sabato 14 giugno 2014

Il bosco incantato (XVIII)

Dopo essersi scosso un attimo, dunque, e dopo avere sbadigliato tanto da slogarsi quasi la mascella, il vecchio folletto fu pronto per il suo discorso. Ora invece il silenzio regnava sul bosco incantato, in ogni suo angolo e anfratto, dove anche tutti gli animali, e perfino il vento, sembravano avere smesso ogni movimento e stare trattenendo ansiosi il respiro, e naturalmente sulle tante teste delle creature che si sentivano adesso quasi sospese a mezz'aria in una qualche dimensione ancora più surreale della loro e attendevano frementi, ma senza il minimo sospiro, che Gancanagh iniziasse a parlare. Aprì quindi la bocca sdentata, e il mondo sembrò rallentare per un momento il suo vorticare incessante, forse anche per via dell'alito del folletto. Ma era solo per starnutire, cosa che fece senza ritegno alcuno e anzi bagnando quasi completamente le prime tre file di ascoltatori. I quali però, visto da chi proveniva cotanto muco, non si arrabbiarono più di un poco, sperando, inoltre, di potere ereditare da lì almeno una parte della saggezza, forza d'animo e vigore fisico, ma non la sinusite, del vecchio eroe. Tuttavia una piccola fatina rischiò seriamente di affogare, perciò si disse, sempre con rispetto sommo, all'eroico Gancanagh, la prossima volta, per favore, di fare attenzione. Gancanagh rispose che lo avrebbe fatto, ma subito dopo si sorprese a chiedersi tra sè e sè: "Fare cosa..?". Finalmente fu pronto per parlare, e di nuovo, di colpo, tutto tacque. E nel cielo, le stelle e la luna sembravano essere state disegnate a pastello. "Sabotaggio": disse dunque. Ma lo disse con un tono di voce troppo basso, nonostante nella sua mente avesse provato così tante volte a pronunciare la parola in modo incisivo, tanto che nelle ultime file in molti non sentirono affatto e chi sentì, invece, non riuscì a capire bene cosa avesse detto. Formaggio? Ci si domandava. Come può pensare ora a del formaggio? Si chiedeva qualcuno. Serve del foraggio, presto. Urlò qualcun altro. Certo, senza coraggio non si va da nessuna parte, affermavano altri con il viso contratto dalla tensione. Siamo ad aprile, non ancora a maggio. Fece notare qualcuno dei più distanti dall'oratore. Perciò ci si mise d'accordo, prima di procedere, perchè coloro che stavano nelle file più avanzate riportassero, come nel gioco del telefono senza fili, a quelli che stavano dietro, il discorso del folletto condottiero, che poi sarebbe arrivato di fila in fila, fino a chi stava più in fondo. Dunque ci si accordò su questo e Gancanagh, a cui il sonno stava nuovamente per fare chiudere le palpebre e piegare le membra, potè così continuare. "Orbene, miei cari amici": disse grattandosi la parte inferiore della schiena, mentre il messaggio si diffondeva di fila in fila fino in fondo al nutrito gruppo. Le ho piene di certi mici, fu ciò che arrivò di quanto pronunciato da Gancanagh a chi ascoltava da lontano. Era un evidente riferimento al problema di certi gatti selvatici, forse, che di tanto in tanto, a onor del vero, si avventuravano in incursioni nel bosco e talvolta assalivano dei terrorizzati gnometti che si stavano recando al lavoro. Pensiero condivisibile, pensarono quindi dalle ultime fila, pur tuttavia un pò fuori luogo. Ma il discorso del grande folletto avventuriero non era che agli esordi. Così continuò Gancanagh: "come sapete, siamo qui riuniti per organizzare la nostra battaglia per difendere il territorio dove viviamo, dove siamo nati, cresciuti, dove i nostri nonni e genitori sono nati e cresciuti e dove i nostri figli dovranno nascere in allegria e vivere sereni fino alla morte, contro le forze di coloro che vorrebbero portarci via e distruggere la nostra terra". Olè, si sentì da un punto nel mezzo della folla. Gancanagh, supportato da qualche anziano, con un semplice sguardo di sbieco, fece quindi capire che era forse un pò troppo presto per le acclamazioni. Forse solo un'altra ancora. Olè!! Ok, bene grazie. Continuò quindi l'antico eroe, mentre dal fondo del gruppo qualcuno sommessamente discuteva sul motivo per cui il loro condottiero stesse dissertando di feste e torte e musica folk in un frangente simile, e solo qualche fila più avanti invece c'era chi si interrogava coi vicini se anche loro avessero sentito Gancanagh accennare ai prezzi raggiunti dagli ortaggi al mercato di Soronjord (prezzi invero esagerati): "ora io conosco bene e comprendo appieno i vostri dubbi e le vostre perplessità circa la nostra capacità, di piccole e umili creature, di tenere testa ad un avversario dotato di armi nucleari e di spaventosi bulldozer, nonchè provvisti della capacità di essere falsi, cattivi e insensibili, cosa impossibile per noi piccole creature fantastiche del bosco incantato". Il solo pensiero di cosa quelle creature enormi, fornite di un cervello meraviglioso, ma spesso mal utilizzato o inutilizzato del tutto, fossero capaci di fare, anche ai loro simili, figuriamoci a dei dissimili invisibili, gettò nello sconforto e nella paura più cupa l'intera adunata. Che si lasciò andare in un "oooooh nooooo", realizzato praticamente all'unisono. E proprio quello era ciò che voleva il saggio e coraggioso folletto: gettarli prima nella disperazione più profonda, per poi salvarli all'ultimo istante prima dell'impatto e riportarli di nuovo in vetta, al settimo cielo, lì dove tutto è possibile. Così si irrigidì tutto, puntò il petto all'infuori e alzò il mento all'insù, ancora più sù, ecco, un altro pò. Benissimo così: aveva il mento così rivolto verso l'alto da non vedere nemmeno più il suo uditorio. Ma poteva sentirlo. E soprattutto poteva sentire le sue parole, adesso urlate fortissimo, tanto che non ci fu più bisogno di usare l'ingegnoso, ma forse leggermente rivedibile, metodo del telefono senza fili. "Ma sono qui per questo amici. Noi vinceremo!" Quell'affermazione così categorica zittì all'istante ogni piagnisteo e di nuovo tutti seguivano con attenzione e vivo interesse. Gancanagh andò avanti, avanzando anche di qualche passo e stringendo una mano a pugno e scattando continuamente da destra a sinistra e viceversa come posseduto. "Ok, è vero: non siamo forti (noooo..si sentiva da un punto della folla)..non siamo potenti..(uuuhh...proveniva da un altro punto), non siamo intelligentissimi, d'accordo (e questo dato fu confermato da due troll e altrettanti folletti che senza ragione apparente avevano iniziato chi a girare in tondo su se stesso, fino a barcollare e cadere a terra, chi a prendersi a capocciate amichevoli con qualcun altro e chi a ridere a squarciagola per avere pensato a qualche sciocchezza nella sua mente), però possiamo comunque agire d'astuzia e soprattutto di sorpresa." A quella parola tutti rimasero senza fiato, chiedendosi di cosa si potesse trattare. Il silenzio ora era come una corda immaginaria e spessa che univa ai suoi estremi il pubblico lì riunito e l'oratore di fronte a esso. In quel momento si avvertì perfino il battere della ali di una falena. Che poi malauguratamente per lei, finì nella tela di un ragno. Ma questo non c'entra, ed è comunque un'altra storia. "Sabotaggio, dunque". Ancora col formaggio, pensarono in lontananza dove non si sentiva benissimo, poichè Gancanagh aveva ora abbassato la voce, dal momento che aveva avuto, poco prima, un attacco di raucedine e non voleva quindi sforzarsi troppo, chè comunque la sua voce gli sarebbe servita ancora. Quando il folletto perciò ebbe fatto passare qualche secondo per assicurarsi di avere la completa attenzione di tutti, anche delle fatine che però nel frattempo dovevano anche difendersi dagli attacchi delle numerose civette lì presenti, spiegò meglio cosa intendesse, pregando magari coloro che stavano nelle file dietro di farsi un pò avanti, onde evitare di dilungarsi con quella situazione di incomunicabilità, che ad ogni modo aveva già annoiato. Così non capendo bene quale canzone Gancanagh avesse appena ascoltato, costoro comunque avanzarono di qualche metro. "Ovviamente, miei carissimi, non possiamo battere le ruspe, le pale, le betoniere, e i bulldozer da soli, e nemmeno impedire agli operai di lavorare, se li affrontiamo faccia a faccia. Però dalla nostra parte abbiamo, paradossalmente, proprio molti dei nostri svantaggi: siamo piccoli e invisibili agli umani adulti. Perciò possiamo intrufolarci ovunque nel loro ambiente, finanche al luogo dove tengono i macchinari e gli attrezzi e i materiali che servono loro per abbattere il bosco ed edificare il nuovo quartiere. Inoltre siamo alquanto scemotti e ingenui, e nessuno sospetterebbe di noi. Anche perchè non credono nemmeno alla nostra esistenza." E qui fece un occhiolino, alla folla, ma prima di tutto a se stesso, per complimentarsi da solo per la propria indiscutibile astuzia e cazzutaggine, come dicevano in certe terre lontane che lui aveva visitato tempo addietro. Le spaventate creature pian piano, mentre ragionavano su ciò che avevano appena sentito le loro appuntite o tozze o inesistenti orecchie, sembrarono ritrovare il sorriso. Quello era il momento buono, che Gancanagh, aspettava per concludere il suo discorso:" quindi; pisceremo sulla malta, defecheremo nel cemento, sputeremo sui volanti e i sedili dei camion e delle ruspe, sviteremo i bulloni dei macchinari, smonteremo i loro motori, ne nasconderemo i pezzi e tapperemo le betoniere. Poi manometteremo i comandi dei bulldozer e sostituiremo la benzina dei mezzi e delle macchine movimento terra con il nostro catarro". Ed espettorarono tutti a mò esempio ed allenamento, producendo un piacevole rumore che si sparse per tutto il bosco e lasciò interdetti diversi animali. Quindi liberarono il tutto per terra ai loro piedi e finalmente si lasciarono andare a urla e grida di giubilo, per sfogare l'insopportabile tensione, per i loro piccoli e teneri cuoricini gioiosi, di quei giorni, cosa che aspettavano da quando tutto ciò era iniziato, loro malgrado. Così tutti saltellarono, ballarono, cantarono e festeggiarono per tutta la notte, prima di pensare, da domani, a combattere e difendersi, loro malgrado. E mentre il grande Gancanagh si godeva la gioia che aveva creato con le sue parole e la sua mitica presenza, e con i suoi umori anche, voleva credere il folletto, tra le sue amate piccole creature del suo bosco incantato, si accorse che il sonno era tornato prepotentemente. Così chiuse gli occhi e iniziò a russare come una vaporiera rotta, mentre intorno a lui la festa continuava senza ulteriori pensieri. Per il momento.

1 commento:

  1. "Dopo essersi scosso un attimo, fu pronto per il suo discorso. Il seme odoroso del tiglio appena disperso mescolava il suo effluvio alla promessa del gelsomino in fiore. Si fece largo tra la folla -corazze di muscoli guizzanti, donne seminude avvolte in brandelli di vestiti, bambini storditi dal caldo- si avvicinò allo specchio d'acqua e non lo vide, non c'era, forse inghiottito dalla folla mugghiante, forse spaventato dall'invasione di corpi accaldati e gaudenti al sicuro in una tenda lontana. Le bracciate risuonarono lente, come colpi di remo sull'acqua lacustre nel cuore della notte - Patroclo, dove sei?". Il condottiero di popoli

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