domenica 15 giugno 2014

Smart phones war ( parte XIX)

Ora che Michele aveva ritrovato il suo più caro amico, Hanson, il suo fido telefono cellulare smart, se si eccettuano ovviamente tutte quelle volte che aveva squillato o vibrato nell'istante esatto in cui il giovane Michele era entrato in doccia e aveva iniziato a insaponarsi, proprio in quel frangente preciso, non un secondo dopo, nè uno prima, finalmente poteva sentirsi di nuovo tutto ringalluzzito ed estremamente confidente circa, non solo le sue possibilità, ma anche quelle di tutta l'umanità, perchè, come tutti sanno, e Michele in particolar modo, nulla è impossibile con il nostro affezionato smartphone sempre al nostro fianco. Perfino, per dire, conoscere e sapere tutte le cose del mondo, in un istante e con comodità. Salvo il fatto poi di dimenticare tutto quanto appreso, circa 15 secondi dopo. Certo il fatto di essere ancora insieme ad Hanson non poteva cancellare lo scorno per la sconfitta subita, e Michele pensò con un brivido che il suo modello di cellulare ora era uno in via d'estinzione (ma non lo comunicò ad Hanson, per non spaventarlo troppo adesso che si era da poco ripreso), ma soprattutto, non poteva sotterrare sotto una valanga di notifiche dai social network(s), la delusione del suo cuore per il tradimento subito da parte della sua odiata amata. Eppure, pensava Michele, quando le loro labbra si erano toccate, aveva sentito qualcosa provenire direttamente dal cuore di Gianna, che non era la vibrazione del telefono smart della ragazza, ma qualcosa di più grande, di caldo e di sincero. Tuttavia sentiva che si stava solo illudendo, e prendendo in giro, perchè ciò che era poi successo in quel maledettissimo store era stato assolutamente chiaro ed inequivocabile. Perciò sospirò, come fanno sempre gli innamorati delusi o non ricambiati, cioè in maniera stucchevole, patetica e fastidiosa, e cercò di allontanare quel pensiero maledetto. Perchè ora, c'era comunque una battaglia da combattere, perchè lui, Michele, non era tipo da arrendersi, mai. Nemmeno in amore, pensò di sfuggita. Ma immediatamente zittì questo molle pensiero, poichè in questo momento l'amore non c'entrava, aihmè, dal momento che c'era una guerra da portare avanti. Una guerra per la libertà, per la giustizia, ma soprattutto per una migliore telefonia mobile, più umana, come Hanson. Michele carezzò Hanson sul suo volto da adolescente americano butterato cresciuto in una fattoria sperduta chissà dove, in cui nemmeno un alieno atterrerebbe mai per sbaglio (ed infatti da dove veniva Hanson, gli alieni non si erano mai recati. Mai mai? Gli chiese un giorno Michele curioso. Never, rispose ovviamente Hanson). Certamente, la situazione era tutt'altro che facile: i suoi due compagni di missione probabilmente erano stati arrestati e fucilati. Ma questo se lo meritavano, vista la loro dabbenaggine estrema. I vertici, il direttore generale e il suo insuperabile, per fortuna, assistente, se la erano data a gambe non si sa dove, a quanto pare. Rimanevano perciò lui, il fido inserviente Gerard e, ovviamente, il più temibile di tutti: il cestino dei rifiuti. Michele si voltò sentendosi come osservato alle spalle: non si sbagliava. Salutò con un cenno della mano il cestino dei rifiuti, che da figone com'era non rispose nemmeno, ma semplicemente si accese una sigaretta col suo Zippo, calò la tesa del cappello e si avvicinò. "Allora, hai parlato col fido inserviente Jerry?": domandò Michele, senza guardarlo. "L'inserviente Jerry è sordomuto, ragazzo. Comunque sì, ci ho parlato e lui mi ha risposto a chiare lettere che era dei nostri. Anzi, lo ha fatto urlando." Urlando. Michele non ci capiva più nulla, ma andava bene lo stesso. Quei due erano tipi tosti. Specialmente quel dannato cestino. Dal fondo del corridoio si sentirono dei passi sopraggiungere: anche l'encomiabile inserviente li aveva raggiunti. Li guardò entrambi in maniera fugace, fece per rimettere a posto il cestino dei rifiuti, ma poi capì subito che era lui, quel cestino, e lo lasciò in pace. Michele sorrise per la prima volta da giorni, quel sorriso stretto tipico di chi abbia paura di illudersi e tema di risentirsi felice troppo in fretta rispetto a quanto sarebbe opportuno. Ma la felicità, purtroppo, non si può controllare. Ora stavano tutti e tre uno di fronte l'altro. Michele disse: "ci siamo tutti, quindi. Andiamo?". I presenti, eccetto il cestino dei rifiuti, per ovvie ragioni, fecero cenno di sì con la testa. E si incamminarono così, in silenzio assoluto, a parte il sordomuto inserviente, che cantava a bassa voce, verso il quartier generale pearino di cui già vedevano l'oscuro profilo stagliarsi sul cielo scuro e tuonante, di quel tardo pomeriggio, alla sommità della collina fuori dalla città.

1 commento:

  1. Forse, pensandoci meglio, questa sarebbe una fine capitolo più appropriata. No?

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