martedì 18 marzo 2014

smart phones war (parte XV o XVI)

E così il buon Michele si ritrovava solo a vagare per la città, dopo essere stato rilasciato dalla prigione pearina, tutto triste e depresso. Triste e depresso indubbiamente per la piega inaspettata e scoraggiante che le cose stavano prendendo: ora sicuramente i loro odiati avversari erano in vantaggio e il mondo quindi si apprestava a diventare (diventare eh) un postaccio di merda pieno di gente che viveva praticamente in simbiosi col proprio apparecchio cellulare intelligente (e che si applica in questo caso, per il sollievo di genitori e insegnanti), che era all'incirca lo stesso identico progetto che i sammini avevano in mente. Anzi, senza all'incirca: lo era proprio. Solo che non era lui adesso che stava vincendo e chiaramente questa cosa, benchè il risultato fosse comune, cambiava tutta la prospettiva dell'operazione. Durante la sua vita il buon e sconsolato Michele mai si era ritrovato così a terra: aveva provato a combattere e aveva perso e la sensazione di sconforto e scoramento era incredibile e indicibile. Ma c'era sicuramente anche dell'altro: qualcosa di ancora più profondo e radicato in lui dell'odio verso i pearini e verso i prodotti Pear (che erano quelli della Sammy ma che però avevano un'altra griffe sulla cover, e un altro marchio sull'anima come diceva spesso Michele a chi si trovasse a starlo a sentire quando filosofeggiava sull'anima insita nei prodotti del suo brand favorito). C'era qualcosa che aveva a che fare con i sentimenti. Con l'amore.
Michele sospirò in maniera quasi distratta, come se quello fosse un gesto automatico e necessario, e scosse leggermente il capo come a cacciare via qualcosa che gli ronzava intorno (o all'interno):il pensiero della ragazza che purtroppo amava e che lo aveva così rapidamente (meraviglia dei tempi moderni e della sua caratteristica a comprimere i tempi) illuso e tradito. Michele si fece forza e si impose di non pensare a tutto ciò, del resto lei rimaneva pur sempre una pearina, e come poteva essere innamorato di una di quelle persone che preferiscono l'app (come si dice nel linguaggio modernese di chi coi tempi non sta al passo, ma vi cammina a braccetto) U-Sound, per ascoltare musica, a quella YourSound? Roba da folli, roba da folli a pensarci. Ok, adesso Michele, risvegliatosi dal suo patetico sogno ad occhi aperti da adolescente, strappato da quel terribile incantesimo, doveva tornare alla realtà. Così si infilò nella metropolitana, scese le scale e senza sapere dove andare esattamente aspettò il primo treno sulla banchina. Il treno era in ritardo. Classico. L'altoparlante annunciò che avrebbe saltato la corsa. Classico. Poi un treno finalmente arrivò, ovviamente in ritardo, e Michele salì sul vagone, che si chiuse all'improvviso alle sue spalle quasi rischiando di tranciargli una chiappa con gran sussulto di Michele e della sua chiappa in particolar modo. La metropolitana ripartì fischiando come si addice di fare a una metropolitana in partenza. Michele si sedette in un posto che trovò libero tra un ciccione e una donna che evidentemente amava la comodità più di se stessa. E Michele, da ragazzo acuto quale era, poteva benissimo intuire il perchè di ciò. Il treno intanto correva con ritmo monotono lungo la galleria sotterranea e Michele sedeva su uno dei sedili senza pensare nulla in particolare, semplicemente guardandosi attorno, guardando la gente e ciò che questi facevano. Il suo smart phone era ancora momentaneamente privo di vita. Michele lasciava il suo sguardo libero di vagare tra la gente all'interno di quel vagone sperando di tanto in tanto di incrociare gli occhi di qualcuno e scambiare un raro momento di contatto umano non mediato da uno schermo o da un vetro. Ci provò per un pò, fino a che non si rese conto che era del tutto inutile: tutta la gente che stava lì con lui su quel vagone aveva lo sguardo chino e fisso sugli schermi luminosi dei loro smart phone. Alcuni addirittura indossavano un paio di cuffie che li difendesse dal mondo esterno. E poi come automi muovevano le loro dita su quegli schermi e ogni tanto pigiavano, altre volte strisciavano o sfregavano come se quei movimenti fossero parte di uno schema di istruzioni più grande. Uno schema di controllo, di schiavitù volontaria e di alienazione inconsapevole. Michele si sentì pervaso come da un senso di paura e di spavento. Iniziò a sentirsi a disagio ed ebbe solo voglia di scendere e scappare da lì. Tanto nessuno lo avrebbe notato. Nemmeno il ciccione e la donna invadente che gli sedevano accanto. Così si alzò di scatto e corse verso la porta più vicina passando davanti a persone fisicamente lì ma mentalmente altrove in un mondo indefinito e privo di struttura, pronto a crollare su se stesso in ogni istante. Ma ora era lui che si sentiva, e stava crollando e per questo doveva fuggire da lì. Schivò persone in piedi che si tenevano con una mano agli appositi sostegni e con l'altra smanettavano sui loro smart phone e che non si preoccupavano di nulla se non di scorrere pagine e aprire e chiudere applicazioni. Passò tra gruppi di ragazzini in cerchio intenti a.. guardare in maniera catatonica gli schermi dei loro telefoni cellulari dalle enormi potenzialità futuristiche (Michele per un attimo aveva pensato che fossero in cerchio per potere parlare tutti insieme, ma poi si era reso conto che era solo per favorire una migliore connessione tra i loro apparecchi). Era finalmente arrivato davanti la porta Michele, e ora non attendeva altro che il treno si fermasse ed essa si aprisse lasciandolo libero, finalmente libero. Quando d' improvviso, ansimante e agitato, scorse una ragazza seduta in fondo al vagone che non stava fissando uno smart phone, ma che tra le mani teneva un libro che stava leggendo. Si trattava di un grande classico "Romeo e Giulietta". A Michele parve quasi fermarsi il cuore e un pò sembrò anche calmarsi e tornare in sè. Poi riconobbe quel viso e quei capelli e quel corpicino: era la ragazza che lui amava, che lo aveva illuso e poi tradito facendolo intrappolare. Michele sentì solo che aveva di nuovo voglia di scappare e si sentiva ora più ansioso che mai. Così fu una sorpresa in primo luogo per lui quando si rese conto che invece si stava incamminando verso di lei, e che anche la ragazza, chiuso il libro, stava facendo lo stesso. Guardò il suo viso: era bellissima, con quell'espressione e quello sguardo così innocente e quel candore delicato che mai e poi mai Michele avrebbe pensato che avrebbe potuto fargli del male. Il ragazzo comunque continuava a camminare verso di lei, e ora incredibilmente sentiva nuovamente il suo cuore calmo. La ragazza avanzava a sua volta e sorrise al ragazzo. Il cuore di Michele si sciolse come un cono gelato al sole (parlo ovviamente delle palline di gelato e non del cono), ed ora era solo a pochi metri da lei. Ancora pochi passi e allungando le mani avrebbe potuto toccare, di nuovo, le sue. Ma questa volta sentiva sarebbe stato diverso. O almeno lo sperava. (Spesso la speranza influenza il nostro sentire, anche se sarebbe meglio non lo facesse). La giovanissima Gianna da parte sua allungò le sue di mani. Michele fece lo stesso e chiuse gli occhi aspettando di sentire il contatto. Quando li riaprì pochi secondo dopo, sentiva sotto le sue mani un che di molliccio e bagnaticcio, che non erano le delicate e morbide mani della sua bella ma la pancia flaccida di uno stronzo dotato di p-pad che si era parato lì davanti, al momento dell'apertura delle porte, con l'intento di realizzare un bel "selfie" della sua brutta persona, dove comparisse anche il nome della stazione di downtown (perchè evidentemente tutti dovevano sapere che lui quel giorno in quel preciso istante così abbigliato stava in quell' esatto punto del mondo. Michele si rese conto che non gliene fotteva un cazzo). Michele lo spinse via e lo aggirò. Cercò con lo sguardo la sua amata. Ma non la trovò più. Le porte nel frattempo si richiusero con quello strano rumore che fanno le porte della metropolitana che si richiudono (avete presente? Pssss...così. Ecco). Michele ebbe voglia di tirare un cazzotto al tizio del selfie, poi si rese conto di essere circondato da gente che si selfizzava o che faceva altre brutte cose rispetto la sua dignità e intelligenza, perciò si rassegnò e si sedette. Chinò pure lui lo sguardo, ma a terra perchè tanto Hanson era morto e lui non aveva nemmeno così tanta voglia di giocare con lui al momento. Riusciva unicamente a pensare una cosa: l'amore della sua vita gli era stato strappato via per colpa di un selfie.

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