a cui il sonno stava nuovamente
per fare chiudere le palpebre e piegare le membra, potè così
continuare. "Orbene, miei cari amici": disse grattandosi la
parte inferiore della schiena, mentre il messaggio si diffondeva di
fila in fila fino in fondo al nutrito gruppo. Le ho piene di certi
mici, fu ciò che arrivò di quanto pronunciato da Gancanagh a chi
ascoltava da lontano. Era un evidente riferimento al problema di
certi gatti selvatici, forse, che di tanto in tanto, a onor del vero,
si avventuravano in incursioni nel bosco e talvolta assalivano dei
terrorizzati gnometti che si stavano recando al lavoro. Pensiero
condivisibile, pensarono quindi dalle ultime fila, pur tuttavia un pò
fuori luogo. Ma il discorso del grande folletto avventuriero non era
che agli esordi. Così continuò Gancanagh: "come sapete, siamo
qui riuniti per organizzare la nostra battaglia per difendere il
territorio dove viviamo, dove siamo nati, cresciuti, dove i nostri
nonni e genitori sono nati e cresciuti e dove i nostri figli dovranno
nascere in allegria e vivere sereni fino alla morte, contro le forze
di coloro che vorrebbero portarci via e distruggere la nostra terra".
Olè, si sentì da un punto nel mezzo della folla. Gancanagh,
supportato da qualche anziano, con un semplice sguardo di sbieco,
fece quindi capire che era forse un pò troppo presto per le
acclamazioni. Forse solo un'altra ancora. Olè!! Ok, bene grazie.
Continuò quindi l'antico eroe, mentre dal fondo del gruppo qualcuno
sommessamente discuteva sul motivo per cui il loro condottiero stesse
dissertando di feste e torte e musica folk in un frangente simile, e
solo qualche fila più avanti invece c'era chi si interrogava coi
vicini se anche loro avessero sentito Gancanagh accennare ai prezzi
raggiunti dagli ortaggi al mercato di Soronjord (prezzi invero
esagerati): "ora io conosco bene e comprendo appieno i vostri
dubbi e le vostre perplessità circa la nostra capacità, di piccole
e umili creature, di tenere testa ad un avversario dotato di armi
nucleari e di spaventosi bulldozer, nonchè provvisti della capacità
di essere falsi, cattivi e insensibili, cosa impossibile per noi piccole creature fantastiche del bosco incantato". Il solo
pensiero di cosa quelle creature enormi, fornite di un cervello
meraviglioso, ma spesso mal utilizzato o inutilizzato del tutto,
fossero capaci di fare, anche ai loro simili, figuriamoci a dei
dissimili invisibili, gettò nello sconforto e nella paura più cupa
l'intera adunata. Che si lasciò andare in un "oooooh nooooo",
realizzato praticamente all'unisono. E proprio quello era ciò che
voleva il saggio e coraggioso folletto: gettarli prima nella
disperazione più profonda, per poi salvarli all'ultimo istante prima
dell'impatto e riportarli di nuovo in vetta, al settimo cielo, lì
dove tutto è possibile. Così si irrigidì tutto, puntò il petto
all'infuori e alzò il mento all'insù, ancora più sù, ecco, un
altro pò. Benissimo così: aveva il mento così rivolto verso l'alto
da non vedere nemmeno più il suo uditorio. Ma poteva sentirlo. E
soprattutto poteva sentire le sue parole, adesso urlate fortissimo,
tanto che non ci fu più bisogno di usare l'ingegnoso, ma forse leggermente rivedibile, metodo del
telefono senza fili. "Ma sono qui per questo amici. Noi
vinceremo!" Quell'affermazione così categorica zittì
all'istante ogni piagnisteo e di nuovo tutti seguivano con attenzione
e vivo interesse. Gancanagh andò avanti, avanzando anche di qualche
passo e stringendo una mano a pugno e scattando continuamente da
destra a sinistra e viceversa come posseduto. "Ok, è vero: non
siamo forti (noooo..si sentiva da un punto della folla)..non siamo
potenti..(uuuhh...proveniva da un altro punto), non siamo
intelligentissimi, d'accordo (e questo dato fu confermato da due
troll e altrettanti folletti che senza ragione apparente avevano
iniziato chi a girare in tondo su se stesso, fino a barcollare e
cadere a terra, chi a prendersi a capocciate amichevoli con qualcun
altro e chi a ridere a squarciagola per avere pensato a qualche
sciocchezza nella sua mente), però possiamo comunque agire d'astuzia
e soprattutto di sorpresa." A quella parola tutti rimasero senza
fiato, chiedendosi di cosa si potesse trattare. Il silenzio ora era
come una corda immaginaria e spessa che univa ai suoi estremi il
pubblico lì riunito e l'oratore di fronte a esso. In quel momento si
avvertì perfino il battere della ali di una falena. Che poi
malauguratamente per lei, finì nella tela di un ragno. Ma questo non
c'entra, ed è comunque un'altra storia. "Sabotaggio, dunque".
Ancora col formaggio, pensarono in lontananza dove non si sentiva
benissimo, poichè Gancanagh aveva ora abbassato la voce, dal momento
che aveva avuto, poco prima, un attacco di raucedine e non voleva
quindi sforzarsi troppo, chè comunque la sua voce gli sarebbe
servita ancora. Quando il folletto perciò ebbe fatto passare qualche
secondo per assicurarsi di avere la completa attenzione di tutti,
anche delle fatine che però nel frattempo dovevano anche difendersi
dagli attacchi delle numerose civette lì presenti, spiegò meglio
cosa intendesse, pregando magari coloro che stavano nelle file dietro
di farsi un pò avanti, onde evitare di dilungarsi con quella situazione di incomunicabilità, che ad
ogni modo aveva già annoiato. Così non capendo bene quale canzone
Gancanagh avesse appena ascoltato, costoro comunque avanzarono di
qualche metro. "Ovviamente, miei carissimi, non possiamo battere
le ruspe, le pale, le betoniere, e i bulldozer da soli, e nemmeno
impedire agli operai di lavorare, se li affrontiamo faccia a faccia.
Però dalla nostra parte abbiamo, paradossalmente, proprio molti dei nostri svantaggi:
siamo piccoli e invisibili agli umani adulti. Perciò possiamo
intrufolarci ovunque nel loro ambiente, finanche al luogo dove
tengono i macchinari e gli attrezzi e i materiali che servono loro
per abbattere il bosco ed edificare il nuovo quartiere. Inoltre siamo
alquanto scemotti e ingenui, e nessuno sospetterebbe di noi. Anche
perchè non credono nemmeno alla nostra esistenza." E qui fece
un occhiolino, alla folla, ma prima di tutto a se stesso, per
complimentarsi da solo per la propria indiscutibile astuzia e
cazzutaggine, come dicevano in certe terre lontane che lui aveva
visitato tempo addietro. Le spaventate creature pian piano, mentre ragionavano su
ciò che avevano appena sentito le loro appuntite o tozze o
inesistenti orecchie, sembrarono ritrovare il sorriso. Quello era il
momento buono, che Gancanagh, aspettava per concludere il suo
discorso:" quindi; pisceremo sulla malta, defecheremo nel
cemento, sputeremo sui volanti e i sedili dei camion e delle ruspe, sviteremo i
bulloni dei macchinari, smonteremo i loro motori, ne nasconderemo i pezzi e tapperemo le betoniere. Poi manometteremo i
comandi dei bulldozer e sostituiremo la benzina dei mezzi e delle
macchine movimento terra con il nostro catarro". Ed
espettorarono tutti a mò esempio ed allenamento, producendo un
piacevole rumore che si sparse per tutto il bosco e lasciò
interdetti diversi animali. Quindi liberarono il tutto per terra ai
loro piedi e finalmente si lasciarono andare a urla e grida di
giubilo, per sfogare l'insopportabile tensione, per i loro piccoli e
teneri cuoricini gioiosi, di quei giorni, cosa che aspettavano da
quando tutto ciò era iniziato, loro malgrado. Così tutti
saltellarono, ballarono, cantarono e festeggiarono per tutta la
notte, prima di pensare, da domani, a combattere e difendersi, loro
malgrado. E mentre il grande Gancanagh si godeva la gioia che aveva
creato con le sue parole e la sua mitica presenza, e con i suoi umori
anche, voleva credere il folletto, tra le sue amate piccole creature
del suo bosco incantato, si accorse che il sonno era tornato
prepotentemente. Così chiuse gli occhi e iniziò a russare come una
vaporiera rotta, mentre intorno a lui la festa continuava senza ulteriori pensieri. Per il momento.
"Dopo essersi scosso un attimo, fu pronto per il suo discorso. Il seme odoroso del tiglio appena disperso mescolava il suo effluvio alla promessa del gelsomino in fiore. Si fece largo tra la folla -corazze di muscoli guizzanti, donne seminude avvolte in brandelli di vestiti, bambini storditi dal caldo- si avvicinò allo specchio d'acqua e non lo vide, non c'era, forse inghiottito dalla folla mugghiante, forse spaventato dall'invasione di corpi accaldati e gaudenti al sicuro in una tenda lontana. Le bracciate risuonarono lente, come colpi di remo sull'acqua lacustre nel cuore della notte - Patroclo, dove sei?". Il condottiero di popoli
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