E fu allora che lo vidi, cencio in
mezzo ai cenci. Appena sembrava un essere umano e non uno straccio a
sua volta. Era un senzatetto, stava steso per terra sopra dei cartoni
consumati quanto i suoi vestiti e quei teli sintetici che usava come
coperte. Si scorgeva appena il capo, con dei capelli fini e bianchi
su una testa disperata e usurata dal freddo e da patimenti non
strettamente meteorologici.
Stavo per calpestarlo, sovrappensiero
com'ero. Per fortuna riuscii a non salirci letteralmente sopra, ma
non ad evitare di urtarlo e di disturbare così il suo triste riposo.
Allora sollevò prima la testa, come se non gli importasse molto, poi
tirò su tutto il corpo e quando potei guardarlo meglio, fu allora
che lo vidi. Per la prima volta nella mia vita guardai dritto negli
occhi il volto della dignità umana. Fu allora che scoprii. Scoprii
che la dignità veste di stracci e dorme negli angoli bui e lerci
della strada. Fa puzza e non ha un bell'aspetto di primo acchito. È
un barbone che tutti evitano e che tutti temono, con cui nessuno
vuole avere a che fare. Ecco perchè è una cosa così rara. La gente
teme la dignità, teme la purezza dell'animo umano, perchè non porta
a nessuna ricchezza materiale. Non ti darà nessuna macchina
fiammante, nessuna casa con un bel giardino sul retro e non ti farà
raggiungere alcuna posizione di prestigio per cui potrai vestirti
bene e profumarti ed essere sempre perfettamente rasato. No, nulla di
tutto ciò. Lei ti farà dormire per strada, buttato contro un muro,
coperto di materiali sintetici e freddi, sporco e puzzolente,
sgradevole agli occhi della gente.
Un cencio in mezzo ai cenci.
Al lato della strada c' era un piccolo
banchetto di legno, dove avventori, turisti e disperati generici
tentavano la fortuna con i dadi.
Vi era un insolito affollamento per un
gioco tanto poco ludico: un uomo, che sembrava un abitudinario nello
sfidare la sorte, stava per vincere un bel piatto. Probabilmente
sarebbe stata la prima e unica volta che avrebbe avuto l'illusione
della vittoria nella sua vita.
Ed invece uno dei dadi rotolò troppo,
e da un sei vincente girò, come con uno spasmo improvviso, su un
“uno”, misero e solo come unicamente un “uno” può essere.
“ Il destino, amico..” : disse
freddamente l'uomo del banchetto allo sfortunato avventore, che era
rimasto di sasso e attonito e solamente riuscì a ripetere a sua
volta: “il destino”.
Che bel modo di consolarsi, pensai, il
destino. Ma è davvero una consolazione, o solo la più triste delle
prese di coscienza? Realizzare che il destino e la nostra vita si
riducono ad un tiro di dadi, dove non si ha alcun controllo sul
numero che uscirà. Puoi provare a indirizzare gli eventi, ma non
puoi davvero controllarli. Puoi soffiare sui dadi, usare gesti
scaramantici o particolari tecniche di tiro: per quanto ti sforzerai
mai riuscirai a controllare quel vorticare e girare su se stessi
impazziti, come spinti da venti sempre opposti che è la nostra vita.
Alla fine basta un tiro troppo energico o, al contrario, troppo poco
convinto, una piega della tovaglia sul tavolo, uno sbuffo di vento,
un nonnulla capace però di abbattere tutto il castello che ogni
giorno, con gran fatica e speranza, tentiamo di realizzare con le
carte che abbiamo in mano.
Qualcuno potrà tacciarmi di
pessimismo: non importa. L'ottimismo lo lascio a chi è abbastanza
folle per accoglierlo in cuor suo e credere davvero che tutto, alla
fine, andrà bene. Io non posso, ne riesco a pensarlo. Questo non
significa, come sempre qualcuno potrà pensare, essere arrendevoli e
non lottare per le cose della vita. È semmai proprio l' opposto.
Proprio grazie al pessimismo è possibile riuscire a trovare la
forza ogni giorno di provare a dare una svolta a questa strada
dissestata che porta ad un orizzonte scuro. È questa forza della
disperazione che dà la spinta necessaria. Perchè solo chi vive
nelle tenebre anela davvero, e intendo davvero e con tutta la sua
volontà, a vedere prima o poi il sole.
Ma la miseria umana non è una
condizione temporanea e transitoria, legata magari a situazioni
economiche o di umore. No. La miseria umana è una, anzi, è La
condizione esistenziale dell'essere umano. Condannato alla vita, come
un viandante disperso vaga lungo un sentiero sconosciuto, cercando
disperatamente di trovare un senso e una motivazione a tutto quel
movimento irrazionale, al respiro dei suoi polmoni e al battito del
suo cuore stesso. Tentando di ignorare la realtà, per cui la sua
esistenza non è altro che mera casualità e non ha alcun senso ne
alcuno scopo. Per quanto riguarda il Mondo non abbiamo alcuna
importanza e siamo costretti, perciò, a vivere nella finzione che
creiamo per noi stessi, incatenati come prigionieri nella ricerca
della felicità, della serenità o di qualcosa che si avvicini a
queste. E se non riusciremo a raggiungerle mai la nostra vita sarà
misera. Mentre se dovessimo riuscire a ottenerle, beh; ecco che
allora la nostra vita sarà ancor più misera. Perchè ci saremmo
resi conto che la felicità e la serenità nella vita sono solo
obiettivi illusori, e aspirazioni irrealizzabili, costruiti all'unico
scopo di non farci impazzire. O forse create proprio per quello da un
Dio sadico che odia tutti i suoi figli.
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