EPILOGO
Lo studio del magnate era ampio e ben illuminato. Alla scrivania nera e lucida, si potevano immediatamente notare le foto di famiglia, una famiglia felice, un calendarietto dove stavano annotati alcuni impegni e appuntamenti. Compreso quello importantissimo di oggi. Il magnate aveva comunque una segretaria alle sue dipendenze, ma quel tipo di incontri era di quelli che vanno gestiti personalmente e con la massima discrezione.
"La ringrazio per essere venuto tanto celermente..": iniziò a dire rivolto a Gianni che ascoltava come suo solito senza guardare negli occhi il suo interlocutore, e con la testa bassa come se fosse gravata da milioni di pensieri inconfessabili.
"...Ecco, questo è quanto. In questa busta gialla troverà una foto della persona di cui dovrà occuparsi, assieme ad un mini- fascicolo contenente alcune informazioni che le potranno esssere d'aiuto per trovare questo piccolo bastardo. Naturalmente il suo anticipo è già stato versato al solito conto. So che lei, signor Gianni, è un tipo che apprezza molto la precisione e la puntualità. Per questo ho scelto di rivolgermi a lei tra tutti. Allora, posso contare nuovamente sui suoi servizi e la sua discrezione?"
Quella era una domanda retorica, che non andava nemmeno posta.
Gianni rialzò lo sguardo dal pavimento, che sembrava per un momento averlo ipnotizzato, e lo puntò sul magnate, che si sentì come trafitto da frecce velenose e ardenti.
Poi disse solamente: "certamente".
Dopodichè si voltò, e lasciò lo studio.
Fermò l'auto proprio di fronte all'ingresso dell'autogrill, ma dalla parte opposta del parcheggio. Aveva un lavoro da fare. C'era una foto che avrebbe dovuto guardare e che teneva all' interno di una busta gialla, che stava sul sedile di dietro, insieme ad un piccolo fascicolo contentente alcune informazioni, e inoltre c' era una persona da cercare e trovare. La persona della foto ovviamente. L'avrebbe guardata dopo, ma adesso la fame lo stava divorando vivo, così decise di fare quella piccola sosta. Questione di minuti. Comunque prese con sè la busta, scese e chiuse l'auto.
Guarderò dopo quella dannata foto, pensava.
Entrò nell'autogrill, attraverso le porte scorrevoli, e fu subito investito dal getto dell'aria condizionata, che gli provocò un gran sollievo, ma solo momentaneo, dal caldo che lo affliggeva. Poi si rese conto che la temperatura era decisamente troppo fresca all'interno rispetto a quanto lo fosse fuori. Riflettè sui possibili danni che questo avrebbe potuto provocare alla sua salute, e quasi immediatamente iniziò a sentire la gola che gli bruciava. Era un pò ipocondriaco e questo lo sapeva.
Cercando di ignorare questa situazione, si diresse verso il bancone del bar dove ordinò un caffè lungo e un panino. Lo divorò, lasciando libero lo sguardo di correre tra i reparti dell'area di servizio. C' era gente di tutti i tipi:lavoratori, gente che partiva, gente che tornava, gente che andava, e c'era anche chi passava semplicemente da là. Persone qualsiasi qualunque. Due poliziotti uscirono poco prima che finisse il panino e si diressero verso il parcheggio.
Lui si recò invece al bagno per darsi una rinfrescata, perchè veniva da un viaggio piuttosto lungo e il caldo fuori era soffocante e acre.
Finalmente fu il momento di ripartire, diretto verso casa, dove avrebbe, con molta calma e al fresco del ventilatore, osservato e memorizzato il viso della persona presente nella foto, che aveva appena ricevuto dal suo cliente e prepararsi per lo svolgimento del caso che gli era stato assegnato. Ma soprattutto, cosa più importante, avrebbe dovuto prima prelevare l'anticipo che gli era stato profuso per il disturbo. Poi sarebbe potuto finalmente tornare a casa e mettersi comodo. E magari farsi anche un bel cicchetto rinfrescante.
C'era quindi tanto lavoro da fare, e il tempo non era poi molto. Anche se lui non aveva mai finito un compito in ritardo, in quel periodo era un pò stressato. Forse il forte caldo lo innervosiva e ora non era nemmeno più come dieci anni fa. Stava invecchiando e sentiva molto di più i rigori del clima, così come certi disturbi intestinali che ogni tanto lo prendevano la notte, ma nulla di che. Tutte cose queste che, però, avrebbero potuto distrarlo o rallentarlo. Ma lui era uno che faceva della precisione e della puntualità i suoi segni distintivi. Decise dunque di sbrigarsi e guadagnò l'uscita.
Ancora una volta il getto di aria condizionata, davanti le porte scorrevoli, e un attimo dopo era nuovamente inghiottito dal sole e dal caldo. Si mise gli occhiali scuri per vincere l'abbaglio della luce e poterci vedere bene, ma quello che vide non gli piacque e forse non avrebbe mai voluto verderlo. I due poliziotti, quelli che aveva incrociato all'interno dell'autogrill e che lo avevano preceduto nell'uscita, erano stati attratti per qualche ragione dalla sua auto, e adesso le gironzolavano attorno, trasmittenti alla mano, con aria e modi di chi nutre qualche sospetto.
Decise quindi di temporeggiare e osservare da lontano l'evolversi della situazione (non aveva molta dimestichezza con le forze dell'ordine, così preferì aspettare prima di agire in qualunque modo). Trovò una panchina all'ombra in una posizione abbastanza ventilata. Vi si accomodò e si accese una sigaretta osservando furtivamente, di quando in quando, i due militari e le loro mosse.
Entrai nel parcheggio cantando a squarciagola. Alla radio passavano una canzone che mi faceva letteralmente impazzire. La mia attenzione fu però immediatamente attirata da un'auto della polizia parcheggiata in malo modo nel mezzo della carreggiata, ostacolando in parte l'ingresso all'area di sosta, in barba al codice della strada. La cosa mi infastidì non poco, ma dovetti comunque abbassare il volume e il tono di voce per non attirare attenzioni non desiderate verso di me. Appena più avanti vidi i militari curiosare, come loro uso, nei pressi di un' automobile molto appariscente. Avevano le trasmittenti in mano e comunicavano con la centrale, qualcosa che riguardava un auto rubata, concludendo alla fine con un: "ok,..lo aspetteremo qui..."
Cercai un parcheggio all' ombra, per fare in modo che la mia auto non diventasse un forno durante la mia sosta all'autogrill. Ne trovai uno davanti una panchina, dove stava seduto un uomo di mezzo età e dal viso scultoreo e massiccio, che con finta disinvoltura tentava di non dare nell'occhio mentre osservava la sua auto nella grinfie della polizia. Era evidente che avesse qualche problemino. Così, spinto da un anelito di umanità e solidarietà, mi offrii di aiutarlo. Non so bene nemmeno io perchè lo feci, perchè mi offrissi di dare una mano ad un probabile ladro fuggitivo, quando ero lì unicamente per comprare un pacchetto di sigarette. Ma è quello che mi sentii di fare quella volta, ed è quindi ciò che feci.
Abbassai dunque il finestrino senza nemmeno scendere dall' auto e gli feci cenno di avvicinarsi. Lui mi guardò dapprima un pò torvo. Sembrava uno di quei classici tipi che non si fidano mai, di nessuno. Però poi si avvicinò e non ebbe un' esitazione quando gli dissi di salire. Era evidente che al momento non avesse grosse alternative e che preferisse accettare l'aiuto di uno sconosciuto, che avrebbe potuto anche essere un malintenzionato, rispetto alla possibilità di avere dei problemi con due sbirri ficcanaso.
Avevamo lasciato l' autogrill da cinque minuti circa, e questo strano tizio che mi ero offerto di aiutare non aveva ancora spiccicato una parola. Continuava solamente a fumare e a guardare fuori dal finestrino con aria pensosa e quasi nervosa. Forse pensava alla sua auto. O forse a un suo vecchio amore di gioventù. Non lo so.
Il silenzio era interrotto solo dalla musica dell' autoradio, che però non sembrava interessarlo, o distrarlo, particolarmente. Evidentemente aveva altri gusti. Provai ad andargli incontro, anche perchè l'atmosfera dentro quell' auto iniziava a farsi strana e piuttosto pensate: "che cosa vuoi sentire?"
Si girò verso di me molto lentamente e mi guardò per qualche secondo senza batter ciglio, tirando solo una gran boccata dalla sigaretta che stringeva tra le dita, sembrava quasi dovesse capire dove si trovasse, poi con voce atona disse: "Frank Sinatra."
Lo accontentai. Dopo qualche minuto sembrò rilassarsi un tantino e iniziò perfino a canticchiare a voce bassa, molto bene per giunta. Così lo seguii anche io.
Il vento che arrivava da fuori era bollente nonostante l'elevata velocità dell'auto. Faceva davvero un caldo estenuante. Pensai che forse il mio ospite era così sulle sue per via della calura. O forse era solo molto timido. Non lo so.
"Non ci siamo ancora presentati", dissi infine: "io mi chiamo Fabio, piacere".
Lui si girò verso di me, sempre molto lentamente, sembrava fare tutto con studiata lentezza, e mi fissò ancora qualche secondo. Chissà che stava pensando? Era in effetti un tizio un pò inquietante e misterioso. Poi tornò a guadare dritto davanti a se, come se fosse stato lui a dovere guidare e a fare attenzione alla strada, e mi rispose, sempre con quel tono privo di ogni inflessione:"Gianni". Dopodichè riprese a fare silenzio e continuò a fissare qualcosa davanti a sè. Chissà cosa?
Sembrava quasi che il suono della voce umana lo infastidisse. A parte per ciò che riguardava Frank Sinatra da quanto mi era stato dato di poter vedere. Era un tipo molto chiuso e schivo, ma mi dava anche l'idea di essere completamente inoffensivo. Forse aveva semplicemente i fatti suoi, con tutta quella faccenda dell'auto e degli sbirri.
Il viaggio seguitava tra l' alta velocità e la musica. Di conversazione solo qualche ombra, degli sprazzi isolati, come macchie di colore su una tela.
Stavamo in silenzio da qualche minuto oramai, quando mi disse, o per meglio dire, mi ordinò: "alla prossima esci dall'autostrada e fermati al primo bancomat che trovi".
Non feci ulteriori domande e mi limitai ad annuire con un mezzo sorriso. Volevo che quello strano personaggio si sentisse quanto meno al sicuro e a suo agio, perchè con quel suo strano comportamento iniziava a trasmettermi una sensazione di irrequietezza.
Ne trovai una a pochi chilometri dall'uscita e mi fermai come richiesto.
" Ti aspetterò in auto": dissi.
Non si voltò nemmeno, quasi non gli interessasse nulla che lo aspettassi o meno. Scese ed entro in banca guardando fisso davanti a sè,come a volere anticipare i suoi stessi passi e portandosi dietro una busta di colore giallo che non aveva smesso di stringere nemmeno per un istante. Ad ogni modo mi sembrò di intuire, non so da cosa, che quel mio istinto di riservatezza, fosse stato gradito.
Dalla banca uscì velocemente e altrettanto velocemente salì in macchina, dicendomi, questa volta, di nuovo, quasi senza osservarmi, di portarlo a casa.
"Ti guiderò io, non è distante": disse.
"D' accordo": mi limitai a dire. Del resto non è che avessi nulla di meglio da fare. E poi quel giorno sentivo che avrei dovuto fare così. Quindi riavviai l'auto e ripartii.
Guarda te che botta di culo incredibile, pensava Gianni in auto.
Quando era entrato in banca, e si era recato verso il bancomat, aveva anche colto l'occasione per portarsi avanti col lavoro. Aveva aperto la busta gialla che teneva tra le mani e ne aveva tirato fuori una polaroid, raffigurante un giovane ragazzo, il quale, seppur non fosse in primissimo piano nella foto, si poteva dire che somigliasse dannatamente al tizio che lo aveva tirato su all'autogrill, offrendogli una insperata via di fuga dalla polizia, che lo stava ricercando per quella famosa "auto rubata.." e che lo stava aspettando e che prima o poi l'avrebbe notato lì seduto all'ombra su quella panchina. E c'era ben dell'altro, oltre un' auto rubata, sulla sua coscienza.
Tirò quindi fuori anche il fascicoletto, riguardante la persona che doveva trovare, un paio di fogli con qualche informazione utile per rintracciare l'obiettivo. Ovviamente anche il nome era riportato, e campeggiava sul primo foglio in alto a sinistra. Fabio, c'era scritto. Questo era il nome del ragazzo sulla foto, la persona da cercare e da trovare.
Quanto è piccolo questo mondo, si ritrovò a pensare. La fortuna almeno voltava dalla sua parte in quella giornata di afosa calura estiva. Se non altro avrebbe risparmiato del tempo e della fatica.
Solo poche ore prima era stato da un importante magnate della città. Era un suo cliente e aveva un lavoro molto importante e urgente per lui. Il magnate l'aveva chiamato la notte prima. Era agitato e nervoso e diceva che aveva una spina nel fianco che non voleva uscire e che in più rischiava di penetrargli attraverso le vene fino al cuore. Lo voleva vedere appena possibile, anche il mattino dopo. Se non fosse stato possibile la notte stessa. Gianni disse che no, la notte stessa non era affatto possibile e che si sarebbero visti il mattino dopo, e così era stato. Perchè Gianni era un tipo di parola. Puntuale e di parola. Affidabile. Soprattutto per ciò che riguardava certe cose.
Il suo compito non si distaccava molto dal solito, ed era appunto quello di eliminare quella spina dal fianco del magnate, come fosse stato un primario di chirurgia, e di gettarlo dove nessuno lo avrebbe trovato per parecchio tempo. Insomma, al di là della cripticità del linguaggio tecnico, si trattava di uccidere quello scocciatore e farlo sparire. E lo scocciatore in questione chi era?
Che botta di culo, continuava a pensare Gianni. La fortuna era con lui. Aveva il coniglio nella tana. Non restava che sferrargli il colpo finale. Facile ed indolore, almeno per lui.
Che gran botta di culo, pensava ancora Gianni.
Poi fece quello che doveva fare in banca, ritirò il suo denaro, che in quella occasione gli parve quasi un regalo di Natale anticipato, e se ne uscì, avendo ben presente quali sarebbero state le sue prossime mosse.
Quello strano tizio, ovvero Gianni, rientrò in auto richiudendo la portiera con decisione, quasi sbattendola. Si girò a guardarmi, come se volesse accertarsi di qualcosa. Restò in silenzio un pò poi mi disse di seguire la strada e di girare a destra al secondo semaforo.
"Come vuoi, amico": risposi.
Partii tenendo fuori il braccio dal finestrino e fischiettando. C'era sempre Frank Sinatra "on air", con la sua hit "Fly me to the moon", ma al mio ospite sembrava non importasse più. Non canticchiava e non sembrava più affascinato come prima dalla corposità mielosa della voce di Sinatra. Era come se si fosse incantato a pensare. Non osavo interrompere i suoi pensieri. Con quel viso serio e così freddo, faceva un pò soggezione se stava in silenzio e quasi immobile in quella maniera, simile ad un cobra e ugualmente pronto a scattare in un batter di ciglia e a farlo in modo assolutamente letale.
Ad un tratto tutto il suo corpo sembrò rilassarsi e il suo viso ebbe un lampo di luminosità, sottolineato da un raggio di sole che lo colpì proprio in quel frangente. Abbozzò anche una specie di sorriso girandosi verso me, ma che in realtà somigliava di più ad un taglio sul volto o a una specie di ghigno sinistro.
"Che fai nella vita, ragazzo?": mi chiese.
"Cerco di sfondare, mio caro. Come tutti": risposi.
Ero contento che avesse iniziato a parlare di sua iniziativa e che sembrasse più rilassato. Prima, quando aveva assunto quell'espressione marmorea e glaciale, e se ne stava lì senza aprire bocca, mi aveva messo addosso parecchia inquietudine. Forse anche una lieve sensazione di paura, sotto forma di una impressione di freddo che mi cingeva le ossa e i muscoli.
"Sei di qui?": mi chiese dopo.
"Sì": risposi.
"Siamo quasi arrivati. Gira a sinistra e adesso di nuovo a sinistra. Quel palazzo in fondo alla via, ecco".
Fermai l'auto di fronte al portone d'ingresso. Gianni girò le chiavi nel quadro e spense l'auto. Staccò le chiavi e se le infilò in tasca.
"Hey..": protestai stupito. Non capivo cosa avesse in mente adesso, e la cosa sinceramente mi terrorizzava.
"Forza, vieni con me. Ti offro qualcosa da bere per sdebitarmi del passaggio": disse solamente.
Quella sua ultima mossa quindi mi aveva messo in un certo stato di fermento e agitazione. Che aveva in mente quello strano tizio? Perchè d'improvviso si comportava in quella maniera assurda e lievemente minacciosa.
Provai a defilarmi, dicendogli che apprezzavo l'invito, ma che davvero non avevo tempo e che sarei proprio dovuto scappare e che avremmo comunque potuto fare un'altra volta, oppure che poteva considerarlo un favore personale da parte mia e che non aveva quindi nulla di cui sdebitarsi. Ma Gianni mi spiegò con parole molto semplici e chiare che avrei dovuto fare quello che mi diceva. E che insomma, se ancora non lo avessi capito, non avevo alcun margine di alternativa. Al che tutto mi fu subito più chiaro. Scesi dall'auto e lo seguii.
Gianni abitava in una palazzina di edilizia popolare di circa trent'anni fa, in una zona periferica della città, ma che comunque era in un quartiere piuttosto silenzioso e tranquillo. Riservato. Proprio come Gianni stesso. Salimmo al terzo piano, al suo appartamento. Mi invitò ad entrare. Era un bel bilocale, dove i due locali erano stati uniti e adesso ne formavano uno unico molto luminoso per via di una grande finestra che vi trovava spazio. Era arredato semplicemente, ma con un certo gusto. Non potei fare a meno di notare un'infinità di souvenirs su delle mensole a muro.
"Devi essere uno che viaggia molto": dissi.
Abbozzò una risata, poi mi confidò: "sono regali di amici."
"Allora? Perchè mi hai costretto a salire? Che cazzo sei? Qualche specie di maniaco?": gli domandai a bruciapelo.
Scoppiò in una sonora risata, la prima che gli sentivo fare. Prese due bicchieri e li riempì di whiskey e ghiaccio, poichè faceva troppo caldo per berlo liscio.
"Te l'ho già detto. Devo offrirti da bere per sdebitarmi della tua gentilezza": e mi porse uno dei due bicchieri.
Ero stranito, un pò spaventato, ma anche assetato. Iniziai perciò a sorseggiare il mio whiskey, mentre Gianni mi fissava con occhi di ghiaccio incandescenti come tizzoni. Sembravano ferirmi, farmi del male. Mi domandavo cosa stesse pensando, ma il suo volto era impenetrabile come una fitta nebbia. Diedi un' altra sorsata e lui ancora mi fissava immobile, come incantato. Sembrava proprio un fottuto maniaco. Iniziai a sudare freddo, nonostante il caldo, e ad avere anche i brividi.
Poi alla fine si smosse, smise di fissarmi in quella maniera e fece finalmente qualcosa.
Lo vidi armeggiare con una busta gialla, che avevo notato aver tenuto stretta per tutto il viaggio di prima. Ne tirò quindi fuori il contenuto. Era una polaroid. Mi guardò qualche secondo con estrema attenzione come era solito fare, poi mi lanciò la foto che cadde dalla parte del ritratto poco distante dai miei piedi. La raccolsi per osservarla meglio e..sorpresa.
"Perchè ci sono io su questa foto? E come fai ad averla?": domandai cercando di sembrare il più impassibile possibile,tentando di emulare la fredda calma di lui, ma non potendo totalmente nascondere la paura che adesso stavo provando e che traspariva dall'evidente tremore che mi percorreva per intero.
Mi fissò tenendo una mano davanti al labbro, muovendo la bocca come per accompagnare i pensieri. Dopo tirò un sospiro secco e breve, si alzò in piedi e iniziò a passeggiare per la stanza, fino a che non si fermò, come se qualcuno avesse premuto un pulsante, tenendo il bicchiere in mano davanti alla immensa finestra che dava su un bel balcone pieno di piante e puntando il suo sguardo verso un punto il più lontano possibile. Diede una sorsata dal suo whiskey, dando l'impressione di provare grande sollievo, e iniziò finalmente a parlare, ma senza guardarmi. Con lo sguardo rivolto altrove, ad un punto lontano che io non potevo vedere.
"Tu sei una spina che io devo estirpare": mi disse alla fine.
Lo studio del magnate era ampio e ben illuminato. Alla scrivania nera e lucida, si potevano immediatamente notare le foto di famiglia, una famiglia felice, un calendarietto dove stavano annotati alcuni impegni e appuntamenti. Compreso quello importantissimo di oggi. Il magnate aveva comunque una segretaria alle sue dipendenze, ma quel tipo di incontri era di quelli che vanno gestiti personalmente e con la massima discrezione.
"La ringrazio per essere venuto tanto celermente..": iniziò a dire rivolto a Gianni che ascoltava come suo solito senza guardare negli occhi il suo interlocutore, e con la testa bassa come se fosse gravata da milioni di pensieri inconfessabili.
"...Ecco, questo è quanto. In questa busta gialla troverà una foto della persona di cui dovrà occuparsi, assieme ad un mini- fascicolo contenente alcune informazioni che le potranno esssere d'aiuto per trovare questo piccolo bastardo. Naturalmente il suo anticipo è già stato versato al solito conto. So che lei, signor Gianni, è un tipo che apprezza molto la precisione e la puntualità. Per questo ho scelto di rivolgermi a lei tra tutti. Allora, posso contare nuovamente sui suoi servizi e la sua discrezione?"
Quella era una domanda retorica, che non andava nemmeno posta.
Gianni rialzò lo sguardo dal pavimento, che sembrava per un momento averlo ipnotizzato, e lo puntò sul magnate, che si sentì come trafitto da frecce velenose e ardenti.
Poi disse solamente: "certamente".
Dopodichè si voltò, e lasciò lo studio.
Fermò l'auto proprio di fronte all'ingresso dell'autogrill, ma dalla parte opposta del parcheggio. Aveva un lavoro da fare. C'era una foto che avrebbe dovuto guardare e che teneva all' interno di una busta gialla, che stava sul sedile di dietro, insieme ad un piccolo fascicolo contentente alcune informazioni, e inoltre c' era una persona da cercare e trovare. La persona della foto ovviamente. L'avrebbe guardata dopo, ma adesso la fame lo stava divorando vivo, così decise di fare quella piccola sosta. Questione di minuti. Comunque prese con sè la busta, scese e chiuse l'auto.
Guarderò dopo quella dannata foto, pensava.
Entrò nell'autogrill, attraverso le porte scorrevoli, e fu subito investito dal getto dell'aria condizionata, che gli provocò un gran sollievo, ma solo momentaneo, dal caldo che lo affliggeva. Poi si rese conto che la temperatura era decisamente troppo fresca all'interno rispetto a quanto lo fosse fuori. Riflettè sui possibili danni che questo avrebbe potuto provocare alla sua salute, e quasi immediatamente iniziò a sentire la gola che gli bruciava. Era un pò ipocondriaco e questo lo sapeva.
Cercando di ignorare questa situazione, si diresse verso il bancone del bar dove ordinò un caffè lungo e un panino. Lo divorò, lasciando libero lo sguardo di correre tra i reparti dell'area di servizio. C' era gente di tutti i tipi:lavoratori, gente che partiva, gente che tornava, gente che andava, e c'era anche chi passava semplicemente da là. Persone qualsiasi qualunque. Due poliziotti uscirono poco prima che finisse il panino e si diressero verso il parcheggio.
Lui si recò invece al bagno per darsi una rinfrescata, perchè veniva da un viaggio piuttosto lungo e il caldo fuori era soffocante e acre.
Finalmente fu il momento di ripartire, diretto verso casa, dove avrebbe, con molta calma e al fresco del ventilatore, osservato e memorizzato il viso della persona presente nella foto, che aveva appena ricevuto dal suo cliente e prepararsi per lo svolgimento del caso che gli era stato assegnato. Ma soprattutto, cosa più importante, avrebbe dovuto prima prelevare l'anticipo che gli era stato profuso per il disturbo. Poi sarebbe potuto finalmente tornare a casa e mettersi comodo. E magari farsi anche un bel cicchetto rinfrescante.
C'era quindi tanto lavoro da fare, e il tempo non era poi molto. Anche se lui non aveva mai finito un compito in ritardo, in quel periodo era un pò stressato. Forse il forte caldo lo innervosiva e ora non era nemmeno più come dieci anni fa. Stava invecchiando e sentiva molto di più i rigori del clima, così come certi disturbi intestinali che ogni tanto lo prendevano la notte, ma nulla di che. Tutte cose queste che, però, avrebbero potuto distrarlo o rallentarlo. Ma lui era uno che faceva della precisione e della puntualità i suoi segni distintivi. Decise dunque di sbrigarsi e guadagnò l'uscita.
Ancora una volta il getto di aria condizionata, davanti le porte scorrevoli, e un attimo dopo era nuovamente inghiottito dal sole e dal caldo. Si mise gli occhiali scuri per vincere l'abbaglio della luce e poterci vedere bene, ma quello che vide non gli piacque e forse non avrebbe mai voluto verderlo. I due poliziotti, quelli che aveva incrociato all'interno dell'autogrill e che lo avevano preceduto nell'uscita, erano stati attratti per qualche ragione dalla sua auto, e adesso le gironzolavano attorno, trasmittenti alla mano, con aria e modi di chi nutre qualche sospetto.
Decise quindi di temporeggiare e osservare da lontano l'evolversi della situazione (non aveva molta dimestichezza con le forze dell'ordine, così preferì aspettare prima di agire in qualunque modo). Trovò una panchina all'ombra in una posizione abbastanza ventilata. Vi si accomodò e si accese una sigaretta osservando furtivamente, di quando in quando, i due militari e le loro mosse.
Entrai nel parcheggio cantando a squarciagola. Alla radio passavano una canzone che mi faceva letteralmente impazzire. La mia attenzione fu però immediatamente attirata da un'auto della polizia parcheggiata in malo modo nel mezzo della carreggiata, ostacolando in parte l'ingresso all'area di sosta, in barba al codice della strada. La cosa mi infastidì non poco, ma dovetti comunque abbassare il volume e il tono di voce per non attirare attenzioni non desiderate verso di me. Appena più avanti vidi i militari curiosare, come loro uso, nei pressi di un' automobile molto appariscente. Avevano le trasmittenti in mano e comunicavano con la centrale, qualcosa che riguardava un auto rubata, concludendo alla fine con un: "ok,..lo aspetteremo qui..."
Cercai un parcheggio all' ombra, per fare in modo che la mia auto non diventasse un forno durante la mia sosta all'autogrill. Ne trovai uno davanti una panchina, dove stava seduto un uomo di mezzo età e dal viso scultoreo e massiccio, che con finta disinvoltura tentava di non dare nell'occhio mentre osservava la sua auto nella grinfie della polizia. Era evidente che avesse qualche problemino. Così, spinto da un anelito di umanità e solidarietà, mi offrii di aiutarlo. Non so bene nemmeno io perchè lo feci, perchè mi offrissi di dare una mano ad un probabile ladro fuggitivo, quando ero lì unicamente per comprare un pacchetto di sigarette. Ma è quello che mi sentii di fare quella volta, ed è quindi ciò che feci.
Abbassai dunque il finestrino senza nemmeno scendere dall' auto e gli feci cenno di avvicinarsi. Lui mi guardò dapprima un pò torvo. Sembrava uno di quei classici tipi che non si fidano mai, di nessuno. Però poi si avvicinò e non ebbe un' esitazione quando gli dissi di salire. Era evidente che al momento non avesse grosse alternative e che preferisse accettare l'aiuto di uno sconosciuto, che avrebbe potuto anche essere un malintenzionato, rispetto alla possibilità di avere dei problemi con due sbirri ficcanaso.
Avevamo lasciato l' autogrill da cinque minuti circa, e questo strano tizio che mi ero offerto di aiutare non aveva ancora spiccicato una parola. Continuava solamente a fumare e a guardare fuori dal finestrino con aria pensosa e quasi nervosa. Forse pensava alla sua auto. O forse a un suo vecchio amore di gioventù. Non lo so.
Il silenzio era interrotto solo dalla musica dell' autoradio, che però non sembrava interessarlo, o distrarlo, particolarmente. Evidentemente aveva altri gusti. Provai ad andargli incontro, anche perchè l'atmosfera dentro quell' auto iniziava a farsi strana e piuttosto pensate: "che cosa vuoi sentire?"
Si girò verso di me molto lentamente e mi guardò per qualche secondo senza batter ciglio, tirando solo una gran boccata dalla sigaretta che stringeva tra le dita, sembrava quasi dovesse capire dove si trovasse, poi con voce atona disse: "Frank Sinatra."
Lo accontentai. Dopo qualche minuto sembrò rilassarsi un tantino e iniziò perfino a canticchiare a voce bassa, molto bene per giunta. Così lo seguii anche io.
Il vento che arrivava da fuori era bollente nonostante l'elevata velocità dell'auto. Faceva davvero un caldo estenuante. Pensai che forse il mio ospite era così sulle sue per via della calura. O forse era solo molto timido. Non lo so.
"Non ci siamo ancora presentati", dissi infine: "io mi chiamo Fabio, piacere".
Lui si girò verso di me, sempre molto lentamente, sembrava fare tutto con studiata lentezza, e mi fissò ancora qualche secondo. Chissà che stava pensando? Era in effetti un tizio un pò inquietante e misterioso. Poi tornò a guadare dritto davanti a se, come se fosse stato lui a dovere guidare e a fare attenzione alla strada, e mi rispose, sempre con quel tono privo di ogni inflessione:"Gianni". Dopodichè riprese a fare silenzio e continuò a fissare qualcosa davanti a sè. Chissà cosa?
Sembrava quasi che il suono della voce umana lo infastidisse. A parte per ciò che riguardava Frank Sinatra da quanto mi era stato dato di poter vedere. Era un tipo molto chiuso e schivo, ma mi dava anche l'idea di essere completamente inoffensivo. Forse aveva semplicemente i fatti suoi, con tutta quella faccenda dell'auto e degli sbirri.
Il viaggio seguitava tra l' alta velocità e la musica. Di conversazione solo qualche ombra, degli sprazzi isolati, come macchie di colore su una tela.
Stavamo in silenzio da qualche minuto oramai, quando mi disse, o per meglio dire, mi ordinò: "alla prossima esci dall'autostrada e fermati al primo bancomat che trovi".
Non feci ulteriori domande e mi limitai ad annuire con un mezzo sorriso. Volevo che quello strano personaggio si sentisse quanto meno al sicuro e a suo agio, perchè con quel suo strano comportamento iniziava a trasmettermi una sensazione di irrequietezza.
Ne trovai una a pochi chilometri dall'uscita e mi fermai come richiesto.
" Ti aspetterò in auto": dissi.
Non si voltò nemmeno, quasi non gli interessasse nulla che lo aspettassi o meno. Scese ed entro in banca guardando fisso davanti a sè,come a volere anticipare i suoi stessi passi e portandosi dietro una busta di colore giallo che non aveva smesso di stringere nemmeno per un istante. Ad ogni modo mi sembrò di intuire, non so da cosa, che quel mio istinto di riservatezza, fosse stato gradito.
Dalla banca uscì velocemente e altrettanto velocemente salì in macchina, dicendomi, questa volta, di nuovo, quasi senza osservarmi, di portarlo a casa.
"Ti guiderò io, non è distante": disse.
"D' accordo": mi limitai a dire. Del resto non è che avessi nulla di meglio da fare. E poi quel giorno sentivo che avrei dovuto fare così. Quindi riavviai l'auto e ripartii.
Guarda te che botta di culo incredibile, pensava Gianni in auto.
Quando era entrato in banca, e si era recato verso il bancomat, aveva anche colto l'occasione per portarsi avanti col lavoro. Aveva aperto la busta gialla che teneva tra le mani e ne aveva tirato fuori una polaroid, raffigurante un giovane ragazzo, il quale, seppur non fosse in primissimo piano nella foto, si poteva dire che somigliasse dannatamente al tizio che lo aveva tirato su all'autogrill, offrendogli una insperata via di fuga dalla polizia, che lo stava ricercando per quella famosa "auto rubata.." e che lo stava aspettando e che prima o poi l'avrebbe notato lì seduto all'ombra su quella panchina. E c'era ben dell'altro, oltre un' auto rubata, sulla sua coscienza.
Tirò quindi fuori anche il fascicoletto, riguardante la persona che doveva trovare, un paio di fogli con qualche informazione utile per rintracciare l'obiettivo. Ovviamente anche il nome era riportato, e campeggiava sul primo foglio in alto a sinistra. Fabio, c'era scritto. Questo era il nome del ragazzo sulla foto, la persona da cercare e da trovare.
Quanto è piccolo questo mondo, si ritrovò a pensare. La fortuna almeno voltava dalla sua parte in quella giornata di afosa calura estiva. Se non altro avrebbe risparmiato del tempo e della fatica.
Solo poche ore prima era stato da un importante magnate della città. Era un suo cliente e aveva un lavoro molto importante e urgente per lui. Il magnate l'aveva chiamato la notte prima. Era agitato e nervoso e diceva che aveva una spina nel fianco che non voleva uscire e che in più rischiava di penetrargli attraverso le vene fino al cuore. Lo voleva vedere appena possibile, anche il mattino dopo. Se non fosse stato possibile la notte stessa. Gianni disse che no, la notte stessa non era affatto possibile e che si sarebbero visti il mattino dopo, e così era stato. Perchè Gianni era un tipo di parola. Puntuale e di parola. Affidabile. Soprattutto per ciò che riguardava certe cose.
Il suo compito non si distaccava molto dal solito, ed era appunto quello di eliminare quella spina dal fianco del magnate, come fosse stato un primario di chirurgia, e di gettarlo dove nessuno lo avrebbe trovato per parecchio tempo. Insomma, al di là della cripticità del linguaggio tecnico, si trattava di uccidere quello scocciatore e farlo sparire. E lo scocciatore in questione chi era?
Che botta di culo, continuava a pensare Gianni. La fortuna era con lui. Aveva il coniglio nella tana. Non restava che sferrargli il colpo finale. Facile ed indolore, almeno per lui.
Che gran botta di culo, pensava ancora Gianni.
Poi fece quello che doveva fare in banca, ritirò il suo denaro, che in quella occasione gli parve quasi un regalo di Natale anticipato, e se ne uscì, avendo ben presente quali sarebbero state le sue prossime mosse.
Quello strano tizio, ovvero Gianni, rientrò in auto richiudendo la portiera con decisione, quasi sbattendola. Si girò a guardarmi, come se volesse accertarsi di qualcosa. Restò in silenzio un pò poi mi disse di seguire la strada e di girare a destra al secondo semaforo.
"Come vuoi, amico": risposi.
Partii tenendo fuori il braccio dal finestrino e fischiettando. C'era sempre Frank Sinatra "on air", con la sua hit "Fly me to the moon", ma al mio ospite sembrava non importasse più. Non canticchiava e non sembrava più affascinato come prima dalla corposità mielosa della voce di Sinatra. Era come se si fosse incantato a pensare. Non osavo interrompere i suoi pensieri. Con quel viso serio e così freddo, faceva un pò soggezione se stava in silenzio e quasi immobile in quella maniera, simile ad un cobra e ugualmente pronto a scattare in un batter di ciglia e a farlo in modo assolutamente letale.
Ad un tratto tutto il suo corpo sembrò rilassarsi e il suo viso ebbe un lampo di luminosità, sottolineato da un raggio di sole che lo colpì proprio in quel frangente. Abbozzò anche una specie di sorriso girandosi verso me, ma che in realtà somigliava di più ad un taglio sul volto o a una specie di ghigno sinistro.
"Che fai nella vita, ragazzo?": mi chiese.
"Cerco di sfondare, mio caro. Come tutti": risposi.
Ero contento che avesse iniziato a parlare di sua iniziativa e che sembrasse più rilassato. Prima, quando aveva assunto quell'espressione marmorea e glaciale, e se ne stava lì senza aprire bocca, mi aveva messo addosso parecchia inquietudine. Forse anche una lieve sensazione di paura, sotto forma di una impressione di freddo che mi cingeva le ossa e i muscoli.
"Sei di qui?": mi chiese dopo.
"Sì": risposi.
"Siamo quasi arrivati. Gira a sinistra e adesso di nuovo a sinistra. Quel palazzo in fondo alla via, ecco".
Fermai l'auto di fronte al portone d'ingresso. Gianni girò le chiavi nel quadro e spense l'auto. Staccò le chiavi e se le infilò in tasca.
"Hey..": protestai stupito. Non capivo cosa avesse in mente adesso, e la cosa sinceramente mi terrorizzava.
"Forza, vieni con me. Ti offro qualcosa da bere per sdebitarmi del passaggio": disse solamente.
Quella sua ultima mossa quindi mi aveva messo in un certo stato di fermento e agitazione. Che aveva in mente quello strano tizio? Perchè d'improvviso si comportava in quella maniera assurda e lievemente minacciosa.
Provai a defilarmi, dicendogli che apprezzavo l'invito, ma che davvero non avevo tempo e che sarei proprio dovuto scappare e che avremmo comunque potuto fare un'altra volta, oppure che poteva considerarlo un favore personale da parte mia e che non aveva quindi nulla di cui sdebitarsi. Ma Gianni mi spiegò con parole molto semplici e chiare che avrei dovuto fare quello che mi diceva. E che insomma, se ancora non lo avessi capito, non avevo alcun margine di alternativa. Al che tutto mi fu subito più chiaro. Scesi dall'auto e lo seguii.
Gianni abitava in una palazzina di edilizia popolare di circa trent'anni fa, in una zona periferica della città, ma che comunque era in un quartiere piuttosto silenzioso e tranquillo. Riservato. Proprio come Gianni stesso. Salimmo al terzo piano, al suo appartamento. Mi invitò ad entrare. Era un bel bilocale, dove i due locali erano stati uniti e adesso ne formavano uno unico molto luminoso per via di una grande finestra che vi trovava spazio. Era arredato semplicemente, ma con un certo gusto. Non potei fare a meno di notare un'infinità di souvenirs su delle mensole a muro.
"Devi essere uno che viaggia molto": dissi.
Abbozzò una risata, poi mi confidò: "sono regali di amici."
"Allora? Perchè mi hai costretto a salire? Che cazzo sei? Qualche specie di maniaco?": gli domandai a bruciapelo.
Scoppiò in una sonora risata, la prima che gli sentivo fare. Prese due bicchieri e li riempì di whiskey e ghiaccio, poichè faceva troppo caldo per berlo liscio.
"Te l'ho già detto. Devo offrirti da bere per sdebitarmi della tua gentilezza": e mi porse uno dei due bicchieri.
Ero stranito, un pò spaventato, ma anche assetato. Iniziai perciò a sorseggiare il mio whiskey, mentre Gianni mi fissava con occhi di ghiaccio incandescenti come tizzoni. Sembravano ferirmi, farmi del male. Mi domandavo cosa stesse pensando, ma il suo volto era impenetrabile come una fitta nebbia. Diedi un' altra sorsata e lui ancora mi fissava immobile, come incantato. Sembrava proprio un fottuto maniaco. Iniziai a sudare freddo, nonostante il caldo, e ad avere anche i brividi.
Poi alla fine si smosse, smise di fissarmi in quella maniera e fece finalmente qualcosa.
Lo vidi armeggiare con una busta gialla, che avevo notato aver tenuto stretta per tutto il viaggio di prima. Ne tirò quindi fuori il contenuto. Era una polaroid. Mi guardò qualche secondo con estrema attenzione come era solito fare, poi mi lanciò la foto che cadde dalla parte del ritratto poco distante dai miei piedi. La raccolsi per osservarla meglio e..sorpresa.
"Perchè ci sono io su questa foto? E come fai ad averla?": domandai cercando di sembrare il più impassibile possibile,tentando di emulare la fredda calma di lui, ma non potendo totalmente nascondere la paura che adesso stavo provando e che traspariva dall'evidente tremore che mi percorreva per intero.
Mi fissò tenendo una mano davanti al labbro, muovendo la bocca come per accompagnare i pensieri. Dopo tirò un sospiro secco e breve, si alzò in piedi e iniziò a passeggiare per la stanza, fino a che non si fermò, come se qualcuno avesse premuto un pulsante, tenendo il bicchiere in mano davanti alla immensa finestra che dava su un bel balcone pieno di piante e puntando il suo sguardo verso un punto il più lontano possibile. Diede una sorsata dal suo whiskey, dando l'impressione di provare grande sollievo, e iniziò finalmente a parlare, ma senza guardarmi. Con lo sguardo rivolto altrove, ad un punto lontano che io non potevo vedere.
"Tu sei una spina che io devo estirpare": mi disse alla fine.
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