lunedì 13 ottobre 2014

Al terminal degli arrivi dell'aeroporto

L'altra sera ero all'aeroporto ad aspettare. Non c'è niente da fare all'aeroporto, quando aspetti al terminal degli arrivi. Non ci sono le sfarzose vetrine e le immense aree relax del terminal delle partenze. No. Non c'è nemmeno quella stessa aria frizzante, dovuta all'eccitazione diffusa da coloro che si accingono a partire per un nuovo viaggio. Qui non c'è niente e nulla da fare, invece. La gente semplicemente si guarda attorno, con aria smarrita, oppure gira con le mani in mano fermandosi di tanto in tanto in cerca di qualcosa con cui distrarsi durante l'attesa. Quando poi si accorgono che non c'è granchè da fare, ripartono sempre tenendo le mani in mano. Io stesso ero tra costoro.
Gironzolavo con espressione sofferente e agonizzante in cerca di qualunque distrazione, fosse anche un qualche cartello affisso da qualche parte. Ce ne era uno: WC. Ma per qualche motivo non riuscì a mantenere a lungo la mia attenzione. Presi per un pò ad osservare la gente: facce stressate, vagamente incazzose, ma forse è solo una mia impressione. Ad ogni modo annoiate. Che palle! Sembrava di veder scritto sulle loro fronti. Che palle! Doveva sembrare esserci scritto sulla mia. Così, ad un certo momento, quasi letteralmente ammazzato, stroncato, dalla noia, decisi di fare l'unica cosa possibile per poter passare del tempo piacevole, in assenza di qualcosa da leggere o di un pò di musica da ascoltare: fare una conversazione. Ovviamente, sarà bene specificarlo, non parlo di una conversazione tramite social, tramite smartphone, ma di una vera e propria, old- fashioned way, conversazione umana, con una persona in carne ed ossa. Ma a chi parlare in un terminal degli arrivi di un aeroporto? Pensandoci così, su due piedi, come del resto sono solito fare a meno che non sia sdraiato, o supino si può anche dire, a pensare, la scelta che mi parve più ovvia, opportuna e socialmente più accettabile, fu di andare a parlare al bar con il classico barista. Magari ordinando qualcosa da bere, perchè no? Solo ordinandola però, non bevendola. Non per forza, perlomeno.
Ma, accingendomi a passare dai pensieri ai fatti, mi accorsi, con mio enorme sconforto, che tutti e due i bar del terminal degli arrivi dell'aeroporto erano palesemente chiusi. Serrande abbassate, sedie sui tavolini, luci soffuse, frigoriferi spenti: chiuso. Bussai. Chiuso. Che fare dunque? La mia ultima ancora di salvezza dalla morte per pura noia e inattività neurale, sembrava essere perduta per sempre. Pensai che avrei potuto, almeno, intavolare una conversazione con qualcuno dei miei colleghi aspettanti. Osservai alcune delle facce presenti. Purtroppo, nessuna di quelle che vidi riuscì ad ispirarmi e a spingermi a fondo nel mio, pur sincero, proposito. La maggior parte di loro stavano infatti in piedi con le braccia incrociate, sbuffando qua e là come tori imbizzarriti. Avrei dunque preferito non farmi incornare per un semplice "buona sera, caro collega aspettante, le andrebbe di fare due cordiali chiacchiere con me sconosciuto?". Ovviamente sarebbe stato troppo rischioso.
Ma doveva pur esserci qualcosa da fare ancora. Una residua, seppur stretta e oscura, scappatoia. Questo era quanto dicevo a me stesso, per non perdere le ultime, risicate speranze. Stavo già per lasciarmi totalmente prendere dallo sconforto, quando vidi la soluzione possibile. La mia oasi nel deserto. La biglietteria dei bus, che dal terminal degli arrivi, quel luogo triste e disperato, porta al cuore pulsante della città. Ma certo: lì ci sarebbe stata una persona disponibile, inizialmente obbligata, a fare conversazione con me. Così mi decisi ad entrare, con espressione decisamente più allegra e sollevata. 
"Buona sera": salutai l'impiegata, una cordiale, perlomeno così mi parve a prima vista, signora di mezza età.
"Buona sera": rispose prontamente lei. Bene: la cosa stava andando, almeno in queste fasi iniziali, piuttosto bene. Il ghiaccio era sciolto. Per avere un qualche argomento comune di discussione decisi di chiederle info sul servizio offerto dalla sua società. Speravo potesse in qualche modo interessarla.
"A che ora parte il prossimo bus?": chiesi alla simpatica impiegata.
"Tra un quarto d'ora": rispose in maniera sicura e professionale.
Fantastico, pensai tra me e me, come se si potesse pensare in molti altri modi, fantastico: quindici minuti sono il tempo ideale per una conversazione. Nè troppo lunga: non stanca. Nè troppo corta: non lascia con quell'amaro in bocca, con quel senso di chissà come sarebbe andata se..boh, avessimo parlato quei sette minuti e mezzo in più. Boh. 
"Un biglietto?": mi chiese subito dopo. Ebbi immediatamente il terrore che volesse già porre termine al nostro dialogo. Dovevo impedirlo, assolutamente. Quasi ebbi un sobbalzo. Sperai l'impiegata non l'avesse percepito. Sembrò accigliarsi un attimo: forse lo aveva percepito, cazzo. Dovevo cercare di mantenere la calma. La mantenni. Risposi: "Non ancora, grazie. Prima vorrei sapere il percorso che il bus seguirà per raggiungere la città, Peraltro: quanto tempo dista la città da qui?".
Ovviamente lo sapevo benissimo, ma mi avrebbe fatto piacere saperlo da un'altra persona. E poi, sicuramente l'impiegata doveva saperlo meglio di me. Ed infatti lo sapeva. "Quaranta minuti circa": mi rispose. 
Poi proseguì: "i bus partono dalla fermata qui subito a destra, appena fuori dal terminal, la numero 2. Arrivano in città tramite l'autostrada e una volta in città fermano davanti la stazione ferroviaria, in piazza del centro e alla stazione dei bus urbani."
"Mi pare un programmino niente male!": confessai. L'impiegata di mezza età parve sul punto di accigliarsi per il mio strano comportamento per la seconda volta, Ma per fortuna non lo fece alla fine. Oppure riuscì a celarlo molto bene. Che fantastica professionalità. E' sempre piacevole conversare con professionisti del genere. Quanto meno provarci, pensai.
"Allora lo vuole il biglietto?": mi domandò poco dopo, per la seconda volta e stavolta porgendolo anche verso la mia direzione. Per poco non mi si frantumò il cuore: non dovevo restare a corto di argomenti o sarei dovuto uscire da lì e tornare ad affondare nella noia e nella nullità delle possibili attività praticabili in quel deserto di idee che è il terminal degli arrivi dell'aeroporto.
"Ma mi dica", ripresi quindi alla bell' e meglio: "che cosa sarà possibile osservare dunque durante il percorso in autostrada. Pensa che ci possa essere qualcosa di interessante da fare?"
Adesso mi caccia, pensai, ancora tra me e me, ovviamente. Adesso mi vende un dannato biglietto e mi caccia. Mi sono giocato la mia possibilità, pensai. Peccato.
Invece non mi cacciò: "sì,certo", disse: "C'è il ponte dell'autogrill, che attraversa l'autostrada collegando la struttura da un lato della carreggiata, a quella posta dall'altro di lato. Una cosa davvero suggestiva". Conoscevo l'autogrill di cui parlava. L'avevo notato arrivando: non mentiva, era davvero una cosa abbastanza suggestiva. Poi continuò: "se crede può prendere una bibita e un panino e guardare giù da uno degli oblò posti sul ponte che congiunge le due aree, mentre mangia e beve, e riflettere fugacemente, come le macchine che passano sotto di lei, quasi ai suoi piedi, sulla vita di coloro che sfrecciano su quelle auto, anche se non li conosce, sulla sua vita, anche se si conosce, e sulla vita in generale, che è una cosa che nessuno conosce."
Era quasi più di quanto volessi sapere, ma almeno sembrava che l'impiegata fosse finalmente disposta a conversare con me. E non semplicemente a vendermi dei biglietti per il suo tornaconto personale.
"Meraviglioso..pensa che potrei..voglio dire..pensa che potrei farlo? Voglio dire..se l'autobus si fermasse sarebbe davvero grandioso. Quello che ha detto mi ha profondamente colpito, voglio dire, riflettere su questo e quello..la roba che nessuno conosce, le macchine veloci e fugaci come la vita..tosto. L'ha inventato lei?"
L'impiegata mi guardò con un sorriso accennato sul volto, l'aria e l'atteggiamento rilassati e confidenziali. Forse era rimasta colpita quanto me dalla poeticità intrinseca in certe banali riflessioni. Forse stava per dirmi che si sarebbe volentieri unita a me in quel progetto e insieme avremmo riflettuto, malinconicamente e ognuno per proprio conto, sulle implicazioni nella vita del contemporaneo vivere odierno. Invece no, perchè d'improvviso mutò il suo volto e con un "no" secco e serrato mi informò che no, non era di certo possibile fermarsi con il bus all'autogrill solo per fare quella cosa da femminucce debosciate e che mi stava solo prendendo per il culo. Così disse: culo. Andassi a farlo con un mio mezzo privato, mi disse infine. Quella effettivamente non mi parve una idea malvagia, e in effetti la donna della biglietteria non ne aveva molte di quel tipo, essendosi mostrata una persona alquanto saggia, seppur un filino strana e lunatica. Ma chi non lo è del resto, in questo nostro vivere contemporaneo odierno? Ma questa è ad ogni modo un'altra storia. 
"Mi perdoni, mi ero lasciato trasportare".
Sembrò perdonarmi e mi domandò se finalmente volessi acquistare dei biglietti. In realtà stavo iniziando a divertirmi lì dentro e fuori sembrava tutto così noioso e stantio..solo tanta gente stufa che gironzolava per il nervoso e di tanto in tanto usciva fuori a fumare una sigaretta, sempre gironzolando per il nervoso.
"No, grazie. niente biglietto, per ora, E mi dica: che c'è di bello da osservare una volta in città."
"La città", fu la sua risposta, corretta del resto: "se le interessa saperlo perchè non acquista un biglietto e ci va da lei? Così può vedere anche il ponte dell'autostrada che congiunge le due aree di servizio".
Che splendida idea aveva avuto. Certo, sarebbe stato fantastico intraprendere quel viaggio fino in città, sull'autobus, fingendomi un turista ed immaginandomi in qualche avventuroso tour magari nella speranza di qualcosa, un avvenimento casuale, come solo in viaggio può accadere, che provocasse improvvisamente una svolta nella mia vita, piatta e monotona come quel cazzo di terminal degli arrivi dell'aeroporto. Penso dovrebbero metterci qualcosa, tipo boh..juke- box forse. Tuttavia ero solo. Lo avrei fatto solo, e la sconsolatezza e la noia della prospettiva di un viaggio in solitario, su un autobus, nella notte dell'autostrada, in preda a quattro corsie, di cui tre a scorrimento rapido, di pensieri ed emozioni mi sconvolgeva. Con chi parlare infatti in un contesto del genere? Con l'autista? sì, col cazzo. Scordatelo, non si può: è pericoloso e insano e fuori da ogni logica. Con gli altri passeggeri? No, men che mai. Quelli tornano da un viaggio, magari dalle vacanze. Sono presi male e stanchi morti. Dormono. E se non dormono fingono di farlo. Altrimenti ascoltano la musica e vaffanculo. E fingono anche di dormire. Così mi venne un'idea geniale. 
"Signora impiegata", declamai ad alta voce:"mi dia non un biglietto, ma ben due".
"Benissimo. Alla buon'ora": mi disse. E mi staccò prima uno, poi un altro biglietto. Io pagai e lei mi emise regolare fattura, Tutto bello, tutto perfetto. Ma io con i miei due biglietti non me ne andavo. Permanevo lì, di fronte alla sua scrivania, immobile con aria quasi solenne. Quasi, ok. Alzò lo sguardo e mi fissò sbuffando. Dopo qualche altro secondo aggiunse:"beh, non se ne va con i suoi due biglietti? Qualcuno la starà aspettando fuori no? Per chi è l'altro biglietto?"
Non aspettavo che quella domanda. "Ma è per lei, naturalmente, mia cara signora dei biglietti. Le andrebbe..", continuai poi, dopo una naturale esitazione data dalla timidezza insita nel mio carattere:"..mia cara signora, di intraprendere con me questo viaggio?"
La donna sembrò colpita. Negativamente. Allargò le braccia in segno di resa e sconforto, come a chiedersi che avesse fatto di male per meritarsi un simile strambo rompicoglioni. Quindi mi fissò un pò, per decidere se fossi, o per meglio dire quanto, fossi pazzo. Pensai che stesse per chiamare la sicurezza e farmi sbattere fuori a calci, senza possibilità di potere rientrare mai più. Mai più.
Ma poi, invece, dinnanzi alla mia mano tesa ad offrirle uno dei suoi biglietti, quello lato finestrino nientemeno, forse, parve cambiare atteggiamento e commuoversi un pò. Si commosse infine. E pianse. Ma pianse di gioia, e di sorpresa. "In tanti anni", mi rivelò tra le lacrime e tra le rumorose soffiate di naso: "in tanti anni nessuno mai mi aveva offerto di intraprendere un viaggio con lui su uno dei nostri bus. Tutti volevano sempre e solo il biglietto. Il biglietto, il biglietto e soltanto il biglietto. Al massimo gli orari, come ha fatto lei all'inizio, per questo mi era sembrato inizialmente uno dei soliti stronzi e non le ho dato molta corda e volevo solo che se ne andasse per sempre, come tutti, per lasciarmi qui nella mia quotidiana noia mortale di una biglietteria nel terminal degli arrivi di un maledetto aeroporto, senza farmi soffrire troppo e senza alcun motivo. Nessuno che volesse mai scambiare quattro chiacchiere con un altro essere umano, come antidoto alla mancanza di qualunque stimolo intellettuale. E invece oggi lei arriva e non solo parla con me, ma mi offre anche un viaggio dove potremo pure riflettere sulla vita, le auto e i ponti sulle autostrade che congiungono due aree di servizio. Tutto ciò è per me semplicemente un sogno, la realizzazione finale di un segreto inconfessabile e a lungo covato".
Tirò sù con il naso e si asciugò le ultime lacrime singhiozzando adesso solo di rado. La presi per mano, con un sorriso, e la condussi oltre la sua scrivania, verso l'uscita della biglietteria e, da lì, fuori dal terminal, verso il bus in attesa col motore però avviato e pronto a partire, dove finalmente potemmo cominciare il nostro viaggio.

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