Stavo seduto nel mio studio alla
penombra di una lampada da tavolo, che stavo cercando di ricordare
dove e quando avessi comprato.
Era inverno. Da pochi giorni era
passato il Natale, ed io ero in quella casa, ovviamente, da solo.
Era oramai il secondo Natale che
trascorrevo in solitudine, nella vecchia casa di montagna, dove io e lei andavamo a trascorrere le vacanze invernali.
Adesso erano passati due anni da quando
ci eravamo lasciati, o meglio da quando lei mi aveva lasciato, ed era
andata via. Ma io non avevo smesso di venire qui per le festività,
anche se mi toccava stare da solo e per di più in mezzo agli spettri
del passato. O forse proprio per questo lo facevo.
In ogni caso le stanze di quella casa
erano troppo piene di ricordi e di sensazioni che ora mi si
attaccavano alla pelle e mi entravano dentro, divorandomi poi
dall'interno e diffondendosi ovunque nel mio corpo e nella mia anima,
come una malattia mortale.
Solo lo studio, unico locale, in quella
casa, mi dava un senso di serenità e di sicurezza.
Merito forse del fatto che quella era
la mia stanza privata, dove lei era entrata solo poche volte. E mai per...beh...
Non potrei dire da quante ore sedevo su
quella sedia pomposa con i gomiti poggiati a quella lussuosa
scrivania e i palmi delle mani, leggermente sudati, a cingermi le
guance e lo sguardo fisso verso un punto in lontananza che si perdeva
nell'ombra della stanza e che costituiva per me, in quel momento, il
più grande mistero della terra. Più l'osservavo del resto più ciò
che era al suo interno mi sfuggiva, così come pian piano iniziò a
sfuggirmi anche ciò che circondava me e tutto il resto.
D'un tratto fui stanco di provare a
ghermire tutta la conoscenza dell'esistente, o del non esistente
forse, e d'altra parte, presumibilmente per il fatto di essere
rimasto troppo tempo seduto nella medesima posizione, la testa
cominciò a farmi male, tant'è che avvertii l'esigenza di alzarmi e
uscire da quello studio, magari spostarmi in un punto della casa che
fosse più illuminato e perchè no?, cambiare aria.
C'era un grande finestrone nel salone
di casa, dove eravamo soliti mangiare io e lei, guardandoci negli
occhi e assaporandoci, o meglio, pregustandoci, mentre mangiavamo e
gustavamo del buon vino locale. Al centro di esso vi era il grande
tavolo, dove consumavamo i nostri pasti e ben più di quelli, talvolta.
Un caminetto cinto di marmo e di arazzi
in finto oro, ornava la camera da un lato e, sopra di esso, trovava
spazio uno specchio grande e opaco che, ad essere sinceri, mi aveva
sempre messo più di un brivido addosso, tanto sembrava antico e proveniente da un altro mondo.
Mi misi di fronte al finestrone e
cominciai a guardare fuori. Lasciai i miei occhi liberi, almeno loro,
di vagare per il grande prato che si apriva immediatamente dinnanzi
la casa, fino alla macchia di alberi in cui tutti si perdeva e al cui
interno nessuno aveva mai osato inoltrarsi, ma di cui chiunque
bramava di conoscere i misteri.
Adesso stavo totalmente
fantasticando. Ovviamente quella di fronte alla casa non era certo
una foresta misteriosa e vergine, ma anzi era un pezzo di natura
sopravvissuto, grazie all'azione dell'uomo, proprio all'azione
dell'uomo, quando questi aveva disboscato gran parte di quelle
montagne, per fare spazio a case di villeggiatura, impianti sciistici
e alberghi di lusso.
Ovviamente non era un mistero ciò che
vi era nel mezzo di quella che con enorme sforzo si poteva ancora
chiamare foresta.
Ma talvolta era anche bello fingere che vi fosse,
qualcosa che ancora valga la pena di scoprire.
Che la vita di un
uomo possa avere ancora qualcosa di magico e di affascinante al di
là delle solite dinamiche comuni, note e quindi tristi. Ad ogni modo non
era così, e io stavo per deprimermi alquanto.
Decisi quindi di farmi un bicchiere.
Pensai che un liquore fidato avrebbe potuto scaldare il mio cuore e
rassicurare le mie membra tremanti, così come avrebbero potuto le parole consolatorie di un vecchio amico.
Mi recai perciò alla vetrinetta con i
liquori che stava dalla parte opposta al caminetto, nel lato più
freddo della stanza. Afferrai un bicchiere e uno schotch ancora
chiuso. Che lei mi aveva regalato per l'ultimo dei miei compleanni in cui
siamo stati assieme.
Esitai prima di aprire il tappo, come
impedito da qualcosa che bloccava i miei nervi e i miei muscoli. Poi
lo girai e sentii quasi la stessa sensazione, ovvero come se qualcuno stesse staccando a forza un pezzo di me.
Pochi secondi
dopo tutto passò e io fui in grado di versarmi un bel bicchiere
liscio che bevvi d'un fiato, prima di riempire nuovamente il
bicchiere.
Solo allora mi accorsi che fuori stava
nevicando.
La neve cadeva fitta e lenta. Seguiva un movimento quasi ipnotico, placido ma inevitabile. I fiocchi scendevano morbidi e prima di toccare il terreno compivano intricate danze e affascinanti passaggi repentini, trasportate da invisibili aliti di vento fresco, descrivendo talvolta arabeschi favolosi, prima di terminare il loro viaggio e riunirsi ad altri fiocchi simili, ma mai uguali, che già attendevano la loro sorte al suolo. Dopodichè restavano lì immobili.
Ma in ogni caso il loro destino era quello di precipitare al suolo e, dopo qualche tempo, sciogliersi e sparire nel nulla. Proprio come lei, che era pura come la neve stessa. E come sarebbe successo a tutti. Anche a me.
Le cime degli alberi in lontananza
cominciavano a coprirsi di bianco, così come di quel colore erano
già i tetti distanti, che fumavano dai comignoli, e tutti i prati e
le strade circostanti che ora quasi si confondevano in un tutt'uno,
restituendo anche i pezzi asfaltati all'ambiente naturale e creando
quindi una sorta di illusione temporale, dove tutto si era fermato e
cristallizzato. Sotto la neve e sotto il ghiaccio che sempre ne
consegue.
L'atmosfera fuori era pacifica e
immobile. Non si vedeva alcuna persona punteggiare quel paesaggio
così monocromatico e monotono. Solo la neve si muoveva e questo era
l'unico particolare che potesse indicare un qualche scorrere nel
tempo.
Ogni cosa era morta là fuori. Ma
purtroppo lo era anche dentro la casa. Provai ad accendere il
caminetto per scaldarmi dato che la temperatura aveva iniziato ad
abbassarsi sensibilmente anche dentro quelle mura. Tuttavia non mi
riuscii di accendere alcun fuoco con la legna che avevo in casa, e
quella fuori era ormai bagnata e comunque era stata divorata dalla
neve e chissà se poi l'avrei ritrovata lì una volta che tutto fosse
finito.
Intanto fuori la neve aumentava ancora, e i
cadaveri dei fiocchi senza vita si ammassavano l'uno su l'altro in sempre
maggior numero, formando presto una massa di corpi morti che si era
già alzata di parecchi centimetri in poco tempo.
Chiusi quindi le persiane e oscurai
totalmente il finestrone e la vista che offriva sull'esterno.
Perlomeno fino a che non avesse smesso di nevicare fuori.
Aspettati per diverse ore, in cui non
pensai a nulla e mi sgolai quasi la bottiglia intera di schotch, a
parte un bicchiere, che mi riempii subito dopo questa constatazione e
che ingoiai in un fiato, tossendo un pò. Aspettavo che finisse
finalmente di nevicare là fuori.
Non so del resto se poi fuori abbia
finito di nevicare. Quello che invece so è che, poco dopo che ebbi
finito la bottiglia e poco dopo che la spaccai scagliandola contro
quel fottuto pavimento, di quel dannato salone dove sempre, ogni
anno, io e lei...io e lei...niente. Tutto si è già sciolto.
Non so del resto se poi fuori avesse
finito di nevicare. Quello che invece so è che in breve cominciò a
nevicare anche dentro. Dentro la casa, dentro il salone e dentro di
me.
I fiocchi cadevano dal tetto lentamente, molto lentamente, quasi restando per un pò sospese, come se
la gravità non importasse nemmeno più molto, e il fatto di
precipitare al suolo non fosse tanto un obbligo, quanto una
possibilità. Inevitabile, ma pur sempre una possibilità.
I fiocchi cadevano dentro la casa, nel
salone, e si ammassavano ovunque. Sul tavolone di faggio, sul
pavimento, sulle mensole e i soprammobili.
Ovviamente su di me, che
stavo immobile come un albero, o come un comignolo.
O come un
cadavere, o come un ricordo lontano che aspetta solo di scomparire per
sempre.
Alcuni fiocchi entrarono dentro al camino e spensero così,
non il fuoco che non mi era riuscito di accendere, ma la stessa
possibilità di potere dar vita a qualcosa con una scintilla.
Continuava a nevicare, nella casa.
Sbirciai fuori e invece lì aveva smesso.
Ora nevicava solo
all'interno e fuori era spuntato anzi un forte sole, luminosissimo e
stranamente caldo per la stagione.
Avrei potuto uscire e scaldarmi sotto
la sua luce e attendere che la neve si sciogliesse, dando nuovamente
vita alla terra assetata sottostante, dove poi sarebbero nati dei
fiori meravigliosi e profumati che avrebbero annunciato al mondo di
essere i figli orgogliosi di una nevicata di fine dicembre.
Invece mi sdraiai sul pavimento del
salone pieno di neve alta quasi mezzo metro, senza alcuno straccio di vestito addosso.
Continuava a nevicare, intanto, e in brevissimo
tempo la neve mi coprì totalmente, occultandomi sotto di essa,
facendomi sparire e rendendomi solo un fiocco di neve simile, mai
uguale, a tutti gli altri. E naturalmente col medesimo destino di
sciogliermi e svanire nel nulla. Prima o poi.
Fu solo a febbraio inoltrato, forse
inizio marzo che, all'interno della casa di montagna, la neve si
sciolse completamente.
Ovviamente sotto di essa io non c'ero più e non mi ritrovarono mai, per quanto mi cercarono.
Al mio posto era nato un fiore con una bellissima corolla blu,
profumATo e vivo, il quale con fierezza testimoniò per un'intera
stagione di essere il figlio prediletto di una strana nevicata di
fine dicembre, prima di essere nuovamente sepolto l'anno dopo e di svanire in quel nulla da cui era venuto fuori, come sempre avviene a ognuno di noi.
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